

“Productivity isn't everything, but, in the long run, it is almost everything. A country’s ability to improve its standard of living over time depends almost entirely on its ability to raise its output per worker.”
— Paul Krugman


“Productivity isn't everything, but, in the long run, it is almost everything. A country’s ability to improve its standard of living over time depends almost entirely on its ability to raise its output per worker.”
— Paul Krugman


Non ho verificato ma trovo normale che i dati economici vengono fatti calcolare da agenzie indipendenti apposite che fanno queste cose: sia per una questione di conflitto di interessi, sia per una questione che queste agenzie possono vantare competenze specifiche per redigere scenari economici.
Chiaramente i commissari europei hanno TUTTO l'interesse a rivolgersi a agenzie credibili, altrimenti se fanno delle politiche basate su numeri sbagliati poi sono i commissari stessi che passano per imbecilli e perdono la fiducia degli elettori.
Se pensi che i dati citati sono sbagliati, allora dimostra che lo sono.
Comunque, in quelle risposte che ti ho citato dal quel sito, non ci sono solo dei dati: sono proprio delle risposte che ci dicono come funziona il TTIP, i suoi ambiti, i suoi limiti, le sue caratteristiche.
Sono su un sito ufficiale della Commissione Europea, è la posizione ufficiale della Commissione a riguardo del TTIP, a prescindere dal fatto che propongono anche dei dati economici calcolati da un'agenzia indipendente.
Mi sembra che ti stai arrampicando sugli specchi, per l'orgoglio di non ammettere di aver sbagliato.
Fa veramente ridere continuare a dire che quelle risposte non valgono niente, che sono la becera propaganda delle lobbies che vogliono distruggere le economie europee...
Come scrissi, da quello che ho letto sul sito della Commissione Europea, mi sembra un buon accordo.
Tuttavia ancora l'accordo è in piena negoziazione, quindi bisogna aspettare i prossimi sviluppi.
Mi devi spiegare perché, in caso di contraddizione tra quanto hai postato tu e quanto scrive il sito della Commissione, dovrei credere ciecamente a quello che hai postato tu.
Se molte piccole aziende italiane saranno costrette a fondersi, per creare grandi aziende competitive, per restare sul mercato, allora mi sembra una buona cosa.
Come scrissi, avere un tessuto con un po' meno di piccole imprese mi sembra positivo: il 70% di piccole imprese è un tessuto troppo frammentato, che presenta alcune problematiche, per esempio:
- più difficoltà per lo stato di fare controlli fiscali, contrattuali, perché i soggetti sono un numero elevatissimo;
- più difficoltà per lo sviluppo tecnologico, dato che le piccole imprese non hanno quei grandi capitali per fare grossi investimenti in ricerca scientifica.
- prezzi più alti.
Secondo me devi fare un po' di respiri profondi, rilassarti, e tenere in considerazione quello che ha scritto la Commissione, non solo quello che dicono altri soggetti che tu hai eletto a depositari della Verità.
Come scritto, i negoziati sono in corso e da quanto scritto per il momento non c'è niente di pazzesco.
Ultima modifica di TEBELARUS; 02-05-14 alle 13:35
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Allora vogliamo dire una buona volta che cosa "verte" in questo accordo?
In questo accordo l'obiettivo di riferimento è "aprire" a investimenti statunitensi l'Est dell'Europa per quanto attiene a "attività produttive" e il mercato dell'Ovest dell'Europa per quanto riguarda la vendita di prodotti agricoli e o di manifattura americani o messicani (o peggio ancora cinesi rimarchiati americani) prodotti appunto nell'Est Europa o NON comuque nelle aree sviluppate, tipo IT, FR o DE.
MI SPIEGHI UNA BUONA VOLTA DOVE SAREBBE IL GUADAGNO PER L'ITALIA?
Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?
NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf


Blog di Beppe Grillo - Ttip: la trappola del libero scambio euroamericano
Ttip: la trappola del libero scambio euroamericano
"Non se ne può più di decisioni, accordi, trattati firmati dalle caste globali di tecnocrati alle spalle e sulla pelle dei cittadini. Si tratta del Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), in pratica una zona euro-americana di libero scambio priva di frontiere interne, un mercato unico per merci, investimenti e servizi tra le due sponde dell’Atlantico. Il negoziato per il Ttip è stato avviato ufficialmente nel luglio scorso. Qualcuno ha chiesto un parere agli italiani? Figurarsi! Provate a immaginare le aziende italiane, alle prese con un sistema appesantito da troppe regole e incrostato da lobby e clientele, che competono con i concorrenti americani abituati alla deregulation a stelle e strisce. Immaginate le importazioni massicce di Ogm, dato che gli Usa cercano sbocchi per grano e soia, che uccidono la nostra biodiversità agro-alimentare. Figuratevi la piccola proprietà agricola europea come soccomberà nella lotta contro le grandi fattorie industriali statunitensi. Molte associazioni agricole, intanto, si sono espresse sul fronte della tutela del prodotto italiano. Il M5S ha la certezza che un’ulteriore liberalizzazione ci danneggerebbe più di altri Paesi, per questo ci aspettiamo dal governo chiarezza e pieno coinvolgimento delle Camere. Renzi sta dalla parte di Obama come accade sugli F35? Noi stiamo dalla parte dei cittadini e dei produttori italiani." M5S Camera


>TTIP, globalizzazione e neoliberismo
Pubblicato il 19 aprile 2014 da systemfailureb in Focus // 2 Commenti
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I media generalisti non parlano per niente del TTIP, il trattato transatlantico tra Europa e USA che riduce le norme e le regole del commercio a favore delle multinazionali e delle corporations.
Secondo Monia Benini con il “TTIP, l’Europa ha sottratto la sovranità ai paesi membri e sta negoziando un accordo letale per le nostre imprese, per l’occupazione, per la salute e l’ambiente. E il tutto per ingrassare il ventre delle multinazionali”.
Il TTIP si propone di aumentare i flussi commerciali tra Europa e Stati Uniti riducendo le regole e norme che per ora “frenano” le multinazionali.
Precisando si mira alla riduzione dei dazi e delle norme che limitano il commercio dei beni.
Il TTIP spingerà ancora più in avanti il processo di globalizzazione che come molti sanno è una delle cause dell’odierna crisi, la più grave dal dopoguerra.
Il TTIP aprendo “praterie” ancora più vaste al processo di globalizzazione: farà “tabula rasa” delle produzioni locali e regionali. Un “mostro” che sta andando avanti e che porterà a compimento il processo di globalizzazione.
Questo accordo tra Europa e Stati Uniti serve ad ottenere il massimo livello di liberalizzazioni e di flussi commerciali con l’intento di aprire il mondo ad una nuova stagione di neoliberismo sfrenato, dopo quello degli ultimi decenni che ci ha portato insieme alla finaziarizzazione dell’economia al disastro di una crisi orripilante sotto certi aspetti.
I negoziati si occupano anche di appalti pubblici, regole per l’agricoltura, norme legali per disciplinare i rapporti tra lo stato e le aziende.
Sono in gioco le regole e le limitazioni sull’ambiente, sulla sicurezza riguardo alla vendita degli alimenti e tanto altro ancora.
Naturalmente i media italiani tacciono sull’argomento e su pochi siti di controinformazione se ne parla: si sa in’Italia adesso siamo presi dalla “sbornia” della campagna elettorale e notizie come il TTIP non rientrano nel mainstream mediatico.
Questo come altri è un chiaro caso di “silenzio” mediatico, una tecnica di manipolazione mediatica che rientra nella complessiva strategia di distrazione di massa, massa impegnata nel tam tam quotidiano di notizie offerto dai media, dalla ultima esclusione dalla casa del Grande Fratello, dalle notizie di gossip o da quant’altro.
>>TTIP, globalizzazione e neoliberismo |


TTIP, il negoziato per la Nato economica che aggraverà i disastri della globalizzazione | Rifondazione Comunista
TTIP, il negoziato per la Nato economica che aggraverà i disastri della globalizzazione
Pubblicato il 14 lug 2013
di Paolo Ferrero – Lunedì 8 luglio è cominciato il negoziato per la costruzione della Nato economica, cioè il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), un accordo di libero commercio e liberi scambi tra Stati Uniti ed Europa esattamente comparabile all’alleanza atlantica sul piano militare. Nessuno o quasi ne ha parlato e non a caso… Quest’importante negoziato, lanciato all’ultima riunione del G8, è infatti destinato ad aggravare pesantemente i disastri della globalizzazione neoliberista. Alla base di questo trattato c’è l’idea di estendere ulteriormente le follie del libero mercato. Nella bozza proposta dagli Stati Uniti è previsto che tutto, inclusi i servizi pubblici, debba obbligatoriamente andare a gara salvo che vi sia l’assenza di un’offerta del privato. Il risultato sarà che distruggerà l’agricoltura italiana, eliminando il riferimento alla località di produzione dei prodotti, e quindi cancellando ogni discorso sulla filiera corta, l’impatto ecologico etc. Demolirà poi larga parte della nostra industria e obbligherà alla privatizzazione dei servizi pubblici e della sanità. Anche l’ambiente sarà considerata una merce al pari delle altri, con la conseguente devastazione ulteriore del territorio. La domanda, allora, è: da chi ha avuto il mandato il premier Enrico Letta per dare il via libera dell’Italia a questo trattato? Noi chiediamo un referendum su questo, perché pensiamo che i popoli non possano essere solo costretti a pagare le devastanti conseguenze delle scelte sbagliate dei governi.


Ttip, ecco gli effetti del trattato commerciale Usa-Ue
01 - 05 - 2014Tino OldaniTutte le stime contenute in alcuni studi che delineano gli effetti dell'accordo in fieri
Pubblichiamo grazie all’autorizzazione di Class Editori un articolo di Tino Oldani uscito sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi.
Per capire cosa potrebbe cambiare dopo l’approvazione del nuovo trattato commerciale Usa-Ue denominato Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), di cui ho scritto ieri, lo scandalo del pollo transgenico in Germania cade a fagiolo.
LA LETTERA DI MCDONALD’S
Il colosso americano McDonald’s, con una lettera alla sezione tedesca di Greenpeace, ha ammesso di avere ripreso nei fast-food della Germania l’uso della carne di pollo allevato con cibi transgenici, meno costoso ma considerato veleno dagli ambientalisti. In questo modo, il colosso Usa del fast-food si è rimangiato un impegno che aveva preso tredici anni fa. Del caso dovrà ora occuparsi il governo tedesco, che dovrà decidere in base alle leggi nazionali, integrate eventualmente con i regolamenti di Bruxelles. Dunque, una disputa in cui saranno rispettate la sovranità tedesca e quella europea nel tutelare la salute dei consumatori.
Nell’ipotesi che il trattato Ttip fosse già entrato in vigore, la soluzione del caso sarebbe stata assai diversa. Il condizionale è d’obbligo, visto che la bozza ufficiale del trattato è segreta. Ma su alcuni dettagli, grazie ai 600 consulenti Usa impegnati nella trattativa (contro i 6-7 funzionari Ue), le indiscrezioni sono piuttosto precise.
LIBERTÀ DI MERCATO TOTALE
Per questo si può dire che la vicenda del pollo transgenico sarebbe stata sottoposta, non già alle autorità tedesche, ma a un arbitrato privato, gestito da un «Organismo per la risoluzione delle controversie», che è previsto dal Ttip. Poiché il principio fondante del nuovo trattato è la libertà di mercato nel senso più ampio, con una tutela esplicita degli investitori e della proprietà privata, in caso di controversia è previsto che le società multinazionali possano appellarsi all’Organismo di risoluzione per rivalersi sui governi che, a loro giudizio, siano colpevoli di ostacolare il raggiungimento del profitto. La sovranità nazionale finirebbe così con il cedere il passo a quella del libero mercato, sconvolgendo le stesse basi del diritto e della democrazia rappresentativa.
Una simile prospettiva è vista con favore dalle multinazionali, ma con autentico terrore dai movimenti sociali e politici più attenti alla difesa dei diritti individuali e collettivi che spaziano dal welfare all’ambiente, dall’agricoltura all’alimentazione, dall’energia alla sanità.
LE DENUNCE DELLE ASSOCIAZIONI
Per questo, circa 60 associazioni europee, politicamente trasversali, si sono coalizzate per denunciare le maggiori storture del Ttip, accusando governi e partiti di colpevole negligenza rispetto alle ricadute del nuovo trattato Usa-Ue, considerate per lo più negative. Una polemica destinata a salire di tono visto che il trattato Usa-Ue potrebbe essere pronto per la ratifica in coincidenza con il semestre italiano di presidenza europea.
I fautori del Ttip sostengono che l’abolizione delle barriere tra Usa e Ue, tariffarie e non, porterebbe a un unico grande libero mercato con 800 milioni di consumatori, e vantaggi notevoli: milioni di nuovi posti di lavoro, più una crescita del pil – proiettata al 2027 – tra i 68 e i 199 miliardi di euro per l’Ue e tra i 50 e i 95 per gli Usa.
L’AUMENTO DI RICCHEZZA VISTO DA LONDRA
Uno studio del Centre for Economic Policy Research di Londra per conto della Commissione Ue ha stimato che i 199 miliardi di maggiore pil europeo significherebbero una maggiore ricchezza di 545 euro a famiglia: un «regalo» del Ttip, con il quale l’Europa si lascerebbe la crisi alle spalle. Meno trionfalistico un altro studio, compiuto da Prometeia su incarico del governo di Enrico Letta (che sui temi internazionali era più attento di Matteo Renzi): pur giudicando in modo positivo il Ttip, ha calcolato che il vantaggio sarebbe di una crescita del pil europeo pari a zero in caso di liberalizzazioni limitate, mentre sarebbe dello 0,5 per cento a seguito di liberalizzazioni totali, scenario giudicato «ottimistico, ma improbabile».
L’OPPOSIZIONE DELL’ANALISI AUSTRIACA
Di parere opposto, per lo più negative, le previsioni di un centro di ricerche austriaco (Ofse). L’abolizione delle barriere tariffarie farebbe perdere al budget europeo 2,6 miliardi l’anno, somma non trascurabile in un periodo di crisi come l’attuale. L’occupazione non aumenterebbe affatto, mentre la disoccupazione resterebbe stabile, a seguito della profonda riorganizzazione dei mercati. A beneficiare dei maggiori scambi commerciali sarebbero soprattutto le multinazionali, a scapito delle piccole e medie imprese. Nel caso dell’Italia, delle 210 mila imprese che esportano, le prime dieci detengono il 72 per cento dell’export totale, e dunque beneficerebbero maggiormente del trattato. Inevitabile l’invasione di prodotti made in Usa. In definitiva, l’Ofse prevede «pochi benefici economici, ma molti rischi e costi potenziali».
I COSTI DEL TTIP
Ma quali costi? Ecco qualche esempio, tra quelli indicati dai movimenti anti-Ttip. Le norme europee su pesticidi, Ogm, carne agli ormoni e sulla qualità degli alimenti sono più restrittive di quelle Usa, ma potrebbero essere impugnate di fronte a un arbitrato privato e condannate come «barriere commerciali illegali». Idem per le legislazioni europee sul lavoro, più rigide che negli Usa: basterebbe un arbitrato per aprire la strada alla deregulation più ampia, anche salariale, cancellando decenni di conquiste sindacali.
FRACKING
Energia: gli Stati che dovessero vietare il fracking per estrarre il gas, come ha fatto la Francia, potrebbero essere citati in giudizio per avere ostacolato la libera impresa e condannati per danni. Idem per quegli Stati o per gli enti locali che dovessero privilegiare il settore pubblico per servizi quali i trasporti, l’acqua, l’educazione, la sanità e la previdenza.
CAPITALE LIBERO
Last but not least, nessun controllo sui movimenti di capitale. Con tutta evidenza, è in gioco il futuro delle prossime generazioni. Per questo non è accettabile che il Ttip sia deciso a «porte chiuse», con una trattativa segreta, come è avvenuto finora. E chi vuole rappresentare l’Italia in Europa, è bene che si svegli e «cambi verso» a un trattato in cui rischiamo di essere solo perdenti.


2016, fine della democrazia: il privilegio sarà legge | LIBRE
2016, fine della democrazia: il privilegio sarà legge
Scritto il 20/2/14 • nella Categoria: segnalazioni
Si chiama Ttip, Trattato Transatlantico, e se va in porto siamo rovinati. A decidere su tutto – lavoro, salute, cibo, energia, sicurezza – non saranno più gli Stati, ma direttamente le multinazionali. I loro super-consulenti, attraverso lobby onnipotenti come Business Europe e Trans-Atlantic Business Dialogue, in questi mesi stanno dettando le loro condizioni alle autorità di Bruxelles e di Washington, che nel giro di due anni contano di trasformarle in legge. A quel punto, la democrazia come la conosciamo sarà tecnicamente finita: nessuna autorità statale, infatti, oserà più opporsi ai diktat di questa o quella corporation, perché la semplice accusa di aver causato “mancati profitti” esporrà lo Stato nazionale – governo, magistratura – al rischio di pagare sanzioni salatissime. Già oggi, vari Stati hanno dovuto versare 400 milioni di dollari alle multinazionali. La loro “colpa”? Aver vietato prodotti tossici e introdotto normative a tutela dell’acqua, del suolo e delle foreste. E le richieste di danni raggiungono già i 14 miliardi di dollari. La novità: quello che oggi è un incubo, domani sarà legge.
Se sarà approvato il Trattato Transatlatico, avverte Lori Wallach su “Le Monde Diplomatique”, niente fermerà più l’appetito privatizzatore dei “padroni dell’universo”, specie nei settori di maggior interesse strategico: brevetti medici e fonti fossili di energia. Un sogno, a quel punto, concepire politiche di lotta all’inquinamento e per la protezione del clima terrestre. Il Ttip «aggraverebbe ulteriormente il peso di questa estorsione legalizzata», che giù oggi ricatta molti Stati, dal Canada alla Germania. Il grande business lavora per eliminare le leggi statali per far posto a quella degli affari. Attualmente, negli Usa sono presenti 3.300 aziende europee con 24.000 filiali. Ognuna di esse, dice Wallach, «può ritenere di avere buone ragioni per chiedere, un giorno o l’altro, riparazione per un “pregiudizio commerciale”». Peggio ancora per gli europei: sono addirittura 14.400 le compagnie statunitensi dislocate nell’Unione Europea, con una rete di 50.800 filiali. «In totale, sono 75.000 le società che potrebbero gettarsi nella caccia ai tesori pubblici».
L’aspetto più inquietante del “cantiere” del Trattato, un dispositivo destinato – se approvato – a sconvolgere la vita democratica di tutto l’Occidente – è la sua massima segretezza: la stampa è stata espressamente invitata a starsene alla larga. Si tratta di un ordinamento decisamente eversivo: il grande business si prepara ad emanare i propri diktat non più di nascosto, attraverso le lobby e politici compiacenti del Congresso e della Commissione Europea, ma ormai alla luce del sole, trasformando addirittura in legge il privilegio di una minoranza, contro la stragrande maggioranza della popolazione. L’autonomia istituzionale dello Stato? Completamente aggirata, disabilitata, in ogni settore: dalla protezione dell’ambiente a quello sanitario, dalle pensioni alla finanza, dai contratti di lavoro alla gestione dei beni comuni primari, come l’acqua potabile. Si avvicina la “grande privatizzazione definitiva” del mondo occidentale.
Sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali. E ancora: libertà del web, protezione della privacy, cultura e diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione. «Non c’è una sfera di interesse generale che non passerà sotto le forche caudine del libero scambio istituzionalizzato», scrive Lori Wallach. Rispetto al Trattato Transatlantico, le condizioni-capestro oggi imposte dal Wto sono considerate “soft”. A decidere su tutto saranno tribunali speciali, formati da avvocati d’affari che si baseranno sulle “leggi” della Banca Mondiale. Fine della democrazia: «L’azione politica degli eletti si limiterà a negoziare presso le aziende o i loro mandatari locali le briciole di sovranità che questi vorranno concedere loro». Neppure la fantasia di Orwell era arrivata a tanto. Eppure, è esattamente l’incubo che ci sta aspettando, se nessuno lo fermerà. Ed è inutile farsi illusioni: per ora, del “mostro” non parla nessuno. Non una parola, ovviamente, dalle comparse della politica, e neppure da giornali e televisioni. La grande minaccia si sta avvicinando indisturbata, all’insaputa di tutti.
Si chiama Ttip, Trattato Transatlantico, e se va in porto siamo rovinati. A decidere su tutto – lavoro, salute, cibo, energia, sicurezza – non saranno più gli Stati, ma direttamente le multinazionali. I loro super-consulenti, attraverso lobby onnipotenti come Business Europe e Trans-Atlantic Business Dialogue, in questi mesi stanno dettando le loro condizioni alle autorità di Bruxelles e di Washington, che nel giro di due anni contano di trasformarle in legge. A quel punto, la democrazia come la conosciamo sarà tecnicamente finita: nessuna autorità statale, infatti, oserà più opporsi ai diktat di questa o quella corporation, perché la semplice accusa di aver causato “mancati profitti” esporrà lo Stato nazionale – governo, magistratura – al rischio di pagare sanzioni salatissime. Già oggi, vari Stati hanno dovuto versare 400 milioni di dollari alle multinazionali. La loro “colpa”? Aver vietato prodotti tossici e introdotto normative a tutela dell’acqua, del suolo e delle foreste. E le richieste di danni raggiungono già i 14 miliardi di dollari. La novità: quello che oggi è un incubo, domani sarà legge.
Se sarà approvato il Trattato Transatlatico, avverte Lori Wallach su “Le Monde Diplomatique”, niente fermerà più l’appetito privatizzatore dei“padroni dell’universo”, specie nei settori di maggior interesse strategico: brevetti medici e fonti fossili di energia. Un sogno, a quel punto, concepire politiche di lotta all’inquinamento e per la protezione del clima terrestre. Il Ttip «aggraverebbe ulteriormente il peso di questa estorsione legalizzata», che giù oggi ricatta molti Stati, dal Canada alla Germania. Il grande business lavora per eliminare le leggi statali per far posto a quella degli affari. Attualmente, negli Usa sono presenti 3.300 aziende europee con 24.000 filiali. Ognuna di esse, dice Wallach, «può ritenere di avere buone ragioni per chiedere, un giorno o l’altro, riparazione per un “pregiudizio commerciale”». Peggio ancora per gli europei: sono addirittura 14.400 le compagnie statunitensi dislocate nell’Unione Europea, con una rete di 50.800 filiali. «In totale, sono 75.000 le società che potrebbero gettarsi nella caccia ai tesori pubblici».
L’aspetto più inquietante del “cantiere” del Trattato, un dispositivo destinato – se approvato – a sconvolgere la vita democratica di tutto l’Occidente – è la sua massima segretezza: la stampa è stata espressamente invitata a starsene alla larga. Si tratta di un ordinamento decisamente eversivo: il grande business si prepara ad emanare i propri diktat non più di nascosto, attraverso le lobby e politici compiacenti del Congresso e della Commissione Europea, ma ormai alla luce del sole, trasformando addirittura in legge il privilegio di una minoranza, contro la stragrande maggioranza della popolazione. L’autonomia istituzionale dello Stato? Completamente aggirata, disabilitata, in ogni settore: dalla protezione dell’ambiente a quello sanitario, dalle pensioni alla finanza, dai contratti di lavoro alla gestione dei beni comuni primari,come l’acqua potabile. Si avvicina la “grande privatizzazione definitiva” del mondo occidentale.
Sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali. E ancora: libertà del web, protezione della privacy, cultura e diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione. «Non c’è una sfera di interesse generale che non passerà sotto le forche caudine del libero scambio istituzionalizzato», scrive Lori Wallach. Rispetto al Trattato Transatlantico, le condizioni-capestro oggi imposte dal Wto sono considerate “soft”. A decidere su tutto saranno tribunali speciali, formati da avvocati d’affari che si baseranno sulle “leggi” della Banca Mondiale. Fine della democrazia: «L’azione politica degli eletti si limiterà a negoziare presso le aziende o i loro mandatari locali le briciole di sovranità che questi vorranno concedere loro». Neppure la fantasia di Orwell era arrivata a tanto. Eppure, è esattamente l’incubo che ci sta aspettando, se nessuno lo fermerà. Ed è inutile farsi illusioni: per ora, del “mostro” non parla nessuno. Non una parola, ovviamente, dalle comparse della politica, e neppure da giornali e televisioni. La grande minaccia si sta avvicinando indisturbata, all’insaputa di tutti.


04/04/2014 123 | POLITICA - INTERNAZIONALE | Fonte: [COLOR=#9F0D00 !important] sbilanciamoci.info [/COLOR] | Autore: [COLOR=#9F0D00 !important] Monica Frassoni [/COLOR]
Ttip, tutto quello che non sappiamo
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Secondo i fautori dell’accordo la riduzione degli ostacoli al libero commercio porterebbe ad un aumento fino allo 0,5-1 percento del Pil. Peccato che si tratta di stime al 2027
Sul tavolo del governo Renzi, prossimo ad assumere la Presidenza di turno dell’Ue, c’è un tema di cui si parla (ancora) poco nel dibattito pubblico, ma è necessario cominciare a discuterne senza perdere altro tempo: il Ttip.
Il 14 marzo si è concluso, con un comunicato stampa molto ottimista e un appuntamento all’estate 1 , il quarto round di negoziati del Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra Ue e Usa, in breve Ttip: il più vasto e complesso accordo commerciale (e non solo) mai tentato.
Secondo i sostenitori dell’accordo, l’eliminazione o la riduzione degli ostacoli al libero commercio rappresentate da leggi e controlli di vario tipo porterebbero ad un aumento fino allo 0,5-1 percento del Pil. Peccato che nessuno precisi che si tratta di stime al 2027 e che non sono presi in considerazione i costi eventuali dell’allentamento di norme in materia di salute o ambiente. Se si guarda con attenzione si scopre allora che le previsioni si basano su cifre imprecise, non tengono conto di tutte le altre conseguenze potenzialmente negative e che l’unico guadagno che si prevede sul breve termine è stimato a 40 euro all’anno per famiglia.
Ma i dettagli non ci è dato conoscerli, perché il Ttip è negoziato nel massimo riserbo, senza che i deputati europei o nazionali abbiano accesso ai termini concreti di ciò che la Commissione, su mandato (segreto) degli Stati membri, discute con gli Usa. Tutto procede a nostra insaputa, fatta eccezione per il testo confidenziale risalente al giugno scorso e pubblicato il 7 marzo da Sven Giegold, deputato europeo dei Verdi ed ex Presidente di Attac Germany.
Sia chiaro, noi siamo più che favorevoli a espandere la cooperazione transatlantica nei settori d’interesse comune e riteniamo importante che gli operatori economici siano i protagonisti della transizione verso un nuovo modello di sviluppo: magari meno “intenso” in consumo di risorse e più attento ai cambiamenti climatici e ai diritti dei lavoratori. Sappiamo, inoltre, che il mondo delle imprese non è tutto uguale. Resta, però, il fatto che oggi il Ttip si sta costruendo come un attacco alla libertà e alle preferenze in molti settori espresse democraticamente dai cittadini, e, nonostante i disastri della crisi dal 2008, ideologicamente orientato verso un’idea di economia senza “qualità” sociale e ambientale. Basato com’è sulla convinzione che l’impresa multinazionale, in quanto sacra fornitrice di lavoro, non possa essere ostacolata da quisquilie come regole su ambiente, finanza, salute (come è stato in passato per la Direttiva Bolkestein, per l’Acta e per il tentativo di cancellare il software libero), auspichiamo che le elezioni di maggio costituiscano un’occasione di mobilitazione massiccia per formare maggioranze capaci di cambiare l’approccio delle relazioni transatlantiche.
Perché, oltre ai contenuti più che discutibili, con il Ttip si pone anche un problema di legittimità democratica. Per quanto si sa del meccanismo che si sta costruendo, verrebbe introdotta una clausola secondo la quale se regole, standard, leggi nazionali o europee in materia di ambiente, salute, finanza, etc. si trovassero in contrasto con gli interessi delle imprese, gli Stati potrebbero essere portati di fronte a corti di arbitrato e obbligati a pagare multe salate. Si tratta dell’Isds (investor-to-state dispute settlement) e consiste in un sistema di regolamento dei conflitti tra Stato e imprese che permette alle imprese di scavalcare le giurisdizioni nazionali, facendo riferimento direttamente a dei tribunali di arbitrato internazionali, spesso composti da avvocati provenienti dalle imprese stesse. È evidente che se si può obbligare uno Stato a pagare una multa perché ha introdotto il salario minimo o regole ambientali che possono ridurre i profitti, la libertà di legiferare e scegliere da parte degli organismi democratici pubblici viene fortemente ridotta.
Siamo di fronte a una situazione molto pericolosa: immaginate cosa accadrebbe se davvero, introdotta l’Isds, 14 mila imprese americane avessero la possibilità di mettere in discussione le leggi nazionali dei paesi Ue tramite le loro 50.800 imprese con sede in Europa. 2 Non c’è ragione di credere che questo non avverrà: basta ascoltare quello che dice pubblicamente Stuart Eizenstat, del Transatlantic business council: “Molti standards europei sono ingiustificabilmente alti, e questo non ha basi scientifiche: ciò che va bene mangiare per una famiglia americana, dovrebbe andar bene anche per una famiglia europea”. Il Ttip rischia così di diventare il mezzo per aggirare tutte le norme scomode: dopo gli Ogm, il primo obiettivo sarebbe il famigerato “principio di precauzione”, da tempo considerato da molti esponenti del mondo del business come un vero e proprio freno alla ricerca e allo sviluppo economico, ma ogni settore ha, poi, il suo preferito: dall’industria chimica che vuole addolcire il Reach, a quella della cosmetica che vuole ammorbidire i controlli sui propri prodotti e quella agroalimentare per evitare gli standard di protezione riguardanti, per esempio, la carne.
Ovviamente la Commissione respinge al mittente le accuse di volere ridurre gli standard europei e sostiene che le consultazioni avvengono a tutto tondo, ma il punto è che se si accetta il principio del “riconoscimento mutuo” di standard molto diversi, attraverso le filiali nei vari paesi si potrà approfittare delle differenze regolamentari e di fatto ridurne l’efficacia. Ci sono certamente standard che meriterebbero di essere armonizzati, ma ogni “equivalenza” dovrebbe essere accordata a regole che non possono essere troppo discordi. Peraltro è interessante notare, parlando della “qualità” degli scambi che sarebbe invece possibile incrementare, che il Ttip non contempla la promozione di tecnologie che incentivino la transizione verso un’economia “low carbon” e nulla ci dice che si discuta di eliminare la barriera agli scambi rappresentata dai sussidi alle fonti di energia fossili 3 . La possibilità di attribuire vantaggi a produzioni e tecnologie a minore impatto sull’ambiente e a maggiore intensità di lavoro di qualità non pare presa in considerazione: un sicuro freno alla transizione ecologica.
C’è un altro modo di costruire un’auspicabile alleanza transatlantica? Con un accordo multilaterale che sia coerente con il “Green new deal”, che implichi politiche contro i cambiamenti climatici e il consumo eccessivo di risorse e che promuova la giustizia sociale e i diritti di chi lavora. Un sogno? No e l’esempio della sconfitta di Acta lo dimostra. Recentemente, più di 200 gruppi europei e statunitensi hanno protestato contro il Ttip e anche nel Congresso americano ci sono voci contrarie a questo accordo. Importante ora è aumentare la consapevolezza e l’informazione, anche in vista delle elezioni europee. Con l’Italia che si prepara alla presidenza europea in un periodo importante per i negoziati con gli Usa, è bene sapere che facendo fronte comune con organizzazioni della società civile, sindacati, gruppi di consumatori, ma anche partiti come i Verdi europei, si può ancora cambiare strada.
1 EU, U.S. trade ? Negotiators explore ways to help SMEs take advantage of TTIP, as fourth round of talks ends in Brussels - Trade - European Commission
2 http://europeangreens.eu/brussels201...ion-paper-ttip
3 « Pagate con soldi pubblici per mandare in tilt il clima, le fonti fossili ricevono 100 $ per ogni tonnellata di CO2 che rilasciano. Aiuti di Stato per 523 miliardi di dollari contro gli 88 andati alle rinnovabili. E solo il 20% per aiutare i ceti deboli. Fatih Birol, capo economista della IEA, torna a denunciare i sussidi pubblici alle fossili. In Italia sono oltre 9 miliardi di euro all’anno. » Troppi sussidi alle fossili. E vento e sole più prevedibili delle politiche che li sostengono | QualEnergia.it
Ttip, tutto quello che non sappiamo - ControLaCrisi.org