"Io, andata e ritorno nell'inferno delle dark room" Di Tolve e la verità sui gay sfruttati per fare soldi
di Andrea Zambrano
“I miei occhi hanno visto la perversione che si nasconde in quelle dark room. Finalmente l’opinione pubblica ha scoperto quello che da anni denuncio”. Luca Di Tolve ricorda. Ricorda tutto, non serve evocare le Muse. Tutto è impresso nella sua memoria: l’odore nauseabondo dei corridoi dove si pratica il glory hole, quelle braccia infilate negli orifizi più intimi. E la droga: a fiumi, che scorre nei sotterranei della patina addolcita del mito Lgbt che mostra il suo volto presentabile per fare incetta di consenso e di soldi.
“Tanti soldi e tanto sesso, sono le due armi con le quali l’ideologia omosessualista conduce alla perdizione giovani fragili, inesperti, a cui nessuno spiega nulla dell’amore umano, del progetto di Dio, del dolore e della sofferenza. Entrano nei locali mostrando la tessera dell’associazione di appartenenza, che garantisce l’esclusività del club e vengono dotati di preservativi a vagonate. Poi per loro inizia la giostra infernale tra glory holes, labirinti e sling room, tra saune promiscue e sale massaggi dove l’obiettivo finale è quello di usarsi senza relazioni. Solo sesso. Solo disperazione”.
Ex gay. Per le lobby gay e i media maistream Luca di Tolve è un rinnegato, è la pietra d’inciampo al loro progetto di presentare l’ideologia omosessualista come la realizzazione della felicità in terra. Invece Luca è un uomo, prima di tutto. Un uomo che ha sofferto, è sceso negli abissi del dolore ed è risalito guardando in faccia quel dolore che per tutti era soltanto normale. Ed è rinato scoprendo la gioia dell’amore e della paternità. Il suo libro “Ero gay” (Citta Ideale) uscirà tra dieci giorni con l’ennesima ristampa. Con tante nuove verità sul mondo gay che lo teme perché ha squarciato un velo sul grande inganno dell’omosessualismo.
Luca, che sensazione ha provato in questi giorni dopo il servizio delle Iene?
Ero felice perché la verità su quei circoli privati l’ho vissuta, ho fatto parte dell’Arcigay e sapevo come venivano utilizzati. Non sono sorpreso di quello che è emerso. Sono stupito che siano state le Iene a farlo emergere, dato che mi hanno sempre attaccato facendomi apparire come un burattino. E questo mi fa sorgere alcuni dubbi.
Quali?
Che non sia stata certo una manovra per scardinare questo sistema Lgbt. La mia opinione è che ci sia una lotta intestina tra l’Arcigay e altre associazioni perché questi locali sono sempre stati affiliati all’Arcigay. Nel mio libro dimostravo che per accedere a questi “circoli culturali” fosse indispensabile entrare con la tessera dell’Arcigay con la scusa del sostegno alle discriminazioni etc… etc..
Tutti quindi avevano la tessera?
Certo. Era obbligatorio. Ed è così ancora. La gran parte dei circoli con dark room e altre perversioni richiede la tessera dell’Arcigay o di Anddos. Il punto è che cosa c’entri con questi circoli una realtà registrata come associazione di promozione sociale che prende tantissimi soldi pubblici per le sue attività, non solo attraverso l’Unar. Ma forse non è una domanda retorica. E’ il cuore del problema.
Che cosa intende dire?
Che il sesso è il motore che fa muovere l’industria gay. Tutto è incentrato a fare sesso. L’attività di promozione sociale è solo una parvenza che si dà all’esterno. Che le lobby portano avanti con la solita tecnica dell’intimidazione. E’ stato così anche quando il manuale diagnostico ha eliminato l’omosessualità come una malattia. Non è stata una decisione scientifica, ma una pressione di lobby che con l’intimidazione è riuscita a portare a casa il risultato.
Che cosa ricordi di quei luoghi?
La prima volta che vi entrai fu intorno al 1985. Avevo 15 anni. Da una parte di ballava il liscio, nell’altra c’era la discoteca di tendenza. Era un mondo colorato e fuori dagli schemi, molto cinematografico sembrava un carnevale perenne. C’erano le serate con Amanda Lear, ci sentivamo fuori dagli schemi, ma c’era un tendone dietro il quale si accedeva alla dark room. Si entrava e dentro si facevano quelle cose che abbiamo visto tutti. Il locale si chiamava One Way, credo esista ancora.
Anche sesso a pagamento?
Questo succedeva nelle saune. Ma anche in questo caso si trattava di circoli affiliati ad Arcigay.
Ci si chiede perché la Polizia non sia mai entrata?
In realtà ho letto di alcune retate, ma forse fanno meno notizia. Però è anche vero che secondo una logica libertaria il popolo deve scaricarsi, bisogna alleggerire l’impatto sociale, così su alcune cose si chiude un occhio.
In questi giorni si è scoperto che il “catalogo” è molto variegato.
Sì. Anche allora c’erano tanti tipi di locali. C’era quello dove potevi provare il glory hole, c’erano i locali “make it party” dove sei tutto nudo e gira droga a gogo. Andate a leggere le chat su gay.it. C’è chi racconta di essere stato drogato a sua insaputa.
Cioè droga libera senza consapevolezza?
Anche. Noi la chiamavamo “Ciao bambina”, era una droga come il popper importata dai trans brasiliani che viene chiamata droga dello stupro, ti fa solo dire sì o no. E uno non si ricorda più niente. Io me la ricordo, mi trovai in una situazione simile e scappai.
La droga è una costante.
Sì. Ci sono i locali dove gira la cocaina e sono quelli cosiddetti fashion. E poi ci sono i locali cruising.
Cioè?
Locali dove si fa sesso a caso, con chi capita, dove c’è il labirinto. All’ingresso ti danno il preservativo, lo Scottex e via. Il mondo gay militante è fatto così. Questo dimostra che l’ideologia gay non punta al bene della persona. All’interno di questi circoli non nasce mai l’amicizia. Tutto è finalizzato al sesso, infatti la mia storia dimostra che quando ho iniziato il mio percorso di rinascita tutti mi hanno voltato le spalle. Non esiste la relazione umana. E noi vogliamo mandare queste persone che hanno così difficoltà di relazione a insegnare nelle scuole l’amore. Mai!
Che cosa vede nei corsi sulle teorie riparative che svolge con la sua associazione gruppo Lot? Le parlano di questi locali?
Certo. Arrivano ragazzi che hanno bisogno di aiuto, ma che viene negato. Ci raccontano delle umiliazioni subite e di come psicologi e le stesse associazioni come l’Arcigay li scoraggino perché noi per loro siamo odio, sanno che questa è verità ma non vogliono che venga detta. Ecco perché penso che i gay militanti siano i nuovi marxisti.
Che cosa dice a questi ragazzi?
Che bisogna riconoscere la verità. Tutti hanno il diritto di sapere come si comporta questa gente e da chi è fomentata. Ma la verità non la si riconosce neanche quando è sotto gli occhi di tutti. Basta andare al Mamamia di Viareggio, dove c’è una intera spiaggia dedicata ai gay. L’Arcigay fa i suoi comizi per indottrinare la gente e poi nel parco di fianco succede di tutto. Lo sanno tutti.
Se molti frequentatori stessero leggendo questa intervista, che cosa si sentirebbe di dire?
Che sono usati per fare soldi. Non siamo noi gli omofobi, perché l’amore umano non è questo. Quando loro hanno finito di amarsi non si completano come l’uomo e la donna, infatti sorgono liti, vendette.
Prima ha parlato della droga. Perché secondo lei serve?
Perché tutto è incentrato a creare una dipendenza. Ho lavorato nel settore del turismo gay, si noleggiano ancora le navi da crociera più grandi del mondo e salgono a bordo oltre 4000 persone. Tutto è incentrato a creare dipendenza, i gay vengono usati come macchine da spremere per fare soldi. E dico questo perché quando ero in Arcigay sentivo questi discorsi: il tesseramento serviva a fare numero. E fare numero significa fare soldi. E fare soldi significa condizionare la politica. Proprio quello che sta accadendo oggi.
"Io, andata e ritorno nell'inferno delle dark room" Di Tolve e la verità sui gay sfruttati per fare soldi
Trump tira l'acqua e chiude il bagno transgender
di Marco Guerra
Trump archivia le assurde linee guida emanate da Obama per promuovere l’uso dei bagni e degli spogliatoi scolastici in base al sesso percepito dallo studente. In pratica, come reso noto domenica dal dipartimento Giustizia, la nuova amministrazione non ha intensione di battersi in sede legale contro il provvedimento del giudice federale Reed O’Connor che, lo scorso agosto, ha invalidato le misure del precedete governo democratico in favore delle cosiddetti wc transgender. Il caso era andato avanti per iniziativa dell'amministrazione Obama, che durante tutta la presidenza ha fatto propria l’agenda dei movimenti lgbt, ed era finito presso la corte d'appello federale, dove si è fermato, una volta per tutte, per volontà del nuovo inquilino della Casa Bianca.
Sul piano legislativo tutto ha avuto inizio lo scorso maggio quando, a seguito delle pressioni delle lobby gay che hanno fatto dell’accesso ai bagni la nuova frontiera dei diritti civili, i dipartimenti Giustizia e Istruzione del governo Obama hanno inviato una direttiva ad ogni scuola pubblica del Paese circa l'obbligo di trattare gli studenti secondo modalità che corrispondano all’identità di genere percepita in quel momento della vita. Una decisione presa dopo che l’alta Corte d’Appello Federale di Richmond (4th Circuit) ha stabilito che la pretesa di una studentessa (in tutto e per tutto femmina ma che afferma di sentirsi maschio) di utilizzare a scuola i bagni dei ragazzi anziché quelli delle compagne è legittima.
Il dato biologico dell’identità sessuata presente fin dalla nascita in ogni individuo veniva cancellato in tutto il Paese per andare incontro ai capricci di un singolo alunno. Succede quindi che 13 stati americani guidati dal Texas si oppongono subito a questa misura e presentano un ricorso che arriva nelle mani del federale Reed O’Connor, il quale decide che la politica sui bagni transgender promossa dalla amministrazione Obama non è né obbligatoria, né vincolante. Una sentenza che non si limita ai soli Stati ricorrenti perché, come ha spiegato lo stesso giudice O’ Connor, “un provvedimento geograficamente limitato sarebbe inefficace”.
Il vicegovernatore del Texas Dan Patrick non si accontenta e lo scorso gennaio presenta di un progetto di legge che richiede l'uso dei bagni a seconda del sesso registrato alla nascita negli edifici governativi e nelle scuole. Un'iniziativa simile a quella già varata dal North Carolina, definita una mossa discriminatoria dai movimenti lgbt, che suscitò la reazione di alcuni Vip, fra quali Bruce Springsteen, e delle multinazionali che diedero vita a durissime ritorsioni economiche.
La parola fine arriva quindi dal nuovo presidente Trump che fino ad ora ha dato prova di non dare il minimo peso agli strali provenienti dai circuiti del politicamente corretto.
E se l’America è in piena fase di rigetto, l’Italia sembra essere in balia rispetto a queste sperimentazioni sociali. L’offensiva arcobaleno sui wc è appena cominciata. Da ottobre Bologna ospita i primi bagni gender fluid di Italia, sono stati installati presso il ristorante ‘Vetro’, locale all’interno delle serre dei Giardini Margherita. Stefano Follador, presidente della cooperativa che gestisce il punto ristoro, ha spiegato all’edizione bolognese del Corriere che in questo modo i clienti sono tutti uguali anche nell’uso del bagno. Bisognerebbe chiedere alle signore se preferiscono farla in piedi, ma ovviamente l’aspetto urologico non può intralciare l’avanzata del progresso.
Il 29 gennaio scorso sono stati poi aperti i primi bagni pubblici dedicati anche al “terzo sesso”. Ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, il sindaco Antonio Saggese ha inaugurato le toilette: una per gli uomini, una per le donne e uno con la scritta "no gender". Il primo cittadino lo ha definito un “gesto di civiltà”. Lo stesso paese del Sannio pochi giorni dopo ha ospitato Vladimir Luxuria, la madrina della battaglia per i water gender fluid condotta, senza successo, in Parlamento nel lontano 2006.
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