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  1. #31
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    Predefinito Rif: Fatemi capire se ho capito

    Citazione Originariamente Scritto da Z4rdoz Visualizza Messaggio

    è La Vita stessa che
    rinnova la Tradizione.
    Davanti a questo, le vecchie Tradizioni valgono solo per quelli che c'erano; ora, siamo noi esseri viventi che
    rinnovando questa Comprensione della Vita siamo la Nuova Tradizione.
    Confesso che l'affermazione sopra riportata mi ha fatto ricordare quanto scritto nel 1935 da René Guénon:

    << ....Infine, diciamolo chiaramente, se Krishnamurti fosse realmente un “liberato”, vale a dire se egli fosse un jîvan-mukta nel vero senso del termine (anche senza dover assolvere soprappiù la funzione di jagad-guru), non si identificherebbe affatto con la “Vita” (anche con la maiuscola), ma si troverebbe al di là di essa, così come al di là di ogni altra condizione limitativa dell’esistenza contingente; questa sorta di immanentismo “vitale” che si accorda così bene con le tendenze caratteristiche del mondo moderno (e senza questo, come si spiegherebbe il successo di Krishnamurti?), è qui, realmente, il frutto nel quale si può giudicare l'albero... >>.

  2. #32
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    Predefinito Rif: Fatemi capire se ho capito

    Citazione Originariamente Scritto da donerdarko Visualizza Messaggio

    La vita ti ha forse detto che ci sono degli scopi da raggiungere, che ti devi liberare della sofferenza?

    In un contesto buddhista (ma non solo) quando si parla di "sofferenza" o "dolore" si sta parlando di un concetto fondamentale che è quello di DUKKHA (o in sanscrito DUHKHA ). Purtroppo non vi è un termine equivalente per tradurre DUKKHA, per cui si è convenuto di tradurlo con SOFFERENZA.

    Il Buddha ha insegnato le Quattro Nobili Verità:

    1 DUKKHA,

    2 SAMUDAYA, l'origine di DUKKHA,

    3 NIRODHA, la cessazione di DUKKHA (che è il NIBBANA o in sanscrito NIRVANA),

    4 MAGGA, il sentiero che conduce alla cessazione di DUKKHA.

    Per un buddhista il concetto di VITA ha un solo e inequivocabile significato: quello di DUKKHA o SOFFERENZA. La VITA "mi dice" (mi insegna) DUKKHA (non mi insegna altro), è il BUDDHA che "mi dice" (che mi insegna) l'origine e la cessazione di DUKKHA. Ma non solo, mi indica anche il sentiero (che preciso, a scanso di equivoci, non è l'unico possibile) per "liberarmi dalla sofferenza". E' il BUDDHA e non la VITA che mi dona la saggezza e il metodo.

    "Dopo la vecchiaia viene la morte: questa è la legge dei viventi" (Samyuttanikaya 575).
    Ultima modifica di Dorjiev; 07-09-10 alle 18:03

  3. #33
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    Predefinito Rif: Fatemi capire se ho capito

    Citazione Originariamente Scritto da Dorjiev Visualizza Messaggio
    Confesso che l'affermazione sopra riportata mi ha fatto ricordare quanto scritto nel 1935 da René Guénon:

    << ....Infine, diciamolo chiaramente, se Krishnamurti fosse realmente un “liberato”, vale a dire se egli fosse un jîvan-mukta nel vero senso del termine (anche senza dover assolvere soprappiù la funzione di jagad-guru), non si identificherebbe affatto con la “Vita” (anche con la maiuscola), ma si troverebbe al di là di essa, così come al di là di ogni altra condizione limitativa dell’esistenza contingente; questa sorta di immanentismo “vitale” che si accorda così bene con le tendenze caratteristiche del mondo moderno (e senza questo, come si spiegherebbe il successo di Krishnamurti?), è qui, realmente, il frutto nel quale si può giudicare l'albero... >>.
    Quindi suppongo che nemmeno Gesù Cristo lo fosse, dato che diceva "Io sono la via, la verità, la vita".
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  4. #34
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    Predefinito Rif: Fatemi capire se ho capito

    Citazione Originariamente Scritto da Dorjiev
    è il BUDDHA che "mi dice" (che mi insegna) l'origine e la cessazione di DUKKHA. Ma non solo, mi indica anche il sentiero (che preciso, a scanso di equivoci, non è l'unico possibile) per "liberarmi dalla sofferenza". E' il BUDDHA e non la VITA che mi dona la saggezza e il metodo.
    Al di là delle parole che stiamo usando, entrambi facciamo riferimento al fatto che l'essere umano ha la CAPACITA' di comprendere che esiste una comprensione, un'insegnamento, che può renderci liberi dalla sofferenza.

    Questa capacità non è presente nell'essere umano perchè è esistito Buddha o Cristo.

    Era presente anche prima che Buddha o Cristo arrivassero su questa Terra.
    L'essere umano ha questa capacità.
    Tu dici che è il Buddha che ti ha donato questa saggezza e il metodo e quindi sei un devoto del Buddha, ma se tu non avessi avuto questa capacità il Buddha non avrebbe potuto liberarti da questa sofferenza.
    Fatto sta che tu sei un devoto del Buddha e io sono un devoto per il dono di questa "capacita".
    Questo DONO viene prima del dono che ti ha dato Buddha.
    Posso usare la parola Vita, posso usare la parola Verità, posso usare la parola Comprensione, ma sto parlando di questo Primo Dono.
    Ultima modifica di Z4rdoz; 07-09-10 alle 21:50

  5. #35
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    Predefinito Rif: Fatemi capire se ho capito

    Citazione Originariamente Scritto da Dorjiev Visualizza Messaggio
    In un contesto buddhista (ma non solo) quando si parla di "sofferenza" o "dolore" si sta parlando di un concetto fondamentale che è quello di DUKKHA (o in sanscrito DUHKHA ). Purtroppo non vi è un termine equivalente per tradurre DUKKHA, per cui si è convenuto di tradurlo con SOFFERENZA.

    Il Buddha ha insegnato le Quattro Nobili Verità:

    1 DUKKHA,

    2 SAMUDAYA, l'origine di DUKKHA,

    3 NIRODHA, la cessazione di DUKKHA (che è il NIBBANA o in sanscrito NIRVANA),

    4 MAGGA, il sentiero che conduce alla cessazione di DUKKHA.

    Per un buddhista il concetto di VITA ha un solo e inequivocabile significato: quello di DUKKHA o SOFFERENZA. La VITA "mi dice" (mi insegna) DUKKHA (non mi insegna altro), è il BUDDHA che "mi dice" (che mi insegna) l'origine e la cessazione di DUKKHA. Ma non solo, mi indica anche il sentiero (che preciso, a scanso di equivoci, non è l'unico possibile) per "liberarmi dalla sofferenza". E' il BUDDHA e non la VITA che mi dona la saggezza e il metodo.

    "Dopo la vecchiaia viene la morte: questa è la legge dei viventi" (Samyuttanikaya 575).
    Infatti Dorjiev, infatti.
    La mia era una domanda retorica, dato che warmbeer replicava alla mia asserzione per cui "la vita non pone finalità nè obiettivi" - e sfido chiunque a dimostrare il contrario.
    Tantomeno ho usato la parola "vita" nell'accezione moralistica del termine (intendo, senza attribuire al termine alcun giudizio di valore particolare).
    Quel che poi tu dici è Dottrina e io non sono nessuno per mettere in discussione il sentiero indicato dal Buddha.

    Pemettimi però di osservare che la "saggezza" non deriva automaticamente dall'aderenza ad una forma o sistema di pensiero coerente. Il filosofo non è un saggio. Non basta dire che il Buddha ci ha lasciato in eredità il Sapere Assoluto per poterci definire "saggi". Il saggio ha compreso la fonte dell'infelicità, della sofferenza... Perciò non è più infelice.
    Dico questo perchè altrimenti si rischia di confondere il saggio con il sapiente, l'erudito, l'ideologo, l'intellettuale, quando non con il politicante o il sofista.
    Comunque sappi che ti leggo sempre con molto piacere.
    Ultima modifica di donerdarko; 08-09-10 alle 00:43

  6. #36
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    Predefinito Rif: Fatemi capire se ho capito

    Citazione Originariamente Scritto da Aristocle Visualizza Messaggio
    Quindi suppongo che nemmeno Gesù Cristo lo fosse, dato che diceva "Io sono la via, la verità, la vita".
    L'obiezione è pertinente, ma spetta a te l'onere di commentare (per meglio capire) il passo del Vangelo di Giovanni da cui è tratta la tua citazione:



    1 "Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio e credete anche in me.

    2 Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, ve lo avrei detto; io vado a prepararvi un posto.

    3 E quando sarò andato e vi avrò preparato il posto, ritornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi.

    4 Voi sapete dove io vado e conoscete anche la via".

    5 Tommaso gli disse: "Signore, noi non sappiamo dove vai; come dunque possiamo conoscere la via?"

    6 Gesù gli disse: "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

    7 Se mi aveste conosciuto, avreste conosciuto anche mio Padre; fin da ora lo conoscete e l'avete visto".


    Giovanni 14,1-7 (versione Nuova Diodati)

  7. #37
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    Predefinito Rif: Fatemi capire se ho capito

    Citazione Originariamente Scritto da Z4rdoz Visualizza Messaggio
    Al di là delle parole che stiamo usando, entrambi facciamo riferimento al fatto che l'essere umano ha la CAPACITA' di comprendere che esiste una comprensione, un'insegnamento, che può renderci liberi dalla sofferenza.
    Su questo non possiamo che essere in sintonia.

    Quello che lascia perplessi (almeno a me) del tuo argomentare è la non chiara differenza che passa tra la critica (in molti casi giusta) di alcuni aspetti decadenti di una o di tutte le "vecchie Tradizioni", e la posizione come quella (che sembra tu cavalchi) di rifiutare tutte le Tradizioni ortodosse in nome di una non identificata "Nuova Tradizione" (sono parole tue: <<le vecchie Tradizioni valgono solo per quelli che c'erano; ora, siamo noi esseri viventi che rinnovando questa Comprensione della Vita siamo la Nuova Tradizione>>).

  8. #38
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    Predefinito Rif: Fatemi capire se ho capito

    Citazione Originariamente Scritto da donerdarko Visualizza Messaggio

    Pemettimi però di osservare che la "saggezza" non deriva automaticamente dall'aderenza ad una forma o sistema di pensiero coerente. Il filosofo non è un saggio. Non basta dire che il Buddha ci ha lasciato in eredità il Sapere Assoluto per poterci definire "saggi". Il saggio ha compreso la fonte dell'infelicità, della sofferenza... Perciò non è più infelice.
    Dico questo perchè altrimenti si rischia di confondere il saggio con il sapiente, l'erudito, l'ideologo, l'intellettuale, quando non con il politicante o il sofista.
    Qui tocchi un problema spinoso. Siccome ti so (se ricordo bene) lettore di Guénon ti rammento le sue parole (La metafisica orientale): "...I mezzi concernenti la realizzazione metafisica...devono essere alla portata dell'uomo...Parole, segni simbolici, riti o procedimenti preparatori di qualsiasi genere...sono soltanto supporti e niente di più...non confondiamo un semplice mezzo con una causa...nessuno di questi mezzi è strettamente necessario; o per lo meno, vi è una sola preparazione veramente indispensabile: la conoscenza teorica. Quest'ultima poi, non potrebbe andare troppo lontano senza un mezzo che costantemente sostiene la parte più importante: la concentrazione..."

    Per passare ad una Tradizione particolare prendo l'esempio del Tibet. Nel Tibet premoderno vi era un detto: "la saggezza nasce dallo studio". Infatti per un buddhista era chiaro che la saggezza nata dallo studio era un patrimonio che si trasportava con sé nella vita successiva. In una società tradizionale come quella che sopravviveva nel Tibet premoderno, l'insegnamento del Buddha conteneva cinque materie di studio fondamentali: la lingua e la sua grammatica, la logica, la medicina, le arti e mestieri e le scienze interiori.
    Si studiava la grammatica per evitare errori nella diffusione del Dharma, la logica per evitare confusioni sul senso della dottrina, la medicina per eliminare o alleviare le malattie del corpo, le arti e mestieri per le nostre case, e infine la scienza interiore per sradicare le imperfezioni della mente/cuore/spirito e sviluppare le qualità. Questi cinque soggetti si ritrovavano esemplificati nel quarta materia di studio: le arti e mestieri. Le "arti e mestieri" venivano anche denominate "saper fare", e si dividevano in tre categorie: il saper fare fisico/corpo (la manualità del prodotto artigianale o arte sacra), il saper fare verbale/parola (composizione dei testi, dibattiti, discussioni e insegnamento del Dharma) e il saper fare spirituale/mente (lo studio, la concentrazione, la riflessione e la meditazione). Ogni buddhista tibetano al mattino dopo aver fatto le offerte al Buddha si inchina per tre volte e con le mani giunte si tocca la fronte (corpo), la gola (parola) e il cuore (mente).

    Quindi si deduce che è solamente in una società profana (come la nostra) che si rischia di perdere tempo inseguendo una inutile "cultura" mondana (spinti soprattutto dalla speranza di renderla redditizia economicamente). Quindi non sono un estimatore della cultura scientifica profana e sono cosciente che l'istruzione profana (di cui sono stato a debita distanza, non avendo ricevuto o subito, che una sommaria ed elementare scolarizzazione) può costituire un ostacolo insormontabile all'acquisizione di una vera conoscenza.

  9. #39
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    Predefinito Rif: Fatemi capire se ho capito

    Citazione Originariamente Scritto da Dorjiev Visualizza Messaggio
    Qui tocchi un problema spinoso. Siccome ti so (se ricordo bene) lettore di Guénon ti rammento le sue parole (La metafisica orientale): "...I mezzi concernenti la realizzazione metafisica...devono essere alla portata dell'uomo...Parole, segni simbolici, riti o procedimenti preparatori di qualsiasi genere...sono soltanto supporti e niente di più...non confondiamo un semplice mezzo con una causa...nessuno di questi mezzi è strettamente necessario; o per lo meno, vi è una sola preparazione veramente indispensabile: la conoscenza teorica. Quest'ultima poi, non potrebbe andare troppo lontano senza un mezzo che costantemente sostiene la parte più importante: la concentrazione..."

    Per passare ad una Tradizione particolare prendo l'esempio del Tibet. Nel Tibet premoderno vi era un detto: "la saggezza nasce dallo studio". Infatti per un buddhista era chiaro che la saggezza nata dallo studio era un patrimonio che si trasportava con sé nella vita successiva. In una società tradizionale come quella che sopravviveva nel Tibet premoderno, l'insegnamento del Buddha conteneva cinque materie di studio fondamentali: la lingua e la sua grammatica, la logica, la medicina, le arti e mestieri e le scienze interiori.
    Si studiava la grammatica per evitare errori nella diffusione del Dharma, la logica per evitare confusioni sul senso della dottrina, la medicina per eliminare o alleviare le malattie del corpo, le arti e mestieri per le nostre case, e infine la scienza interiore per sradicare le imperfezioni della mente/cuore/spirito e sviluppare le qualità. Questi cinque soggetti si ritrovavano esemplificati nel quarta materia di studio: le arti e mestieri. Le "arti e mestieri" venivano anche denominate "saper fare", e si dividevano in tre categorie: il saper fare fisico/corpo (la manualità del prodotto artigianale o arte sacra), il saper fare verbale/parola (composizione dei testi, dibattiti, discussioni e insegnamento del Dharma) e il saper fare spirituale/mente (lo studio, la concentrazione, la riflessione e la meditazione). Ogni buddhista tibetano al mattino dopo aver fatto le offerte al Buddha si inchina per tre volte e con le mani giunte si tocca la fronte (corpo), la gola (parola) e il cuore (mente).

    Quindi si deduce che è solamente in una società profana (come la nostra) che si rischia di perdere tempo inseguendo una inutile "cultura" mondana (spinti soprattutto dalla speranza di renderla redditizia economicamente). Quindi non sono un estimatore della cultura scientifica profana e sono cosciente che l'istruzione profana (di cui sono stato a debita distanza, non avendo ricevuto o subito, che una sommaria ed elementare scolarizzazione) può costituire un ostacolo insormontabile all'acquisizione di una vera conoscenza.
    Dal momento che hai citato il Guenon (di cui sono si lettore, ma guai a darmi del guenoniano ) e dal momento che hai fatto l'esempio di una tradizione particolare (Tibet premoderno), ti risponderò con dei passi dal "Canto di mahamudra" di Tilopa:

    "Il Vuoto non ha bisogno di supporto;
    [...]
    Senza compiere alcuno sforzo,
    restando sciolti e naturali,
    è possibile spezzare il giogo,
    e ottenere la Liberazione."


    [...]
    "La comprensione suprema
    trascende questo e quello.
    L'azione suprema unisce
    grande ingegnosità e assoluto distacco.
    La realizzazione suprema consiste
    nel comprendere l'immanenza senza speranza.

    Dapprima la mente del praticante
    precipita come una cascata;
    a metà strada, come il Gange
    fluisce lenta e placida;
    alla fine è un vasto oceano,
    in cui la luce del figlio e quella della madre si fondono"


    Come accennavo prima, sappiamo che la vera metafisica è "separata" da quel che in Occidente è la filosofia.

    E' MIA opinione che la Saggezza non si acquisisca semplicemente adottando una precisa metodologia dell'interpretazione della Dottrina, una grammatica coerente o la conoscenza logica del linguaggio del Buddha. Certo, nell'unità essenziale d'una stessa dottrina tradizionale possono coesistere una molteplicità di punti di vista, che servono a preservare e tramandare la Stessa senza introdurre distorsioni.
    Ma ciò vale soltanto per gli inizi, poichè quando si giunge ad "esperire" ciò che è di là dalla sfera individuale, tutte queste "diversità" non comportano affatto "incompatibilità", ma scompaiono inevitabilmente.

    "La Comprensione Suprema
    trascende questo e quello..."

    Solo Mahamudra è la Comprensione Suprema presente in ogni grado di manifestazione... Mahamudra è la Vera Conoscenza e, dunque, la vera Saggezza.
    Quì il saggio focalizza la propria consapevolezza, al di là di ogni contraddizione, simbologia, riti o parole.
    Ultima modifica di donerdarko; 08-09-10 alle 19:40

  10. #40
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    Predefinito Rif: Fatemi capire se ho capito

    Citazione Originariamente Scritto da donerdarko Visualizza Messaggio




    Come accennavo prima, sappiamo che la vera metafisica è "separata" da quel che in Occidente è la filosofia.




    Solo Mahamudra è la Comprensione Suprema presente in ogni grado di manifestazione... Mahamudra è la Vera Conoscenza e, dunque, la vera Saggezza.
    Quì il saggio focalizza la propria consapevolezza, al di là di ogni contraddizione, simbologia, riti o parole.
    E' curioso come gli occidentali si sentano superiori agli orientali e quindi pensano che la via graduale non sia adatta a loro e che invece senza alcuna preparazione possano, dall'alto della loro statura intellettuale, affrontare gli insegnamenti più alti che nello stesso Oriente erano riservati a pochi eletti, dopo un lungo ed impegnativo percorso.
    Tu sostieni o lasci intendere di aver colto l'essenza dell'insegnamento buddhista: il Mahamudra (naturalmente intendi il suo equivalente in tutte le altre Tradizioni).

    Visto che tu giustamente affermi che la metafisica non è una filosofia, ti chiedo: hai una minima idea di cosa significa aver realizzato il Mahamudra? L'unione delle due verità? Non basta capirlo con la ragione bisogna realizzarlo. Lo sai quale lungo percorso richiede? E' un insegnamento tantrico, del tantra superiore. Ti sei sottoposto ai lunghi preliminari? Hai eseguito tutte le visualizzazioni? Hai preso coscienza del corpo sottile con i suoi canali, venti e gocce? Hai alimentato il fuoco interiore o tummo? La goccia rossa è salita e la goccia bianca è scesa? Hai realizzato la parola isolata, la mente isolata, il corpo illusorio, la chiara luce e l'unione? Se non hai realizzato tutto questo, rassegnati, la tua comprensione della pratica del Mahamudra è solo una comprensione filosofica e non metafisica.
    Spero di averti fatto intuire l'abisso che separa una comprensione razionale, sentimentale, psicologica e filosofica, dalla realizzazione metafisica. Troppi si illudono e vengono illusi da maestri a dir poco troppo accondiscendenti.

    Infine non capisco questo strano disprezzo per la pratica, immensi e realizzati maestri hanno passato il loro prezioso tempo a scrivere grossi volumi solo su come posare le offerte (sette coppe con acqua) sull'altare, considerando questi scritti alla stessa stregua dei loro trattati sul Mahamudra.

 

 
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