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  1. #41
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    Ultimi sondaggi

    di Simone Bressan

    Freedom Land, May 5th, 2010


    Ultimi sondaggi attesi oggi, poi da domani è D-Day. Sperando che D stia per David e non per Disaster.

    Opinium
    CON 35%(+2), LAB 27%(-1), LDEM 26%(-1)

    TNS
    CON 33%(-1), LAB 27%(nc), LDEM 29%(-1)



    http://www.freedom-land.it/

  2. #42
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    Oggi il voto

    Se vince Cameron gli inglesi avranno un nuovo settore pubblico


    l'Occidentale, 6 Maggio 2010





    Oggi gli elettori inglesi scelgono i loro rappresentanti. E' stata una lunga campagna elettorale in cui si è parlato, tra le altre cose, di riforma del sistema elettorale. Nei giorni scorsi l'Economist è sceso in campo per fare il suo endorsement in favore di David Cameron. E' lui il candidato più vicino a trovare delle risposte alle esigenze della Gran Bretagna.


    È da lungo tempo che ci sembra di aspettare questa elezione inglese. I sondaggi suggeriscono che il vecchio duopolio tra laburisti e conservatori, che governano con maggioranze confortevoli grazie al sistema uninominale secco (first-past-the-post), sia stato sostituito da un sistema tripolare, con i liberaldemocratici di Nick Clegg in corsa per arrivare a prendere all'incirca il 30% dei voti, appena dietro i Tories di David Cameron e poco sopra i Labour di Gordon Brown. Proprio il modo in cui funziona il sistema inglese fa sì che anche cambiamenti molto piccoli nel voto popolare potrebbero fare una enorme differenza nella distribuzione dei seggi ai diversi partiti. Il “commercio di cavalli” è già iniziato, nell'attesa di formare un Parlamento ancora indefinito. Ed è il segnale di un drammatico riallineamento, del centrosinistra, del centrodestra, del Regno Unito stesso.

    L’emozionante possibilità che la geometria elettorale del Paese possa essere ridisegnata ha oscurato ciò che dovrebbe essere al centro di una campagna elettorale. Ovvero che i Britannici devono giudicare i partiti in base alle loro politiche ed ai loro leader. E visto che il giorno delle voto è arrivato, la speranza è che il dibattito metta più a fuoco questi argomenti.

    L’Economist non è storicamente fedele verso alcun partito, ha però un duraturo pregiudizio in favore del liberalismo. La nostra propensione verso una maggior libertà politica ed economica è stata spesso temperata da altre considerazioni: abbiamo sostenuto Barack Obama contro John McCain, Tony Blair contro Michael Howard e una serie di leader socialisti italiani rispetto a Silvio Berlusconi, perché abbiamo pensato che fossero più ispirati, competenti o onesti dei loro avversari, anche se questi ultimi hanno favorito lo “stato minimo”.

    Ma in questa elezione britannica a venir fuori è la schiacciante necessità di una riforma del settore pubblico. Il disavanzo del bilancio pubblico è arrivato ad un terrificante 11.6% del PIL, un quadro che rende inevitabili l’aumento delle tasse e i tagli alle spese. Il governo ora controlla più della metà dell’economia, percentuale che arriva al 70% in Irlanda del Nord. Se la Gran Bretagna intende prosperare, occorre affrontare il Leviatano che distrugge la libertà. I conservatori, pur con tutti i loro limiti, sono i più adatti a farlo, e questa è la ragione principale per la quale daremo a loro il nostro voto.

    Che succede fra i concorrenti? Per alcuni versi, il valore di Gordon Brown è sottostimato. Si è comportato bene in Afghanistan. Ha mantenuto la Gran-Bretagna fuori dall'euro, mentre Blair voleva entrarci. Qualunque cosa faccia, la Gran-Bretagna viene sempre criticata per il credit crunch: ma l'azione del premier nei confronti delle banche e della proprietà è stata limitata per non colpire il Paese. E, quando la crisi economica è iniziata, ha preso per lo più decisioni giuste. Ha salvato le banche, immesso soldi nell'economia ed ha fatto tanto quanto un qualsiasi altro leader per contribuire ad evitare una depressione globale.

    Ma un primo ministro non dovrebbe ottenere troppo credito per essere uscito da una buca che lui stesso ha scavato come cancelliere. Brown ha versato soldi nei servizi pubblici. Come risultato, il disavanzo inglese – facendo una proporzione tra le due economie – è grande quasi quanto quella della Grecia; nel settore pubblico è ancora più grande. L’eredità lasciata da Brown è una bomba ad orologeria e il premier è poco attrezzato per disinnescarla.

    Ha tentato di prendere le parti dei produttori – in particolare dei sindacati del settore pubblico – piuttosto che stare dalla parte dei consumatori. Ha reso frustranti alcuni degli sforzi fatti da Blair per riformare la sanità e l’istruzione ed ha rallentato altre cose una volta diventato primo ministro. Circolano voci sulle scelte presenti nel manifesto del Labour, ma Brown troppo spesso si richiama a modelli di statalismo antiquati. Ha impostato la campagna elettorale in modo incerto (vedi Bagehot), preoccupandosi a malapena di difendere il suo lavoro e concentrandosi sullo spaventare la gente riguardo i programmi dei tories.

    Insomma, il governo è stanco. Inchiodato dalle lotte intestine e dagli scandali, come accadde ai tories nel 1997, il New Labour ha fatto il suo tempo: c’è qualche speranza che un “hung parliament” spinga a un ripensamento del centrosinistra: un partito che presenti Miliband e Mandelson. Ma la cosa migliore per il paese è che i laburisti spostino il loro incombente esaurimento nervoso sui banchi dell’opposizione. Un cambio di governo è essenziale.

    Allora perché non cambiare favorendo i Liberal Democratici? Il “surge” di Clegg è stato eccitante, tanto più che i vili tentativi di calunniarlo fatti dai conservatori, spaventati, sembrano falliti. Questo giornale sta cercando un partito liberale credibile per la Gran Bretagna da un secolo. Clegg è intelligente e affascinante. Condividiamo il suo entusiasmo per le libertà civili e la sua propensione a combattere in favore degli immigrati. Ed ha ragione quando dice che il sistema di voto, per il quale potrebbe prendere lo stesso numero di voti di Brown ma ottenere solo un terzo dei suoi seggi, è ingiusto.

    Ma guardate alle politiche, piuttosto che all'uomo, e i liberaldemocratici vi sembreranno meno attraenti. In caso di un altro trattato europeo, vorrebbero tenere un referendum non sul trattato stesso ma sulla possibilità di restare o meno nell'Unione Europea; strano, dato che (sbagliando) vogliono far adottare alla Gran Bretagna l'euro. Stanno flirtando con la gente usando il tema del disarmo nucleare. Abolirebbero le rette universitarie, che vorrebbe dire lasciar decadere la qualità dell’istruzione superiore oppure alzare le tasse agli allievi più benestanti per incrementare i fondi. Si sono preoccupati per il cambiamento climatico ma si oppongono all'espansione del nucleare, che è il modo più plausibile per tagliare le emissioni.

    Le loro politiche riguardo al mondo degli affari sono, discutibilmente, più a sinistra di quelle dei laburisti. Una tassa del 50 per cento sugli utili da capitale, dando sollievo agli alti tassi sulle pensioni e una batosta fiscale per gli elegantoni che hanno proprietà immobiliari, non darebbero nuova forza imprenditoriale alla GranBretagna. Vince Cable, il “chancellor-in-waiting” dei liberaldemocratici, ha recentemente smentito le voci che parlavano di un previsto aumento dei costi della previdenza sociale, bollandole come “nauseanti”; questa sensibilità potrebbe tranquillamente essere approvata da chi crea la ricchezza nel Paese se i Lib-Dem andassero al potere.

    Può essere d'aiuto un confronto internazionale. I liberaldemocratici tedeschi hanno adottato tutti e due i volti del liberalismo: credono sia nelle libertà civili che nel libero mercato. I Liberal Democrats, una coalizione a metà fra i grandi partiti di governo di una volta e i socialdemocratici sul modello dell’Europa continentale, ancora non hanno fatto lo stesso salto verso un centro radicale. Gli ottimisti sperano che un Parlamento in bilico e un riallineamento verso il centrodestra spingerebbero i Lib-Dem a compiere quel salto, ma al momento Clegg e i suoi sembrano incerti se stare a sinistra o a destra del Labour. Anche se queste elezioni sono una specie di “vacanza” dal normale andamento della vita politica inglese, Clegg è stato una deliziosa luna di miele per molti britannici; ma questo giornale non immagina di “viaggiare” con lui per i prossimi 5 anni.

    Restano i Tory. I loro piani hanno chiaramente dei buchi. Hanno condotto una campagna elettorale scialba. Non approviamo le loro frange euro-fobiche e le loro esagerazioni sulla malridotta società inglese. Abbiamo pensato che sbagliassero nell’opporsi agli stimoli economici dopo il crack delle banche. Cameron è incline ad attacchi di compiacenza – ampiamente illustrati l'anno scorso dal suo rifiuto di usare lo scandalo dei rimborsi gonfiati come pretesto per liberarsi di Lord Ashcroft, un discutibile finanziatore dei cui soldi i Tories chiaramente non hanno bisogno. Cameron non ha fatto abbastanza per convincere gli elettori che fosse lui l'uomo giusto per il cambiamento – e così ha creato uno spazio in cui si è abilmente inserito Clegg.

    Apena il caleidoscopio di queste bizzarre elezioni si è disegnato, l’avanzata di Clegg è apparsa relativamente piccola pur nei suoi colori brillanti, solo offuscando quelli molto più grandi di Cameron. Giudicato per gli ultimi 4 anni, e non per le ultime 4 settimane, Cameron ha fatto molto per modernizzare il partito, liberandosi delle sue espressioni sociali più illiberali, riducendo i colpi contro l’Europa e rilanciando l’ambientalismo. Durante gli anni del boom, il suo discusso cancelliere, George Osborne, non ha dato l’ok alle richieste per ridurre le imposte, concentrandosi sul buco delle finanze pubbliche; al congresso dei Tory dello scorso annop, quando Brown non era ancora in grado di annunciare i “tagli”, Osborne fu il primo politico a impegnare il suo partito in un programma di austerità.

    Da allora, come gli altri partiti, i Tories sono andati cauti sui tagli. Ma, più dei loro rivali, sono intenzionati a ridisegnare lo stato. Riformerebbero la sanità pubblica (National Health Service) portando nel sistema più fornitori esterni; i loro programmi per far sì che genitori e insegnanti abbiano il giusto peso nel dare una risistemata all’istruzione pubblica è l'idea più radicale di questa elezione. “Centralizzatori” sotto Margaret Thatcher, ora vogliono ridistribuire il potere localmente, affidandolo ai funzionari eletti, inclusi sindaci e capi di polizia. Tra loro c’è qualcuno che blatera tra le nuvole di “Big Society”. Altri dei loro pezzi non andranno lontano: è insensato tenere fuori dalle scuole le compagnie che producono profitti e sbagliato esentare la sanità pubblica dai tagli. Ma Cameron è molto più vicino a trovare delle risposte alle esigenze del Paese rispetto ai suoi rivali. In questa elezione complicata, e forse inevitabilmente imperfetta, il leader dei conservatori avrà il nostro voto.



    Se vince Cameron gli inglesi avranno un nuovo settore pubblico | l'Occidentale
    Ultima modifica di Florian; 06-05-10 alle 08:21

  3. #43
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    ANALISI / Il «New Tory» è figlio di Blair

    di Andrea Romano


    Il Sole 24 Ore, 5 Maggio 2010


    Per uno di quei paradossi di cui vive la storia politica, prima di trasformarsi nella più clamorosa storia di successo della sinistra contemporanea il Labour Party aveva rappresentato per larga parte del ventesimo secolo la pecora nera del socialismo europeo. È vero che subito dopo la seconda guerra mondiale era stato proprio un governo laburista a porre le basi di un solido e duraturo sistema di welfare, gestendo la fine dell'impero britannico e contribuendo a definire l'architettura di sicurezza euroatlantica, ma è anche vero che dagli anni Cinquanta in avanti quel partito aveva governato poco e male. E mentre le socialdemocrazie nordiche e poi i socialismi mediterranei macinavano successi e definivano nuovi paradigmi culturali, il Labour aveva finito per rappresentare l'emblema del settarismo inconcludente e ripiegato su se stesso. Soprattutto di fronte alla potenza trasformativa dell'era Thatcher.
    Il New Labour ha capovolto questo schema in patria e all'estero, diventando fin dalla metà degli anni Novanta il termine di paragone inevitabile per qualsiasi disegno progressista europeo. In positivo o in negativo, la vicenda laburista più recente ha definito uno standard al quale nessun'altra sinistra europea ha potuto sottrarsi anche quando lo ha fortemente voluto.

    Se questo è accaduto non lo si deve né ai segreti del mestiere comunicativo di Tony Blair né a qualche misteriosa macchinazione del circuito internazionale dell'informazione, ma ad una ragione molto più banale. Ovvero alla capacità di quel partito di governare per un lungo periodo di tempo una delle nazioni più avanzate del pianeta, realizzando un programma politico progressista adeguato ai tempi della globalizzazione.

    Tradotto in uno slogan peraltro entrato ormai da anni nel lessico della sinistra europea, si è trattato di conciliare la coesione sociale con la crescita economica o la creazione di ricchezza con la sua redistribuzione.

    In termini più concreti, è accaduto ad esempio che nell'arco di un decennio il governo laburista abbia più che raddoppiato gli stanziamenti per l'educazione prescolastica (passati da 2 a 5 miliardi di sterline) o abbia moltiplicato da 3,6 a 24 miliardi di sterline le risorse destinate agli strumenti di welfare-to-work, potenziando i meccanismi di mobilità sociale di una delle nazioni più corporative d'occidente nel mentre accompagnava una delle fasi di crescita economica più dinamiche nella storia britannica. Così come il campo dei nuovi diritti civili ha visto l'introduzione di forme di tutela per le coppie di fatto e persino in politica estera, dove Blair ha pagato i prezzi di popolarità più alti, è soprattutto grazie al New Labour che è stato possibile superare quel paradigma di neutralità passiva nel quale la gran parte della sinistra europea si era facilmente accomodata dopo la fine della guerra fredda. È vero che non è accaduto solo questo, così com'è vero che nell'ultimo biennio la crisi ha esposto tutti i limiti della eccessiva finanziarizzazione dell'economia britannica. Ma è difficilmente contestabile l'esito del confronto tra l'esperienza di governo neolaburista e quella di qualsiasi altro centrosinistra europeo nello stesso periodo.

    Se questo è stato l'impatto del New Labour sui modelli politici progressisti europei, in profonda crisi di ispirazione dopo l'eclisse della socialdemocrazia alla fine degli anni Ottanta, le conseguenze di tredici anni di governo laburista sono ben visibili anche in patria e anche alla vigilia della più che probabile sconfitta elettorale di Gordon Brown. Perché è proprio in questi giorni che l'offerta politica britannica ci appare stabilmente spostata verso le coordinate progressiste. Con un leader conservatore che rende appassionato omaggio al national health service (il sancta sanctorum della simbologia laburista) mentre annuncia politiche multietniche del tutto inedite per la storia Tory, e un leader liberaldemocratico che si vanta di avere ereditato il meglio della tradizione laburista. La trasformazione in senso progressista dello Zeitgeist politico britannico è forse il successo più grande del New Labour.

    Un progetto che era stato etichettato dai suoi critici di sinistra come una svendita del patrimonio ideale laburista al banco del thatcherismo e che invece è riuscito a condizionare sia l'ispirazione che l'agenda del partito che fu di Margaret Thatcher.


    ANALISI / Il «New Tory» è figlio di BlairIl «New Tory» è figlio di Blair - Il Sole 24 ORE
    Ultima modifica di Florian; 06-05-10 alle 08:26

  4. #44
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    A Roma piace la fine del bipolarismo radicale

    di Lina Palmerini

    Il Sole 24 Ore, 6 Maggio 2010


    I finiani per David Cameron e, del resto, furono i primi nel centro-destra a frequentare le tesi dei tories. I democratici per Gordon Brown ma con molte tentazioni verso Nick Clegg. Il Pdl che naturalmente tifa per i conservatori - nonostante Fini - con l'eccezione di Renato Brunetta schierato con l'outsider LibDem. Le elezioni inglesi muovono i recinti politici italiani nelle preferenze per i leader e nell'aspirazione ad assomigliargli in un esercizio che ricorre ogni volta che un voto estero presenta le novità di oggi della Gran Bretagna. Con un elemento in più rispetto ai tradizionali dibattiti sui programmi e le parole d'ordine: ossia, questa volta perfino il radicato bipartitismo inglese può vedere il suo tramonto. Ipotesi che rianima i terzisti italiani - prima infatuati di François Bayrou e ora di Nick Clegg - da tempo impegnati a smontare quello che chiamano "bipolarismo muscolare".

    Ma cominciamo da chi resta nello schema bipartitico. Lo schieramento più scontato è quello degli amici del presidente della Camera che da tempo guardano ai new tories come modello da importare anche al prezzo di lacerazioni e strappi. Ne sa qualcosa il viceministro Adolfo Urso: «Con la Fondazione Farefuturo già due anni fa invitammo esponenti di quella nuova destra di Cameron che è riuscita a declinare temi che erano fuori dai loro confini: solidarietà, ambiente, diritti civili. E soprattutto ci convince un modello economico che non interpreta il benessere solo in termini di Pil ma anche di solidarietà». Insomma, l'esercizio inglese che con i laburisti attinse dai tories e che ora dai tories va verso la "terza via" piace e non confonde. Perfino il presidente dei deputati Pdl, Fabrizio Cicchitto, di certo non finiano, lo dice: «Anni fa avrei votato Blair, oggi voterei Cameron». Una conversione verso Farefuturo? «Ma no, lasciamo stare questi giochetti».

    Certo, Cameron trascina il centro-destra italiano che però trascura un dettaglio che non si può trascurare: l'anti-europeismo. «È l'unico tema su cui prendiamo le distanze. Ma lì si sconta la specificità inglese», a parlare è Benedetto Della Vedova, anche lui finiano, con una tradizione radicale e liberista che però approva lo strappo di Cameron sulle tesi thatcheriane. La lady di ferro negò la soggettività sociale con la celebre frase there is no such thing as society e invece oggi Cameron parla di big society evocando un solidarismo kennediano. «Ma - ribatte Della Vedova - trovo interessante che lui opponga la big society versus il big state. Mi ricorda la parte migliore del ciellismo italiano: ossia quel principio di sussidiarietà verso la società per garantire una migliore coesione ed efficienza». Comunione e liberazione accostate a Cameron, anche questo è uno spunto. Unico dissidente a destra è il ministro Renato Brunetta che se fosse inglese voterebbe Clegg. «Conosco Nick, abbiamo lavorato insieme a Bruxelles. È l'unico che ha un respiro europeo mentre Cameron rappresenta una destra piatta e isolazionista».

    Su Gordon Brown si compatta il Pd e in primis il suo segretario, Pierluigi Bersani. Eppure le debolezze del primo ministro uscente sono quelle che rimproverano al suo partito: il respiro corto, le facce stanche, l'assenza di parole nuove come furono quelle di Blair. «Al di là di tutte le chiacchiere sulla leadership, è stato lui - dice Bersani - che ha tenuto la barra meglio degli altri in questo periodo di crisi economica. Ha più struttura e spesso l'esperienza è ciò che serve nei momenti di emergenza come quella che viviamo».

    Dai sondaggi non sembra, però, che gli inglesi siano attratti dalla tesi bersaniana e che preferiscano l'azzardo del cambiamento. Si vedrà.

    Ma nel Pd c'è pure la suggestione per una coalizione tra Labour e LibDem. Dario Franceschini, per esempio, nonostante le sue convinzioni bipolari, spiega perché gradirebbe la novità estrema della fine del bipartitismo. «Voterei Brown ma con una forte tentazione per Clegg. Credo serva una ristrutturazione della sinistra che prenda linfa dai liberali e arrivi a una formula nuova come fu l'Ulivo in Italia». Con lui anche Pierluigi Castagnetti. Dunque, Clegg non ha supporter solo tra i terzisti – che sognano un Fini-Casini-Rutelli – ma pure nel Pd in cerca di un abito nuovo per sé. In particolare, sono i riformisti come Nicola Rossi a guardare con interesse la novità liberale. «Dopo la sbornia statale, al Labour serve molto pensiero liberale. Il peso dello Stato è diventato eccessivo e una affermazione di Clegg porterebbe una riflessione su questo punto. Inoltre Clegg è l'unico europeista e abbiamo bisogno di più Europa, come dimostra il caso Grecia».



    A Roma piace la fine del bipolarismo radicale - Il Sole 24 ORE
    Ultima modifica di Florian; 06-05-10 alle 08:34

  5. #45
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    Vergogna Brunetta, sempre dalla parte della sinistra europea! Ieri con Schroeder, oggi con Clegg!!

  6. #46
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    Quattro anni di Dave

    di Simone Bressan

    Freedom Land, May 6th, 2010





    Oggi si vota. Comunque vada si chiude un ciclo importante per David Cameron ed è una nuova ripartenza anche per noi che da questo blog abbiamo cercato molto modestamente di raccontarvelo. Ci sarebbero migliaia di momenti, frammenti, foto da collezionare e mettere lì in bella mostra per raccontare questi quattro anni di rincorsa a Downing Street.

    Ma ci sono due attimi che voglio ricordare perché ero lì a godermeli dal vivo e l’emozione è stata molta: la convention di Bournemouth e quella di Blackpool. Arrivate entrambe in due momenti difficili per il Partito Conservatore e con il suo leader criticato da una rumorosa minoranza interna, sono state a modo loro il segno distintivo del cameronismo. Eterodosso, mai banale, capace di uscire a testa alta da ogni situazione complicata e con il gusto dei messaggi semplici nonostante l’accusa di essere sofisticato.

    E’ stata una cavalcata lunga, ma non c’ha stancato: big society, social responsibility, the best is yet to come, we are ready Mr. Brown, stand up and fight. Slogan, parole, headlines che per noi hanno rappresentato il sogno di una destra moderna e migliore di quella in cui viviamo tutti i giorni. Una destra capace di volare alto e di stringere mani, di disegnare scenari e risolvere problemi. Una destra all’altezza della più antica democrazia del mondo.

    Grazie Dave, comunque vada.


    Freedomland, il blog di Simone Bressan

  7. #47
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    Sì, Cameron merita di vincere, di governare la Gran Bretagna e di prendere per mano il conservatorismo occidentale.

    Il primo e unico exit poll stasera alle 23,00.

  8. #48
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    "In Cameron we trust" dice il Sun. E noi condividiamo...

  9. #49
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  10. #50
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    Primi exit polls alle 23 italiane

    GB al voto, dopo l'era New Labour quella New Tories



    Londra, 06-05-2010

    "Con il deficit pubblico più grande d'Europa, secondo solo alla Grecia, gli analisti dicono che sarebbe meglio perderle che vincerle queste elezioni". Accompagnata dal sarcasmo del New York Times, la Gran Bretagna vota oggi per rinnovare il Parlamento. E con ogni probabilità chiudere 13 anni di era laburista.

    Il leader conservatore David Cameron è stato il primo dei tre leader a votare, verso le 10.40 italiane, nel seggio di Spelsbury nell'Oxfordshire. Cameron è arrivato in auto con sua moglie Samantha, e non ha rilasciato dichiarazioni. Il grande favorito, nonostante un avvio di campagna elettorale poco brillante, è lui. Sul tetto della Memorial Hall, dove è il seggio, erano saliti poco prima due giovani che hanno srotolato uno striscione con la foto del leader Tory, con la scritta "La Gran Bretagna sa il tuo posto. Votate per Eton, votate per i Tory".

    Eppure l'incertezza sull'esito elettorale fa si' che la regina Elisabetta II abbia deciso di incontrare il vincitore delle elezioni solo dopo le 13 di domani, e solo dopo
    che costui avrà chiaro il percorso di formazione del nuovo governo. Il Daily Telegraph rivela che Elisabetta vuole che il vincitore si prenda alcune ore di 'decantazione' per chiarirsi le idee.

    Anche se David Cameron avrà la maggioranza relativa dei seggi - spiega il giornale - egli dovrà presentare argomenti certi per assicurare la Regina che è lui quello nella posizione migliore per formare il nuovo governo. Elisabetta II non vuole sentor parlare di più vincitori, fanno sapere fonti reali. Tradizionalmente, la regina dà udienza al vincitore e futuro premier gia' la mattina, ma stavolta il risultato appare incerto.

    Nell'ipotesi remota di una vittoria Labour con maggioranza relativa dei seggi, verrà
    chiesto a Gordon Brown di formare il nuovo esecutivo, probabilmente in coalizione con i Lib-dem. Al premier verrà dato l'incarico anche se perdesse con margine risicato rispetto ai Tory. Ma se invece, come appare probabile, i Conservatori avranno una chiara maggioranza, sia pure non assoluta, si attenderà l'ammissione della sconfitta da parte di Brown per dare il via libera a Cameron per lavorare a una coalizione o, molto piu' probabilmente, a un governo di minoranza con gli unionisti.

    L'hung parliament - letteralmente: Parlamento impiccato - è uno dei possibili risultati di queste elezioni britanniche. Si ha quando nessun partito ottiene dalla urne una chiara maggioranza, ovvero piu' della metà degli scranni della House of Commons. E' possibilita' molto rara che dal 1945 a oggi si è materializzata una volta sola, nel 1974.

    Il Regno Unito in questa tornata elettorale sara' diviso in 650 collegi uninominali. La maggioranza assoluta si ha quando un partito riesce a totalizzare 326 seggi. Al momento i laburisti ne possiedono 346, i Conservatori 193, i Liberal-Democratici 62:
    ai Tory ne servono dunque 116 per avere una maggioranza assoluta, al New Labour basta perderne 24 per andare sotto. Ogni risultato intermedio - favorito da una buona performance dei Lib-Dem - sfocerà nel Parlamento 'impiccato'. Uno scenario che i britannici non amano affatto, che apre a coalizioni di governo.

    I seggi si sono aperti alle 7 (le 8 in Italia) e si chiuderanno alle 22 (le 23 in Italia). Immediatamente dopo ci sarà un exit poll della Nop/Mor per conto di Bbc, Itn e Sky
    News, che verrà proiettato sul Big Ben, dove poi scorreranno i risultati fino all'alba. Diretta di Rainews24 con collegamenti e approfondimenti dopo le 23.00.



    Rainews24.it

 

 
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