
Originariamente Scritto da
cireno
e allora io, caro amico, ti dedico questo pezzo che ebbi occasione di scrivere qualche anno fa per un giornale milanese, un estate dove per il gran caldo a Milano morirono molti vecchi, perchè è molto in tema con quello che è stato scritto qua fino adesso
Si finiva di cenare
di cireno
Si finiva di cenare che erano le sette di sera, poi le donne sparecchiavano il lungo tavolone dove tutta la famiglia si era riunita, compresi i famigli (che erano gli uomini che aiutavano a lavorare la campagna, ricevendo in cambio oltre al salario anche vitto e alloggio) e se era estate si andava fuori, sull’aia, a prendere un po di fresco, e di zanzare, se invece era inverno ci si metteva intorno al grande camino a scaldarsi, visto che in casa non c’erano i termosifoni. Noi bambini eravamo tre, io e le mie due cuginette, e se eravamo solo noi davanti al camino, ce ne stavamo quasi sempre senza parlare, incantati a guardare le strane forme che il fuoco disegnava nell’aria, ma molte volte veniva il nonno (la nonna no, come tutte le donne di casa aveva altre cose da fare) e ci raccontava storie, quasi sempre fatti da lui vissuti. Non faccio fatica a trovare nella memoria per esempio la storia del Giuanin, che uscito di casa per andare a pescare le rane nei fossi, si era imbattuto in una specie di mago-stregone che gli aveva fatto perdere la memoria, almeno così si disse poi, per cui non tornò a casa la notte e non ci tornò per qualche mese con tutto il paese che diceva l’hanno ammazzato oppure è scappato con una donna. Giuanin era un tipo serio, che parlava poco e rideva anche meno, lo trovarono qualche mese dopo a centinaia di chilometri, in una specie di ospizio-ricovero in Emilia, che non ricordava nemmeno chi fosse e come si chiamasse. Tornato in paese, in famiglia, chiamava mamma sua moglie e parlava con tutte le bestie che incontrava: gatti, cani, cavalli uccellini. Quando morì, e si disse che morì senza essersi ammalato, il viso gli si atteggiò a una grande risata, proprio lui che non rideva mai e malgrado i foulard legati intorno al viso per tener chiusa la bocca lo dovettero seppellire che rideva. La gente per mesi continuò a parlare della strana fine del Giuanin e del fatto che era morto ridendo. E poi altre storie, come di quel tizio che era stato in India o Cina che sia, e diceva che gli uomini non sanno respirare, perché usano solo una piccola parte dei polmoni mentre per stare bene si dovrebbe respirare a polmoni pieni, e io che quando ero solo facevo dei grandi respironi per vedere cosa succedeva e invece mi girava solo la testa e allora pensavo che quello il tizio aveva detto al nonno era solo una gran balla.
Ricordi, bellissimi, di come stavamo incantati, a bocca aperta credo, a sentire il nonno che ci raccontava della prima guerra mondiale, degli assalti alla baionetta, della paura che avevano tutti, della fame e del freddo che si soffriva in trincea. O quando ci spiegava della natura, del perché le piante germogliano in primavera e si seccano d’inverno, della differenza fra gli animali che mangiano l’erba e quelli che mangiano carne, e concludeva sempre: tutti dovremmo mangiare solo verdure e frutta, il mondo sarebbe migliore, perché solo chi mangia carne è per sua natura aggressivo. Ricordi, ricordi che hanno contribuito a formarmi, che mi hanno aiutato a sviluppare la fantasia, il desiderio di conoscere.
I miei figli non hanno avuto niente di tutto questo, e io mi sento anche un po’ colpevole di non aver capito, quando ero giovane e loro piccoli, la grande importanza che ha avuto per me “il mio nonno”, la sua pazienza nello spiegarmi le cose, il suo sorriso pieno di affetto per quella specie di puledrino che ero e che forse gli faceva anche girare la testa, a furia di piroettargli intorno.
Hanno avuto, i miei figli, ore e ore di televisione, giocattoli sempre più complicati che “aiutano a sviluppare l’intelligenza”, mentre per noi bambini un battipanni era un fucile e una sedia rovesciata per terra un mezzo corazzato, ma non hanno avuto i nonni, che abitavano lontano e allora li si andava a trovare, anche spesso, ma non era la stessa cosa di quando io ero piccolo, erano un altro genere di nonni, necessariamente meno presenti. Intanto non c’erano l’aia e camino, e poi il nonno (mio padre) non aveva l’abitudine e i piccoli nemmeno, era il nonno certo, e mia mamma era la nonna, ma non c’era, forzatamente, lo stesso feeling che legava me al mio nonno. Il progresso, ecco, questo “procedere” in avanti, questo progredire verso un traguardo che non riesco a definire, ha tolto ai piccoli uomini di oggi una delle colonne educative che noi, quelli degli anni anta avanzati voglio dire, abbiamo avuto e che mi sono reso conto poi, con il passare degli anni, quanto sia stata importante.
Oggi il nonno o la nonna, se stanno bene e se sono vivi entrambi, stanno quasi sempre nella loro casa da soli e i nipoti in un’altra casa con i genitori. Tutto quel patrimonio di vita vissuta da raccontare ai piccoli uomini in formazione è morto, perso, inutilizzato, un momento della storia dell’uomo lungo secoli e secoli cancellato dal “progresso”. La vita di oggi lascia alle baby-sitter ucraine o romene, agli schermi Tv, il freddo camino dei nostri tempi, il compito di formare i nostri figli. Se tutto va bene e la figura paterna, e sovente anche quella materna, alla sera rientrano fra le mura di casa, i figli si trovano quasi sempre davanti due atteggiamenti: o una serie di rimproveri e di negazioni (non fare questo, non fare quello ecc) oppure l’indifferenza, da stanchezza o da problemi, che si dimostra in dialoghi quasi sempre inesistenti. Non è, sia ben chiaro, che i genitori di oggi siano meno capaci di essere genitori di quelli di una volta, è proprio la vita che tutti conduciamo, almeno nelle città, i problemi che ci rincorrono, il mutuo-l’Ici-le rate della macchina-le spese condominiali-il lavoro che rallenta e così via, che ci stravolgono, ci indispongono, ci tolgono pazienza, e spesso anche comprensione per i piccolissimi (per noi) problemi dei nostri figli che sono magari sorti nel corso della giornata, insolubili, ma stasera quando torna papà glielo chiedo, e poi il papà è stanco, la mamma pure, c’è solo la Televisione come punto di raccolta intorno alla quale però nessuno parla perché è il camino moderno a parlare, spesso a sparlare, a dire, mostrare, insegnare idiozie incredibili sotto forma di “programmi di svago”. E così i nostri piccoli futuri uomini perdono l’abitudine di parlare, di chiedere e lentamente si chiudono in loro stessi, e tu non riesci a capire perché da piccolo questo parlava sempre e adesso che ha 14 anni se ne sta muto e schivo per conto suo, ma guarda te che razza di figlio che abbiamo fatto!
Non ci sono più i nonni perché li abbiamo fatti diventare solo dei vecchi: prendono la pensione, non producono, consumano poco, sono una sorta di tribù di sopportatati dalla società moderna. Anche i figli spesso, si certo il bene, la mamma-il papà, ma alla fine anche loro li sopportano e così facendo non si rendono nemmeno conto di dare ai loro piccoli l’indicazione di una strada sbagliata che domani, il tempo passa-corre veloce, faranno a loro quello che hanno visto fare ai loro nonni da mamma e papà. Perché non c’è miglior insegnamento che l’esempio, hai voglia di dire bisogna andare in bicicletta per preservare l’ambiente, se poi hai tre macchine e le usi davanti ai tuoi figli sei uno che parla in un modo e agisce in un altro: e vieni giudicato, e spesso copiato.
Mio nonno, per esempio, diceva che non si doveva mangiar carne e non la mangiava. Era un metodo di educazione. Diceva che bisogna arrivare in orario quando si dà un appuntamento e io non riesco a essere in ritardo se ho un appuntamento, e anche grazie a lui.. Mi spiegava che gli animali sono, come noi figli dello stesso Creatore, e io amo tutti gli animali (escluso le zanzare che odio). Mi ha insegnato ad amare le piante, i fiori, l’erba e io sono un ecologista convinto. Contavano i nonni o no? Certo che contavano, e alla grande. O non penserete che per l’educazione di un figlio, conta quello che dicono i vari Limiti o Amadeus? Per fare uno come mio nonno, o qualsiasi altro nonno, ci vorrebbero sedicimila Costanzo e trentaquattromila Gerry Scotti. E forse non bastano nemmeno.
E invece guarda qui come la nostra società “progredita” ti tratta i nonni, pardon i vecchi. E’ bastato, tempo fa, un caldo fuori dalla media per causare migliaia di morti, donne e uomini soli, abbandonati da figli che, “perbacco ho anch’io diritto alle ferie o no”, vecchi che con un minimo di attenzione e di amore sarebbero ancora vivi. Io ho una mamma che ha più di 104 anni, e vive con me. Sono io che la costringo a camminare un’ora al giorno, che la obbligo a bere due litri di acqua al giorno perché i vecchi, si sa, non hanno mai sete e allora non bevono, si disidratano e alla fine muoiono con le reni quasi atrofizzate. Perché sono come uccellini, fragili, segnati dai lunghi anni di vita, magari colmi di esperienza che non possono più insegnare a nessuno ma delicati di fisico, bisognosi di cure, ma più che altro di amore. E invece vengono lasciati soli a vivere quella dimensione triste e grama che è la vecchiaia. Hanno la pensione, non gli manca niente, cosa di più? L’amore dei figli e dei nipoti manca, ecco cosa, ma non l’amore del colpo di telefono una volta alla settimana-come stai, riguardati- ma quello capace di vincere la solitudine, la tristezza che viene dalla constatazione dell’inutilità dell’essere vecchi, perché è questo che vuol dire essere vecchi oggi: essere inutili in questa società americanizzata dove si deve correre sempre. Non come era ai tempi del nonno che quando parlava ai nipoti sembrava un professore in classe. Così come i vecchi dovrebbero bere due litri di acqua al giorno per non disidratarsi allo stesso modo avrebbero bisogno di avere, almeno qualche volta, un nipote a cui raccontare storie, anche senza avere il camino con il fuoco.
E invece ecco qua, viene il caldo e si legge di vecchi che muoiono, che vengono trovati morti da giorni in casa dove vivevano soli. Ho sempre sentito dire che il grado di civiltà di una società si misura da come vengono trattati i bambini e gli anziani. E allora, se è così, questa è una società sbagliata. Se hai dei figli piccoli devi fare debiti per trovar loro un asilo, se ci sono degli anziani devi fare altrettanto per assicurare loro un posto decente dove vivere. Certo ci sono tanti centri geriatrici ma se sono di un certo livello costano dai 3 ai 7/8 mila euro al mese: e chi li può pagare? Come fa un anziano con 500 euro di pensione al mese? E allora se ne sta a casa sua, curato da qualche associazione di volontariato, dai vicini e poi magari quando viene il caldo, si dimentica di bere e alla fine muore, di disidratazione ma anche per colpa nostra, come società, intendo.
Non abbiamo più camini dove far tornare i vecchi ad essere nonni, dove metterli a raccontare ai nostri figli storie educative; non abbiamo posti dove accoglierli salvo che non siano ricchi o non lo siano i figli, che per i ricchi ci sono i centri a dodici stelle, con camere singole, parchi, divertimenti, aria condizionata; non sappiamo più dare loro amore se non per telefono, e una volta la settimana, se va bene. E questi muoiono, più che per la disidratazione, uccisi dalla nostra società e dalla sua indifferenza, ma specialmente di malinconia e dal sentirsi inutili, perché non hanno più camini o aie dove parlare con i propri nipoti.