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  1. #61
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    Predefinito Re: Io mi chiedo che futuro ha questo Paese

    Citazione Originariamente Scritto da Hockey Visualizza Messaggio
    Lo so che i problemi sono sempre ben altri...
    - pensioni esagerate
    - stipendi pubblici esagerati, soprattutto a livello dirigenziale/politico
    - spese a fondo perduto per finanziare l'invasione
    - spese sociali ingiustificate per mantenere chi non ha alcun titolo per essere qui
    - sostegni/patrocini ad enti o associazioni con scopo clientelare
    - esosità di spese negli appalti pubblici e corruzione
    - sostegno ingiustificato alle banche
    - ottopermille vari
    - evasione e lavoro nero
    - ...

    Questi sono tutti sprechi, da dove vogliamo iniziare??

    Da qualche parte bisognerà pure iniziare, anche perché quando i lavoratori che pagano le tasse saranno tutti MORTI a causa delle stesse, sarà troppo tardi.

  2. #62
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    Predefinito Re: Io mi chiedo che futuro ha questo Paese

    purtroppo sono dovuto partire all'estero,: l'Italia è un paese meraviglioso quando non si tocca l'occupazione, i concorsi, le retribuzioni, le tasse, la burocrazia e la religione, per il resto è magnifico, ma la ami molto di piu' se ci stai lontano e ci vai ogni tanto (come faccio io)

  3. #63
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    Predefinito Re: Io mi chiedo che futuro ha questo Paese

    Citazione Originariamente Scritto da cireno Visualizza Messaggio
    mi sono laureato nel luglio del 1958 e di anni ne ho talmente tanti che sarei disposto a cederne qualcuno: ti può interessare?
    Non ci crederai, ma farei cambio...
    Se io mi fossi laureato nel '58, avrei sistemato figli, nipoti e bisnipoti solo col mio lavoro.

  4. #64
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    Predefinito Re: Io mi chiedo che futuro ha questo Paese

    Citazione Originariamente Scritto da furioso2013 Visualizza Messaggio
    si ma scusa, allora una laurea si basa solo sul nozionismo, sulla memoria e non sulle capacità reali.

    ma allora è chiaro che chi viene assunto pur se laureato si deve accontentare, perchè in realtà vale poco (lavorativamente parlando)
    che me ne faccio di uno con 110 e lode se non ha iniziativa, se non si prende rischi.
    da come hai cominciato il discorso, ho capito che intendendevi iniziativa in campo commerciale, per cui ho citato il particolare tipo di fiuto per gli affari, ove c'e' nessuna attinenza con la laurea, poi ti ho chiesto di citarmi un campo in cui necessiti spirito di inziativa per un laureato e se c'e mercato nel campo da te indicato, ovviamente parliamo di lavori in proprio
    Le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono ma non si uccidono.
    (Pablo Neruda - Attribuita)

  5. #65
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    Predefinito Re: Io mi chiedo che futuro ha questo Paese

    Citazione Originariamente Scritto da furioso2013 Visualizza Messaggio
    r

    .
    eppure di cose da "inventarsi ce ne sarebbero".
    per esempio? quale sabebbe un mercato non saturo?
    Le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono ma non si uccidono.
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  6. #66
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    Predefinito Re: Io mi chiedo che futuro ha questo Paese

    Citazione Originariamente Scritto da furioso2013 Visualizza Messaggio
    ma chi in teoria dovrebbe avere le capcità di dirigere aziende (certo dopo una certa gavetta)dovrebbe avere molto di suo.
    vedo che non hai la minima idea di che cosa realmente insegnino nella facolta' di economia e commercio....

  7. #67
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    Predefinito Re: Io mi chiedo che futuro ha questo Paese

    Citazione Originariamente Scritto da furioso2013 Visualizza Messaggio
    si ma scusa, allora una laurea si basa solo sul nozionismo, sulla memoria e non sulle capacità reali.
    mi pare ovvio
    Citazione Originariamente Scritto da furioso2013 Visualizza Messaggio
    ma allora è chiaro che chi viene assunto pur se laureato si deve accontentare, perchè in realtà vale poco (lavorativamente parlando)
    che me ne faccio di uno con 110 e lode se non ha iniziativa, se non si prende rischi.
    a mio avviso per le aziende piccole il 110elode e' un handycap , l'imprenditore vede nel candidato solo un secchione sapientone che in realta' non sa fare un cazzo.

  8. #68
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    Predefinito Re: Io mi chiedo che futuro ha questo Paese

    Citazione Originariamente Scritto da furioso2013 Visualizza Messaggio
    se i miei figli saranno come questi laureati, avrò fallito come genitore.
    il mio consiglio e' di non farli laureare e di mandarli a fare i camerieri appena finita la scuola dell'obbligo.
    Qui a Pattaya un mio amico ha iniziato cosi', poi e' andato a Londra dove ha trovato lavoro in una societa' di gestione di fondi di investimento , e' riuscito a mettere da parte un discreto capitale e a 28 anni vive qui a Pattaya , con appartamento, auto e moto di proprieta', convivente Thai e figlia + altro figlio in arrivo , totalmente indipendente mentre i suoi coetanei in Italia vivono ancora con mamma' e devono chiedere la paghetta per uscire il sabato sera.

  9. #69
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    Predefinito Re: Io mi chiedo che futuro ha questo Paese

    Citazione Originariamente Scritto da Gaudente Visualizza Messaggio
    ...ha trovato lavoro in una societa' di gestione di fondi di investimento...
    E' un mestiere??

    Lo chiedo sapendo di non sapere...

  10. #70
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    Predefinito Re: Io mi chiedo che futuro ha questo Paese

    Quei 3mila cervelli in fuga ogni anno da un'Italia che non saprebbe cosa farne - Repubblica.it

    di SALVO INTRAVAIA





    26 febbraio 2016







    Lavorano in ogni angolo del mondo ma, al contrario dei loro colleghi, i ricercatori italiani "fuggiti all'estero" non pensano di ritornare in patria. O almeno, coloro che hanno la saudade del Belpaese sono pochi: meno della metà. Il perché è presto detto. In Italia le condizioni di lavoro sono meno favorevoli da tutti i punti di vista: guadagni più bassi, possibilità di carriera striminzite e scarsa soddisfazione. Fuori dai confini, i nostri dottori di ricerca si trasformano e riescono a produrre più dei loro colleghi stranieri, portando acqua al mulino di paesi che formano meno ricercatori di quanti ne abbiano bisogno. A delineare un quadro ragionato del cosiddetto brain drain - che si traduce come "fuga di cervelli" - è Carolina Brandi, ricercatrice del Irpps-Cnr: l'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali.
    La Brandi studia da anni il fenomeno e nel 2014 ha prodotto un capitolo, inserito nel Rapporto Migrantes, dal titolo "L'emigrazione dei ricercatori italiani: cause ed implicazioni", in cui cerca di comprendere, innanzitutto, la dimensione di questa fuga e, soprattutto, se esiste davvero. O non si tratti piuttosto di "normale mobilità" dei ricercatori come in tutti i paesi del mondo. Ma anche le motivazioni di una dinamica che assomiglia sempre più un esodo che impoverisce il Paese. Perché, tra il made in Italy famoso in tutto il mondo esportiamo anche ricercatori. E il "Country report" della Ue, appena pubblicato, lo conferma
    REPDATA: I NUMERI DELL'ESODO

    Il fenomeno. Esiste davvero la fuga dei cervelli italiani all'estero? A sentire i commenti degli italiani all'estero che in questi giorni hanno riacceso la polemica sul sottofinanziamento della ricerca italiana e sulle scarse possibilità di realizzazione professionale non ci sarebbero dubbi. Ma negli anni scorsi alcuni studiosi hanno messo in dubbio perfino l'esistenza del fenomeno. Anche perché non esiste nessuna banca dati con i riferimenti di tutti i ricercatori nostrani in attività all'estero. Appena varcano i nostri confini di questi si perdono le tracce e occorre andare a scandagliare le banche dati di organismi diversi per avere un'idea della consistenza numerica del fenomeno. Per la Brandi la fuga dei cervelli italiani c'è e sarebbe dovuta al fenomeno dell'overeducation: "produciamo" più dottori di ricerca di quelli che il nostro anchilosato mercato del lavoro riesca ad accogliere e la differenza si reca all'estero. La soluzione e duplice: o il mercato del lavoro si riorienta verso l'innovazione assorbendo i dottori di ricerca in esubero oppure occorre ridurne i numeri, condannando l'Italia al declino economico e sociale.

    I numeri dell'esodo. Ogni anno, circa 3mila ricercatori italiani - dottori di ricerca che hanno conseguito il titolo accademico - prendono la via dell'estero. L'Italia, tra i paesi europei più industrializzati, esporta più ricercatori di quanti non ne importi dagli altri paesi. Per il nostro Paese il saldo è paurosamente negativo: meno 13,2 per cento. In altre parole, perdiamo il 16,2 per cento di ricercatori fatti in casa che si vanno a confrontare con i colleghi stranieri e riusciamo ad attrarre il 3 per cento di scienziati di altri paesi. Il confronto con le nazioni europee di riferimento è impietoso. "Per molte altre nazioni europee - scrive la ricercatrice - le percentuali sono invece in pareggio, come per la Germania, o positive come nel caso della Svizzera e della Svezia (oltre il +20 per cento), del Regno Unito (+7,8 per cento) e Francia (+4,1 per cento). Perfino la Spagna, la cui economia non brilla certamente, ci tiene a debita distanza con una perdita contenuta all'1 per cento. Una situazione che per l'Italia si traduce in un impoverimento del capitale umano a scapito dello sviluppo che, al ritmo di 3mila ricercatori italiani all'estero all'anno in un decennio - dal 2010 al 2020 - l'Italia perderà qualcosa come 30mila ricercatori costati agli italiani qualcosa come 5 miliardi, che all'estero contribuiranno allo sviluppo economico di quei paesi. Non proprio un affare.

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    Perché i nostri ricercatori cercano fortuna all'estero? Per comprendere meglio le ragioni della fuga dei cervelli, l'istituto in cui lavora la Brandi nel 2010 effettua un sondaggio su circa 2mila ricercatori italiani impegnati all'estero. "I risultati di questa indagine - scrive la ricercatrice (leggi l'intervista) - mostrano che nella maggior parte dei casi la condizione professionale degli intervistati è molto soddisfacente: essi sono infatti in maggioranza professori ordinari, ricercatori senior o direttori di ricerca, e quasi tutti gli altri sono ricercatori o docenti. Solo in pochi casi, sono titolari di assegni di ricerca o hanno altri rapporti di lavoro". In altre parole, si tratta sempre di condizioni di lavoro più stabili con maggiori opportunità di carriera. In più, i ricercatori italiani all'estero guadagnano il doppio dei loro colleghi rimasti in Italia. E questa volta la percentuale di coloro che non pensa affatto ad un ritorno in patria sale al 63 per cento.

    Dove lavorano? Due le fonti prese in considerazione per scoprire al servizio di quali nazioni si sono messi i nostri ricercatori. Circa metà dei 2mila intervistati dall'Irpps lavora nei paesi europei (Regno Unito, Francia, Germania, Belgio e Svizzera). Coloro che si sono spinti oltre oceano approdano soprattutto negli Stati Uniti e in Brasile. Ma l'Italia esporta anche i suoi cervelli migliori. Nel 2014, tra i 3.385 ricercatori italiani con indice di produttività scientifica alto (h-index superiore a 30) 641 lavorano all'estero permanentemente o parzialmente all'estero. Soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, ma anche in Giappone, Sudafrica, Cina e Singapore. E farli rientrare in Italia è quasi impossibile. Il programma sul rientro dei cervelli lanciato dal governo Berlusconi nel 2001 ha convinto appena 488 ricercatori di cui meno di un quarto - 110 in tutto - ha rinnovato la permanenza in Italia per i successivi 4 anni. Un fiasco.
    Le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono ma non si uccidono.
    (Pablo Neruda - Attribuita)

 

 
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