Scusate cè chi esalta un comunista amico niente poco di meno che del generale tito!!!


Scusate cè chi esalta un comunista amico niente poco di meno che del generale tito!!!


Si può eliminare fisicamente un uomo,
ma un esempio niente e nessuno può eliminarlo!
Nando de Angelis
Redazione di Rinascita Napoli
L’immagine del “Che”, a quarant’anni dalla sua morte, è ancora ben viva e non solo negli occhi di chi con lui ha condiviso sogni e battaglie, ma nell’immaginario collettivo di intere generazioni che si sono identificate nei suoi ideali rivoluzionari. Il "guerrigliero eroico", immortalato nella famosa foto di Alberto Diaz "Korda", intransigente ed estremista prima con se stesso e poi con gli altri, è diventato un mito adorato in tutto il mondo. Il suo fascino ha destato la gioventù della sonnolenta Europa spingendola sulle barricate del maggio ’68. La sua figura si è trasformata in un mito che, al di là delle ideologie, rappresenta l’inquietudine, il coraggio e la romantica sfortunata disperazione di chi, per rendere immortali i suoi principi, si trova ad affrontare una morte precoce e violenta. E’ l'eroe ideale incapace di compromessi, l’eterno ribelle, il sognatore poco incline alla mediazione in un mondo pieno di ingiustizie. L’emblema della lotta per la libertà e la dignità dei popoli oppressi. La sua figura, nel tempo, giganteggia ancora; era uno di noi, forse, il migliore di noi: un esempio di moralità, spirito di sacrificio, e disinteresse.
Quella foto ha rivestito e riveste tuttora un profondo significato ideologico ed è per noi inaccettabile la mercificazione che di essa si è fatta, trasformandola in un semplice gadget, in una icona da stampare sulle magliette. Una vergognosa mercificazione che ha assunto tutte le dimensioni da "marketing" di puro stampo capitalista. Dopo gli iniziali canti di vittoria, il nemico di sempre, l’imperialismo americano, ha cercato di omologarlo ai suoi standard, prendendo atto che si può eliminare fisicamente un uomo, ma un esempio, come quello del Che, niente e nessuno può eliminarlo. L'ormai defunto ed anziano padre, Ernesto Guevara Lynch, in tempi non sospetti si addolorava della speculazione sull'immagine del figlio, apposta su qualunque cosa. Ed altra stortura e incongruenza sono le bandiere con la sua effige sventolate dai cosiddetti "pacifisti", dai sostenitori della “non violenza”. Il Che Guevara, "El Guerrillero Heroico", avrebbe potuto essere tutto, fuori che un pacifista. Era sicuramente un uomo straordinario e capace di tanto amore, ma il suo profondo umanesimo l’aveva condotto a lottare e a dare la morte per affermare le sue profonde convinzioni. Per lui il terrorismo era una forma negativa che non produce in alcun modo gli effetti desiderati e che può incitare un popolo a reagire contro un movimento rivoluzionario, ma era altrettanto convinto che la lotta armata contro i padroni del mondo ed i loro burattini fosse l’unica strada percorribile per conseguire la vittoria, che la libertà non è quella di coloro che si mettono i ceppi, ma di quelli che impugnano le armi contro i ceppi della schiavitù. Il Che non era un avventuriero anarchico, come spesso è stato descritto dai suoi detrattori, ma l'incarnazione del rivoluzionario da imitare, un uomo che ha agito coerentemente con il proprio pensiero. Con la sua azione ed il suo sacrificio fu testimone di una nuova morale a cui chiunque aspiri a lottare per un mondo migliore, senza sfruttamento, né oppressione, né miseria capitalista e dove tutti gli esseri umani siamo realmente fratelli, dovrebbe fare riferimento.
Ma come la vita ed il pensiero del Che possono tornare utili a quanti nel XXI secolo lottano per "un altro mondo possibile"? Il mondo di oggi ha poco in comune coi tempi che gli toccò vivere, l'URSS ed il "campo socialista" sono spariti, il Vietnam, che tanto ammirò, è ora amico degli Stati Uniti, la Cuba socialista e rivoluzionaria, a cui dedicò gli anni migliori della sua breve vita, appena sopravvive strangolata da embarghi ed ostracismi, la “guerra di guerriglia” è fallita quasi del tutto dove è stata sperimentata. Si, tutto questo è vero, il quadro geopolitico è cambiato, ma non è mutata le causa che è alla base di tutte le ingiustizie del mondo in cui viviamo. Il problema continua ad essere lo stesso che, nel lontano 1967, il Che segnalò: "In definitiva, bisogna tenere in conto che l'imperialismo è un sistema mondiale, l’ultima tappa del capitalismo, e che bisogna batterlo in un gran confronto mondiale. La finalità strategica di questa lotta è la distruzione dell'imperialismo. Il nostro compito è quello di eliminarne le basi di sostentamento: i nostri paesi oppressi, derubati dei propri capitali, delle materie prime, da dove traggono manodopera a basso costo e dove importano nuovi capitali - strumenti di dominazione-, armamenti, guerre e merci di vario genere, a volte inutili, ridotti ad uno stato di dipendenza assoluta. L'elemento fondamentale di questa finalità strategica sarà, allora, la liberazione reale dei popoli oppressi; liberazione che avverrà, nella maggioranza dei casi, attraverso la lotta armata e che avrà, in America Latina, quasi inevitabilmente, la proprietà di trasformarsi in una rivoluzione socialista. La distruzione dell'imperialismo passa attraverso l’identificazione della sua testa gli Stati Uniti d’America.” Le sue parole, la sua analisi non solo sono di una lucidità sconcertante, ma, alla luce della globalizzazione neoliberale, appaiono ancor più attuali. Il saccheggio del mondo da parte dell'imperialismo è arrivato al parossismo, la polarizzazione della ricchezza nelle mani di pochi e della miseria crescente dell'umanità è sotto gli occhi di tutti. La guerra, come metodo predatorio, non è più quella del Vietnam, ma quella dell’Iraq, dell’Afghanistan, della minaccia di una guerra nucleare contro l'Iran, delle sofferenze indicibili del popolo palestinese. L'imposizione degli stessi piani economici neoliberali, fotocopiati da Washington per l’intero globo, evidenziano come il governo nordamericano sia la testa di ponte dell'imperialismo globale e, quindi, il nemico da abbattere.
Oggi, come ieri, il problema centrale per la sopravvivenza del genere umano, è l'imperialismo. Come combatterlo? Il Che amava proporre ovunque l'esempio dell'eroico popolo vietnamita. "Creare due, tre, molti Vietnam, è la consegna!". Oggi potremmo dire, creare due, tre, molti Iraq, o, perché no, due, tre, molti Venezuela o Bolivia…è la consegna!


sn
Pubblichiamo un proclama di Peròn alla base giustizialista del '67 in occasione della morte di Ernesto Che Guevara. Con chiarezza si evincono quali fossero le reali convinzioni dell'uomo politico argentino rispetto alla rivoluzione socialista, popolare e nazionale dei popoli latino-americani.
Peròn al Movimento Giustizialista
in occasione della morte del
Comandante Ernesto Che GuevaraCompañeros,Madrid, 24 Ottobre '67
con profondo dolore ho appreso la notizia di un'impareggiabile perdita per la causa dei popoli che lottano per la loro liberazione. Noi abbracciamo idealmente, in quanto ci sentiamo loro fratelli, quanti, in qualsiasi parte del mondo e sotto qualsiasi bandiera, lottano contro l'ingiustizia, la miseria e lo sfruttamento. Ci sentiamo fratelli con quanti con coraggio e decisione affrontano l'insaziabile voracità dell'imperialismo che, con la complicità delle oligarchie antinazionali sostenute dal Pentagono, opprime i popoli. Oggi in questa lotta è eroicamente caduto un giovane, ma già straordinario combattente, al quale la rivoluzione latino-americana deve molto: è morto il Comandante Ernesto Che Guevara. La sua morte lascia affranta la nostra anima perché era uno di noi, il migliore di noi: un esempio di moralità, spirito di sacrificio, disinteresse. La profonda convinzione della giustezza della causa nella quale ha creduto gli ha dato la forza, il coraggio e il valore che oggi lo elevano alla categoria di eroe e martire.
Ci sono giunte alcune agenzie di stampa che pretendono di presentarlo come nemico del peronismo. Nulla è più assurdo! Anche supponendo fosse certo che nel '51 egli sia stato coinvolto nella congiura golpista (coinvolgimento di cui non esiste alcuna prova ed è tutto da dimostrare) contro il governo popolare di Hìpòlito Yriongoyen questo rimane solo un momento, un fatto isolato, in cui egli fu utilizzato dall'oligarchia. L'importante è riconoscere i propri errori ed emendarli. E nessuno può dire che il Che non li abbia emendati.
Nel '54 quando in Guatemala lotta in difesa del governo popolare di Jacobo Arbenz, aggredito militarmente dall'esercito statunitense, io personalmente diedi istruzioni al Ministro degli Esteri per trovare una soluzione alla difficile situazione in cui questo giovane e valente argentino si era venuto a trovare, infatti, raggiunse sano e salvo il Messico. La sua vita, la sua epopea, devono essere esempio per i nostri giovani, per i giovani di tutta l'America Latina.
L'imperialismo tenta di infangarne la memoria perché teme il fascino e l'enorme prestigio che si è guadagnato tra le masse popolari. Masse popolari che vivono la drammatica realtà dei nostri popoli soggiogati. Mi è giunta la notizia che il partito Comunista Argentino suona la campana del disprezzo. Ciò non ci sorprende: essi hanno sempre marciato nella direzione opposta agli interessi nazionali. Sempre sono stati contro i movimenti nazionali e popolari, ciò può essere testimoniato da tutti i peronisti.
L'ora dei popoli, l'ora delle rivoluzioni nazionali in America Latina prima o poi arriverà, si tratta di un processo irreversibile. L'equilibrio è rotto ed è infantile pensare che si possano superare senza rivoluzioni le resistenze degli oligarchi e i monopoli reazionari dell'imperialismo.
La rivoluzione socialista si realizzerà e se cade un combattente un altro è già pronto a prendere il suo posto. Di questo e solo di questo i movimenti rivoluzionari nazionali debbono convincersi per abbattere gli usufruttuari del privilegio. La maggioranza dei governanti dell'America Latina non possono risolvere il problema nazionale perché non rispondono all'interesse nazionale.
Non basta la verbosità rivoluzionaria, è necessaria l'azione rivoluzionaria con una base organizzativa, una visione strategica e tattiche concrete che diano forma fattuale alla rivoluzione. Ci solleveremo dalla nostra condizione solo se ne saremo capaci e per farlo la lotta sarà dura anche se resto convinto che i popoli sono sempre destinati a trionfare. I nostri nemici hanno una forza materiale molto superiore alla nostra; però noi contiamo sulla straordinaria forza morale che ci danno le nostre convinzioni e la giustezza di una causa che ha dalla sua la ragione storica.
Il peronismo, in sintonia con la sua tradizione e con la sua lotta, quale movimento nazionale, popolare e rivoluzionario, rende il suo emozionato omaggio all'idealista, al rivoluzionario, al Comandante Ernesto Che Guevara, guerrigliero argentino morto in azione impugnando le armi per il trionfo delle rivoluzioni nazionali in America Latina.
www.socialistinazionali.itJuan Domingo Peròn






Hasta la victoria siempre, Che querido
di Haydée Santamaria Cuadrado*
[Lettera di Haydée Santamaria al Che Guevara, scritta dopo l'assassinio del Che in Bolivia]
Che: dove posso scriverti? Mi dirai in qualsiasi luogo, ad un minatore boliviano, ad una madre peruviana, al guerrigliero che esiste o non esiste però esisterà. Tutto questo io lo so, Che, tu stesso me lo hai insegnato, ed inoltre questa lettera non sarebbe per te. Come dirti che non avevo mai pianto tanto dalla notte in cui ammazzarono Frank, e che questa volta non lo credevo. Tutti erano sicuri, ed io dicevo: non è possibile, una pallottola non può fermare l'infinito, tu e Fidel dovete vivere, se voi non vivete, come vivere. Da quattordici anni vedo morire persone immensamente care, che oggi mi sento stanca di vivere, credo di aver vissuto già troppo, il sole non lo vedo tanto bello, la palma, non sento nessun piacere nell’ammirarla; a volte, come adesso, nonostante mi piaccia tanto la vita che solo per queste due cose vale la pena di aprire gli occhi ogni mattina, sento il desiderio di tenerli chiusi come loro, come te.
Come è certo, questo continente non merita tutto questo; coi tuoi occhi aperti, l'America Latina aveva preparato il suo cammino. Che, la sola cosa che avrebbe potuto consolarmi è il fatto di essere stata con te, ma non è stato così, sono qui accanto a Fidel, ho fatto sempre quello che lui desidera che io faccia. Ti ricordi?, tu me lo avevi promesso nella Sierra, mi dicesti: non ti mancherà il caffè, avremo il mate. Non avevi frontiere, ma mi avevi promesso che mi avresti chiamata quando saresti andato nella tua Argentina, e dal momento che lo aspettavo, sapevo bene che lo avresti fatto. Oramai non può essere più, non hai potuto, non ho potuto. Lo ha detto Fidel, deve essere vero, che tristezza. Non poteva dire “Che”, prendeva forza e diceva Ernesto Guevara, così lo ha detto al popolo, al tuo popolo. Che tristezza tanto profonda, piangevo per il popolo, per Fidel, per te, perché non posso, oramai. Dopo, nella veglia funebre, questo grande popolo non sapeva quali gradi Fidel ti avrebbe attribuito. Te li ha dati: artista. Io pensavo che tutti i gradi erano poca cosa, troppo poco, e Fidel, come sempre, ha trovato quelli veri: tutto quello che hai creato è stato perfetto, ma hai fatto una creazione unica, ti sei creato tu stesso, hai dimostrato come quell'uomo nuovo è possibile, tutti abbiamo potuto vedere che quell'uomo nuovo è la realtà, perché esiste, sei tu. Cosa posso dirti di più, Che. Se sapessi, come te, dire le cose. Comunque, una volta mi hai scritto: “Vedo che ti sei trasformata in una letterata con dominio della sintesi, ma ti confesso che mi piaci di più come quel primo dell’anno, con tutti i fusibili sparati e tirando cannonate tutto intorno.
Questa immagine e quella della Sierra (perfino le nostre liti di quei giorni mi sembrano piacevoli nel ricordo) sono quelle che porterò di te per uso mio personale”. Per questo motivo non potrò mai scrivere niente su di te e conserverai sempre questo ricordo.
Hasta la victoria siempre, Che querido.
Haydée
*l’autrice è una delle eroine del Movimento 26 luglio, una delle due donne che attaccarono la caserma Moncada il 26 luglio 1953-traduzione di Ida Garberi
http://www.siporcuba.it/40che7.htm
Lotta di popoli: Ernesto Che Guevara. Un mito vive per sempre
Venerdi 19 Ottobre 2007 – 17:19 – Nando de Angelis
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L’immagine del “Che”, a quarant’anni dalla sua morte, è ancora ben viva e non solo negli occhi di chi con lui ha condiviso sogni e battaglie, ma nell’immaginario collettivo di intere generazioni che si sono identificate nei suoi ideali rivoluzionari. Il “guerrigliero eroico”, immortalato nella famosa foto di Alberto Diaz “Korda”, intransigente ed estremista prima con se stesso e poi con gli altri, è diventato un mito adorato in tutto il mondo. Il suo fascino ha destato la gioventù della sonnolenta Europa spingendola sulle barricate del maggio ’68. La sua figura si è trasformata in un mito che, al di là delle ideologie, rappresenta l’inquietudine, il coraggio e la romantica sfortunata disperazione di chi, per rendere immortali i suoi principi, si trova ad affrontare una morte precoce e violenta. E’ l’eroe ideale incapace di compromessi, l’eterno ribelle, il sognatore poco incline alla mediazione in un mondo pieno di ingiustizie. L’emblema della lotta per la libertà e la dignità dei popoli oppressi. La sua figura, nel tempo, giganteggia ancora; era uno di noi, forse, il migliore di noi: un esempio di moralità, spirito di sacrificio, e disinteresse.
Quella foto ha rivestito e riveste tuttora un profondo significato ideologico ed è per noi inaccettabile la mercificazione che di essa si è fatta, trasformandola in un semplice gadget, in una icona da stampare sulle magliette. Una vergognosa mercificazione che ha assunto tutte le dimensioni da “marketing” di puro stampo capitalista. Dopo gli iniziali canti di vittoria, il nemico di sempre, l’imperialismo americano, ha cercato di omologarlo ai suoi standard, prendendo atto che si può eliminare fisicamente un uomo, ma un esempio, come quello del Che, niente e nessuno può eliminarlo. L’ormai defunto ed anziano padre, Ernesto Guevara Lynch, in tempi non sospetti si addolorava della speculazione sull’immagine del figlio, apposta su qualunque cosa. Ed altra stortura e incongruenza sono le bandiere con la sua effige sventolate dai cosiddetti “pacifisti”, dai sostenitori della “non violenza”. Il Che Guevara, “El Guerrillero Heroico”, avrebbe potuto essere tutto, fuori che un pacifista. Era sicuramente un uomo straordinario e capace di tanto amore, ma il suo profondo umanesimo l’aveva condotto a lottare e a dare la morte per affermare le sue profonde convinzioni. Per lui il terrorismo era una forma negativa che non produce in alcun modo gli effetti desiderati e che può incitare un popolo a reagire contro un movimento rivoluzionario, ma era altrettanto convinto che la lotta armata contro i padroni del mondo ed i loro burattini fosse l’unica strada percorribile per conseguire la vittoria, che la libertà non è quella di coloro che si mettono i ceppi, ma di quelli che impugnano le armi contro i ceppi della schiavitù. Il Che non era un avventuriero anarchico, come spesso è stato descritto dai suoi detrattori, ma l’incarnazione del rivoluzionario da imitare, un uomo che ha agito coerentemente con il proprio pensiero. Con la sua azione ed il suo sacrificio fu testimone di una nuova morale a cui chiunque aspiri a lottare per un mondo migliore, senza sfruttamento, né oppressione, né miseria capitalista e dove tutti gli esseri umani siamo realmente fratelli, dovrebbe fare riferimento.
Ma come la vita ed il pensiero del Che possono tornare utili a quanti nel XXI secolo lottano per “un altro mondo possibile”? Il mondo di oggi ha poco in comune coi tempi che gli toccò vivere, l’URSS ed il “campo socialista” sono spariti, il Vietnam, che tanto ammirò, è ora amico degli Stati Uniti, la Cuba socialista e rivoluzionaria, a cui dedicò gli anni migliori della sua breve vita, appena sopravvive strangolata da embarghi ed ostracismi, la “guerra di guerriglia” è fallita quasi del tutto dove è stata sperimentata. Si, tutto questo è vero, il quadro geopolitico è cambiato, ma non è mutata le causa che è alla base di tutte le ingiustizie del mondo in cui viviamo. Il problema continua ad essere lo stesso che, nel lontano 1967, il Che segnalò: “In definitiva, bisogna tenere in conto che l’imperialismo è un sistema mondiale, l’ultima tappa del capitalismo, e che bisogna batterlo in un gran confronto mondiale. La finalità strategica di questa lotta è la distruzione dell’imperialismo. Il nostro compito è quello di eliminarne le basi di sostentamento: i nostri paesi oppressi, derubati dei propri capitali, delle materie prime, da dove traggono manodopera a basso costo e dove importano nuovi capitali - strumenti di dominazione-, armamenti, guerre e merci di vario genere, a volte inutili, ridotti ad uno stato di dipendenza assoluta. L’elemento fondamentale di questa finalità strategica sarà, allora, la liberazione reale dei popoli oppressi; liberazione che avverrà, nella maggioranza dei casi, attraverso la lotta armata e che avrà, in America Latina, quasi inevitabilmente, la proprietà di trasformarsi in una rivoluzione socialista. La distruzione dell’imperialismo passa attraverso l’identificazione della sua testa gli Stati Uniti d’America”. Le sue parole, la sua analisi non solo sono di una lucidità sconcertante, ma, alla luce della globalizzazione neoliberale, appaiono ancor più attuali. Il saccheggio del mondo da parte dell’imperialismo è arrivato al parossismo, la polarizzazione della ricchezza nelle mani di pochi e della miseria crescente dell’umanità è sotto gli occhi di tutti. La guerra, come metodo predatorio, non è più quella del Vietnam, ma quella dell’Iraq, dell’Afghanistan, della minaccia di una guerra nucleare contro l’Iran, delle sofferenze indicibili del popolo palestinese.
L’imposizione degli stessi piani economici neoliberali, fotocopiati da Washington per l’intero globo, evidenziano come il governo nordamericano sia la testa di ponte dell’imperialismo globale e, quindi, il nemico da abbattere.
Oggi, come ieri, il problema centrale per la sopravvivenza del genere umano, è l’imperialismo. Come combatterlo? Il Che amava proporre ovunque l’esempio dell’eroico popolo vietnamita. “Creare due, tre, molti Vietnam, è la consegna!”. Oggi potremmo dire, creare due, tre, molti Iraq, o, perché no, due, tre, molti Venezuela o Bolivia… è la consegna.




TitoloI ragazzi del Che. Storia di una rivoluzione mancataAutoreIncisa di Camerana LudovicoPrezzo€ 20,00
Prezzi in altre valuteDati2007, 401 p., rilegatoEditoreCorbaccio (collana Collana storica)
Normalmente disponibile per la spedizione in 1 giorno lavorativo
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In sintesiConoscitore del mondo latinoamericano, dove si è svolta la sua carriera diplomatica, Ludovico Incisa di Camerana dedica il suo ultimo libro a Che Guevara: al politico, al combattente, all'eroe romantico e soprattutto al mito, che ha alimentato per decenni le aspirazioni rivoluzionarie di generazioni di studenti latinoamericani ed europei. Dalle sue origini sociali all'incontro con Fidel Castro, dall'epopea fortunata e fortunosa della rivoluzione cubana all'esperienza governativa, dal tentativo di esportare la guerriglia in Africa alla missione suicida in Bolivia, fino al tragico epilogo del suo assassinio. E con la morte si apre la seconda parte della storia: quella del successo della figura del Che e quella del fallimento della strada che aveva indicato alla giovane generazione della classe media latinoamericana: la mobilitazione delle masse e la formazione di un esercito rivoluzionario basato sulla guerriglia.

