Riporto una bella analisi dell'ISTAT postata da are(a)zione sul forum Rif. Com.
Indagine ISTAT sull'astensionismo
Partecipazione politica e astensionismo secondo un approccio di genere
L’astensionismo in Italia: i due grandi periodi della storia della repubblica
L’astensionismo in Italia non ha mai conosciuto livelli elevati come in altri Paesi europei, ma
negli ultimi 30 anni ha manifestato una crescita continua. La quota di elettori che non si è
recata alle urne è aumentata costantemente a partire dalle elezioni politiche del 1976, quando
rappresentava il 6,6% dell’elettorato, fino alle ultime consultazioni del 2001, raggiungendo il
18,6% degli aventi diritto al voto. Se poi al dato di base – ossia la quota di cittadini che non si
sono recati alle urne – si aggiungono i dati relativi ai cosiddetti voti inespressi (le schede
bianche e le schede nulle), il fenomeno della crescita del “non voto” assume dimensioni
ancora maggiori arrivando a riguardare, nelle ultime consultazioni politiche, quasi un elettore
su quattro. Se, dunque, nei primi tre decenni del dopoguerra l’Italia ha registrato in ogni tipo di
elezione una partecipazione al voto estesa e indifferenziata, nei tre decenni successivi
l’affluenza di massa ha cominciato a vacillare, riducendosi elezione dopo elezione.
Considerando la successione dei risultati delle elezioni politiche, si individuano due grandi
periodi della storia della repubblica italiana. Le elezioni dal 1948 al 1976 sono caratterizzate
da livelli molto elevati di partecipazione elettorale, fatte salve leggerissime oscillazioni:
l’affluenza ai seggi non scende mai al di sotto del 92% dell’elettorato e anche la quota di voti
non validi si dimostra trascurabile. A partire dalle consultazioni del 1979, invece,
l’astensionismo inizia a lievitare, mentre cresce di quasi 4 punti percentuali rispetto alle
elezioni precedenti anche la quota di voti “inespressi”. Negli anni successivi prosegue il calo
dei votanti e anche la quota dei voti non validi, seppure con alcune fluttuazioni, tende a
crescere in maniera considerevole. L’astensionismo si trasforma così da fenomeno marginale,
legato alle sue componenti “fisiologiche”, a fenomeno politicamente rilevante, dettato da
motivazioni soggettive.
Il differente livello di astensionismo registrato negli anni va ricondotto, innanzitutto, al diverso
ruolo assunto dal sistema dei partiti nella nostra società. Tale sistema ha vissuto una
situazione di forte radicamento organizzativo nella realtà sociale del primo trentennio: il
rapporto tra cittadini e partiti era molto stretto e si evidenziava, nel momento delle elezioni,
non solo con un’alta partecipazione al voto, ma anche con l’espressione dell’adesione ad un
partito come affermazione di una appartenenza ad un gruppo sociale e ad un progetto politico
ben preciso. Questo sistema è entrato progressivamente in crisi: la dissoluzione delle strutture
organizzative dei partiti e il conseguente allentamento della mobilitazione a favore dei loro
elettori ha inferto un duro ridimensionamento alle percentuali di voto.
La partecipazione quasi plebiscitaria del dopoguerra va letta anche come una reazione
positiva da parte dei cittadini nell’utilizzo di un diritto di cittadinanza riacquisito dopo anni di
regime autoritario.
Relativamente al secondo periodo storico individuato, la crescita della non partecipazione al
voto, maturata sul finire degli anni settanta ed accentuatasi negli anni successivi, è andata
associandosi ad una maggiore mobilità dell’elettorato italiano. Il fenomeno è reso evidente
dalla crescita del numero delle liste, dall’emersione di istanze locali e particolaristiche che
intercettano “voti di protesta” e dalla crisi del bipolarismo, ovverosia della tendenza degli
elettori a concentrare le loro preferenze nei partiti cardine dello schieramento politico. Basti
pensare che nel 1976 il 73,1% dei voti era assorbito dai primi due partiti, Dc e Pci, e che nel
1996 e nel 2001 la percentuale di consensi verso le due maggiori formazioni in competizione
– Democratici di sinistra e Forza Italia – è scesa al 46%.
Le componenti dell’astensionismo
In sintesi le componenti dell’astensionismo possono essere ridotte a quattro:
1) astensionismo fisiologico-demografico, inevitabilmente presente in tutte le consultazioni
elettorali, che si è andato incrementando negli ultimi decenni alla luce del progressivo
invecchiamento della popolazione;
2) astensionismo tecnico-elettorale, dettato dai cambiamenti nelle modalità di voto e dalle
resistenze all’adattamento da parte degli elettori, specie di quelli più anziani;
3) astensionismo apatico, connesso alla crisi delle organizzazioni di massa e sviluppatosi
sul finire degli anni settanta, frutto cioè del finire dell’effetto della mobilitazione dei partiti
per l’andare a votare;
4) astensionismo di sfiducia-protesta, che ha coinciso con l’ultimo periodo della storia
elettorale del nostro Paese, contribuendo al superamento della cosiddetta Prima
Repubblica.
Tralasciando le prime due componenti dell’astensionismo, che possiamo definire “neutre”,
osserviamo più da vicino le motivazioni sottese dalle due componenti più prettamente
politiche del non voto. La prima è legata all’offerta dei partiti e riconduce il calo della
partecipazione elettorale all’allentamento della mobilitazione partitica di cui si è detto in
precedenza. La seconda, invece, assume a riferimento la domanda ed individua nella figura
dell’elettore il vero protagonista della scelta di voto. In questa ottica, l’astensione è un’azione
consapevole che si carica di connotati politici ed è finalizzata a trasmettere un messaggio
preciso al sistema. La “protesta” può riflettere sia la caduta di senso e di efficacia dello
strumento di voto, vieppiù assoggettato agli usi e alle strumentalizzazioni da parte delle forze
politiche, sia la disaffezione all’offerta partitica, considerata inadeguata e distante dalle vere
istanze della società civile. Va da sé che la evidente multi-dimensionalità del fenomeno
astensionista male si presta ad essere ricondotta ad uno solo degli schemi interpretativi
appena ricordati.
Le motivazioni del non voto dello “zoccolo duro” degli astenuti
L’indagine Multiscopo dell’Istat ha incluso nel 2005 una nuova batteria di quesiti,
espressamente dedicati a rilevare il fenomeno dell’astensionismo e a documentarne le
motivazioni. Pur tenendo presente le difficoltà in cui abitualmente incorrono questo tipo di
rilevazioni, dovute alla reticenza degli intervistati a “confessare” un comportamento
considerato per lungo tempo riprovevole sul piano sociale, gli esiti dell’indagine possono
fornire un contributo alla comprensione del profilo dell’astensionismo, nonché per individuare
le ragioni del non voto.
La rilevazione ha fatto emergere una quota sottodimensionata, per quanto consistente,
dell’universo dei mancati elettori. Solo il 7,3%, infatti, dichiara di non essere andato a votare
alle ultime consultazioni elettorali (meno della metà di coloro che si sono astenuti), mentre un
altro 7,5% non risponde o dice di non ricordare (e potrebbe con alta probabilità non essere
andato a votare). Si tratta dunque di 3 milioni 222 mila persone che non hanno problemi a
dichiarare di non aver votato, il cosiddetto “zoccolo duro” dell’astensionismo. Di questi, il
60,5% sono donne: la connotazione prevalentemente femminile del non voto viene quindi
rispecchiata, se si considera che il 6% degli uomini si dichiara astensionista contro l’8,5%
delle donne.
I non votanti prevalgono nelle classi più anziane e in quelle giovanili. La concentrazione delle
astensioni nelle classi estreme rispecchia la tradizionale configurazione a “J” assunta dalla
curva dell’astensionismo. I picchi del non voto coinvolgono, rispettivamente, i più giovani e, in
misura decisamente maggiore, i più anziani, mentre le classi di età intermedie – tra i 45 e i 59
anni nel 2005 – detengono il primato della partecipazione elettorale riducendo il numero dei
non votanti al 4,7%. Il profilo per genere si differenzia soprattutto nelle età anziane, quando le
donne propendono più frequentemente degli uomini a non recarsi alle urne. Sopra i 75 anni, in
particolare, la distanza aumenta in maniera considerevole e le donne che non votano sono più
del doppio degli uomini (24% contro 11,2%). È interessante notare che l’andamento per età di
coloro che dichiarano “non ricordo” o che non rispondono è molto simile a quello degli
astensionisti, a conferma dell’alta probabilità di appartenere alla categoria degli astensionisti.
Passando in rassegna le motivazioni addotte dagli intervistati che hanno dichiarato di non
essersi recati alle urne, è possibile rintracciare sia le ragioni tipiche dell’astensionismo
fisiologico, legate a problemi di salute o a difficoltà contingenti (50,4%), sia le ragioni più
prettamente politiche, espressioni di disaffezione o di protesta nei riguardi del sistema dei
partiti (40,9%). Completano il quadro, oltre ai tradizionali “altri motivi” (9,2%), due ragioni
meno facilmente classificabili: “non c’era un candidato o una lista di mio gradimento” (8,8%) e
“ho preferito fare altre cose” (8,5%), che sono state raggruppate nell’area definita
dell’astensionismo mobile1. Ovviamente queste motivazioni vanno considerate come le
motivazioni dello “zoccolo duro” degli astensionisti, quello che ha avuto il coraggio di
dichiararsi. Non necessariamente possono essere considerate rappresentative dell’intero
segmento degli astensionisti.