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Discussione: Le meglio poesie

  1. #21
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    Predefinito Re: Le meglio poesie

    Alessandro Manzoni - Adelchi – Coro dell’atto primo

    Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,
    Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
    Dai solchi bagnati di servo sudor,
    Un volgo disperso repente si desta;
    Intende l’orecchio, solleva la testa
    Percosso da novo crescente romor.
    Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
    Qual raggio di sole da nuvoli folti,
    Traluce de’ padri la fiera virtù:
    Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
    Si mesce e discorda lo spregio sofferto
    Col misero orgoglio d’un tempo che fu.
    S’aduna voglioso, si sperde tremante,
    Per torti sentieri, con passo vagante,
    Fra tema e desire, s’avanza e ristà;

    E adocchia e rimira scorata e confusa
    De’ crudi signori la turba diffusa,
    Che fugge dai brandi, che sosta non ha.
    Ansanti li vede, quai trepide fere,
    Irsuti per tema le fulve criniere,
    Le note latebre del covo cercar;
    E quivi, deposta l’usata minaccia,
    Le donne superbe, con pallida faccia,
    I figli pensosi pensose guatar.
    E sopra i fuggenti, con avido brando,
    Quai cani disciolti, correndo, frugando,
    Da ritta, da manca, guerrieri venir:
    Li vede, e rapito d’ignoto contento,
    Con l’agile speme precorre l’evento,
    E sogna la fine del duro servir.

    Udite! Quei forti che tengono il campo,
    Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
    Son giunti da lunge, per aspri sentier:
    Sospeser le gioie dei prandi festosi,
    Assursero in fretta dai blandi riposi,
    Chiamati repente da squillo guerrier.
    Lasciar nelle sale del tetto natio
    Le donne accorate, tornanti all’addio,
    A preghi e consigli che il pianto troncò:
    Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
    Han poste le selle sui bruni corsieri,
    Volaron sul ponte che cupo sonò.
    A torme, di terra passarono in terra,
    Cantando giulive canzoni di guerra,
    Ma i dolci castelli pensando nel cor:
    Per valli petrose, per balzi dirotti,
    Vegliaron nell’arme le gelide notti,
    Membrando i fidati colloqui d’amor.
    Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
    Per greppi senz’orma le corse affannose,
    Il rigido impero, le fami durâr;
    Si vider le lance calate sui petti,
    A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
    Udiron le frecce fischiando volar.

    E il premio sperato, promesso a quei forti,
    Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
    D’un volgo straniero por fine al dolor?
    Tornate alle vostre superbe ruine,
    All’opere imbelli dell’arse officine,
    Ai solchi bagnati di servo sudor.
    Il forte si mesce col vinto nemico,
    Col novo signore rimane l’antico;
    L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
    Dividono i servi, dividon gli armenti;
    Si posano insieme sui campi cruenti
    D’un volgo disperso che nome non ha.
    Addio Tomàs
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  2. #22
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    Predefinito Re: Le meglio poesie

    L'isola
    di G. Ungaretti

    A una proda ove sera era perenne
    Di anziane selve assorte, scese,
    E s’inoltrò
    E lo richiamò rumore di penne
    Ch’erasi sciolto dallo stridulo 5
    Batticuore dell’acqua torrida,
    E una larva (languiva
    E rifioriva) vide;
    Ritornato a salire vide
    Ch’era una ninfa e dormiva 10
    Ritta abbracciata a un olmo.
    In sé da simulacro a fiamma vera
    Errando, giunse a un prato ove
    L’ombra negli occhi s’addensava
    Delle vergini come 15
    Sera appiè degli ulivi;
    Distillavano i rami
    Una pioggia pigra di dardi,
    Qua pecore s’erano appisolate
    Sotto il liscio tepore, 20
    Altre brucavano
    La coltre luminosa;
    Le mani del pastore erano un vetro
    Levigato da fioca febbre.

    ("...era l’endecasillabo, era il novenario, era il settenario, era il canto italiano, era il canto della lingua italiana che cercavo nella sua costanza attraverso i secoli [...]: era il battito del mio cuore che volevo sentire in armonia con il battito del cuore dei miei maggiori di una terra disperatamente amata").
    La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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  3. #23
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    Predefinito Re: Le meglio poesie

    Alessandro Manzoni - Il cinque maggio

    Ei fu. Siccome immobile,
    Dato il mortal sospiro,
    Stette la spoglia immemore
    Orba di tanto spiro,
    Così percossa, attonita
    La terra al nunzio sta,

    Muta pensando all’ultima
    Ora dell’uom fatale;
    Nè sa quando una simile
    Orma di piè mortale
    La sua cruenta polvere
    A calpestar verrà.

    Lui folgorante in solio
    Vide il mio genio e tacque;
    Quando, con vece assidua,
    Cadde, risorse e giacque,
    Di mille voci al sonito
    Mista la sua non ha:

    Vergin di servo encomio
    E di codardo oltraggio,
    Sorge or commosso al subito
    Sparir di tanto raggio:
    E scioglie all’urna un cantico
    Che forse non morrà.

    Dall’Alpi alle Piramidi
    Dal Manzanarre al Reno,
    Di quel securo il fulmine
    Tenea dietro al baleno;
    Scoppiò da Scilla al Tanai,
    Dall’uno all’altro mar.

    Fu vera gloria? Ai posteri
    L’ardua sentenza: nui
    Chiniam la fronte al Massimo
    Fattor, che volle in lui
    Del creator suo spirito
    Più vasta orma stampar.

    La procellosa e trepida
    Gioia d’un gran disegno,
    L’ansia d’un cor che indocile
    Serve, pensando al regno;
    E il giunge, e tiene un premio
    Ch’era follia sperar;

    Tutto ei provò: la gloria
    Maggior dopo il periglio,
    La fuga e la vittoria,
    La reggia e il tristo esiglio:
    Due volte nella polvere,
    Due volte sull’altar.

    Ei si nomò: due secoli,
    L’un contro l’altro armato,
    Sommessi a lui si volsero,
    Come aspettando il fato;
    Ei fe’ silenzio, ed arbitro
    S’assise in mezzo a lor.

    E sparve, e i dì nell’ozio
    Chiuse in sì breve sponda,
    Segno d’immensa invidia
    E di pietà profonda,
    D’inestinguibil odio
    E d’indomato amor.

    Come sul capo al naufrago
    L’onda s’avvolve e pesa,
    L’onda su cui del misero,
    Alta pur dianzi e tesa,
    Scorrea la vista a scernere
    Prode remote invan;

    Tal su quell’alma il cumulo
    Delle memorie scese!
    Oh quante volte ai posteri
    Narrar se stesso imprese,
    E sull’eterne pagine
    Cadde la stanca man!

    Oh quante volte, al tacito
    Morir d’un giorno inerte,
    Chinati i rai fulminei,
    Le braccia al sen conserte,
    Stette, e dei dì che furono
    L’assalse il sovvenir!

    E ripensò le mobili
    Tende, e i percossi valli,
    E il lampo de’ manipoli,
    E l’onda dei cavalli,
    E il concitato imperio,
    E il celere ubbidir.

    Ahi! forse a tanto strazio
    Cadde lo spirto anelo,
    E disperò: ma valida
    Venne una man dal cielo,
    E in più spirabil aere
    Pietosa il trasportò;

    E l’avviò, pei floridi
    Sentier della speranza,
    Ai campi eterni, al premio
    Che i desidéri avanza,
    Dov’è silenzio e tenebre
    La gloria che passò.

    Bella Immortal! benefica
    Fede ai trionfi avvezza!
    Scrivi ancor questo, allegrati;
    Chè più superba altezza
    Al disonor del Golgota
    Giammai non si chinò.

    Tu dalle stanche ceneri
    Sperdi ogni ria parola:
    Il Dio che atterra e suscita,
    Che affanna e che consola,
    Sulla deserta coltrice
    Accanto a lui posò.
    Addio Tomàs
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  4. #24
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    Predefinito Re: Le meglio poesie

    Gabriele D'Annunzio - La pioggia nel pineto

    Taci. Su le soglie del bosco non odo
    parole che dici umane; ma odo
    parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane.
    Ascolta. Piove dalle nuvole sparse.
    Piove su le tamerici salmastre ed arse,
    piove su i pini scagliosi ed irti,
    piove su i mirti
    divini,
    su le ginestre fulgenti di fiori accolti,
    su i ginepri folti
    di coccole aulenti,
    piove su i nostri volti silvani,
    piove su le nostre mani
    ignude,
    su i nostri vestimenti leggieri,
    su i freschi pensieri
    che l'anima schiude novella,
    su la favola bella
    che ieri t'illuse, che oggi m'illude,
    o Ermione.

    Odi? La pioggia cade
    su la solitaria verdura
    con un crepitío che dura
    e varia nell'aria secondo le fronde
    più rade, men rade.
    Ascolta. Risponde al pianto
    il canto delle cicale
    che il pianto australe
    non impaura,
    nè il ciel cinerino.
    E il pino
    ha un suono, e il mirto altro suono,
    e il ginepro altro ancóra,
    stromenti diversi
    sotto innumerevoli dita.
    E immersi
    noi siam nello spirto silvestre,
    d'arborea vita viventi;
    e il tuo volto ebro
    è molle di pioggia come una foglia,
    e le tue chiome
    auliscono come
    le chiare ginestre,
    o creatura terrestre
    che hai nome Ermione.

    Ascolta, ascolta. L'accordo
    delle aeree cicale
    a poco a poco più sordo
    si fa sotto il pianto che cresce;
    ma un canto vi si mesce,
    più roco
    che di laggiù sale,dall'umida ombra remota
    Più sordo e più fioco
    s'allenta, si spegne.
    Sola una nota ancor trema, si spegne,
    risorge, trema, si spegne.
    Non s'ode voce del mare.
    Or s'ode su tutta la fronda crosciare
    l'argentea pioggia che monda,
    il croscio che varia secondo la fronda
    più folta, men folta.
    Ascolta.
    La figlia dell'aria è muta;
    ma la figlia del limo lontana,
    la rana,
    canta nell'ombra più fonda,
    chi sa dove, chi sa dove!
    E piove su le tue ciglia,
    Ermione.

    Piove su le tue ciglia nere
    sìche par tu pianga ma di piacere;
    non bianca ma quasi fatta virente,
    par da scorza tu esca.
    E tutta la vita è in noi fresca
    aulente,
    il cuor nel petto è come pesca
    intatta, tra le pàlpebre gli occhi
    son come polle tra l'erbe,
    i denti negli alvèoli
    son come mandorle acerbe.
    E andiam di fratta in fratta,
    or congiunti or disciolti
    e il verde vigor rude ci allaccia i mallèoli
    c'intrica i ginocchi
    chi sa dove, chi sa dove!
    E piove su i nostri vólti silvani,
    piove su le nostre mani
    ignude,
    su i nostri vestimenti leggieri,
    su i freschi pensieri
    che l'anima schiude novella,
    su la favola bella
    che ieri m'illuse, che oggi t'illude,
    o Ermione.
    Ultima modifica di agaragar; 13-05-16 alle 18:38
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  5. #25
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    Predefinito Re: Le meglio poesie

    L'Uomo è l'unico animale che arrossice

    Perchè è l'unico ad averne bisogno


    Mark Twain
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  6. #26
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    Predefinito Re: Le meglio poesie

    La vecchiaia è quando i rimpianti sostituiscono i sogni


    John Barrymore
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  7. #27
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    Predefinito Re: Le meglio poesie

    Giuseppe Gioachino Belli - Er padre de li Santi 1832

    Er Craxo se pò ddí radica, uçello,
    ciçio, nerbo, tortore, pennarolo,
    pezzo de carne, manico, çetrolo,
    asperge, cucuzzola e stennarello.

    Cavicchio, canaletto e cchiavistello,
    er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
    attaccapanni, moccolo, bbruggnolo,
    inguilla, torciorecchio, e mmanganello.

    Zeppa e batocco, cavolo e turaccio,
    e mmaritozzo, e cannella, e pipino,
    e ssalame, e sarciccia, e sanguinaccio.

    Poi scafa, canocchiale, arma, bbambino:
    poi torzo, crescimmano, catenaccio,
    mànnola, e mmi’fratello piccinino.

    E te lascio perzino
    ch’er mi’ dottore lo chiama cotale,
    fallo, asta, verga, e mmembro naturale.

    Cuer vecchio de spezziale
    diçe Priàpo; e la su’ mojje pene,
    segno per dio che nun je torna bbene.
    Addio Tomàs
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  8. #28
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    Predefinito Re: Le meglio poesie

    Giuseppe Gioachino Belli - L'omo e la donna 1834

    «Sí», strillava, «è ggiustizzia da galera
    che noi povere donne disgrazziate
    sempre avemo da èsse soverchiate
    come fússimo statüe de terra.

    Voiantri purcinelli de la çerra
    date fora l’editti, predicate,
    dite messa, assorvete, ggiustizziate,
    e, ppe gionta de ppiú, fate la guerra.

    Cos’ha, ppiú de la donna, un galeotto
    d’omaccio, pe pprotenne in oggni caso
    de stà llui sopra e dde tiené llei sotto?

    Cos’ha dde ppiú? una mano, un piede, un stinco,
    una bbocca, un’orecchia, un occhio, un naso?».
    Allora io: «Nu lo sapete? un pinco»
    Addio Tomàs
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  9. #29
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    Predefinito Re: Le meglio poesie

    Giuseppe Gioachino Belli - Le cose create 1832

    Ar monno ha ffatto Iddio ’ggni cosa degna:
    ha ffatto tutto bbono e ttutto bbello.
    Bona la santa fede e chi l’inzegna,

    Bono l’inverno, piú bbona la legna:
    bona la castità, mejjo la fregna:

    ...................

    Sortanto in questo cqui trovo lo smanco,
    che ppoteva, penzànnoçe un tantino,
    creacce l’acqua rossa e ’r vino bbianco:

    perché ar meno gnisun’oste assassino
    mo nun viería co' tanta faccia ar banco
    a vénneçe mezz’acqua e mezzo vino.
    Ultima modifica di agaragar; 16-10-17 alle 07:12
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  10. #30
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    Predefinito Re: Le meglio poesie

    Saffo, VII secolo a.c.

    Eros che scioglie le membra
    mi scuote nuovamente:
    dolceamara invincibile belva



    Catullo, I secolo a. c.

    Odio e amo.
    Per quale motivo io lo faccia,
    forse ti chiederai.
    Non lo so,
    ma sento che accade, e mi tormento
    Addio Tomàs
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