«Signor ministro, chiarezza sul nucleare»
Interrogazione di Federico Palomba (Idv) su una centrale a sud di Oristano
di Piero Mannironi
ROMA. Che all’interno dei partiti del centrodestra stava maturando da tempo la decisione di riportare il Paese verso il nucleare non è certo un segreto. Poche settimane prima delle elezioni politiche, infatti, l’allora ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ne aveva parlato, svelando addirittura i quindici siti candidati ad accogliere le centrali. E tra questi, guarda caso, c’era anche Oristano. Gli altri erano: Trino (Vercelli), Fossano (Cuneo), Chioggia, Monfalcone, Ravenna, Caorso (Piacenza), Scarlino (Grosseto), San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), Latina, Garigliano (Caserta), Mola (Bari), Scanzano Jonico (Matera), Palma (Ragusa) e Termoli (Campobasso). «Provocazioni elettorali» fu la rabbiosa risposta del Pdl.
Ma che non si trattava di provocazioni, è stato lo stesso governo Berlusconi a dimostrarlo molto rapidamente. Infatti, il ministro delle Attività produttive Claudio Scajola, l’8 maggio scorso, subito dopo aver giurato davanti al presidente della Repubblica Napolitano, ha detto: «Dobbiamo riuscire a creare un mix energetico che metta insieme il nucleare, il petrolio e le fonti rinnovabili».
Dopo le prevedibili reazioni dell’universo ambientalista, il ritorno al nucleare non ha creato dibattiti politici, confronti scientifici, ma è andato avanti sui binari discreti dell’ineluttabile evoluzione di una scelta ormai irrimediabilmente fatta e non più negoziabile. Quando nei giorni scorsi la “questione nucleare” è riemersa improvvisamente con la notizia che la zona di Cirras, a sud di Oristano, rientrava nella geografia dei siti che dovranno ospitare una centrale, il dibattito si è acceso e spento nel giro di poche ore. O quasi.
Infatti, proprio nei giorni scorsi, il deputato dell’Italia dei Valori, l’ex presidente della Regione Federico Palomba, ha aperto una breccia nel muro del silenzio. Palomba ha presentato un’interrogazione al ministero per le Attività Produttive Claudio Scajola con la quale «ha espresso viva preoccupazione per la notizia apparsa sulla stampa, secondo cui il governo intenderebbe installare una centrale nucleare anche in Sardegna».
«La Sardegna — ha scritto il parlamentare dell’Idv — avendo installate nel proprio territorio circa l’ottanta per cento delle basi militari esistenti in Italia, ha sopportato per questa situazione un carico assai pesante costituito anche da malattie collegabili con la presenza di uranio impoverito».
Palomba sottolinea poi che «l’insularità sconsiglia l’istallazione di centrali per la produzione di energia anche a causa della lontananza dalle reti di distribuzione del territorio nazionale e dei rilevanti costi di trasporto e di manutenzione».
«Anche per queste ragioni — dice ancora Palomba — il territorio della Sardegna è assolutamente inadatto all’istallazione di centrali nucleari e ancor meno all’eventuale stoccaggio di residui radioattivi, ipotesi già respinta nel 2003, anche per la forte mobilitazione della comunità sarda».
L’ex presidente della Regione conclude con una domanda di chiarezza al ministro Scajola: «Chiedo al responsabile delle Attività Produttive se sia vero che il governo intenda installare centrali nucleari in Sardegna, se una tale ipotesi sia allo studio e se intenda comunque escludere che possa verificarsi una tale eventualità, che sarebbe percepita dalla comunità sarda come una grave e inaccettabile imposizione senza previo coinvolgimento e assenso delle popolazioni e delle istituzioni sarde».
Palomba annuncia che sul problema del nucleare non intende fare sconti al governo.
Dice infatti: «Qualora non dovessi ricevere risposta all’interrogazione, incalzerò il governo con un’interrogazione a risposta immediata». Insomma, sembra proprio che siamo all’inizio di una stagione nella quale si riaccenderà quel dibattito che sembrava essersi definitivamente chiuso quando il referendum popolare disse che il popolo italiano, con una maggioranza schiacciante, aveva deciso di mettere il nucleare in soffitta. La lobby nucleare, trasversale a tutti i partiti politici, aveva fatto il suo primo importante passo per superare l’ostacolo rappresentato dal referendum del 1987 con un convegno promosso il 20 ottobre del 2005 dal Vast, il Comitato per la valutazione delle scelte scientifiche e tecnologiche. Nella relazione del presidente dell’Ain (l’Associazione italiana nucleare) Renato Angelo Ricci c’era già il manifesto politico della riscossa del nucleare. Dopo aver affermato che «lo Stato non ha mai informato correttamente la popolazione italiana, Ricci nella sua relazione parlò esplicitamente di «obiettivi politici» e concluse dicendo che era «necessario l’avvio di un programma nucleare finalizzato a garantire la copertura di una quota significativa del fabbisogno elettrico nazionale entro tempi ragionevoli».
Insomma, il meccanismo si è messo in moto da tempo. E questo nonostante intelligenze come il Nobel Carlo Rubbia continuino a ripetere i motivi per i quali la scelta nucleare sarebbe un errore. Prima di tutto perché, secondo Rubbia, non esiste un nucleare sicuro. Secondo: l’uranio comincerà a scarseggiare tra 35-40 anni e, terzo, il problema delle scorie è irrisolvibile.