
Originariamente Scritto da
Neva
Ogni primo Maggio il mio cuore e la mia mente sono rivolti a Portella delle Ginestre, dove nel 1947 avvenne una strage di contadini siciliani.
Un secolo di storia
Accuso i politici
di oggi e di ieri:
Crispi e compagni,
predicatori della monarchia,
beccamorti e falegnami
che inchiodarono la Sicilia viva alla croce.
Accuso i Savoia,
i primi e l’ultimo
re e imperatore,
fascista e italiano,
incoronato di medaglie
strappate con il sangue
dal cuore delle madri.
Un secolo di guerre,
un secolo di stragi:
ci sono ossa di siciliani
sotterrate nei deserti,
nella neve,
nel fango dei fiumi:
c’è sangue di zolfatari,
di zappatori,
di madri scheletri
e bambini uccisi
nelle piazze della Sicilia.
Non hanno voce e gridano
gli ammazzati del ’93
con le pietre nelle tasche
e la fame nelle pance vuote.
Non hanno voce e gridano
con il collo sotto i piedi dei baroni,
con le ossa storcigliate dal lavoro;
con la lingua di cani
e il fiato ai denti.
Tre giorni di macello
di mortòri e beccamorti
di lamenti e pianto
nelle case dei poveri.
Ci fu carne a buon prezzo
sulle tavole dei baroni ;
a buon prezzo
per i sovrani di Roma;
a buon prezzo per Crispi,
macellaio di Corte;
e Lavriano
generale e sicario
pagato a giornata.
Li abbiamo qui
ancora qui
con le stesse facce
e il cuore di selvaggi
gli scanna-popolo;
gli lecchiamo i piedi,
gli diamo il voto,
le unghie per scorticarci,
la corda per impiccarci;
la mazza e l’incudine
per romperci le ossa.
L’abbiamo qui
ancora qui la mafia,
seduta sui banchi degli imputati
a dettare legge;
a scrivere sentenze di morte
con le mani che sanguinano.
Li abbiamo qui
i compari della mafia
con le mani pulite,
i fabbri di chiavi false,
gli spoglia altari con la croce sul petto;
dove posano i piedi secca l’erba,
secca l’acqua
spuntano spine e lacrime per la Sicilia.
Li abbiamo qui
gli affamati del potere;
gli affamati di carne cruda,
che credono la Sicilia
un porco scannato
e le spolpano le ossa.
Se sei siciliano
alza il braccio,
apri la mano:
cinque bandiere rosse,
cinque!
Accendi la polveriera del cuore!
Se sei siciliano
fatti la voce cannone,
il petto carro armato,
le gambe cavalli di mare:
annega i nemici della Sicilia!
Li abbiamo qui e cantano
gli usignoli ammaestrati
che aggiungono lagrime d’inchiostro
alle lagrime della Sicilia,
e stornellano il miserere
a gloria dei padroni.
Cantano odi al sole
al cielo
al mare
alla zagara,
e portano la Sicilia sul trono
col velo nero
di mal maritata.
Il forno avvampa
e buttano cenere a palate,
incapaci d’impastare
i cuori dei siciliani
e farne uno a tre punte
tredici volte più grande della Sicilia.
La Sicilia non ha più nome
né casa e paese;
ha i figli sparsi per il mondo
sputati come cani,
venduti all’asta:
soldati disarmati
che combattono con le braccia.
Con le braccia
i rami verdi della Sicilia
rimescolano la terra,
rompono le zolle,
seminano
e fanno orti e giardini.
Con le braccia,
fabbricano palazzi,
costruiscono scuole,
ponti,
officine
e aeroporti.
Con le braccia,
le api da miele della Sicilia
aprono strade,
perforano montagne,
svuotano la pancia della terra.
Con le braccia,
i soldati senza patria,
gli stracciati,
le carni senza lardo
vestono d’oro i porci di fuori.
Li chiamano terroni,
zingari,
piedi fetenti;
e hanno i figli e le madri
che contano i giorni
con gli occhi bagnati;
e questo cielo che bacio,
e questa terra che tocco
e mi canta nelle mani;
e secoli di civiltà
sotto i piedi.
La Sicilia non ha più nome;
ma milioni di sordi e di muti
sprofondati in un pozzo
che io chiamo e non sentono,
e se allungo le braccia
mi mordono le mani.
Io gli calerei le corde delle vene,
le reti degli occhi
per tirarli dal pozzo;
perché qui sono nato
e parlo la lingua di mio padre;
e i pesci
gli uccelli
il vento,
pure il vento!
entra nelle orecchie
e ciarla in siciliano.
Qui sono nato,
e se mi bacio le mani
bacio le mani dei miei morti;
e se mi asciugo gli occhi
asciugo gli occhi dei miei morti.
Qui sono nato,
allattai nelle mammelle di questa terra,
le succhiai il sangue;
se mi tagliate le vene,
vi bruciate le mani!
Non è vero che amiamo la Sicilia
se abbiamo la storia nel pugno
e la soffochiamo;
non è vero
se accendiamo il fuoco
e lo spegniamo;
non è vero nemmeno
se stiamo un giorno liberi
e per cent’anni servi.
Non chiediamo perdono alla storia
ora che abbiamo dimenticato
i martiri di tutti i tempi
che misero il collo sotto la mannaia
senza piangere;
Di Blasi, uno!
Ora che abbiamo dimenticato
i torturati nelle galere,
i condannati a vita,
gl’impiccati,
e gli arrostiti vivi nelle piazze.
Pietre e fango
per chi sopporta la miseria,
pietre e fango
per chi batte le mani ai potenti,
pietre e fango
per chi non si mette il collo
nella forca della libertà:
lo dico ai siciliani
e mi scoppia il cuore!
E fu ieri,
(la data non conta)
io vidi piangere le madri
nel Piano di Portella,
e Saveria Megna
inginocchiata sull’erba
parlare con il figlio ammazzato.
Lei lo vedeva,
io no:
il pazzo ero io
se dopo vidi uscire dalle fosse
tutti i morti per la libertà della Sicilia:
vivi
a migliaia
a marosi,
e il fuoco negli occhi!
Dammi la mano
Cola Lombardo,
(io parlavo con lui!)
straccia la tua camicia, gli dissi,
fammi vedere il petto
bucato dalle pallottole italiane.
A Bronte, gli dissi,
nel Piano di San Vito,
dopo cent’anni chi passa
sente ancora la tua voce:
muoio per il popolo!
Raccontami la storia
Turiddu Carnevale,
(io parlavo con lui!)
figlio dell’inferno e del paradiso,
raccontami la storia!
In questo pugno c’è la morte,
ti dissero;
in questo pugno i denari,
ti dissero;
e tu:
la morte,
la morte!
e gli torcesti il pugno.
L’indomani
a Sciara
i compagni
lo portavano a spalla:
quattro,
sudati,
un passo dopo l’altro.
Di colpo
la cassa
diventò leggera,
gli scappava dalle mani:
il morto non c’era nella cassa,
camminava in prima fila
fra le bandiere rosse;
la testa,
toccava il cielo!
Chi cammina curvato
torce la schiena,
se è un popolo
torce la storia.
Ignazio Buttitta