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Discussione: Che Guevara

  1. #161
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    «Seminò coscienza nel mondo»: Fidel ricorda il Che
    di Fidel Castro Ruz *
    su Il Manifesto del 09/10/2007
    Il leader cubano celebra sul Granma «l'eccezionale combattente caduto un 8 ottobre di 40 anni fa», il «messaggero dell' internazionalismo militante» che «combatté con noi e per noi»
    Mi fermo un istante nella mia lotta quotidiana per chinare la testa, con rispetto e gratitudine, davanti all'eccezionale combattente che cadde un 8 ottobre di 40 anni fa. Per l'esempio che ci ha lasciato con la sua Columna invasora che attraversò i terreni pantanosi a sud delle antiche province di Oriente e Camagüey inseguito dalle forze nemiche, liberatore della città di Santa Clara, creatore del lavoro volontario, protagonista di onorevoli missioni politiche all'estero, messaggero dell' internazionalismo militante nell'est del Congo e in Bolivia, seminatore di coscienze nella nostra America e nel mondo. Lo ringrazio per quello che cercò di fare e non poté fare nel suo paese natale, perché fu come un fiore strappato prematuramente dal suo stelo.Ci ha lasciato il suo stile inconfondibile di scrivere, con eleganza, brevità e sincerità, ogni dettaglio di quello che gli passava per la mente. Era un predestinato, ma non lo sapeva.Combatté con noi e per noi.Ieri si è compiuto il trentunesimo anniversario della strage dei passeggeri e del personale dell'equipaggio dell'aereo cubano fatto saltare in pieno volo ed entriamo nel decimo anniversario della crudele e ingiusta incarcerazione dei cinque eroi anti-terroristi cubani. Anche davanti a tutti loro chiniamo la testa. Con grande emozione ho visto e ascoltato in televisione l'atto commemorativo.*Dal Granma del 7 ottobre
    http://www.essereco munisti.it/ index.aspx? m=77&f=2&IDArticolo=18792


    ---
    Qualsiasi cosa cerchi di scrivere *
    di Italo Calvino
    su Granma del 25/09/2007
    Pensando a Che Guevara
    Qualsiasi cosa io cerchi di scrivere per esprimere la mia ammirazione per Ernesto Che Guevara, per come visse e per come morì, mi pare fuori tono. Sento la sua risata che mi risponde, piena d'ironia e di commiserazione. Io sono qui, seduto nel mio studio, tra i miei libri, nella finta pace e finta prosperità dell'Europa, dedico un breve intervallo del mio lavoro a scrivere, senza alcun rischio, d'un uomo che ha voluto assumersi tutti i rischi, che non ha accettato la finzione d'una pace provvisoria, un uomo che chiedeva a sè e agli altri il massimo spirito di sacrificio, convinto che ogni risparmio di sacrifici oggi si pagherà domani con una somma di sacrifici ancor maggiori.Guevara è per noi questo richiamo alla gravità assoluta di tutto ciò che riguarda la rivoluzione e l'avvenire del mondo, questa critica radicale a ogni gesto che serva soltanto a mettere a posto le nostre coscienze.In questo senso egli resterà al centro delle nostre discussioni e dei nostri pensieri, così ieri da vivo come oggi da morto. E' una presenza che non chiede a noi né consensi superficiali né atti di omaggio formali; essi equivarrebbero a misconoscere, a minimizzare l'estremo rigore della sua lezione. La "linea del Che" esige molto dagli uomini; esige molto sia come metodo di lotta sia come prospettiva della società che deve nascere dalla lotta. Di fronte a tanta coerenza e coraggio nel portare alle ultime conseguenze un pensiero e una vita, mostriamoci innanzitutto modesti e sinceri, coscienti di quello che la "linea del Che" vuol dire -una trasformazione radicale non solo della società ma della "natura umana", a cominciare da noi stessi- e coscienti di che cosa ci separa dal metterla in pratica.La discussione di Guevara con tutti quelli che lo avvicinarono, la lunga discussione che per la sua non lunga vita (discussione- azione, discussione senz'abbandonare mai il fucile), non sarà interrotta dalla morte, continuerà ad allargarsi. Anche per un interlocutore occasionale e sconosciuto (come potevo esser io, in un gruppo d'invitati, un pomeriggio del 1964, nel suo ufficio del Ministero dell'Industria) il suo incontro non poteva restare un episodio marginale. Le discussioni che contano sono quelle che continuano poi silenziosamente, nel pensiero. Nella mia mente la discussione col Che è continuata per tutti questi anni, e più il tempo passava più lui aveva ragione.Anche adesso, morendo nel mettere in moto una lotta che non si fermerà, egli continua ad avere sempre ragione. * ottobre 1967
    http://www.essereco munisti.it/ index.aspx? m=77&f=2&IDArticolo=18798
    ---
    Hasta siempre, Comandante!
    Aprendimos a quererte,Desde la histórica altura,Donde el sol de tu bravuraLe puso cerco a la muerte.Aquí se queda la clara,La entrañable transparenciaDe tu querida presencia,Comandante Che Guevara.Tu mano gloriosa y fuerteSobre la historia dispara,Cuando todo Santa ClaraSe despierta para verte.Aquí se queda la clara,La entrañable transparenciaDe tu querida presencia,Comandante Che Guevara.Vienes quemando la brisaCon soles de primaveraPara plantar la banderaCon la luz de tu sonrisaAquí se queda la clara,La entrañable transparenciaDe tu querida presencia,Comandante Che Guevara.Tu amor revolucionarioTe conduce a nueva empresa,Donde esperan la firmezaDe tu brazo libertario.Aquí se queda la clara,La entrañable transparenciaDe tu querida presencia,Comandante Che Guevara.Seguiremos adelanteComo junto a tí seguimosY con Fidel te decimos :"¡hasta siempre comandante!"Aquí se queda la clara,La entrañable transparenciaDe tu querida presencia,Comandante Che Guevara.
    (Carlos Puebla)

    traduzione in italiano:
    Arrivederci, Comandante!
    Abbiamo imparato ad amartidalla storica alturadove il sole del tuo coraggioha messo limite alla morteRimane qui la chiara,l'affettuosa trasparenzadella tua amata presenzaComandante Che Guevara.La tua mano gloriosa e fortespara sulla storiaquando tutta Santa Clarasi sveglia per vedertiQui rimane la chiara,l'affettuosa trasparenzadella tua amata presenzaComandante Che Guevara.Vieni bruciando la brinacon soli di primaveraper piantare la bandieracon la luce del tuo sorrisoQui rimane la chiara,l'affettuosa trasparenzadella tua amata presenzaComandante Che Guevara.Il tuo amore rivoluzonarioriconduce a nuove impresedove aspettano la fermezzadel tuo braccio libertarioQui rimane la chiara,l'affettuosa trasparenzadella tua amata presenzaComandante Che Guevara.Andremo avanticontinueremo come insieme a tee con Fidel ti diciamo"Arrivederci, Comandante!"Rimane qui la chiara,l'affettuosa trasparenzadella tua amata presenzaComandante Che Guevara.

  2. #162
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    Estetica di un guerrigliero

    “Una passione per Che Guevara” di Jean Cau delinea un ritratto “scandaloso” e controcorrente
    Mario Bernardi Guardi

    <SPAN style="FONT-SIZE: 11pt; FONT-FAMILY: Verdana; mso-ansi-language: IT; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-size: 8.5pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA">
    IL MIO Che Guevara è un’emozione “fascista”, estetica ed eroica: un poster, meglio ancora, un’icona. Lui, il rivoluzionario nazional-comunista, occhio incendiario, basco stellato, chioma e barba incolte, nella mia cameretta di sessantottino “nero”. Uno sguardo che brucia, che trapassa le ideologie, che va alla cerca di tutti i don Chisciotte di tutti i tempi, e tutti insieme li scatena contro i conformisti, i mediocri, i tiepidi, nel santo nome del volontarismo. Di qualunque segno esso sia. Il mio Jean Cau è una nuova emozione “fascista”, eretica e, per ciò stesso, esemplare: un Ulisse francese, elegante, scintillante nella sua genialità sregolata, nella sua suggestiva ruffianeria “trasversale”, che, dopo aver fatto il segretario del borghese esistenzialista in similoro marxista Jean-Paul Sartre, lo manda a quel paese e se ne va, in giro per una Parigi piena di bordelli “radical-chic” e un’Europa sbrindellata rigonfia dei cretinismi di tutte le liturgie ideologiche, alla cerca di un’Itaca che non trova e che non può trovare. Perché le “contaminazioni” d’alto rango, quelle che vanno “davvero” al di là della Destra e della Sinistra, stanno appese ai cieli delle idee e poco o nulla hanno a che spartire con la terra delle contrapposte, miserabili opinioni. È fatale che Jean Cau si incontri col Che e se ne “innamori” come un padre si innamora di un figlio a cui tutti i giorni ha ripetuto: bada, ragazzo, la vita non è un sogno, la vita non è il meraviglioso delirio dell’utopia, la vita non è, porca miseria! stammi a sentire!, quattro fanatici che sperano di cambiare il mondo e che chiamano alla rivoluzione quattromila, quarantamila poveri diavoli avviluppati nel torpore quotidiano e solamente interessati alla sopravvivenza. Certo, il padre si arrabbia perché il figlio, che ha gli occhi di fuoco ma anche una maledetta asma che lo consuma, non lo sta a sentire; ma poi è contento che il suo ragazzo, Ernesto Guevara de la Serna, babbo ispanico, madre irlandese, non lo sia stato a sentire, abbia “doverosamente” deciso di non starlo a sentire, perché nessuno può strappare la vita ai propri figli, perché la vita è loro, e se quella vita precipita verso la morte, perché così volevano il sogno adolescenziale mai spento e l’indomabile moralità rivoluzionaria, tutto, nell’alto dei cieli o nel basso degli inferni, “significa”. Eccome se significa! Certo, il padre adottivo del Che, ovvero il fascista “immaginario” Jean Cau (su lui e sul Che si legga, anzi, si colga, quel che è disseminato in quel Vademecum per sopravvivere ai Disincanti che è “Fascisti immaginari” di Luciano Lanna e Filippo Rossi, Vallecchi 2004), di tanto in tanto si sforza di tenere a freno il tumulto “maudit” di Ernesto: ma è chiaro che è in quel tumulto, in quel frastuono di romanticismi, in quell’assalto al mondo di poesie che vorrebbero essere teorie e magari addirittura ideologie; è in tutto questo che riconosce una “ragione”. Il “senso” avventato della sfida, la grande avventura dello spirito che interviene in mezzo al fango, al calore e al sangue, la richiesta al nostro corpo, bello e malato, di provocare, dunque di chiamare chi non ascolta ad esercizi di ammirazione per chi non può vincere, la corsa verso la morte come risposta a un appello dell’assoluto, la vocazione a redimere l’umanità, nell’affanno che ti spezza e con l’umanità che ti resiste: tutto questo fugge via dalle “cotte” massmediatiche e dalle T-shirt sinistresi, anche se qualche residuale purezza può esserci nell’infatuazione coatta dei mass-media e nella pelle sudata del giovanilismo barricadero. E tutto questo noi lo ereditiamo da uno strano guerrigliero comunista che l’immaginario fascista sente proprio: e Jean Cau, con quel tanto di ammiccante puttanaggine che è propria del francese colto e non irreggimentabile, intuisce, coglie, capisce, rappresenta il fascinoso “oltre” di un uomo morto ammazzato a trentanove anni. Intendiamoci: doveva avvenire. Era scritto nell’ordine delle cose. Apparteneva alle suggestioni impalpabili, alle indicibili affinità, alle complicità bizzarre su cui possono scommettere gli irregolari che amano gli irregolari. Noi lo sapevamo che Cau era destinato a incontrare il Che, e a intendersi con lui, evocandone vita, opere e morte, come chi non scrive una biografia, ma allestisce un altare. No, non sapevamo quale editore italiano si sarebbe presa l’incombenza di una cerimonia che ha in sé il lutto, la festa e la promessa: e siamo lieti che onore ed oneri siano stati assunti da Umberto Croppi per la Vallecchi, figlia dell’interventismo culturale (ed eretico) del Novecento. Il libro – “Una passione per Che Guevara”, prefazione di Paolo Cacucci – reca sulla copertina il volto del Divo, nella versione fotografica di Alberto Dìaz “Korda”, riprodotto in migliaia di poster e magliette militanti; e noi non possiamo fare a meno di evocare un altro libro di Cau, e un’altra copertina, legati a questa da un rapporto amicale, o addirittura fraterno: parliamo di “Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo”, edito da Volpe nel 1979, con l’icona di Dürer. Che è poi una delle immagini predilette da Friedrich Nietzsche, cultore della parola, analfabeta delle arti visive, ma, in questo caso, di ciò che vede e “sente”, profondamente convinto; dal suo sublime “volgarizzatore” italico Gabriele D’Annunzio (fece e visse tutto ciò che Nietzsche azzardò intellettualmente e scrisse, bloccato negli slanci costruttivi/distruttivi dalla sua timidezza, dal suo vitalismo declamato ma non espresso, dalla sua germanica “pesantezza”); dal bibliotecario di Babele Jorge Luis Borges, cui il destino non assegnò volto e funzioni di guerriero, e che sempre nostalgicamente evocò eroi e stili di vita e di morte a lui negati. È stato Nietzsche o è stato Jean Cau a scrivere «Il pessimismo e la volontà nel pessimismo: qui sta tutto intero l’Occidente»? Di sicuro è Jean Cau a pensare «L’Utopia e la poesia nell’Utopia: qui sta tutto intero Che Guevara». E Utopia è il mondo nuovo che sempre si rivela orribile; e poesia è la segreta speranza che continua, nonostante tutto, a lievitare, facendosi anzi così ardente che possiamo ben regalarle la vita. Ma il Che degli appelli terzomondisti, quello che si consacra all’accensione di “focos” nell’America Meridionale (ma prima è stato in Africa), perché non può esser pago di fare il ministro nel governo del “barbudo” Fidel Castro? Il giovane militante che – dopo aver trionfato – ha approcci con i governi comunisti di tutto il mondo e che si accorge che la “sua” rivoluzione è “altro” rispetto agli oppressivi sistemi totalitari, ai tetri apparati burocratici, agli ottusi meccanismi politici che, anziché generare la libertà e la giustizia, moltiplicano coercizioni e repressioni: il Che Guevara, che porta come vessillo le sue incendiarie, esplosive illusioni/delusioni (la Cuba di Castro, quell’isola redenta e felice che lui ha voluto costruire insieme a Castro, è la “sua” terra?), chi è? Dove vuole andare, lui che va sulla strada delle rivoluzioni? Che cosa promette agli “ultimi”, lui, il medico, che appena qualche tempo dopo il conseguimento della laurea, voleva consacrare la vita alla cura dei lebbrosi? Cau lo segue, anzi, lo insegue, per il mondo. Deciso a non dargli tregua e a non ottenerla da lui. C’era scritto ne “Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo”: «Nulla è più bello dell’uomo “quando avanza”. Il soldato che esce dalle file e si dichiara volontario. Il torero che si strappa fuori dal “burladero”, scaccia i suoi “peones” e spiega la cappa. E l’immagine ingenua del “cowboy” che entra nel “saloon”, fende l’adunanza pietrificata e si dirige verso il bar. Tutto scricchiola nel cuore degli altri uomini quando uno di loro si fa avanti di due passi, si stacca dalla fila e così foggia intorno a sé una barriera invarcabile di rispetto» (cfr. “Fascisti immaginari”, cit., p. 66). Ora leggiamo: «Mi piace ammirare. Mi piace rispettare. Mi piace arrendermi quando sono vinto dall’angelo» (“Una passione per Che Guevara», cit., p. 20). Il “suo” Che dice: «Per ora sono intero» (p. 62). Castro, nell’orazione funebre, dice di lui: «C'è qualcosa di straordinario nel fatto che questo artista sia morto in combattimento?» (p. 63). Jean Cau, fuori da tutte le sinistre, sartriane o meno, e da esse messo al bando come “reazionario” o “fascista”, assimila il cadavere del Che al “Cristo morto” del Mantegna. E cerca in quel povero corpo assassinato nei pressi del villaggio boliviano di La Higuera l’8 ottobre del 1967 luci e ombre di Rembrandt. Amandolo come un padre trafitto, come un fratello maggiore angosciato, come un “maître à penser” fuori dai ranghi che rimprovera al proprio discepolo il “nulla” sanguinoso della sua ideologia e il meraviglioso “tutto” dell’illusione, dello slancio ideale, della capacità sacrificale, della dedizione alla causa, della donchisciottesca follia, dell’ingenuità adolescenziale protratta fino allo spasimo. Duro, durissimo, spietato il Che con quei suoi uomini che stupravano e razziavano, perché anche questo da sempre fa parte delle rivoluzioni. Rigoroso come un monaco, il Che, con se stesso – chiedere a se stesso il massimo – e con gli altri – fanno il massimo, se gli dai l’esempio: e se glielo dai, pretendi e non perdonare chi sbaglia. Casto, candido, feroce il Che di Jean Cau. Come lui, probabilmente; ma Cau è uno spirito libero che polemicamente “amministra” i suoi disincanti; il Che chiude nella corazza ideologica un cuore che scalpita, si sforza di essere un servitore di Sua Maestà l’Utopia e di annichilire in sé la tenerezza e la poesia per non venir meno ai propri doveri di rivoluzionario. Jean Cau ha a che fare con un ribelle che «da molto tempo gli sbarra il passo», con un cadavere «steso di traverso sul sentiero dove cammina» (p. 19), con un ex-bambino che ha letto Verne e un ex-adolescente che ha letto Baudelaire, con un medico asmatico la cui malattia assomiglia all’angoscia di esistere, con un rivoluzionario «che diffida talmente dei suoi sogni da moltiplicare la redazione di scritti teorici per costringerli nel busto delle idee» (p. 67), con un ostinato sognatore la cui presenza è un incubo per i poveri contadini che dovrebbero essere affrancati grazie al mito della rivoluzione che diventa realtà. Jean Cau ha a che fare con un «cadavere che canta» (p. 21). Su di lui, nel 1978, scrive un “romancero” come quello del Cid. Ma di che cosa parlerai?, gli chiede un amico. Tu che sei considerato un fascista, cosa scriverai di un terrorista, di un rivoluzionario, di un estremista di sinistra? È così difficile spiegare il “fascismo” a chi vive di stereotipi che Jean Cau può lanciare solo alcuni segnali per spiegare una “elezione”. Deve scrivere del Che, perché fu «uomo di guerra e di fede, creatura di sacrificio» (p. 69). È possibile, adesso, capire? È necessario – ma forse non sufficiente – aggiungere: «Uomo di una fede che non è la mia, ma, da un lato, mi importa lo stile di una vita e di una morte; quel “Cante hondo” che espira da una gola quanto il “cantaor” rovescia la testa per offrire questa gola a un coltello e allora zampillerebbe una sorgente di sangue; quegli occhi ciechi, chiusi per meglio ascoltare il canto modulato solo per sé; ma, dall’altro lato, Guevara muore per un’idea o per l’idea che questa morte gli darà di se stesso? È un problema. Banalità: ci si batte con gli altri e si muore soli. E ci sono tombe, quali che siano stati il combattimento dei caduti e il campo dove caddero, intorno alle quali bisogna camminare a passo di colombe. La tua fede, Che, non è la mia, ma tu passi e il tuo portamento mi afferra. Mi tolgo il cappello e ti saluto» (pp. 69-70). Un esercizio di ammirazione. La vita e la morte, il coraggio e il sacrificio, l’ideale e l’avventura. Il destino. Il tramonto. L’urto della morte nella notte. L’appartenenza, forse solo a se stessi. Una passione per Che Guevara.

    SECOLO D'ITALIA - 28 Maggio 2005
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  3. #163
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    grandi contributi su juan peron, complimenti.

    http://pensierosociale.iobloggo.com

  4. #164
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  5. #165
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  6. #166
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    L'esempio del Che:lottare, lavorare, vincere


    Il nostro unico dovere è lottare, lavorare
    con intelligenza e costanza per vincere
    le difficoltà e avanzare

    Discorso pronunciato dal Comandante della Rivoluzione Ramiro Valdés Menéndez nell'Atto Centrale Commemorativo per il 40°anniversario della caduta del Che, che ha avuto luogo nella Piazza della Rivoluzione che porta il nome del Guerrigliero Eroico nella città di Santa Clara - 8 ottobre 2007


    Compagno Raul, Compagni del Partito e del Governo, Familiari del Che e degli altri combattenti internazionalisti caduti in Bolivia, Combattenti della Rivoluzione, Villaclaregni, compatrioti...

    Discorso 40° Anniversario dell'assassinio del CHE - 8/10/2007
    Discorso Fidel Castro per la sepoltura del CHE - 17/10/1997
    Lettera di Haydee Santamaria (eroe del Moncada) al CHE

  7. #167
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    Donna Elvira Cardenas ci ha scritto questo bel messaggio! Bravissimo, Giuseppe! Ho letto con piacere i suoi articoli su Ramiro Ledesma e la Falange e stassera leggero il saggio di Benito Mussolini. Molti giovani messicani (i giovani che pensano all'avvenire della patria messicana e di quella 'patria grande' di cui tanto parlava Jose Marti, cioe` l'America latina) sono 'ledesmisti'. Ho parlato molto di Ramiro Ledesma colla sig.ra Juanita Castro, un'altra ammiratrice del giovane eroe. Il giovane Fidel leggeva le opere di Ledesma e nel 1953, quando ha innescato il suo programma rivoluzionario, si e` proclamato 'nazionalista'. Come mai ha poututo diventare marxista? Non lo capisco...Donna Elvira, la nonna del Lolo (Scusi il mio povero italiano)
    http://fr.360.yahoo.com/guestbook-zA...ueTg-?cq=1&l=2

  8. #168
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  9. #169
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  10. #170
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    Il socialismo secondo Che Guevara

    Il pensiero di Ernesto Che Guevara ha vissuto una profonda evoluzione. Dalla critica crescente al modello sovietico fino all'elaborazione di una riflessione originale
    7 ottobre 2007 - Michael Löwy (Autore di «La Pensée de Che Guevara», Syllepse, Parigi, 1997. )
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)


    Giorno dopo giorno, Ernesto Che Guevara ha abbandonato le illusioni iniziali sull'Urss e sul marxismo di stampo sovietico. In una lettera del 1965 al suo amico Armando Hart (ministro cubano della cultura), critica duramente il «conformismo ideologico» che a Cuba si manifesta nella pubblicazione di manuali sovietici per l'insegnamento del marxismo - un punto di vista analogo a quello sostenuto nello stesso periodo da Fernando Martinez Heredia, Aurelio Alonso e dai loro amici del dipartimento di filosofia dell'Università dell'Avana, editori della rivista Pensamiento critico. Questi manuali - che chiama i «mattoni sovietici» - «hanno l'inconveniente - scrive - che non ti lasciano pensare: il Partito l'ha già fatto al tuo posto e tu devi solo digerire la lezione».
    Sempre più esplicitamente, si percepisce la ricerca di un modello altro, un metodo diverso di costruzione del socialismo più radicale, più egualitario, più solidale.
    Il «Discorso di Algeri»
    L'opera del Che non è un sistema chiuso, un ragionamento compiuto che ha una risposta per tutto: su molte questioni - la democrazia socialista, la lotta contro la burocrazia - la sua riflessione rimane incompleta, interrotta dalla morte nel 1967 e dunque incompiuta. Ma, a questo riguardo, Martinez Heredia fa bene a sottolineare: «L'incompiutezza del pensiero del Che (...) ha anche aspetti positivi. Il grande pensatore indica dei problemi e dei percorsi (...), pretende dai suoi compagni che pensino, studino, uniscano pratica e teoria. Se si assume il suo punto di vista, diventa impossibile dogmatizzare il suo pensiero e convertirlo in un (...) blocco (...) di proposizioni e prescrizioni».
    In un primo tempo - dal 1960 al '62- Guevara ha riposto molte speranze nei «paesi fratelli» del cosiddetto «socialismo reale». Dopo alcune visite in Unione sovietica e negli altri paesi dell'Est, e dopo l'esperienza dei primi anni di transizione verso il socialismo a Cuba, si mostra sempre più critico. Le sue divergenze sono espresse pubblicamente in diverse occasioni e in particolare, nel 1965, nel celebre «Discorso d'Algeri». Ma il suo tentativo di formulare un approccio originale al socialismo inizia negli anni 1963-'64, durante il grande dibattito economico che coinvolge Cuba.
    Tale dibattito contrappose allora i fautori di una sorta di «socialismo di mercato», con autonomia delle aziende e ricerca del profitto- come in Urss - a Guevara, che difendeva la pianificazione centralizzata fondata su criteri sociali, politici ed etici: piuttosto che premi di produzione e prezzi determinati dal mercato, egli propone di rendere gratuiti alcuni beni e servizi. Una questione, tuttavia, rimane poco chiara negli interventi del Che: chi prende le decisioni economiche fondamentali? In altri termini, il problema della democrazia nella pianificazione.
    Su questo e su molti altri temi, alcuni documenti inediti di Guevara recentemente pubblicati a Cuba offrono nuove prospettive. Si tratta delle sue «Note critiche» al Manuale d'economia politica dell'Accademia delle scienze dell'Urss (edizione spagnola del 1963) - uno di quei «mattoni» di cui parlava nella lettera a Hart - redatte durante il suo soggiorno in Tanzania e soprattutto a Praga, nel 1965-'66: né un libro né un saggio, ma una collezione d'estratti dell'opera sovietica spesso seguiti da commenti acidi e ironici.
    Da molto tempo, troppo tempo, si attendeva la pubblicazione di questo documento. Per decenni è stato «fuori circolazione»: solo qualche ricercatore cubano è stato autorizzato a consultarlo e citarne dei passaggi. Grazie a Maria del Carmen Ariet Garcia del centro studi Che Guevara dell'Avana, che ne ha curato l'edizione, esso è ora a disposizione dei lettori interessati. Questa edizione aggiornata contiene d'altronde altri materiali inediti: una lettera a Fidel Castro dell'aprile 1965, che fa da prologo al libro; note su degli scritti di Marx e di Lenin; una selezione dei verbali delle conversazioni tra Guevara e i suoi collaboratori del ministero dell'industria (1963-'65) - già parzialmente pubblicate in Francia e in Italia negli anni '70; lettere a diverse personalità (Paul Sweezy, Charles Bettelheim); brani di un'intervista con il periodico egiziano Al-Taliah (aprile 1965).
    L'opera testimonia allo stesso tempo l'indipendenza mentale di Guevara, la presa di distanza dal «socialismo reale» e la ricerca di una via radicale. Essa mostra anche i limiti della sua riflessione.
    Cominciamo da questi: il Che, fino a quel momento - si ignora se la sua analisi a tale proposito sia proseguita nel 1966-'67 - non ha capito la questione dello stalinismo. Egli attribuisce le impasse dell'Urss negli anni '60... alla nuova politica economica (Nep) di Lenin! Certamente, ritiene che, se Lenin avesse vissuto più a lungo - « Ha commesso l'errore di morire», annota con spirito- ne avrebbe corretto gli aspetti più arretrati. Rimane tuttavia convinto che l'introduzione di elementi capitalistici con la Nep abbia portato a profonde derive, andando nel senso della restaurazione del capitalismo, che si osserva nell'Unione sovietica del 1963.
    Tuttavia, non tutte le critiche di Guevara alla Nep sono fuori luogo. Esse coincidono talvolta con quelle dell'opposizione di sinistra (in Urss) del 1925-'27; per esempio, quando osserva che «i quadri si sono alleati al sistema, costituendo una casta privilegiata». Ma l'ipotesi storica che rende la Nep responsabile delle tendenze procapitalistiche nell'Urss di Leonid Brejnev è evidentemente poco pertinente. Non che Guevara ignori il ruolo nefasto di Stalin... In una delle «Note critiche» affiora questa frase precisa e sorprendente: «Il terribile crimine storico di Stalin fu l'aver disprezzato l'educazione comunista e istituito il culto illimitato dell'autorità». Se questa non è ancora un'analisi del fenomeno staliniano, ne è già un categorico rigetto.
    Nel «Discorso d'Algeri», Guevara esigeva dai paesi che si dichiaravano socialisti di sbarazzarsi «della loro tacita complicità con i paesi occidentali sfruttatori», che si traduceva in rapporti di scambio ineguale con i popoli in lotta contro l'imperialismo. La questione riappare più volte nelle «Note critiche» sul manuale sovietico. Mentre gli autori dell'opera ufficiale sottolineano l'«aiuto reciproco» tra i paesi socialisti, l'ex-ministro dell'industria cubana deve ammettere che ciò non corrisponde alla realtà: «Se l'internazionalismo proletario guidasse gli atti dei governi di ogni paese socialista (...) sarebbe un successo. Ma l'internazionalismo è sostituito dallo sciovinismo (della grande potenza o del piccolo paese) o la sottomissione all'Urss (...). Questo distrugge i sogni onesti dei comunisti del mondo».
    Il cesto di granchi
    Qualche pagina più avanti, commentando ironicamente l'elogio da parte del manuale della divisione del lavoro tra paesi socialisti fondata su una «fraterna collaborazione», Guevara osserva: «Quel cesto di granchi che è il Consiglio di mutuo aiuto economico smentisce tale affermazione nella pratica. Il testo si riferisce a un ideale possibile solo attraverso la pratica reale dell'internazionalismo proletario, ma oggi esso è tristemente assente». Nella stessa direzione, un altro passaggio constata con amarezza che, nei rapporti tra paesi che si rivendicano socialisti, si trovano «fenomeni d'espansionismo, di scambio ineguale, di concorrenza, finanche di sfruttamento e certamente di sottomissione degli stati deboli ai forti».
    Infine, quando il manuale parla della «costruzione del comunismo» in Urss, il critico pone la domanda retorica: «Si può costruire il comunismo in un solo paese?» Un'altra nota in tal senso: Lenin, constata il Che, «ha nettamente affermato il carattere universale della rivoluzione, cosa che in seguito è stata negata» - un riferimento trasparente al «socialismo in un solo paese».
    La maggior parte delle critiche di Guevara al manuale sovietico corrisponde ai suoi documenti economici degli anni 1963-'64: difesa della pianificazione centrale contro la legge del valore e contro le fabbriche autonome regolate dal mercato; difesa dell'educazione comunista contro le motivazioni monetarie individuali. Si preoccupa anche dell'interesse materiale dei dirigenti delle fabbriche, che considera come un principio di corruzione.
    Guevara difende la pianificazione come l'asse centrale del processo di costruzione del socialismo, in quanto «libera l'essere umano dalla condizione di cosa economica». Ma riconosce - nella lettera a Fidel - che a Cuba «i lavoratori non partecipano alla costruzione del piano».
    Chi deve pianificare? Il dibattito del 1963-'64 non aveva dato una risposta. È in questo campo che le «Note critiche» del 1965-'66 presentano i progressi più interessanti: alcuni passaggi pongono chiaramente il principio di una democrazia socialista in cui le grandi decisioni economiche sono prese dal popolo stesso. Le masse, scrive il Che, devono partecipare all'elaborazione del piano, mentre la sua esecuzione è una questione puramente tecnica. Nell'Urss, secondo lui, la concezione del piano come «decisione economica delle masse, consapevoli del proprio ruolo» è stato sostituito da un placebo, mentre le leve economiche determinano tutto. Le masse, insiste, «devono avere la possibilità di dirigere il loro destino, decidere quanto va destinato all'accumulazione e quanto al consumo»; la tecnica economica deve operare con queste cifre - decise dal popolo -, e «la coscienza delle masse deve assicurare la sua realizzazione».
    Il popolo deve decidere
    Il tema torna a più riprese: gli operai, scrive, il popolo in generale, «decideranno sui grandi problemi del paese (tasso di crescita, accumulo-consumo)», anche se il piano sarà opera di specialisti. Una separazione così meccanica tra le decisioni economiche e la loro esecuzione è discutibile; ma, con queste formulazioni, Guevara si avvicina notevolmente all'idea di pianificazione socialista democratica. Non ne trae ancora tutte le conclusioni politiche - democratizzazione del potere, pluralismo politico, libertà d'organizzazione -, ma non si può contestare l'importanza di questa nuova visione della democrazia economica.
    Queste note possono essere considerate una tappa importante nel cammino di Guevara verso un'alternativa comunista democratica al modello sovietico. Un percorso brutalmente interrotto, nell'ottobre del 1967, da assassini boliviani al servizio della Central intelligence agency (Cia).

    Note: (Trad. di Angela D'Alessandro)
    Copyright Le Monde diplomatique/il manifesto.

 

 
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