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Discussione: Vai col gender!

  1. #341
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Omogenitorialità, psicologo rompe il muro dei tabù
    di Ermes Dovico
    È stato l’unico tra 19 psicologi che ha osato esprimere delle riserve sulla cosiddetta omogenitorialità, in uno studio pubblicato sul trimestrale Giornale italiano di psicologia. L’unico ad aver sottolineato che le varie ricerche citate per legittimare le famiglie con “due mamme” e “due papà” presentano problemi teorico-metodologici e non affrontano la fondamentale questione della generatività. Lui è Vittorio Cigoli, docente emerito di Psicologia clinica e autore di diverse pubblicazioni sulla psicologia della famiglia e della coppia. Il suo caso è emblematico di come un’ideologia, promossa da gruppi elitari, riesca a imporsi nella società (dalla psicologia alle altre scienze umane, dalla politica ai media, i metodi sono quasi sempre gli stessi) cerchi di isolare chi la pensa diversamente e anestetizzi gradualmente l’opinione pubblica per raggiungere i propri fini. La Nuova BQ l’ha intervistato.
    Professor Cigoli, può spiegarci come si è arrivati a questo blocco di opinioni a favore dell’omogenitorialità, mentre lei è stato il solo a sottolineare i rischi per i figli?
    Il Giornale italiano di psicologia affronta sempre tematiche specifiche e, in questo caso, la direzione ha affidato la cura del tema dell’omogenitorialità al professor Vittorio Lingiardi, che si occupa dell’argomento da anni e si è fatto affiancare da un giovane collega, Nicola Carone. I curatori dell’articolo, di solito, contattano un certo numero di ricercatori per scrivere un contributo, mentre altri - come è successo a me - vengono contattati dalla direzione, che mi ha chiesto se ero disponibile a intervenire. Nel loro articolo a conclusione dello studio, gli autori hanno fatto la conta dei commenti per dire che questi “concordano nel ritenere che il genere e l’orientamento sessuale dei genitori non siano di per sé fattori di rischio per la stabilità e il benessere psicologico dei figli”.
    Tutti i commenti concordavano, a parte il suo.
    Sì, e nelle loro conclusioni gli autori hanno dedicato ben tre cartelle per replicare al mio contributo. Io penso che in questo modo abbiano strumentalizzato la rivista a scopo ideologico. Ora, io faccio ricerca da 40 anni e penso di poter esprimere un pensiero sul tema delle relazioni familiari senza che mi si tacci di pregiudizio. Mentre gli autori hanno puntato a fare una sorta di plebiscito, e penso che nemmeno gli altri colleghi siano felici di essere stati omologati così.
    Gli autori, per corroborare la loro tesi sull’omogenitorialità, citano varie ricerche, di cui lei invece sottolinea le carenze metodologiche.
    Buona parte di queste ricerche sono governate da persone e ricercatori omosessuali, anche famosi. Quella dell’omogenitorialità è diventata un’area quasi praticamente riservata. Di fatto, la ricerca viene quasi tutta concentrata su persone di livello economico elevato e buon inserimento sociale. Gli autori spesso usano il tema della discriminazione, dello stigma, ma in realtà ci sono lobby importanti come LGBT e grant di ricerca dedicati.
    Oltre ai problemi metodologici, ci sono altri problemi relativi alla ricerca psicologica su questi temi?
    Certo, il problema riguarda ciò che da psicologi possiamo dire: è la prima volta che la ricerca psicologica viene chiamata in causa per dirimere questioni che non sono meramente psicologiche. Perché quando si parla di famiglia e generatività, emergono necessariamente questioni di carattere antropologico, etico e filosofico. Chiedere alla psicologia di dare risposte definitive è strumentale. Le ricerche psicologiche a sostegno dell’omogenitorialità possono dire qualcosa solo entro una cornice cognitiva-comportamentale, in cui gli aspetti considerati sono l’adattamento e la qualità della relazione. Questa qualità della relazione viene valutata sulla base della percezione che ha il genitore o il bambino, cioè in nessun modo queste ricerche studiano la relazione dal vivo e non possono rispondere a domande fondamentali quali quelle sul concepimento, le relazioni generazionali, le organizzazioni familiari, il rapporto tra i generi che è, e da sempre, un fattore di rischio così come di fondamentale opportunità.
    Insomma, sono ricerche che prendono in considerazione aspetti molto parziali.
    Esatto. Questa tipologia di ricerche dà dei risultati, ma ha pure i suoi limiti e non può essere presa come scientifica in sé. Il punto sta proprio qui: quando viene sollevato un dubbio circa la problematicità di queste modern families, si viene immediatamente attaccati.
    Nel suo contributo sulla rivista, lei ha sottolineato l’importanza della generatività e della sua differenza con l’educazione.
    Sì, c’è differenza tra gli aspetti educativi, che sono specie-specifici nel senso che la specie umana si contraddistingue in quanto capace di educare, e gli aspetti generativi, che invece sono una specificità delle relazioni familiari. E la generatività è necessariamente legata alla differenza sessuale: dunque, l’omologazione dei sessi costituisce un problema. La generatività, infatti, ci dice tantissimo del rapporto tra le generazioni e sarebbe estremamente riduttivo considerare ciò solo come rapporto genitore-bambino perché il legame familiare interessa anche i nomi, le origini, la relazione con chi non c’è più, eccetera. Il vuoto delle origini, l’eliminazione del legame complica tutto.
    Siamo arrivati a questo punto anche a causa della fecondazione artificiale, che asseconda un’ideologia che pretende di affermare l’irrilevanza della natura umana.
    Gli interventi, come nel caso della maternità surrogata, non costano meno di 150/200 mila dollari. I fertility centers, ben presenti anche in Europa e non solo negli Stati Uniti, sono organizzazioni di business. Così, sono state create nuove forme familiari che si basano su una fecondazione extracorporea, sotto il dominio della tecnica. Si è fatto un salto che non è indolore. Sapere dello sperma e degli ovuli congelati, venire a sapere che dal punto di vista strettamente biologico puoi avere decine e decine di fratelli (e infatti ci sono dei siti in cui le persone si cercano), il fatto di avere una-due mamme biologiche e una cosiddetta sociale, la presenza o meno di figure maschili e l’anonimato o meno del donatore sono tutte domande che riguardano le conseguenze sui figli. Non ci si può dunque non fare domande a livello antropologico e psichico. Tutt’affatto dunque che un pregiudizio e uno stigma. Anche il tema ricorrente della donazione va riconsiderato con attenzione. Non è la stessa cosa della donazione di sangue o di organi.
    Domande che però la ricerca dominante non si fa più?
    È come se oltre 50 anni di studi sul valore della differenza sessuale, sulla generatività, sul rapporto padre-madre-bambino, venissero letteralmente messi a tacere, spazzati via dalla ricerca dell’omologazione (nessuna differenza). Le ricerche sulle modern families sono incentrate solo sull’adattamento e, in fin dei conti, sono un tentativo sottile di annullare il familiare come dimensione cruciale dell’umano. Per parecchi colleghi ricercatori non contano infatti la struttura e l’organizzazione, ma solo la qualità della relazione, se hai più o meno “amore”. Ora, loro chiamano “organizzazione” solo lo status socio-economico, non hanno l’idea antropologica dei legami. Sono tutti temi che il “Centro Famiglia” dell’Università Cattolica affronterà in un Quaderno che sarà pubblicato a breve con un commento mio e di Eugenia Scabini.
    Perché si nega così ostinatamente l’importanza dei legami e delle origini per il benessere dei bambini?
    Sostanzialmente, l’impresa è quella di andare al di là, di fare delle cose impensabili fino a poco tempo fa: quindi è proprio una sfida del limite, alla ricerca di una cosiddetta normalità.
    Ma se si supera il limite naturale, si potrà mai trovare la normalità?
    Eh, questa è appunto la domanda. Noi conosciamo il tema della “hybris”, i greci ce lo hanno insegnato, ci sono dei rischi. Io penso che una buona ricerca scientifica ne debba tenere conto.
    Omogenitorialità, psicologo rompe il muro dei tabù

  2. #342
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    "Io, andata e ritorno nell'inferno delle dark room" Di Tolve e la verità sui gay sfruttati per fare soldi
    di Andrea Zambrano
    “I miei occhi hanno visto la perversione che si nasconde in quelle dark room. Finalmente l’opinione pubblica ha scoperto quello che da anni denuncio”. Luca Di Tolve ricorda. Ricorda tutto, non serve evocare le Muse. Tutto è impresso nella sua memoria: l’odore nauseabondo dei corridoi dove si pratica il glory hole, quelle braccia infilate negli orifizi più intimi. E la droga: a fiumi, che scorre nei sotterranei della patina addolcita del mito Lgbt che mostra il suo volto presentabile per fare incetta di consenso e di soldi.
    “Tanti soldi e tanto sesso, sono le due armi con le quali l’ideologia omosessualista conduce alla perdizione giovani fragili, inesperti, a cui nessuno spiega nulla dell’amore umano, del progetto di Dio, del dolore e della sofferenza. Entrano nei locali mostrando la tessera dell’associazione di appartenenza, che garantisce l’esclusività del club e vengono dotati di preservativi a vagonate. Poi per loro inizia la giostra infernale tra glory holes, labirinti e sling room, tra saune promiscue e sale massaggi dove l’obiettivo finale è quello di usarsi senza relazioni. Solo sesso. Solo disperazione”.
    Ex gay. Per le lobby gay e i media maistream Luca di Tolve è un rinnegato, è la pietra d’inciampo al loro progetto di presentare l’ideologia omosessualista come la realizzazione della felicità in terra. Invece Luca è un uomo, prima di tutto. Un uomo che ha sofferto, è sceso negli abissi del dolore ed è risalito guardando in faccia quel dolore che per tutti era soltanto normale. Ed è rinato scoprendo la gioia dell’amore e della paternità. Il suo libro “Ero gay” (Citta Ideale) uscirà tra dieci giorni con l’ennesima ristampa. Con tante nuove verità sul mondo gay che lo teme perché ha squarciato un velo sul grande inganno dell’omosessualismo.
    Luca, che sensazione ha provato in questi giorni dopo il servizio delle Iene?
    Ero felice perché la verità su quei circoli privati l’ho vissuta, ho fatto parte dell’Arcigay e sapevo come venivano utilizzati. Non sono sorpreso di quello che è emerso. Sono stupito che siano state le Iene a farlo emergere, dato che mi hanno sempre attaccato facendomi apparire come un burattino. E questo mi fa sorgere alcuni dubbi.
    Quali?
    Che non sia stata certo una manovra per scardinare questo sistema Lgbt. La mia opinione è che ci sia una lotta intestina tra l’Arcigay e altre associazioni perché questi locali sono sempre stati affiliati all’Arcigay. Nel mio libro dimostravo che per accedere a questi “circoli culturali” fosse indispensabile entrare con la tessera dell’Arcigay con la scusa del sostegno alle discriminazioni etc… etc..
    Tutti quindi avevano la tessera?
    Certo. Era obbligatorio. Ed è così ancora. La gran parte dei circoli con dark room e altre perversioni richiede la tessera dell’Arcigay o di Anddos. Il punto è che cosa c’entri con questi circoli una realtà registrata come associazione di promozione sociale che prende tantissimi soldi pubblici per le sue attività, non solo attraverso l’Unar. Ma forse non è una domanda retorica. E’ il cuore del problema.
    Che cosa intende dire?
    Che il sesso è il motore che fa muovere l’industria gay. Tutto è incentrato a fare sesso. L’attività di promozione sociale è solo una parvenza che si dà all’esterno. Che le lobby portano avanti con la solita tecnica dell’intimidazione. E’ stato così anche quando il manuale diagnostico ha eliminato l’omosessualità come una malattia. Non è stata una decisione scientifica, ma una pressione di lobby che con l’intimidazione è riuscita a portare a casa il risultato.
    Che cosa ricordi di quei luoghi?
    La prima volta che vi entrai fu intorno al 1985. Avevo 15 anni. Da una parte di ballava il liscio, nell’altra c’era la discoteca di tendenza. Era un mondo colorato e fuori dagli schemi, molto cinematografico sembrava un carnevale perenne. C’erano le serate con Amanda Lear, ci sentivamo fuori dagli schemi, ma c’era un tendone dietro il quale si accedeva alla dark room. Si entrava e dentro si facevano quelle cose che abbiamo visto tutti. Il locale si chiamava One Way, credo esista ancora.
    Anche sesso a pagamento?
    Questo succedeva nelle saune. Ma anche in questo caso si trattava di circoli affiliati ad Arcigay.
    Ci si chiede perché la Polizia non sia mai entrata?
    In realtà ho letto di alcune retate, ma forse fanno meno notizia. Però è anche vero che secondo una logica libertaria il popolo deve scaricarsi, bisogna alleggerire l’impatto sociale, così su alcune cose si chiude un occhio.
    In questi giorni si è scoperto che il “catalogo” è molto variegato.
    Sì. Anche allora c’erano tanti tipi di locali. C’era quello dove potevi provare il glory hole, c’erano i locali “make it party” dove sei tutto nudo e gira droga a gogo. Andate a leggere le chat su gay.it. C’è chi racconta di essere stato drogato a sua insaputa.
    Cioè droga libera senza consapevolezza?
    Anche. Noi la chiamavamo “Ciao bambina”, era una droga come il popper importata dai trans brasiliani che viene chiamata droga dello stupro, ti fa solo dire sì o no. E uno non si ricorda più niente. Io me la ricordo, mi trovai in una situazione simile e scappai.
    La droga è una costante.
    Sì. Ci sono i locali dove gira la cocaina e sono quelli cosiddetti fashion. E poi ci sono i locali cruising.
    Cioè?
    Locali dove si fa sesso a caso, con chi capita, dove c’è il labirinto. All’ingresso ti danno il preservativo, lo Scottex e via. Il mondo gay militante è fatto così. Questo dimostra che l’ideologia gay non punta al bene della persona. All’interno di questi circoli non nasce mai l’amicizia. Tutto è finalizzato al sesso, infatti la mia storia dimostra che quando ho iniziato il mio percorso di rinascita tutti mi hanno voltato le spalle. Non esiste la relazione umana. E noi vogliamo mandare queste persone che hanno così difficoltà di relazione a insegnare nelle scuole l’amore. Mai!
    Che cosa vede nei corsi sulle teorie riparative che svolge con la sua associazione gruppo Lot? Le parlano di questi locali?
    Certo. Arrivano ragazzi che hanno bisogno di aiuto, ma che viene negato. Ci raccontano delle umiliazioni subite e di come psicologi e le stesse associazioni come l’Arcigay li scoraggino perché noi per loro siamo odio, sanno che questa è verità ma non vogliono che venga detta. Ecco perché penso che i gay militanti siano i nuovi marxisti.
    Che cosa dice a questi ragazzi?
    Che bisogna riconoscere la verità. Tutti hanno il diritto di sapere come si comporta questa gente e da chi è fomentata. Ma la verità non la si riconosce neanche quando è sotto gli occhi di tutti. Basta andare al Mamamia di Viareggio, dove c’è una intera spiaggia dedicata ai gay. L’Arcigay fa i suoi comizi per indottrinare la gente e poi nel parco di fianco succede di tutto. Lo sanno tutti.
    Se molti frequentatori stessero leggendo questa intervista, che cosa si sentirebbe di dire?
    Che sono usati per fare soldi. Non siamo noi gli omofobi, perché l’amore umano non è questo. Quando loro hanno finito di amarsi non si completano come l’uomo e la donna, infatti sorgono liti, vendette.
    Prima ha parlato della droga. Perché secondo lei serve?
    Perché tutto è incentrato a creare una dipendenza. Ho lavorato nel settore del turismo gay, si noleggiano ancora le navi da crociera più grandi del mondo e salgono a bordo oltre 4000 persone. Tutto è incentrato a creare dipendenza, i gay vengono usati come macchine da spremere per fare soldi. E dico questo perché quando ero in Arcigay sentivo questi discorsi: il tesseramento serviva a fare numero. E fare numero significa fare soldi. E fare soldi significa condizionare la politica. Proprio quello che sta accadendo oggi.
    "Io, andata e ritorno nell'inferno delle dark room" Di Tolve e la verità sui gay sfruttati per fare soldi

    Trump tira l'acqua e chiude il bagno transgender
    di Marco Guerra
    Trump archivia le assurde linee guida emanate da Obama per promuovere l’uso dei bagni e degli spogliatoi scolastici in base al sesso percepito dallo studente. In pratica, come reso noto domenica dal dipartimento Giustizia, la nuova amministrazione non ha intensione di battersi in sede legale contro il provvedimento del giudice federale Reed O’Connor che, lo scorso agosto, ha invalidato le misure del precedete governo democratico in favore delle cosiddetti wc transgender. Il caso era andato avanti per iniziativa dell'amministrazione Obama, che durante tutta la presidenza ha fatto propria l’agenda dei movimenti lgbt, ed era finito presso la corte d'appello federale, dove si è fermato, una volta per tutte, per volontà del nuovo inquilino della Casa Bianca.
    Sul piano legislativo tutto ha avuto inizio lo scorso maggio quando, a seguito delle pressioni delle lobby gay che hanno fatto dell’accesso ai bagni la nuova frontiera dei diritti civili, i dipartimenti Giustizia e Istruzione del governo Obama hanno inviato una direttiva ad ogni scuola pubblica del Paese circa l'obbligo di trattare gli studenti secondo modalità che corrispondano all’identità di genere percepita in quel momento della vita. Una decisione presa dopo che l’alta Corte d’Appello Federale di Richmond (4th Circuit) ha stabilito che la pretesa di una studentessa (in tutto e per tutto femmina ma che afferma di sentirsi maschio) di utilizzare a scuola i bagni dei ragazzi anziché quelli delle compagne è legittima.
    Il dato biologico dell’identità sessuata presente fin dalla nascita in ogni individuo veniva cancellato in tutto il Paese per andare incontro ai capricci di un singolo alunno. Succede quindi che 13 stati americani guidati dal Texas si oppongono subito a questa misura e presentano un ricorso che arriva nelle mani del federale Reed O’Connor, il quale decide che la politica sui bagni transgender promossa dalla amministrazione Obama non è né obbligatoria, né vincolante. Una sentenza che non si limita ai soli Stati ricorrenti perché, come ha spiegato lo stesso giudice O’ Connor, “un provvedimento geograficamente limitato sarebbe inefficace”.
    Il vicegovernatore del Texas Dan Patrick non si accontenta e lo scorso gennaio presenta di un progetto di legge che richiede l'uso dei bagni a seconda del sesso registrato alla nascita negli edifici governativi e nelle scuole. Un'iniziativa simile a quella già varata dal North Carolina, definita una mossa discriminatoria dai movimenti lgbt, che suscitò la reazione di alcuni Vip, fra quali Bruce Springsteen, e delle multinazionali che diedero vita a durissime ritorsioni economiche.
    La parola fine arriva quindi dal nuovo presidente Trump che fino ad ora ha dato prova di non dare il minimo peso agli strali provenienti dai circuiti del politicamente corretto.
    E se l’America è in piena fase di rigetto, l’Italia sembra essere in balia rispetto a queste sperimentazioni sociali. L’offensiva arcobaleno sui wc è appena cominciata. Da ottobre Bologna ospita i primi bagni gender fluid di Italia, sono stati installati presso il ristorante ‘Vetro’, locale all’interno delle serre dei Giardini Margherita. Stefano Follador, presidente della cooperativa che gestisce il punto ristoro, ha spiegato all’edizione bolognese del Corriere che in questo modo i clienti sono tutti uguali anche nell’uso del bagno. Bisognerebbe chiedere alle signore se preferiscono farla in piedi, ma ovviamente l’aspetto urologico non può intralciare l’avanzata del progresso.
    Il 29 gennaio scorso sono stati poi aperti i primi bagni pubblici dedicati anche al “terzo sesso”. Ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, il sindaco Antonio Saggese ha inaugurato le toilette: una per gli uomini, una per le donne e uno con la scritta "no gender". Il primo cittadino lo ha definito un “gesto di civiltà”. Lo stesso paese del Sannio pochi giorni dopo ha ospitato Vladimir Luxuria, la madrina della battaglia per i water gender fluid condotta, senza successo, in Parlamento nel lontano 2006.
    Trump tira l'acqua e chiude il bagno transgender


  3. #343
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Il flop delle unioni civili in Svizzera
    di Giuseppe Brienza
    In Svizzera le unioni civili compiono 10 anni. Secondo i dati appena pubblicati dall’Istituto nazionale di statistica, questo “compleanno” si accompagna alla certificazione del loro ormai assodato fallimento. Nell’ultimo anno censito, infatti, il 2015, le coppie omosessuali che hanno deciso di formalizzare la loro condizione ricorrendo all’Unione domestica registrata (questo il nome dell’istituto giuridico che gli garantisce diritti analoghi a quelli previsti per il matrimonio) sono state solamente 701, a fronte delle 2.004 unioni del 2007, anno della legge istitutiva, e delle circa 900 rilevate nei due anni successivi (2008 e 2009). I dati degli ultimi 5 anni, invece, mostrano che la “dittatura del desiderio” si è rivelata non più che un capriccio passeggero. Anche nel Paese elvetico, insomma, passato il fisiologico entusiasmo iniziale dovuto alla novità dell’istituto, le unioni civili si rivelano né più né meno che un privilegio assicurato ad una ristrettissima élite di persone sovra-rappresentate nei media e nella politica (un migliaio di individui, se le unioni civili viaggiano ormai fra le 6-700 all’anno). Cosa succederà, invece, in Paesi come l’Italia, nei quali neanche nei primi tempi dall’approvazione della legge, si fanno registrare picchi di unioni civili? Se e quando, il Governo fornirà dati ufficiali, ne sapremo qualcosa.
    L’Unione domestica registrata è un’istituzione di diritto privato riservata esclusivamente a coppie dello stesso sesso, che assegna loro un vero e proprio statuto giuridico, dotandole di un nuovo status civile. È equiparata a un matrimonio, eccezion fatta per determinati ambiti come cognome, cittadinanza, adozione e ricorso alla fecondazione artificiale (che è proibito).
    Dopo il primo anno istitutivo delle Unioni domestiche registrate, si registra un calo progressivo delle richieste, dal 2011 attestate ormai su numeri bassissimi. Considerando che il fenomeno ormai interessa stabilmente circa 1.400 persone all’anno (700 “matrimoni” gay), si capisce bene che, avendo la Svizzera oltre 8 milioni di abitanti, la legge sulle Unioni domestiche registrate va a beneficiare lo 0,015% circa dei cittadini all’anno. Insomma, la pretesa di pochi, ma il danno per molti, perché la legge, purtroppo, produce mentalità e, l’istituto delle unioni civili, sdoganando di fatto il “matrimonio” gay, costituisce uno dei grimaldelli ideologici per relativizzare il sistema del welfare e normalizzare socialmente l’omosessualità (compresi programmi di “educazione” o “rieducazione” gender).
    Il flop delle unioni civili in Svizzera » Rassegna Stampa Cattolica



    Film gay in una scuola superiore: esplode la polemica a Milano
    In una scuola superiore milanese viene proiettato un film gay, patrocinato dal Comune e dall’Unar. Il film, "Né Giuletta né Romeo", è considerato un manifesto Lgbt. De Corato (FdI): "Dopo il bondage a scuola anche l'Lgbt. Complimenti a Sala e Majorino"
    Luca Romano
    Polemica durissima, a Milano, per la proiezione di un film in una scuola superiore. Si tratta di "Né Giulietta né Romeo" (2015), diretto da Veronica Pivetti.
    Ma perché è scoppiata la polemica? Il motivo è semplice: il film viene considerato un manifesto Lgbt. E la proiezione, patrocinata dal Comune e dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), avviene nell'ambito del Forum sulle politiche sociali 2017, con il patrocinio anche della Presidenza del consiglio dei ministri, del Consolato generale degli Stati Uniti d'America e delle associazioni "Agedo" e "Il cinema e i diritti". L'opposizione di centrodestra a Palazzo Marino, però, non ha gradito.
    "In una scuola milanese verrà proiettato un film gay - scrive in una nota Riccardo De Corato, capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Lombardia -. Dopo la Casa dei diritti con il bondage e la casa di accoglienza solo per giovani omosessuali, il Comune è riuscito a far entrare un film Lgbt anche nelle scuole. L’evento compare anche sul sito del provveditorato. La proiezione di 'Né Giulietta né Romeo' si svolgerà domani mattina (oggi per chi legge, ndr) alle 10 all’istituto professionale Cavalieri. Fra gli enti patrocinanti troviamo anche l’Unar, salito in questi giorni agli onori delle cronache per le orge gay e i finanziamenti da Palazzo Chigi. Si parte da una scuola, ma l’idea dovrebbe essere quella di arrivare in più istituti possibili: è vero infatti che Majorino ha auspicato la diffusione del film tra gli studenti durante l’incontro a cui hap artecipato ieri?". E ancora: "Sicuramente il suo assessorato, dopo il bondage, ha deciso di sponsorizzare anche questa proiezione".
    Ma di cosa parla il film? Il protagonista Rocco è uno studente 16enne che da un anno prova ad avere una relazione con la sua migliore amica, Maria senza riuscirci, perché qualcosa non si accende. Sarà a scuola, dopo un pestaggio subito da un bullo, a scoprire la ragione del proprio insuccesso: l'omosessualità.
    "Tra le varie vicissitudini - prosegue De Corato - c’è anche, cito dal sito cinemagay.it, l’esilarante scenetta di quando la madre lo trova che sta facendo sesso con uno sconosciuto e lui avrà la determinatezza di spiegarle che nel mondo gay funziona così, cioè prima si sc... poi ci si conosce. Lo dice il sito cinemagay.it, non io. Evidentemente Majorino e il Comune vogliono far passare questo concetto tra gli studenti: un bell’insegnamento! Anni dopo il bondage ha trovato in questo film il suo degno successore, complimenti a Sala, Majorino e tutto il Comune".
    Film gay in una scuola superiore: esplode la polemica a Milano - IlGiornale.it

  4. #344
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    Predefinito Re: Vai col gender!



    Ok alla maternità surrogata per due papà in Italia

    Cronaca.
    La Corte d'Appello di Trento riconosce per la prima volta nel nostro Paese la possibilità di essere considerati genitori di due bambini nati negli Usa con la maternità surrogata






    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #345
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Non c'è limite la peggio.

    Due bambini rovinati.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #346
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio


    Ok alla maternità surrogata per due papà in Italia

    Cronaca.
    La Corte d'Appello di Trento riconosce per la prima volta nel nostro Paese la possibilità di essere considerati genitori di due bambini nati negli Usa con la maternità surrogata






    Sarei curioso di leggere le motivazioni della sentenza per capire sulla base di quali norme è avvenuto il riconoscimento...

  7. #347
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da Erlembaldo Visualizza Messaggio
    "Io, andata e ritorno nell'inferno delle dark room" Di Tolve e la verità sui gay sfruttati per fare soldi
    di Andrea Zambrano
    “I miei occhi hanno visto la perversione che si nasconde in quelle dark room. Finalmente l’opinione pubblica ha scoperto quello che da anni denuncio”. Luca Di Tolve ricorda. Ricorda tutto, non serve evocare le Muse. Tutto è impresso nella sua memoria: l’odore nauseabondo dei corridoi dove si pratica il glory hole, quelle braccia infilate negli orifizi più intimi. E la droga: a fiumi, che scorre nei sotterranei della patina addolcita del mito Lgbt che mostra il suo volto presentabile per fare incetta di consenso e di soldi.
    “Tanti soldi e tanto sesso, sono le due armi con le quali l’ideologia omosessualista conduce alla perdizione giovani fragili, inesperti, a cui nessuno spiega nulla dell’amore umano, del progetto di Dio, del dolore e della sofferenza. Entrano nei locali mostrando la tessera dell’associazione di appartenenza, che garantisce l’esclusività del club e vengono dotati di preservativi a vagonate. Poi per loro inizia la giostra infernale tra glory holes, labirinti e sling room, tra saune promiscue e sale massaggi dove l’obiettivo finale è quello di usarsi senza relazioni. Solo sesso. Solo disperazione”.
    Ex gay. Per le lobby gay e i media maistream Luca di Tolve è un rinnegato, è la pietra d’inciampo al loro progetto di presentare l’ideologia omosessualista come la realizzazione della felicità in terra. Invece Luca è un uomo, prima di tutto. Un uomo che ha sofferto, è sceso negli abissi del dolore ed è risalito guardando in faccia quel dolore che per tutti era soltanto normale. Ed è rinato scoprendo la gioia dell’amore e della paternità. Il suo libro “Ero gay” (Citta Ideale) uscirà tra dieci giorni con l’ennesima ristampa. Con tante nuove verità sul mondo gay che lo teme perché ha squarciato un velo sul grande inganno dell’omosessualismo.
    Luca, che sensazione ha provato in questi giorni dopo il servizio delle Iene?
    Ero felice perché la verità su quei circoli privati l’ho vissuta, ho fatto parte dell’Arcigay e sapevo come venivano utilizzati. Non sono sorpreso di quello che è emerso. Sono stupito che siano state le Iene a farlo emergere, dato che mi hanno sempre attaccato facendomi apparire come un burattino. E questo mi fa sorgere alcuni dubbi.
    Quali?
    Che non sia stata certo una manovra per scardinare questo sistema Lgbt. La mia opinione è che ci sia una lotta intestina tra l’Arcigay e altre associazioni perché questi locali sono sempre stati affiliati all’Arcigay. Nel mio libro dimostravo che per accedere a questi “circoli culturali” fosse indispensabile entrare con la tessera dell’Arcigay con la scusa del sostegno alle discriminazioni etc… etc..
    Tutti quindi avevano la tessera?
    Certo. Era obbligatorio. Ed è così ancora. La gran parte dei circoli con dark room e altre perversioni richiede la tessera dell’Arcigay o di Anddos. Il punto è che cosa c’entri con questi circoli una realtà registrata come associazione di promozione sociale che prende tantissimi soldi pubblici per le sue attività, non solo attraverso l’Unar. Ma forse non è una domanda retorica. E’ il cuore del problema.
    Che cosa intende dire?
    Che il sesso è il motore che fa muovere l’industria gay. Tutto è incentrato a fare sesso. L’attività di promozione sociale è solo una parvenza che si dà all’esterno. Che le lobby portano avanti con la solita tecnica dell’intimidazione. E’ stato così anche quando il manuale diagnostico ha eliminato l’omosessualità come una malattia. Non è stata una decisione scientifica, ma una pressione di lobby che con l’intimidazione è riuscita a portare a casa il risultato.
    Che cosa ricordi di quei luoghi?
    La prima volta che vi entrai fu intorno al 1985. Avevo 15 anni. Da una parte di ballava il liscio, nell’altra c’era la discoteca di tendenza. Era un mondo colorato e fuori dagli schemi, molto cinematografico sembrava un carnevale perenne. C’erano le serate con Amanda Lear, ci sentivamo fuori dagli schemi, ma c’era un tendone dietro il quale si accedeva alla dark room. Si entrava e dentro si facevano quelle cose che abbiamo visto tutti. Il locale si chiamava One Way, credo esista ancora.
    Anche sesso a pagamento?
    Questo succedeva nelle saune. Ma anche in questo caso si trattava di circoli affiliati ad Arcigay.
    Ci si chiede perché la Polizia non sia mai entrata?
    In realtà ho letto di alcune retate, ma forse fanno meno notizia. Però è anche vero che secondo una logica libertaria il popolo deve scaricarsi, bisogna alleggerire l’impatto sociale, così su alcune cose si chiude un occhio.
    In questi giorni si è scoperto che il “catalogo” è molto variegato.
    Sì. Anche allora c’erano tanti tipi di locali. C’era quello dove potevi provare il glory hole, c’erano i locali “make it party” dove sei tutto nudo e gira droga a gogo. Andate a leggere le chat su gay.it. C’è chi racconta di essere stato drogato a sua insaputa.
    Cioè droga libera senza consapevolezza?
    Anche. Noi la chiamavamo “Ciao bambina”, era una droga come il popper importata dai trans brasiliani che viene chiamata droga dello stupro, ti fa solo dire sì o no. E uno non si ricorda più niente. Io me la ricordo, mi trovai in una situazione simile e scappai.
    La droga è una costante.
    Sì. Ci sono i locali dove gira la cocaina e sono quelli cosiddetti fashion. E poi ci sono i locali cruising.
    Cioè?
    Locali dove si fa sesso a caso, con chi capita, dove c’è il labirinto. All’ingresso ti danno il preservativo, lo Scottex e via. Il mondo gay militante è fatto così. Questo dimostra che l’ideologia gay non punta al bene della persona. All’interno di questi circoli non nasce mai l’amicizia. Tutto è finalizzato al sesso, infatti la mia storia dimostra che quando ho iniziato il mio percorso di rinascita tutti mi hanno voltato le spalle. Non esiste la relazione umana. E noi vogliamo mandare queste persone che hanno così difficoltà di relazione a insegnare nelle scuole l’amore. Mai!
    Che cosa vede nei corsi sulle teorie riparative che svolge con la sua associazione gruppo Lot? Le parlano di questi locali?
    Certo. Arrivano ragazzi che hanno bisogno di aiuto, ma che viene negato. Ci raccontano delle umiliazioni subite e di come psicologi e le stesse associazioni come l’Arcigay li scoraggino perché noi per loro siamo odio, sanno che questa è verità ma non vogliono che venga detta. Ecco perché penso che i gay militanti siano i nuovi marxisti.
    Che cosa dice a questi ragazzi?
    Che bisogna riconoscere la verità. Tutti hanno il diritto di sapere come si comporta questa gente e da chi è fomentata. Ma la verità non la si riconosce neanche quando è sotto gli occhi di tutti. Basta andare al Mamamia di Viareggio, dove c’è una intera spiaggia dedicata ai gay. L’Arcigay fa i suoi comizi per indottrinare la gente e poi nel parco di fianco succede di tutto. Lo sanno tutti.
    Se molti frequentatori stessero leggendo questa intervista, che cosa si sentirebbe di dire?
    Che sono usati per fare soldi. Non siamo noi gli omofobi, perché l’amore umano non è questo. Quando loro hanno finito di amarsi non si completano come l’uomo e la donna, infatti sorgono liti, vendette.
    Prima ha parlato della droga. Perché secondo lei serve?
    Perché tutto è incentrato a creare una dipendenza. Ho lavorato nel settore del turismo gay, si noleggiano ancora le navi da crociera più grandi del mondo e salgono a bordo oltre 4000 persone. Tutto è incentrato a creare dipendenza, i gay vengono usati come macchine da spremere per fare soldi. E dico questo perché quando ero in Arcigay sentivo questi discorsi: il tesseramento serviva a fare numero. E fare numero significa fare soldi. E fare soldi significa condizionare la politica. Proprio quello che sta accadendo oggi.
    "Io, andata e ritorno nell'inferno delle dark room" Di Tolve e la verità sui gay sfruttati per fare soldi

    Trump tira l'acqua e chiude il bagno transgender
    di Marco Guerra
    Trump archivia le assurde linee guida emanate da Obama per promuovere l’uso dei bagni e degli spogliatoi scolastici in base al sesso percepito dallo studente. In pratica, come reso noto domenica dal dipartimento Giustizia, la nuova amministrazione non ha intensione di battersi in sede legale contro il provvedimento del giudice federale Reed O’Connor che, lo scorso agosto, ha invalidato le misure del precedete governo democratico in favore delle cosiddetti wc transgender. Il caso era andato avanti per iniziativa dell'amministrazione Obama, che durante tutta la presidenza ha fatto propria l’agenda dei movimenti lgbt, ed era finito presso la corte d'appello federale, dove si è fermato, una volta per tutte, per volontà del nuovo inquilino della Casa Bianca.
    Sul piano legislativo tutto ha avuto inizio lo scorso maggio quando, a seguito delle pressioni delle lobby gay che hanno fatto dell’accesso ai bagni la nuova frontiera dei diritti civili, i dipartimenti Giustizia e Istruzione del governo Obama hanno inviato una direttiva ad ogni scuola pubblica del Paese circa l'obbligo di trattare gli studenti secondo modalità che corrispondano all’identità di genere percepita in quel momento della vita. Una decisione presa dopo che l’alta Corte d’Appello Federale di Richmond (4th Circuit) ha stabilito che la pretesa di una studentessa (in tutto e per tutto femmina ma che afferma di sentirsi maschio) di utilizzare a scuola i bagni dei ragazzi anziché quelli delle compagne è legittima.
    Il dato biologico dell’identità sessuata presente fin dalla nascita in ogni individuo veniva cancellato in tutto il Paese per andare incontro ai capricci di un singolo alunno. Succede quindi che 13 stati americani guidati dal Texas si oppongono subito a questa misura e presentano un ricorso che arriva nelle mani del federale Reed O’Connor, il quale decide che la politica sui bagni transgender promossa dalla amministrazione Obama non è né obbligatoria, né vincolante. Una sentenza che non si limita ai soli Stati ricorrenti perché, come ha spiegato lo stesso giudice O’ Connor, “un provvedimento geograficamente limitato sarebbe inefficace”.
    Il vicegovernatore del Texas Dan Patrick non si accontenta e lo scorso gennaio presenta di un progetto di legge che richiede l'uso dei bagni a seconda del sesso registrato alla nascita negli edifici governativi e nelle scuole. Un'iniziativa simile a quella già varata dal North Carolina, definita una mossa discriminatoria dai movimenti lgbt, che suscitò la reazione di alcuni Vip, fra quali Bruce Springsteen, e delle multinazionali che diedero vita a durissime ritorsioni economiche.
    La parola fine arriva quindi dal nuovo presidente Trump che fino ad ora ha dato prova di non dare il minimo peso agli strali provenienti dai circuiti del politicamente corretto.
    E se l’America è in piena fase di rigetto, l’Italia sembra essere in balia rispetto a queste sperimentazioni sociali. L’offensiva arcobaleno sui wc è appena cominciata. Da ottobre Bologna ospita i primi bagni gender fluid di Italia, sono stati installati presso il ristorante ‘Vetro’, locale all’interno delle serre dei Giardini Margherita. Stefano Follador, presidente della cooperativa che gestisce il punto ristoro, ha spiegato all’edizione bolognese del Corriere che in questo modo i clienti sono tutti uguali anche nell’uso del bagno. Bisognerebbe chiedere alle signore se preferiscono farla in piedi, ma ovviamente l’aspetto urologico non può intralciare l’avanzata del progresso.
    Il 29 gennaio scorso sono stati poi aperti i primi bagni pubblici dedicati anche al “terzo sesso”. Ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, il sindaco Antonio Saggese ha inaugurato le toilette: una per gli uomini, una per le donne e uno con la scritta "no gender". Il primo cittadino lo ha definito un “gesto di civiltà”. Lo stesso paese del Sannio pochi giorni dopo ha ospitato Vladimir Luxuria, la madrina della battaglia per i water gender fluid condotta, senza successo, in Parlamento nel lontano 2006.
    Trump tira l'acqua e chiude il bagno transgender

    Ma perché Luxuria fa la comunione? E' cattolico/a?

  8. #348
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da Nettuno80 Visualizza Messaggio
    Sarei curioso di leggere le motivazioni della sentenza per capire sulla base di quali norme è avvenuto il riconoscimento...
    Dice che sono entrambi padri e che per essere tali non è necessaria la natura biologica.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  9. #349
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da Nettuno80 Visualizza Messaggio
    Ma perché Luxuria fa la comunione? E' cattolico/a?
    No.
    E' il prete che è satanico.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #350
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Citazione Originariamente Scritto da Nettuno80 Visualizza Messaggio
    Ma perché Luxuria fa la comunione? E' cattolico/a?
    Sono certi vescovi (come quello immortalato nella foto nell'atto di consentire a una comunione sacrilega) e soprattutto il papazzo, a non essere più cattolici....

    «Prima il sesso, poi ci conosciamo»: è il mondo i tempi della gaycrazia. Buono anche per le scuole
    di Tommaso Scandroglio
    Un film spot sull’omosessualità? Gli esempi si sprecherebbero. Un film spot per l’omosessualità fatto vedere alle scolaresche? Anche in questo caso nulla di nuovo sotto il sole spietato dell’ideologia gay. Un film spot fatto vedere alle scolaresche per iniziativa diretta del Ministero dell’Istruzione? Qui la cosa non è rarissima, ma desta comunque attenzione. Soprattutto se nell’iniziativa è coinvolto il famigerato Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale (Unar), da giorni giustamente sulla graticola per le note vicende che lo vedono come ente finanziatore di attività lubrico-omoerotiche con derive che si spingono al meretricio.
    Sabato scorso è stato proiettato presso l’istituto Cavalieri di Milano la pellicola Né Giulietta né Romeo, il cui titolo già fa capire che l’appartenenza al sesso maschile e femminile è oggi faccenda superflua nell’affettività, né più né meno di un freezer per un eschimese che vive in un igloo.
    Ma il film cosa racconta? Lasciamo la penna ad una fonte non sospettabile di partigianeria, il sito Cinemagay: “Né Giulietta, né Romeo è anzitutto un manifesto LGBT, cioè una storia che affronta praticamente tutte le tematiche gay d’attualità nel nostro Paese”. Viva la sincerità. Il film è un manifesto politico teso alla soddisfazione di alcune rivendicazioni del mondo omosessualista militante. Il suo carattere dichiaratamente politico gli è valso il patrocinio di Amnesty International, perché oggi i veri perseguitati politici sono i gay a cui si vede non bastano più matrimoni, figli uterati e dark room, ma agognano a qualcosa di più che ad oggi non è ancora noto.
    Ma proseguiamo con la scheda della pellicola: “Rocco è uno studente 16enne che da un anno sta cercando di scopare la sua migliore e paziente e comprensiva amica Maria (Carolina Pavone) senza riuscirci, perchè il ‘meccanismo’ non si attiva. Scoprirà la causa di questi ripetuti insuccessi quando a scuola viene picchiato dal bullo di turno, in questo caso assai affascinante, tanto da procurargli nel mentre la tanto attesa erezione (cosa che gli impedirà di denunciarlo)”. La regista Pivetti e l’insospettabile Cinemagay ci stanno dicendo che a volte il cosiddetto omo-bullismo sono propedeutici e aiutano a scoprire il proprio orientamento sessuale? Non è questo un giudizio omofobo? A margine: l’amica del cuore di Rocco pensa di far soldi vendendo i propri ovociti. Così, tanto per non farci mancare nulla.
    Continuiamo con la recensione: “Molto eloquente la scena di quando viene aggredito dal tipo sotto la doccia, che diventa quasi un amplesso (a ricordarci che spesso gli omofobi sono solo dei gay repressi)”. Non sono le persone omosessuali ad essere eterosessuali latitanti, bensì l’opposto.
    “Così Rocco – continua Cinemagay - inizia a prendere consapevolezza della sua identità, sostenuto dall’amica Maria ma non altrettanto dai genitori (separati), coi quali fa uno speranzoso coming out”. Il solito stereotipo dell’opposizione sessantottina tra genitori borghesi che si pensano progressisti e figli precursori di una nuova mentalità, loro sì davvero progressisti. Pivetti così sul punto commenta: “Può una famiglia evoluta, progressista, alternativa al punto giusto, saltare per aria di fronte alla scoperta di un figlio omosessuale? Purtroppo sì, anche se siamo nel 2015. Anche se pensavamo che il dato fosse acquisito e metabolizzato. […] E, tra un sorriso e l’altro, ho cercato di raccontare, con la macchina da presa saldamente in spalla, lo sgomento e l’incapacità di chi siede pericolosamente in bilico sulle proprie miopi certezze”. Ma credere che l’omosessualità sia un valore non è anch’esso una certezza? E non potrebbe essere pure lei una miope certezza? Lasciamo la risposta agli oftalmologi.
    Arriviamo però ad una battuta del film che appare essere illuminante, almeno per noi poveri sciocchi attratti ancora da persone del sesso opposto: “Esilarante la scenetta – continua la scheda di Cinemagay - di quando la madre lo trova che sta facendo sesso con uno sconosciuto e lui avrà la determinatezza di spiegarle che nel mondo gay funziona così, cioè prima si scopa poi ci si conosce”. E già, “nel mondo gay funziona così”. A leggere queste poche righe, per associazione di pensiero, ci viene in mente un tizio con un cappotto arancione e locali bui in cui persone nude esplorano orifizi di ogni genere pur non praticando la professione dell’endoscopista.
    In breve: il sesso omosessuale è promiscuo e votato alle più sordide parafilie per sua natura. Ce lo dice anche una cosiddetta commedia che vuole stare dalla parte del mondo gay in cui “funziona così”: prima il sesso e poi la conoscenza, dichiara la Pivetti per bocca del suo protagonista. L’affetto, due cuori e una capanna, i figli, le coccole, la voglia di progettualità, il sostegno reciproco non sono patrimonio dell’immaginario omosessuale, ma sono proprietà della famiglia, beni però espropriati a lei per innestarli senza successo nella pianta dell’omosessualità, da cui non nascerà nessun frutto; beni usati come paravento dietro il quale si consumano gli amplessi plurimi dei circoli gay foraggiati dall’Unar, esito necessitato dell’orientamento omosessuale.
    Proprio della pulsione omosessuale non è nemmeno l’erotismo, bensì la piana pornografia – basta assistere ad un gay pride – tanto che anche i critici cinematografici di Cinemagay sono costretti ad usare il termine “scopare” e a ragion veduta. Non è volgarità la loro, è oggettiva aderenza alla realtà omosessuale.
    In sintesi lo stile di vita depravato che fiorisce nei circoli ricreativi gay, che il servizio delle Iene ha così ben descritto e che Luca Di Tolve ha sperimentato sulla propria pelle, è quello che si vuole proporre alle giovani generazioni sotto l’egida dell’Unar, anche per tramite di pellicole come “Né Giulietta né Romeo”. E dunque la proiezione nelle scuole di questo film che illustra quale è il baricentro dell’esistenza di una persona omosessuale orgogliosa di esserlo – prima il sesso e poi ci conosciamo – conferma che la storiaccia che ha coinvolto l’Unar non è un accadimento sporadico, un incidente di percorso, un fatto accidentale che nulla c’entra con il Dna di questo ufficio governativo, bensì rappresenta la sua mission pubblica, il suo core business. Dare soldi perché i gay facciano sesso alla cieca – espressione calzante visto che si pratica nelle dark room – non viola quindi lo statuto dell’Unar, ma significa all’opposto la sua piena ed efficace realizzazione.
    «Prima il sesso, poi ci conosciamo»

    "Io, medico, cattolica e la mia battaglia di libertà"
    di Andrea Zambrano
    Anche su Silvana De Mari pende l’accusa di omofobia e gli strali, recapitati ora sulla scrivania del presidente dell’Ordine dei medici, provengono da “Gay Lex” una rete di “legali e attivisti per la tutela dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisex e trans”.
    La De Mari è abituata a lottare. Anzitutto perché è medico chirurgo, e lotta contro le malattie. Ma anche perché è diventata la scrittrice fantasy più quotata d’Italia e i suoi personaggi combattono giorno e notte contro draghi e orchi. I suoi libri, come quelli della saga di Hania sono considerati eredi della grande tradizione fantasy anglosassone.
    Che cosa ha fatto? Ha detto che l’omosessualità è una condizione contro natura, anche sotto il profilo fisiologico, che può comunque trovare un rimedio nella castità. Come ci informa l’avvocato Gianfranco Amato – che è stato tra i primi a denunciare quanto accaduto alla De Mari - “il concetto di “omofobia” non è giuridicamente definito né dal codice penale, né dal codice civile, né tantomeno da alcuna legge speciale. Oggi esso viene ideologicamente utilizzato come mordacchia alla libertà di pensiero e alla libertà religiosa. E’ per questo che iniziative come quella di “Gay Lex” contro la dottoressa De Mari rappresentano il sintomo della pericolosa deriva totalitaria che sta sempre più montando nel nostro Paese. La dittatura del pensiero unico utilizza i suoi scherani e i suoi aguzzini per imbavagliare la libertà di opinione”.
    Ma che cosa ne pensa la dottoressa-scrittrice? “Che facciano, ma sappiano che l’Ordine dei medici è un’istituzione seria. Voglio vederli a cercare di dimostrare ciò che è indimostrabile”, spiega la De Mari alla Nuova BQ.
    La accusano di essere ultra-cattolica e di essere superstiziosa.
    Non ho fatto altro che dare delle spiegazioni medico-cliniche al fenomeno dell’omosessualità, anche se si dovrebbe parlare di omoerotismo.
    Perché?
    Perché la sessualità è un modo della biologia per creare la generazione successiva mediante l’incontro di maschile e femminile. Dove non c’è incontro, non c’è sessualità.
    Chiaro. Ma…
    …ma evidentemente ormai tutti vuotiamo il cervello all’ammasso. Però è bene che di certe cose parlino i medici, così tanto per delineare i contorni della questione.
    Prego.
    Allora, sul libro di anatomia che ho studiato (6000 pagine!) c’erano gli apparati riproduttivi. Ed erano due: quello maschile e quello femminile. La cavità anale non c’entra col sesso, infatti fa parte dell’apparato digerente. Vede, l’ano ha una mucosa sottilissima, Madre natura non l’ha pensato per tollerare la violenza della penetrazione, la vagina invece è fatta apposta: ha una mucosa stratomultiplo, delle ghiandole per la lubrificazione, una catena di vasi linfatici per proteggerla. La mucosa dell’ano invece è fragile, non è creata per proteggere dalle aggressioni esterne perché non sono previste. In più lo sfintere anale è fatto per divaricarsi poco e soprattutto per viaggi dall’interno all’esterno e non il contrario.
    Tutto molto interessante, ma cosa c’entra con la polemica?
    C’entra perché bisognerà pur spiegare da qualche parte perché l’omosessualità è contro natura. Ecco. Questa è la spiegazione medico-scientifica. Adesso, che vadano a dimostrare il contrario sul bancone dell’ordine se ne sono capaci.
    L’accusano di essere ossessionata da ani e penetrazioni.
    Io!? Ma io sono un medico. Queste persone hanno mai fatto una rettoscopia? Non considerano la tragedia delle malattie infettive? Scandisco: tra-ge-dia! Oggi pretendiamo di prescindere dal dato di natura. Ma la natura funziona così e non basta un preservativo, che si può rompere, che si può non mettere, che si può dimenticare etc…, a risolvere il problema. L’ano si lesiona con la penetrazione, perché non è corazzato e così diventa una porta aperta a virus, batteri e funghi: diventa un albergo a cinque stelle per tutti gli agenti patogeni che colpiscono gli omoerotici. Lo sanno o no?
    Che cosa farà se l’ordine dovesse sanzionarla?
    E’ un problema che non mi pongo nemmeno. Lo faccio per una questione di libertà e perché non sopporto l’idea che questi attivisti spargano menzogne sull’omoerotismo nelle scuol­­­e dove vengono invitati. A quale titolo lo fanno? Sono stati eletti?
    Diranno che lei vuole impedire loro di dire che l’omosessualità ha lo stesso valore della sessualità.
    Io non impedisco nessuno, io dico solo che si sbagliano di grosso. Se è vero che l’omosessualità vale come la sessualità allora vuol dire che lo sperma che cade in mezzo alle feci ha lo stesso valore di quello che cade dove genera vita. Signori, bando alle pruderie, vogliamo dirlo o no?
    "Io, medico, cattolica e la mia battaglia di libertà"


 

 
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