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  1. #121
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    dopo varie ricerche, non risultano essere stati eletti né nl 2001 né nel 2006 operai all'intenro delle fila del PRC, che si vuola partito degli operai e dei lavoratori...però, in compenso, ci sono Valdimir Luxuria ed il "domatore di leoni" Togni...

    Scelte di campo...
    Riassumo dal bollettino settimanale del circolo vacanzieri del PRC di Porto Cervo, le ragioni che hanno spinto Bertuccia a chiamare la sua nuova formazione: PARTITO ARCOBALENO..
    In effetti Bertuccia, affascinato dal geniale slogan del "amerrecano" Vetroni (WE CAN!) aveva deciso di anglicizzzare il nome del neo-partiticchio.
    Orbene, per saggiare la risposta operaia, convoca nella villa "Il Migliardaire" di Sora Assunta Almirante a Porto Cervo, i 4 delegati dei 7 metalmeccanici ancora iscritti a PRC.
    Ivi, affiancato dalla padrona di casa , e da equivoci personaggi come Vendola, Luxuria, Helena Velena e il new entry, Jacula la Vampira, propone nome + slogan trainante del partito:
    "JOIN THE RAINBOW PARTY!"
    I 4 delegati operai, essendogli ben note le entrature di Bertuccia nel mondo festaiolo e orgiastico (da cui il nickname: Bertynights), gli rispondono:
    "Corcatz! NO MARINI , NO PARTY!" (Ovviamente si riferivano a Valeria).
    A Bertuccia non gli parve vero di potersi aggregare il centro democristo.
    Il giorno dopo si presentò main dans la main con Franco Marini.
    "Contenti, compagni?"
    Si prese 40 sputazzate e perse i suoi ultimi 7 metalmeccanici.
    Per cui, per evitare un altro "equivoco" (oltre ai succitati Luxuria, Helena etc) decise di italianizzare il nome del partito.

  2. #122
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    Citazione Originariamente Scritto da lutulentus Visualizza Messaggio
    sa al 3,9% e megainciucio pdl + pd: le condizioni poilitiche ideali per progettare qualcosa che rappresenti una vera rottura. e poi il godimento infinito di vedere gli arcobalenisti deprivati dell'agognato seggio, tanti forchettoni rimasti a spasso, magari destinati a prendere insulti e ortaggi ad opera di compagni finalmente esausti! sto esagerando?

    Proseguo la disamina onirica: PD e PdL fanno passare in Parlamento una legge maggioritaria, uninominale secca alle prossime elezioni, con premio di maggioranza stile acerbo.
    Da quel momento in poi, nessun partito diverso da PD e PdL potrà più entrare in Parlamento. Ergo, io, te e tutti quanti noi compagni ce la prenderemo in quel posto per il resto dei nostri giorni.
    Però poi potremmo scendere in piazza a gridare "NO NO NO, Veltroni ladrone, Berlusconi ladro", etc. etc.

    Così tutti saremo contenti, ma non conteremo mai più una fava in parlamento.

    Oh, io voglio governare per Diana, voglio che il PCI governi, altrimenti mi sceglievo un altro hobby nella vita che la politica, tipo il bricolage.

  3. #123
    are(a)zione
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    Se mi permettete, vorrei proporvi questa mia riflessione: secondo il mio banale punto di vista, sia noi parlamentaristi, che voi extra-parlamentaristi stiamo commettendo un grosso, grossissimo errore, che pagheremo a caro prezzo a breve, se non ci daremo un pizzicotto sulle guanciotte.

    Noi parlamentaristi (ormai mi definisco così, almeno in rapporto a voi, credo sia lampante, e non scontenti nessuno) stiamo diventando molli, fiacchi, senza spinta propulsiva, senza uno chiaro spirito antagonista al capitalismo europeo/americano. Non siamo più marxisti in una parola.
    Voi state diventando troppo settari, troppo atomizzati, troppo chiusi a riccio sulle vostre idee/scelte. Non siete più un movimento di massa, in una parola.

    Io ritengo che questi due atteggiamenti siano esattamente ciò che i capitalisti vogliono: ambiscono a vedere le parti più critiche della società divise, separate, terribilmente conflittuali tra loro, non organizzate, non cooperanti.
    Io me li vedo già a ridere come dei pagliacci alle nostre spalle, mentre ci leggono, ci osservano, si sfregano le mani e dicono "guardateli lì i polli, sempre i soliti dilettanti della strategia politica".

    Io non voglio che nessuno perda la propria dignità intellettuale o politica, ma auspico che un giorno ci si riunisca ad un tavolo e si tenti di proporre un piano comune, ognuno entro i propri confini, ma con un obiettivo comune, finalizzato, focalizzato, ben strutturato.

    Se non si farà questo, non vedo come nè noi, nè voi potremmo dire la nostra ad una platea più ampia dei soliti nostri circoli, sezioni, centri.

    Ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni

  4. #124
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    Citazione Originariamente Scritto da are(a)zione Visualizza Messaggio
    Proseguo la disamina onirica: PD e PdL fanno passare in Parlamento una legge maggioritaria, uninominale secca alle prossime elezioni, con premio di maggioranza stile acerbo.
    Da quel momento in poi, nessun partito diverso da PD e PdL potrà più entrare in Parlamento. Ergo, io, te e tutti quanti noi compagni ce la prenderemo in quel posto per il resto dei nostri giorni.
    Però poi potremmo scendere in piazza a gridare "NO NO NO, Veltroni ladrone, Berlusconi ladro", etc. etc.

    Così tutti saremo contenti, ma non conteremo mai più una fava in parlamento.

    Oh, io voglio governare per Diana, voglio che il PCI governi, altrimenti mi sceglievo un altro hobby nella vita che la politica, tipo il bricolage.
    Il PCI!!!! ...buongiorno, compagno!

    A parte la battuta, vogliamo tutti arrivare a governare, solo che bisogna vedere con chi ci vogliamo andare e cosa vogliamo fare. Non è cosa da poco. Non siamo astensionisti ideologici. Se riusciremo a lavorare bene, prima o poi alle elezioni ci si andrà.

  5. #125
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    Citazione Originariamente Scritto da are(a)zione Visualizza Messaggio
    Se mi permettete, vorrei proporvi questa mia riflessione: secondo il mio banale punto di vista, sia noi parlamentaristi, che voi extra-parlamentaristi stiamo commettendo un grosso, grossissimo errore, che pagheremo a caro prezzo a breve, se non ci daremo un pizzicotto sulle guanciotte.

    Noi parlamentaristi (ormai mi definisco così, almeno in rapporto a voi, credo sia lampante, e non scontenti nessuno) stiamo diventando molli, fiacchi, senza spinta propulsiva, senza uno chiaro spirito antagonista al capitalismo europeo/americano. Non siamo più marxisti in una parola.
    Voi state diventando troppo settari, troppo atomizzati, troppo chiusi a riccio sulle vostre idee/scelte. Non siete più un movimento di massa, in una parola.

    Io ritengo che questi due atteggiamenti siano esattamente ciò che i capitalisti vogliono: ambiscono a vedere le parti più critiche della società divise, separate, terribilmente conflittuali tra loro, non organizzate, non cooperanti.
    Io me li vedo già a ridere come dei pagliacci alle nostre spalle, mentre ci leggono, ci osservano, si sfregano le mani e dicono "guardateli lì i polli, sempre i soliti dilettanti della strategia politica".

    Io non voglio che nessuno perda la propria dignità intellettuale o politica, ma auspico che un giorno ci si riunisca ad un tavolo e si tenti di proporre un piano comune, ognuno entro i propri confini, ma con un obiettivo comune, finalizzato, focalizzato, ben strutturato.

    Se non si farà questo, non vedo come nè noi, nè voi potremmo dire la nostra ad una platea più ampia dei soliti nostri circoli, sezioni, centri.

    Ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni
    Hai due pregiudizi. Il primo riguarda la nostra radice extra-parlamentare. Non siamo extraparlamentari per scelta. Non pensare che io non voglia stare lì dentro. Io non voglio andarci con proposte come quelle che vengono fatte dagli altri, non voglio andarci con i Forchettoni Rossi.
    Il secondo riguarda il fatto che noi "settari". Mej cojoni, come si dice a Roma! Trovami un altro gruppo intellettuale e politico che accoglie tutti i punti di vista e dialoga con tutti come noi! Ci vuole coraggio a scrivere quello che hai scritto tu e mi meraviglia...
    Viva la cooperazione!

  6. #126
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    Citazione Originariamente Scritto da lafargue Visualizza Messaggio
    Riassumo dal bollettino settimanale del circolo vacanzieri del PRC di Porto Cervo, le ragioni che hanno spinto Bertuccia a chiamare la sua nuova formazione: PARTITO ARCOBALENO..
    In effetti Bertuccia, affascinato dal geniale slogan del "amerrecano" Vetroni (WE CAN!) aveva deciso di anglicizzzare il nome del neo-partiticchio.
    Orbene, per saggiare la risposta operaia, convoca nella villa "Il Migliardaire" di Sora Assunta Almirante a Porto Cervo, i 4 delegati dei 7 metalmeccanici ancora iscritti a PRC.
    Ivi, affiancato dalla padrona di casa , e da equivoci personaggi come Vendola, Luxuria, Helena Velena e il new entry, Jacula la Vampira, propone nome + slogan trainante del partito:
    "JOIN THE RAINBOW PARTY!"
    I 4 delegati operai, essendogli ben note le entrature di Bertuccia nel mondo festaiolo e orgiastico (da cui il nickname: Bertynights), gli rispondono:
    "Corcatz! NO MARINI , NO PARTY!" (Ovviamente si riferivano a Valeria).
    A Bertuccia non gli parve vero di potersi aggregare il centro democristo.
    Il giorno dopo si presentò main dans la main con Franco Marini.
    "Contenti, compagni?"
    Si prese 40 sputazzate e perse i suoi ultimi 7 metalmeccanici.
    Per cui, per evitare un altro "equivoco" (oltre ai succitati Luxuria, Helena etc) decise di italianizzare il nome del partito.
    Sospeso nuovamente per altri 30 giorni su POL Internazionale...sei durato un giorno, stavolta...che media!

  7. #127
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    Riporto una bella analisi dell'ISTAT postata da are(a)zione sul forum Rif. Com.

    Indagine ISTAT sull'astensionismo

    Partecipazione politica e astensionismo secondo un approccio di genere



    L’astensionismo in Italia: i due grandi periodi della storia della repubblica
    L’astensionismo in Italia non ha mai conosciuto livelli elevati come in altri Paesi europei, ma
    negli ultimi 30 anni ha manifestato una crescita continua. La quota di elettori che non si è
    recata alle urne è aumentata costantemente a partire dalle elezioni politiche del 1976, quando
    rappresentava il 6,6% dell’elettorato, fino alle ultime consultazioni del 2001, raggiungendo il
    18,6% degli aventi diritto al voto. Se poi al dato di base – ossia la quota di cittadini che non si
    sono recati alle urne – si aggiungono i dati relativi ai cosiddetti voti inespressi (le schede
    bianche e le schede nulle), il fenomeno della crescita del “non voto” assume dimensioni
    ancora maggiori arrivando a riguardare, nelle ultime consultazioni politiche, quasi un elettore
    su quattro. Se, dunque, nei primi tre decenni del dopoguerra l’Italia ha registrato in ogni tipo di
    elezione una partecipazione al voto estesa e indifferenziata, nei tre decenni successivi
    l’affluenza di massa ha cominciato a vacillare, riducendosi elezione dopo elezione.
    Considerando la successione dei risultati delle elezioni politiche, si individuano due grandi
    periodi della storia della repubblica italiana. Le elezioni dal 1948 al 1976 sono caratterizzate
    da livelli molto elevati di partecipazione elettorale, fatte salve leggerissime oscillazioni:
    l’affluenza ai seggi non scende mai al di sotto del 92% dell’elettorato e anche la quota di voti
    non validi si dimostra trascurabile. A partire dalle consultazioni del 1979, invece,
    l’astensionismo inizia a lievitare, mentre cresce di quasi 4 punti percentuali rispetto alle
    elezioni precedenti anche la quota di voti “inespressi”. Negli anni successivi prosegue il calo
    dei votanti e anche la quota dei voti non validi, seppure con alcune fluttuazioni, tende a
    crescere in maniera considerevole. L’astensionismo si trasforma così da fenomeno marginale,
    legato alle sue componenti “fisiologiche”, a fenomeno politicamente rilevante, dettato da
    motivazioni soggettive.
    Il differente livello di astensionismo registrato negli anni va ricondotto, innanzitutto, al diverso
    ruolo assunto dal sistema dei partiti nella nostra società. Tale sistema ha vissuto una
    situazione di forte radicamento organizzativo nella realtà sociale del primo trentennio: il
    rapporto tra cittadini e partiti era molto stretto e si evidenziava, nel momento delle elezioni,
    non solo con un’alta partecipazione al voto, ma anche con l’espressione dell’adesione ad un
    partito come affermazione di una appartenenza ad un gruppo sociale e ad un progetto politico
    ben preciso. Questo sistema è entrato progressivamente in crisi: la dissoluzione delle strutture
    organizzative dei partiti e il conseguente allentamento della mobilitazione a favore dei loro
    elettori ha inferto un duro ridimensionamento alle percentuali di voto.
    La partecipazione quasi plebiscitaria del dopoguerra va letta anche come una reazione
    positiva da parte dei cittadini nell’utilizzo di un diritto di cittadinanza riacquisito dopo anni di
    regime autoritario.
    Relativamente al secondo periodo storico individuato, la crescita della non partecipazione al
    voto, maturata sul finire degli anni settanta ed accentuatasi negli anni successivi, è andata
    associandosi ad una maggiore mobilità dell’elettorato italiano. Il fenomeno è reso evidente
    dalla crescita del numero delle liste, dall’emersione di istanze locali e particolaristiche che
    intercettano “voti di protesta” e dalla crisi del bipolarismo, ovverosia della tendenza degli
    elettori a concentrare le loro preferenze nei partiti cardine dello schieramento politico. Basti
    pensare che nel 1976 il 73,1% dei voti era assorbito dai primi due partiti, Dc e Pci, e che nel
    1996 e nel 2001 la percentuale di consensi verso le due maggiori formazioni in competizione
    – Democratici di sinistra e Forza Italia – è scesa al 46%.

    Le componenti dell’astensionismo
    In sintesi le componenti dell’astensionismo possono essere ridotte a quattro:
    1) astensionismo fisiologico-demografico, inevitabilmente presente in tutte le consultazioni
    elettorali, che si è andato incrementando negli ultimi decenni alla luce del progressivo
    invecchiamento della popolazione;
    2) astensionismo tecnico-elettorale, dettato dai cambiamenti nelle modalità di voto e dalle
    resistenze all’adattamento da parte degli elettori, specie di quelli più anziani;
    3) astensionismo apatico, connesso alla crisi delle organizzazioni di massa e sviluppatosi
    sul finire degli anni settanta, frutto cioè del finire dell’effetto della mobilitazione dei partiti
    per l’andare a votare;
    4) astensionismo di sfiducia-protesta, che ha coinciso con l’ultimo periodo della storia
    elettorale del nostro Paese, contribuendo al superamento della cosiddetta Prima
    Repubblica.
    Tralasciando le prime due componenti dell’astensionismo, che possiamo definire “neutre”,
    osserviamo più da vicino le motivazioni sottese dalle due componenti più prettamente
    politiche del non voto. La prima è legata all’offerta dei partiti e riconduce il calo della
    partecipazione elettorale all’allentamento della mobilitazione partitica di cui si è detto in
    precedenza. La seconda, invece, assume a riferimento la domanda ed individua nella figura
    dell’elettore il vero protagonista della scelta di voto. In questa ottica, l’astensione è un’azione
    consapevole che si carica di connotati politici ed è finalizzata a trasmettere un messaggio
    preciso al sistema. La “protesta” può riflettere sia la caduta di senso e di efficacia dello
    strumento di voto, vieppiù assoggettato agli usi e alle strumentalizzazioni da parte delle forze
    politiche, sia la disaffezione all’offerta partitica, considerata inadeguata e distante dalle vere
    istanze della società civile. Va da sé che la evidente multi-dimensionalità del fenomeno
    astensionista male si presta ad essere ricondotta ad uno solo degli schemi interpretativi
    appena ricordati.


    Le motivazioni del non voto dello “zoccolo duro” degli astenuti

    L’indagine Multiscopo dell’Istat ha incluso nel 2005 una nuova batteria di quesiti,
    espressamente dedicati a rilevare il fenomeno dell’astensionismo e a documentarne le
    motivazioni. Pur tenendo presente le difficoltà in cui abitualmente incorrono questo tipo di
    rilevazioni, dovute alla reticenza degli intervistati a “confessare” un comportamento
    considerato per lungo tempo riprovevole sul piano sociale, gli esiti dell’indagine possono
    fornire un contributo alla comprensione del profilo dell’astensionismo, nonché per individuare
    le ragioni del non voto.
    La rilevazione ha fatto emergere una quota sottodimensionata, per quanto consistente,
    dell’universo dei mancati elettori. Solo il 7,3%, infatti, dichiara di non essere andato a votare
    alle ultime consultazioni elettorali (meno della metà di coloro che si sono astenuti), mentre un
    altro 7,5% non risponde o dice di non ricordare (e potrebbe con alta probabilità non essere
    andato a votare). Si tratta dunque di 3 milioni 222 mila persone che non hanno problemi a
    dichiarare di non aver votato, il cosiddetto “zoccolo duro” dell’astensionismo. Di questi, il
    60,5% sono donne: la connotazione prevalentemente femminile del non voto viene quindi
    rispecchiata, se si considera che il 6% degli uomini si dichiara astensionista contro l’8,5%
    delle donne.
    I non votanti prevalgono nelle classi più anziane e in quelle giovanili. La concentrazione delle
    astensioni nelle classi estreme rispecchia la tradizionale configurazione a “J” assunta dalla
    curva dell’astensionismo. I picchi del non voto coinvolgono, rispettivamente, i più giovani e, in
    misura decisamente maggiore, i più anziani, mentre le classi di età intermedie – tra i 45 e i 59
    anni nel 2005 – detengono il primato della partecipazione elettorale riducendo il numero dei
    non votanti al 4,7%. Il profilo per genere si differenzia soprattutto nelle età anziane, quando le
    donne propendono più frequentemente degli uomini a non recarsi alle urne. Sopra i 75 anni, in
    particolare, la distanza aumenta in maniera considerevole e le donne che non votano sono più
    del doppio degli uomini (24% contro 11,2%). È interessante notare che l’andamento per età di
    coloro che dichiarano “non ricordo” o che non rispondono è molto simile a quello degli
    astensionisti, a conferma dell’alta probabilità di appartenere alla categoria degli astensionisti.
    Passando in rassegna le motivazioni addotte dagli intervistati che hanno dichiarato di non
    essersi recati alle urne, è possibile rintracciare sia le ragioni tipiche dell’astensionismo
    fisiologico, legate a problemi di salute o a difficoltà contingenti (50,4%), sia le ragioni più
    prettamente politiche, espressioni di disaffezione o di protesta nei riguardi del sistema dei
    partiti (40,9%). Completano il quadro, oltre ai tradizionali “altri motivi” (9,2%), due ragioni
    meno facilmente classificabili: “non c’era un candidato o una lista di mio gradimento” (8,8%) e
    “ho preferito fare altre cose” (8,5%), che sono state raggruppate nell’area definita
    dell’astensionismo mobile1. Ovviamente queste motivazioni vanno considerate come le
    motivazioni dello “zoccolo duro” degli astensionisti, quello che ha avuto il coraggio di
    dichiararsi. Non necessariamente possono essere considerate rappresentative dell’intero
    segmento degli astensionisti.

  8. #128
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    La fine delle schede elettorali...

    C'è anche l'ipotesi falò

  9. #129
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    Missioni estero: Pdl verso sì, Sinistra Arcobaleno divisa

    Fonte: repubblica.it

    Le divisioni nel centrosinistra sulla politica estera sono state il peggior incubo del governo Prodi, adesso rischiano di diventarlo per il candidato premier della ‘Sinistra-Arcobaleno’ Fausto Bertinotti.
    E il nodo è sempre lo stesso: il rifinanziamento delle missioni all’estero, Afghanistan in primis. La Sinistra-Arcobaleno, infatti, che in commissione a Montecitorio ha votato compatta contro, secondo quanto si apprende, potrebbe dividersi tra no, astensioni o non voto, quando dovrà pronunciarsi in aula. Domani il dl sulle missioni internazionali sarà votato nell’aula di Montecitorio. E, caduto il governo Prodi, si vanno delineando posizioni completamente diverse nei gruppi rispetto a sei mesi fa quando, ad esempio, Fi e An decisero di astenersi e la sinistra, quasi turandosi il naso, votò a favore ma solo per senso di responsabilità e per non far cadere il governo.
    Adesso le carte in tavola sono cambiate. Non c’è più un governo Prodi da far cadere e il centrodestra si ritrova unito a favore delle missioni internazionali: in Commissioni Esteri e Difesa della Camera, infatti, il 12 febbraio scorso, Fi, An (ora insieme nel Pdl), Lega e Udc hanno detto sì al rifinanziamento delle missioni. Domani in aula, a quanto si apprende, dovrebbero confermare tale orientamento. Anche se, dopo le ultime evoluzioni politiche, i centristi di Pier Ferdinando Casini hanno sancito il loro ‘divorzio’ dalla coalizione guidata da Silvio Berlusconi. Favorevole naturalmente in Commissione il voto del Pd.
    Così come quello dell’Udeur che, nonostante il cambiamento di scenario politico causato proprio da Clemente Mastella, conferma l’appoggio alle missioni. Si presenta divisa, invece, la Sinistra-Arcobaleno: compatta nel voto contrario in commissione, domani in aula potrebbe presentarsi con sfumature diverse. I più netti nel ribadire il loro No sono Prc e Pdci, che non cambieranno idea. I Verdi, invece, e soprattutto Sinistra democratica si riuniranno questa sera per discuterne e valutare se confermare questa posizione. In particolare, da Sd si fa notare che pur escludendo del tutto un voto favorevole, il No potrebbe trasformarsi in un’astensione o forse nella non partecipazione al voto. Sarà deciso entro stanotte perché domani l’aula di Montecitorio, dopo la discussione generale di stasera, dovrà votare il decreto.


    Non sono ancora convinti...devono pensarci bene...eh...questi camaleonti votano le missioni di guerra al Parlamento e poi ci pensano su quando devono fare l'opposizione...strana gente...

  10. #130
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    Citazione Originariamente Scritto da My War Visualizza Messaggio
    C'è anche l'ipotesi falò
    ...per il ciclo "alle volte ritornano"...

    Comunque mica male l'ipotesi!

 

 
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