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Discussione: Le ragioni del NO

  1. #1351
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    Predefinito Re: Le ragioni del NO

    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles Visualizza Messaggio
    ...

    Proviamo con questa:

    L’articolo di Sabino Cassese pubblicato sul Corriere del 6 maggio («Perché lariforma costituzionale non tradisce la Repubblica») è un buon esempio del modo in cui bisognerebbe discutere il merito delle riforme sottoposte a referendum, contrastando la tendenza a farne un plebiscito sul Governo. I due argomenti affrontati — bicameralismo e Regioni — meritano distinto esame (e per questo dovrebbero essere oggetto anche di distinte pronunce popolari, al pari di altri aspetti della riforma, per evitare di costringere gli elettori a pronunciarsi con un unico sì o un unico no su argomenti non omogenei).

    Quanto al primo — la seconda Camera — nella tradizione costituzionale essa non ha tanto la funzione di garanzia contro eventuali eccessi della prima Camera (anche perché nella nostra storia è stata sempre, fino agli anni recentissimi, espressione dei medesimi rapporti fra maggioranza e opposizioni), ma piuttosto la funzione di rappresentare istanze differenziate della società. La scelta, quindi, di configurare esplicitamente il Senato come camera rappresentativa delle istituzioni territoriali — le Regioni — appare di per sé ineccepibile. Il problema è il modo in cui la riforma lo fa, non mettendo i nuovi senatori nelle condizioni di esprimere unitariamente la volontà delle rispettive Regioni, e negando al Senato funzioni di efficace dialogo e raccordo con la Camera e con il Governo sui temi delle autonomie.

    Sul secondo tema — il regionalismo — la legge costituzionale di oggi fa invece una scelta a mio avviso radicalmente sbagliata: non limitandosi a correggere alcuni evidenti errori, da tutti ammessi, della riforma del 2001, ma configurando un nuovo quadro nel quale l’autonomia legislativa delle Regioni viene praticamente ridotta a zero, senza nemmeno il beneficio di una maggiore chiarezza nel riparto di competenze e quindi senza scongiurare il rischio del contenzioso Stato-Regioni. Si pensi, a questo riguardo, all’oscurità insita in norme come quelle che riservano alla competenza «esclusiva» dello Stato materie tipicamente regionali quali il governo del territorio, ma limitandole al compito di dettare «disposizioni generali e comuni». Che vuol dire «disposizioni generali e comuni», al di là dell’ovvietà per cui le norme legislative sono «astratte e generali» e non contengono provvedimenti concreti, e valgono in tutto il territorio nazionale?

    SEGUE

    Quelli che: "si deve discutere degli argomenti IN SE"

    ...

  2. #1352
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    Predefinito Re: Le ragioni del NO

    Ma quelle due righe cosa dovrebbero significare? Sono il nulla assoluto.

    non mettendo i nuovi senatori nelle condizioni di esprimere unitariamente la volontà delle rispettive Regioni
    E perché non saranno in condizione di farlo? Rappresenteranno i consigli regionali. Si voleva il modello tedesco? Per poi dire che il PD si è costruito il Senato su misura, suppongo.

    negando al Senato funzioni di efficace dialogo e raccordo con la Camera e con il Governo sui temi delle autonomie
    Il Senato su svariate materie avrà pari dignità della Camera, e su altre materie legate alle competenze delle Regioni potrà proporre modifiche evitabili dalla Camera solo con una votazione a maggioranza assoluta. Cosa si intendeva, quindi, per "efficace"?

    ma configurando un nuovo quadro nel quale l’autonomia legislativa delle Regioni viene praticamente ridotta a zero
    Ma de che? Vengono riportate stabilmente allo Stato competenze che già la Consulta, considerandole materie trasversali, aveva riportato di fatto allo Stato. Non si fa altro che "formalizzare" quello che la giurisprudenza ha deciso negli ultimi quindici anni.

    Si pensi, a questo riguardo, all’oscurità insita in norme come quelle che riservano alla competenza «esclusiva» dello Stato materie tipicamente regionali quali il governo del territorio, ma limitandole al compito di dettare «disposizioni generali e comuni». Che vuol dire «disposizioni generali e comuni», al di là dell’ovvietà per cui le norme legislative sono «astratte e generali» e non contengono provvedimenti concreti, e valgono in tutto il territorio nazionale?
    Cosa ci sarebbe di oscuro? Proprio per evitare contenzioso è stata fatta una distinzione netta tra il "perimetro" della materia (i principi generali che la regolano, e regoleranno) e la concreta applicazione (che dovrà rispettare quei principi) che spetterà alle Regioni.

  3. #1353
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    Predefinito Re: Le ragioni del NO

    Citazione Originariamente Scritto da Desmond Visualizza Messaggio
    Ma quelle due righe cosa dovrebbero significare? Sono il nulla assoluto.



    E perché non saranno in condizione di farlo? Rappresenteranno i consigli regionali. Si voleva il modello tedesco? Per poi dire che il PD si è costruito il Senato su misura, suppongo.



    Il Senato su svariate materie avrà pari dignità della Camera, e su altre materie legate alle competenze delle Regioni potrà proporre modifiche evitabili dalla Camera solo con una votazione a maggioranza assoluta. Cosa si intendeva, quindi, per "efficace"?



    Ma de che? Vengono riportate stabilmente allo Stato competenze che già la Consulta, considerandole materie trasversali, aveva riportato di fatto allo Stato. Non si fa altro che "formalizzare" quello che la giurisprudenza ha deciso negli ultimi quindici anni.



    Cosa ci sarebbe di oscuro? Proprio per evitare contenzioso è stata fatta una distinzione netta tra il "perimetro" della materia (i principi generali che la regolano, e regoleranno) e la concreta applicazione (che dovrà rispettare quei principi) che spetterà alle Regioni.
    Mìnchia!

    Ma chi sei, il professore di diritto costituzionale di Onida?
    Ma quanti anni hai?

  4. #1354
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    Predefinito Re: Le ragioni del NO

    Pàstene soppaltate secondo l'articolo 12.

  5. #1355
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    Predefinito Re: Le ragioni del NO

    Citazione Originariamente Scritto da Desmond Visualizza Messaggio
    Pàstene soppaltate secondo l'articolo 12.
    Negàre, sempre.
    (primo principio d'impunità)

  6. #1356
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    Predefinito Re: Le ragioni del NO

    Sembrerà paradossale ma sostengo che, anche chi era (è) per la riforma costituzionale in Parlamento e per il Sì al referendum confermativo in piazza, deve sperare nel No per neutralizzareuna riforma così lacerante, riconoscendo di aver fatto un grosso errore. Gli insulti che volano tra gli opposti ‘fronti’ nel dibattito sulla ‘riforma’ della Costituzione sono la prova più inequivocabile dell’inopportunità della stessa.
    Maria Elena Boschi accusa alcuni tra i più autorevoli costituzionalisti italiani di voler votare come CasaPound, il fronte del No si accende, e anche da quel lato non mancano escandescenze.
    Il partigiano Silvano Sarti, storica figura dell’Anpi fiorentino, viene tirato per la giacchetta ed è costretto a smentire di essere stato reclutato dal Sì.

    L’iter parlamentare già aveva dimostrato che la riforma non è condivisa: il referendum confermativo, previsto dall’ultimo comma dell’articolo 138 Cost., si sarebbe evitato se la riforma fosse stata approvata dai due terzi dei componenti delle due Camere.
    Così non è stato.
    Sul piano formale, nulla quaestio. Si aggiunga però che la riforma, fortemente voluta da Napolitano (un presidente dal ruolo esorbitante e al secondo, eccezionalissimo, mandato) e dunque da Renzi (il terzo Presidente del Consiglio che, seppur nel pieno rispetto del dettato costituzionale formale che attribuisce quel potere al Presidente della Repubblica, non è certo stato indicato dalle urne secondo ciò che con la Seconda Repubblica si era, a fatica, cercato di affermare, riducendo peraltro per via convenzionale le prerogative del Presidente della Repubblica stesso), ha ottenuto il consenso di un Parlamento gravemente squalificato dalla pronuncia di illegittimità costituzionale di una parte della legge elettorale ‘Porcellum’, mediante la quale era stato eletto.

    Le riforme costituzionali richiedono ampio consenso.
    Tanto più in quanto, in Parlamento, hanno operato quelle quattro condizioni di cui ho appena detto: eccezionalità del ruolo e del mandato di Napolitano; investitura di Renzi; mancata adesione dei due terzi; illegittimità costituzionale della legge elettorale.
    Laddove ci sia una frattura così profonda, è segno che quel consenso manca, e che la Carta di tutti viene modificata solo da una parte sulla quale peraltro pesano i quattro handicap menzionati, che non possono essere sanati neanche da un eventuale Sì referendario.

    E che modifica! Sull’Unità Carlo Fusaro ha definito Salvatore Settis un ‘Pinocchio del No’ per aver detto che la riforma modificherà 47 articoli della Costituzione. ‘Bubbole’, le ha bollate Fusaro: “In effetti, contando gli articoli con modifiche, sarebbero davvero 47. Ma almeno 17 sono oggetto di mera modifica consequenziale”, dunque gli articoli modificati direttamente sarebbero ‘solo’ 30.

    È per tutto questo che sostengo che il referendum è un’occasione per fare marcia indietro.
    Occorrerebbe saper andare oltre l’incaponimento un po’ infantile alla premier-che-non-deve-chiedere-mai: se avanzo seguitemi, se indietreggio defollowatemi.
    Capire il passo falso per il bene del paese. Pensare le riforme assieme. Cercare, sulla costituzione, il consenso e non la rottura. Altrimenti il mea culpa, o meglio il tua culpa, più volte recitato da Renzi sulla riforma ‘a colpi di maggioranza’ del titolo V conseguita dal centro-sinistra, era solo una ipocrita strategia rottamatoria.

    Si dirà (si è già detto, lo ha detto perfino Napolitano): ma se salta questa riforma ci teniamo per altri cinquanta anni il bicameralismo perfetto.
    È il trionfo della retorica dell’ultimo giorno, del terrorismo apocalittico: après moi le déluge, hic sunt leones, Renzi come katechon paolino che ferma la venuta dell’Anticristo.

    Peccato che il diluvio sarebbe dovuto arrivare dopo Monti (“è l’ultima occasione”) e non è arrivato; dopo Letta, e non è arrivato. Non si capisce perché debba arrivare ora.
    Il premier ha tutto il tempo, se vuole, di incassare una sconfitta, di crescere politicamente anche attraverso di essa, di imbastire su quella un discorso nuovo e meno muscolare. Oppure, se proprio vogliamo essere corretti, occorrerebbe lasciare che il processo di riforma venisse avviato in una legislatura nuova, con eletti attraverso una legge non incostituzionale (ché sono evidenti i rischi di bocciatura presso la Corte costituzionale pure del cosiddetto ‘Italicum’). Insomma, il premier ritiri la sua lettura plebiscitaria e fiduciaria del referendum costituzionale, eviti di dire che il voto di ottobre sarà un voto su di lui, sul suo governo. Vorrà governare ancora fino al 2018? Bene, a meno di scossoni, a malincuore diciamo: lo faccia. Ma imparando dalla sconfitta.


    QUI

  7. #1357
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    Predefinito Re: Le ragioni del NO

    Non c'è proprio pace per i "DEformatori"; pure Gianfranco Pasquino s'aggiunge ai "professoroni ed anziani archeologi" (cit.).

    Premessa:

    “Noi crediamo profondamente in una democrazia così intesa, e noi ci batteremo per questa democrazia. Ma se altri gruppi avvalendosi, come dicevo in principio, di esigue ed effimere maggioranze, volessero far trionfare dei princìpi di parte, volessero darci una Costituzione che non rispecchiasse quella che è la profonda aspirazione della grande maggioranza degli italiani, che amano come noi la libertà e come noi amano la giustizia sociale, se volessero fare una Costituzione che fosse in un certo qual modo una Costituzione di parte, allora avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione ed il vento disperderà la vostra inutile fatica”
    (Lelio Basso, 6 marzo 1947, in Assemblea Costituente).

    L'appello di Pasquino:

    1. Il NO non significa immobilismo costituzionale. Non significa opposizione a qualsiasi riforma della Costituzione che sicuramente è una ottima costituzione. Ha obbligato con successo tutti gli attori politici a rispettarla. Ha fatto cambiare sia i comunisti sia i fascisti. Ha resistito alle spallate berlusconiane. Ha accompagnato la crescita dell’Italia da paese sconfitto, povero e semi-analfabeta a una delle otto potenze industriali del mondo. Non pochi esponenti del NO hanno combattuto molte battaglie riformiste e alcune le hanno vinte (legge elettorale, legge sui sindaci, abolizione di ministeri, eliminazione del finanziamento statale dei partiti). Non pochi esponenti del NO desiderano riforme migliori e le hanno formulate.
    Le riforme del governo sono sbagliate nel metodo e nel merito.
    Non è indispensabile fare riforme condivise se si ha un progetto democratico e lo si argomenta in Parlamento e agli elettori.
    Non si debbono, però, fare riforme con accordi sottobanco, presentate come ultima spiaggia, imposte con ricatti, confuse e pasticciate.
    Noi non abbiamo cambiato idea. Riforme migliori sono possibili.

    2. No, non è vero che la riforma del Senato nasce dalla necessita’ di velocizzare il procedimento di approvazione delle leggi.
    La riforma del Senato nasce con una motivazione che accarezza l’antipolitica “risparmiare soldi” (ma non sarà così che in minima parte) e perché la legge elettorale Porcellum ha prodotto due volte un Senato ingovernabile.
    Era sufficiente cambiare in meglio, non in un porcellinum, la legge elettorale. Il bicameralismo italiano ha sempre prodotto molte leggi, più dei bicameralismi differenziati di Germania e Gran Bretagna, più della Francia semipresidenziale e della Svezia monocamerale. Praticamente tutti i governi italiani sono sempre riusciti ad avere le leggi che volevano e, quando le loro maggioranze erano inquiete, divise e litigiose e i loro disegni di legge erano importanti e facevano parte dell’attuazione del programma di governo, ne ottenevano regolarmente l’approvazione in tempi brevi. No, non è vero che il Senato era responsabile dei ritardi e delle lungaggini. Nessuno ha saputo portare esempi concreti a conferma di questa accusa perché non esistono. Napolitano, deputato di lungo corso, Presidente della Camera e poi Senatore a vita, dovrebbe saperlo meglio di altri. Piuttosto, il luogo dell’intoppo era proprio la Camera dei Deputati. Ritardi e lungaggini continueranno sia per le doppie letture eventuali sia per le prevedibili tensioni e conflitti fra senatori che vorranno affermare il loro ruolo e la loro rilevanza e deputati che vorranno imporre il loro volere di rappresentanti del popolo, ancorche’ nominati dai capipartito.

    3. No, non è vero che gli esponenti del NO sono favorevoli al mantenimento del bicameralismo. Anzi, alcuni vorrebbero l’abolizione del Senato; altri ne vorrebbero una trasformazione profonda. La strada giusta era quella del modello Bundesrat, non quella del modello misto francese, peggiorato dalla assurda aggiunta di cinque senatori nominate dal Presidente della Repubblica (immaginiamo per presunti, difficilmente accertabili, meriti autonomisti, regionalisti, federalisti).
    Inopinatamente, a cento senatori variamente designati, nessuno eletto, si attribuisce addirittura il compito di eleggere due giudici costituzionali, mentre seicentotrenta deputati ne eleggeranno tre. E’ uno squilibrio intollerabile.

    4. No, non è vero che e’ tutto da buttare. Alcuni di noi hanno proposto da tempo l’abolizione del CNEL. Questa abolizione dovrebbe essere spacchettata per consentire agli italiani di non fare, né a favore del “si’” ne’ a favore del “no”, di tutta l’erba un fascio.
    Però, no, non si può chiedere agli italiani di votare in blocco tutta la brutta riforma soltanto per eliminare il CNEL.

    5. Alcuni di noi sono stati attivissimi referendari. Non se ne pentono anche perché possono rivendicare successi di qualche importanza. Abbiamo da tempo proposto una migliore regolamentazione dei referendum abrogativi e l’introduzione di nuovi tipi di referendum e di nuove modalità di partecipazione dei cittadini.
    La riforma del governo non recepisce nulla di tutta questa vasta elaborazione. Si limita a piccoli palliativi probabilmente peggiorativi della situazione attuale. No, la riforma non è affatto interessata a predisporre canali e meccanismi per una più ampia e intensa partecipazione degli italiani tutti (anzi, abbiamo dovuto registrare con sconforto l’appello di Renzi all’astensione nel referendum sulle trivellazioni), ma in particolare di quelli più interessati alla politica.

    6. No, non è credibile che con la cattiva trasformazione del Senato, il governo sarà più forte e funzionerà meglio non dovendo ricevere la fiducia dei Senatori e confrontarsi con loro.
    Il governo continuerà le sue propensioni alla decretazione per procurata urgenza.
    Impedirà con ripetute richieste di voti di fiducia persino ai suoi parlamentari di dissentire. Limitazioni dei decreti e delle richieste di fiducia dovevano, debbono costituire l’oggetto di riforme per un buongoverno.
    L’Italicum non selezionerà una classe politica migliore, ma consentirà ai capi dei partiti di premiare la fedeltà, che non fa quasi mai rima con capacità, e di punire i disobbedienti.

    7. No, la riforma non interviene affatto sul governo e e sulle cause della sua presunta debolezza. Non tenta neppure minimamente di affrontare il problema di un eventuale cambiamento della forma di governo. Tardivi e impreparati commentatori hanno scoperto che il voto di sfiducia costruttivo esistente in Germania e importato dai Costituenti spagnoli è un potente strumento di stabilizzazione dei governi, anzi, dei loro capi.
    Hanno dimenticato di dire che: i) è un deterrente contro i facitori di crisi governative per interessi partigiani o personali (non sarebbe stato facile sostituire Letta con Renzi se fosse esistito il voto di sfiducia costruttivo); ii) si (deve) accompagna(re) a sistemi elettorali proporzionali non a sistemi elettorali, come l’Italicum, che insediano al governo il capo del partito che ha ottenuto più voti ed è stato ingrassato di seggi grazie al premio di maggioranza.

    8. I sostenitori del NO vogliono sottolineare che la riforma costituzionale va letta, analizzata e bocciata insieme alla riforma del sistema elettorale. Infatti, l’Italicum squilibra tutto il sistema politico a favore del capo del governo. Toglie al Presidente della Repubblica il potere reale (non quello formale) di nominare il Presidente del Consiglio. Gli toglie anche, con buona pace di Scalfaro e di Napolitano che ne fecero uso efficace, il potere di non sciogliere il Parlamento, ovvero la Camera dei deputati, nella quale sarà la maggioranza di governo, ovvero il suo capo, a stabilire se, quando e come sciogliersi e comunicarlo al Presidente della Repubblica (magari dopo le 20.38 per non apparire nei telegiornali più visti).

    9. No, quello che è stato malamente chiesto non è un referendum confermativo (aggettivo che non esiste da nessuna parte nella Costituzione italiana), ma un plebiscito sulla persona del capo del governo. Fin dall’inizio il capo del governo ha usato la clava delle riforme come strumento di una legittimazione elettorale di cui non dispone e di cui, dovrebbe sapere, neppure ha bisogno. Nelle democrazie parlamentari la legittimazione di ciascuno e di tutti i governi arriva dal voto di fiducia (o dal rapporto di fiducia) del Parlamento e se ne va formalmente o informalmente con la perdita di quella fiducia. Il capo del governo ha rilanciato. Vuole più della fiducia. Vuole l’acclamazione del popolo.
    Ci “ha messo la faccia”. Noi ci mettiamo la testa: le nostre accertabili competenze, la nostra biografia personale e professionale, se del caso, anche l’esperienza che viene con l’età ben vissuta, sul referendum costituzionale (che doveva lasciare chiedere agli oppositori, referendum, semmai da definirsi oppositivo: si oppone alle riforme fatte, le vuole vanificare). Lo ha trasformato in un malposto giudizio sulla sua persona. Ne ha fatto un plebiscito accompagnato dal ricatto: “se perdo me ne vado”.

    10. Le riforme costituzionali sono più importanti di qualsiasi governo. Durano di più.
    Se abborracciate senza visione, sono difficili da cambiare. Sono regole del gioco che influenzano tutti gli attori, generazioni di attori. Caduto un governo se ne fa un altro. La grande flessibilità e duttilità delle democrazie parlamentari non trasforma mai una crisi politica in una crisi istituzionale.
    Riforme costituzionali confuse e squilibratrici sono sempre l’anticamera di possibili distorsioni e stravolgimenti istituzionali.
    Il ricatto plebiscitario del Presidente del Consiglio va, molto serenamente e molto pacatamente, respinto.

    Quello che sta passando non è affatto l’ultimo trenino delle riformette. Molti, purtroppo, non tutti, hanno imparato qualcosa in corso d’opera.
    Non è difficile fare nuovamente approvare l’abolizione del CNEL, e lo si può fare rapidamente.
    Non è difficile ritornare sulla riforma del Senato e abolirlo del tutto (ma allora attenzione alla legge elettorale) oppure trasformarlo in Bundesrat.
    Altre riforme verranno e hanno alte probabilità di essere preferibili e di gran lunga migliori del pasticciaccio brutto renzian-boschiano.

    No, non ci sono riformatori da una parte e immobilisti dall’altra. Ci sono cattivi riformatori da mercato delle pulci, da una parte, e progettatori consapevoli e sistemici, dall’altra.
    Il NO chiude la porta ai primi; la apre ai secondi e alle loro proposte e da tempo scritte e disponibili.

  8. #1358
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    Predefinito Re: Le ragioni del NO

    P.s.: al Pasquino si sono (ovviamente) aggiunti quei "tromboni-professoroni" di Carlo Galli, Maurizio Viroli, Marco Valbruzzi e via a seguire.

  9. #1359
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    Predefinito Re: Le ragioni del NO

    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles Visualizza Messaggio
    P.s.: al Pasquino si sono (ovviamente) aggiunti quei "tromboni-professoroni" di Carlo Galli, Maurizio Viroli, Marco Valbruzzi e via a seguire.



  10. #1360
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    Predefinito Re: Le ragioni del NO

    "se avanzo seguitemi, se indietreggio defollowatemi."

 

 
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