Dopo la sentenza di Firenze
Roma. Capita, anche se non dovrebbe, che la legge proponga e il giudice disponga.
Capita, per esempio, a proposito di divieto di diagnosi preimpianto sugli embrioni.
Divieto stabilito dalla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita votata a larga maggioranza trasversale in Parlamento, divieto ribadito dalle linee guida della legge stessa, divieto confermato da un referendum popolare, divieto rafforzato da una sentenza della Consulta della fine del 2006.
Divieto liberamente interpretato da due decisioni del giudice ordinario, una a Cagliari e l’altra, di pochi giorni fa, a Firenze.
Quest’ultima, in particolare, sembra arrivare proprio al momento giusto per orientare le nuove linee guida della legge, attese a giorni, che dovrebbero apportare aggiustamenti al regolamento attuativo, come la legge stessa prevede succeda ogni tre anni, in armonia con eventuali progressi tecnicoscientifici nel campo della fecondazione artificiale.
Stavolta dovrà davvero dimostrare grandi doti di acrobata, la ministra della Salute, Livia Turco, per conciliare l’inconciliabile.
“Il mio compito è applicare la legge”, ha dichiarato, ma ha detto pure che la sentenza del giudice fiorentino “va tenuta in conto”.
Quella sentenza, intanto, sembra non tener conto della legge 40.
Nella quale il divieto di diagnosi preimpianto è stabilito senza equivoci dall’articolo 13, che esclude “ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni”.
Per quell’articolo, la Consulta aveva già respinto l’eccezione di incostituzionalità sollevata a Cagliari, in nome del fatto che l’intero impianto della legge esclude la possibilità di selezionare gli embrioni “migliori” e stabilisce adeguata tutela per l’essere umano allo stato embrionale, che mai può essere considerato materiale da produrre e scartare senza limiti.
Nemmeno se è in gioco, come sostiene la sentenza di Firenze, la presunta “salute della donna” che sarebbe messa a rischio dalla prospettiva di mettere al mondo un figlio malato.
Si può abortire, dicono gli eugenisti democratici, e allora perché non scartare preventivamente gli embrioni “difettosi”?
Dimenticano, per l’ennesima volta, che la legge non permette l’aborto eugenetico, perché il nascituro è malato, ma solo per un provato e “serio pericolo”, già in atto, per la salute fisica o psichica della gestante.
Nel caso della diagnosi preimpianto la gestante non c’è.
C’è una coppia che vuole scegliere, assistita dalla tecnoscienza, chi tra i suoi figli allo stato embrionale ha diritto di vivere e chi no.
Le parole della Cassazione
Anche la Cassazione, con una sentenza del luglio 2004, aveva escluso che questo interesse fosse meritevole di tutela: “Non esiste un diritto al concepimento di un figlio sano… la procreazione assistita… deve essere solo intesa a favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti da sterilità e infertilità, non potendo essere strumentale alla selezione del figlio ‘perfetto’”.
E’ d’accordo il genetista Bruno Dallapiccola, presidente dell’associazione Scienza & Vita, il quale ha fatto parte della commissione di esperti incaricata di dare un parere al Consiglio superiore di sanità, in vista dell’aggiornamento delle linee guida della legge 40, “che è stata fatta per le coppie infertili, non per i portatori di malattie geniche. E le linee guida hanno il compito di accompagnare la legge, non di modificarla, come mi sembra si stia tentando di fare, in contrasto con un orientamento sul quale nella commissione c’è stata totale unanimità. L’unico perfezionamento da noi suggerito ha a che fare con la possibilità di consentire la fecondazione in vitro ai sieropositivi, ma con un’indagine sui gameti, non sugli embrioni”.
Il professor Francesco D’Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica, è alquanto stupito dal fatto che “si possa sostenere, come ho letto in più di un commento, che là dove non si sta cercando un bambino biondo con gli occhi azzurri, ma un bambino indenne da malattie, l’eugenetica non c’entra. Non raccontiamoci barzellette. Eugenetica significa precisamente controllare la ‘qualità’ delle generazioni future, e quindi mettere in discussione l’accettazione e lo statuto sociale dei portatori di handicap. Consentire che talassemici o portatori di altre malattie genetiche possano essere eliminati in vitro, e ridurre questa eliminazione a prassi riconosciuta e incoraggiata, significa dire che quei soggetti non hanno diritto a nascere”.
E dunque, continua D’Agostino,
“sopprimere gli embrioni portatori di malattie è pura eugenetica. Chi pensa sia legittimo, abbia almeno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Abbia il coraggio di dire che bisogna inserire nel nostro ordinamento qualcosa che mai era stato contemplato, e cioè la liceità delle pratiche di selezione eugenetica”.
Su www.ilfoglio.it del 27 12 07
saluti




Rispondi Citando
....citi:nessuno è libero di prendere decisioni spettanti un'altra vita.....