La prima volta che seppi di Guevara fu nel '56, o nel
'52, non ricordo bene. A quell'epoca Guevara non era
ancora un'icona della sinistra (il Sessantotto era di
là da venire), tanto che il mio «incontro» con il
«Che» avvenne sulle pagine di «Gente», il settimanale
di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere
sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari.
Scartabellando nella mazzetta dei giornali che mio
padre, direttore del «Corriere Lombardo», portava ogni
giorno a casa, trovai questo servizio fotografico sul
rivoluzionario cubano. Mi ricordo in particolare
un'immagine di Guevara a torso nudo, sdraiato
mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La
mia fantasia di adolescente fu colpita dalla
straordinaria bellezza dell'uomo. Nelle didascalie si
raccontava di questo giovane medico argentino che,
con
altri ribelli, era sbarcato nella Cuba di Batista per
combattere per la libertà di un Paese non suo. Il
settimanale di Rusconi gli dimostrava una certa
simpatia. Lo interpretava come un eroe romantico, un
«cavaliere dell'ideale», in fondo innocuo. In quegli
anni il mondo non era ancora integrato, «globale»,
come oggi, e quello che avveniva nella lontana Cuba
poteva essere considerato con un certo distacco dai
conservatori di casa nostra. Il Sessantotto cambiò
radicalmente la prospettiva. Guevara, che nel
frattempo era andato a morire in Bolivia per un'altra
causa non sua, abbandonando dopo pochi anni i
comodi agi del potere appena conquistato (L'Avana era
caduta nelle mani dei «castristi» il 2 gennaio del
1959), divenne il simbolo stesso della Rivoluzione, più
di
Lenin, più di Mao, più di Stalin. Ernesto Guevara,
divenuto definitivamente «il Che», fu il mito della
generazione che aveva vent'anni nel Sessantotto,
almeno della sua componente libertaria. Perché
piaceva
tanto, perché piaceva più di tutti? Perché «il Che»,
con i suoi ideali, col suo agire totalmente
disinteressato, nobilitava e ! mascherava alcune
inconfessabili pulsioni della mia generazione: la
voglia di violenza, la voglia di guerra. La nostra
infatti era la prima generazione che non aveva fatto
la guerra e che non l'aveva nemmeno vissuta. Era la
prima generazione per la quale la guerra, a causa
della bomba atomica, era diventata tabù,
l'innominabile. Ma anche i giovani del Sessantotto,
come sempre i giovani, avevano voglia di menar le
mani. E rimpiangevano la guerra, anche se non
osavano
confessarlo nemmeno a se stessi. E «il Che»
legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia,
se non le armi almeno i bastoni, i cubetti di porfido,
le molotov (parlo per la generazione, non per me, io
abbandonai il Sessantotto dopo la sua prima fase
libertaria, che durò tre mesi, quando vidi che si era
presa l'abitudine di sprangare dieci contro uno chi la
pensava diversamente, una forma di slealtà
intollerabile che mi pareva non c'entrasse niente con
la Rivoluzione, tantomeno con Guevara). Se
«incontrava» nella sinistra extraparlamentare,
Ernesto «Che» Guevara piaceva molto meno a quella
ortodossa. I comunisti italiani gli rimproveravano una
certa vaghezza e fumisteria ideologica (mi ricordo in
proposito alcuni sprezzanti giudizi di Giorgio
Amendola) e, soprattutto, che avesse abbandonato il
potere. Al positivismo marxista la romantica rinuncia
di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di
debolezza di carattere. Se si ha il potere, si ha il
dovere di usarlo. Senza contare poi che Guevara, con
quel passare da una rivoluzione all'altra (prima di
Cuba ci aveva già provato nel 1953, giovanissimo, in
Guatemala), sembrava incarnare un po' troppo da
vicino
quella «Rivoluzione permanente» teorizzata da Leone
Trotzkij che allora era off limits per i comunisti
che, nonostante il rapporto Kruscev del 1956,
rimanevano profondamente, intimamente e
inguaribilmente stalinisti. Dopo il Sessantotto il
mito di Guevara conobbe una certa eclissi. I comunisti
continuavano a guardarlo, e non a torto dal loro
punto di vista, con diffidenza, gli ex contestatori,
invecchiati, inseritisi nell'un tempo odiato
«sistema», divenuti manager, imprenditori, direttori
di giornale, conduttori televisivi, passati spesso
alla destra, lo avevano relegato fra le debolezze di
gioventù, preferendo rimuovere quella loro
imbarazzante infatuazione. Verso la fine degli anni
Ottanta, in occasione del ventennale della morte,
Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte
della destra o, per essere più precisi, di quella che
allora si chiamava la «nuova destra» o «destra
radicale». Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in
superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra, in
realtà, con il suo ardore per l'azione, è un
dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar
Wilde delle armi, un dandy della Rivoluzione. È stato
l'ultima incarnazione del mito dell'eroe romantico.
Oggi, assorbita anche la «nuova destra» dal potere,
appecoronatasi definitivamente la sinistra ai dettami
del «nuovo ordine mondiale» americano, alle leggi del
mercato e della «libera intrapresa», Guevara resiste
come prodotto puramente consumistico (i gadget, le
magliette, i berretti, i tatuaggi), in virtù
dell'enorme capacità del sistema produttivo di
inglobare e far proprio anche ciò che gli è più
antitetico risputandolo fuori come business. Cosa che
sta agli antipodi dell'idealismo, un po' ingenuo, del
«Che». Di recente è stato coinvolto in una polemica
sgradevole fra gli scrittori latino-americani Vargas
Llosa e Sepulveda, per gli atti di spietatezza cui
anche Guevara fu costretto nella sua attività di
guerrigliero. La rivoluzione, come la guerra, si sa,
non è una festa da ballo. Chi rischia la vita sul
campo, lealmente, ha diritto a una certa durezza. «Le
idee in nome delle quali si versa il sangue, proprio e
altrui – dice Trotzkij – sono, proprio per questo
fatto, degli assoluti e non si può trattarle come
verità relative che possono essere disinvoltamente
confrontate con le altre». E lo stesso Trotzkij, uomo
di moralità integerrima, rivoluzionaria e personale,
dovette soffocare nel sangue la rivolta dei ma! rinai
di Kronstadt, anarchici che pur sentiva vicini. Non si
possono giudicare gli atti di guerra o di guerriglia
con l'ipocrita «buonismo» di chi sta seduto in
poltrona in tempo di pace (ipocrita perché poi basta
che le nostre vite vengano messe a rischio, anche solo
ipotetico, che si diventa ben più feroci di Guevara e
di Trotzkij, come si è visto dopo l'11 settembre).
Comunque sia, per noi che fummo anarchici e libertari
nella nostra giovinezza, e lo rimaniamo, «il Che» è un
mito che non rinneghiamo. Perché, fosse di sinistra o
di destra, o tutte e due le cose, o, più
probabilmente, nessuna, «il Che» resta un esempio,
pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal
cinismo, dalla realpolitik, dalla forza del denaro,
dalla perdita di ogni valore, giusto o sbagliato o
illusorio che sia, di un uomo che non solo ha
combattuto il Potere, ma lo ha intimamente e
sinceramente disprezzato al punto di aver la forza di
abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, un
sogno. Incarna, in mo do assoluto, la figura
commovente, perché eternamente perdente, del
Ribelle.
«Hasta la vista, comandante Che Guevara».