Confesso che l'affermazione sopra riportata mi ha fatto ricordare quanto scritto nel 1935 da René Guénon:
<< ....Infine, diciamolo chiaramente, se Krishnamurti fosse realmente un “liberato”, vale a dire se egli fosse un jîvan-mukta nel vero senso del termine (anche senza dover assolvere soprappiù la funzione di jagad-guru), non si identificherebbe affatto con la “Vita” (anche con la maiuscola), ma si troverebbe al di là di essa, così come al di là di ogni altra condizione limitativa dell’esistenza contingente; questa sorta di immanentismo “vitale” che si accorda così bene con le tendenze caratteristiche del mondo moderno (e senza questo, come si spiegherebbe il successo di Krishnamurti?), è qui, realmente, il frutto nel quale si può giudicare l'albero... >>.





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) e dal momento che hai fatto l'esempio di una tradizione particolare (Tibet premoderno), ti risponderò con dei passi dal "Canto di mahamudra" di Tilopa: