

Corpo sano in ambiente sano.
Chi avvelena una persona per vendetta viene condannato per veneficio.
Chi avvelena milioni di esseri umani per profitto viene onorato come capitano d'industria.


Nel 1° forse occorrerebbe mettere diversi cerchi per "Dio".
Le guerre stellari dell’induismo
di Davide Brullo
Il primo è stato Arthur Schopenhauer. La memorabile chiusura del Mondo come volontà e rappresentazione, teatrale e perfino shakespeariana («per coloro in cui la volontà si è convertita e soppressa, questo mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, questo, propriamente questo, è il nulla»), è condita con gli odori dell’India. È lo stesso Re Arthur a dircelo: oltre ai visionari dei paesi suoi, Angelo Silesio («mistico mirabile di eccezionale profondità») e Meister Eckhart («mistico ancora più grande» e dagli «scritti meravigliosi»), adopera e s’imbeve dei Veda («frutto della più alta dottrina e della più profonda saggezza umana») e delle Upanishad («il dono più prezioso»). Da filosofo tragico Schopenhauer fatica ad attraversare il deserto della Bibbia, adora smarrirsi nei ghirigori metafisici, nei labirintici laboratori della mente indù. Schopenhauer apre l’agenzia viaggi per l’India che sarà presa d’assalto nel Sessantotto: tutto l’Occidente si precipita laggiù a scoprire la via, la verità e la vita. C’è poco da stupirsi, anche Lev Tolstòj riteneva che i Vangeli trovassero compimento grazie a una risciacquatura nel profondo Oriente, riscritti da Confucio e da Krishna.
Signori, risparmiate il biglietto aereo per l’India, non la conquisterete mai. Tanto per mettere le cose in chiaro, «in nessun caso - stando almeno alla più comune e ortodossa delle formulazioni - si può diventare hindu, perché l’appartenenza allo hinduismo dipende innanzitutto da un fattore etnico» (Francesco Sferra). Di conseguenza, evitate di farvi traviare da un guru di passaggio, scansate i ristoranti tipici, scavalcate i paladini della New Age. Invece, risparmiate i vostri santi soldini e spendeteli per lo straordinario Meridiano Mondadori dedicato all’Hinduismo antico (pagg. CCXXXI+1636, euro 55) curato da Francesco Sferra, aiutato da una équipe di superesperti come Carlo Della Casa, Raniero Gnoli, Stefano Piano e molti altri. Evito di raccontarvi la storiella sull’hinduismo: l’introduzione di Sferra ci mette sul chi va là scansando ogni forma di semplificazione, mostrandoci che i rivoli del pensiero indiano sono poliedrici e polimorfici, a volte perfino contraddittori. Ci sono però alcuni punti primordiali specificati nelle Upanishad (la stordente raccolta di testi filosofici, che pur tuttavia, composti dal VII secolo a.C. fino ad oggi, «testimoniano filoni di pensiero anche contrastanti»), ad esempio che «la vita, di per sé, non costituisce un bene ma è anzi radicalmente male» e che l’uomo, dacché «la nascita in forma umana è reputata un’occasione pressoché unica al fine d’incamminarsi lungo il cammino della liberazione dal fenomenico», attraverso la conoscenza, l’esilio dai desideri e dalle illusioni, la retta azione e il retto pensiero, deve sganciarsi dal ciclo delle rinascite. Il punto è sottrarsi alla fatale legge del karma, per cui ogni azione, indimenticabile, ha i suoi effetti in eterno - e viene scontata nelle successive, concatenate nascite, infatti «per chi abbia attinto la cosiddetta “liberazione in vita”, le azioni che verranno a svolgersi nel tempo che resta da vivere prima della morte fisica son dette non produrre più alcun frutto o “seme” karmico: è come uno “scrivere sull’acqua” che non lascia traccia». Rispetto al cristianesimo, che anela alla resurrezione dei corpi, essendo la vita umana unica e irripetibile, l’hinduismo trascende ogni traccia corporea; se il cristianesimo vuole salvare il mondo, la vita e l’uomo, l’hinduismo vuole salvarsi dal mondo, dalla vita e dall’uomo. Per questo nelle mirabolanti testimonianze letterarie dell’hinduismo, fitte di mondi, cosmi, ere intricate e catastrofici versetti, l’uomo non c’è, svanisce nell’alveo della sua meschinità.
In fondo, disarcionati da ogni possibilità religiosa, l’importanza memorabile del Meridiano (che è il primo di due volumi) sta nella sua siderale altezza letteraria: al di là di alcune Upanishad, dei magnifici inni vedici («di una tale antichità possediamo solo la porzione antica dell’Avesta iranico e alcuni testi ittiti») e della indispensabile Bhagavadgita (nella versione di Raniero Gnoli), tutti disponibili in altre traduzioni ed edizioni, sono raccolti finalmente alcuni densi passaggi del Mahabarata, l’oceanico poema epico che narra la guerra definitiva tra Kaurava e Pandava per la conquista del mondo, che ha lo struggente clangore dell’Iliade e la sapienza di Platone, che prevede Blade Runner e Star Wars e assembla in sé ogni possibile parola, verso, concetto (contempla perfino Shakespeare, leggete qui: «Hai tu forse stipulato un patto con il Tempo,/ che alato pone termine a ogni cosa,/ infinito e incommensurabile, torrente/ che trascina via tutto con sé?»). Davvero il Mahabarata è «l’opera più importante dell’India brahmanica» che «si è rivelata capace di comunicare dei valori e una visione del mondo e della vita che si può dire a ragione appartengano all'intera umanità» (così Stefano Piano ne Le letterature dell’India, Utet, coordinato con Giuliano Boccali e Saverio Sani, un valido strumento per approfondire).
I mastodontici testi indù hanno sedotto orde d’intellettuali italici, da Giorgio Manganelli e Pier Paolo Pasolini, fino a Mario Luzi (entusiasta lettore di Sri Aurobindo all’epoca della svolta di Nel magma) e ad Alessandro Ceni (la cui opera più importante, Mattoni per l’altare del fuoco, Jaca Book, nasce sotto l’egida della Upanishad), e c’insegnano una cosa scandalosa: la grande letteratura è sempre «sacra», comunque religiosa.
I grandi libri vanno letti come testi salvifici, assoluti, estremi. La prospettiva la derubo ad Harold Bloom, dal suo saggio Rovinare le sacre verità (Garzanti), dove molto ci dice che Franz Kafka, ad esempio, «esercita un’autorità spirituale unica» e che il cosmo edificato da Samuel Beckett «assomiglia alla creazione del Demiurgo nello gnosticismo antico». Pochissimi scrittori assurgono all’altezza di un testo sacro: si chiamano Dante e Shakespeare, John Milton e Leopardi, qualcosa di Tolstòj, qualcosa di Melville e poco altro. Non si tratta d’intuire la tragedia dietro l’angolo o ripetere in versi o in una prosa inimitabile il già noto, ma squarciare vie ignote dello spirito.
Le guerre stellari dell’induismo - Cultura - ilGiornale.it
Ultima modifica di RAYO; 23-10-11 alle 11:15
Gioia e dolore hanno il confine incerto...


Ormai una posizione minoritaria. Questo link, già postato nella bibliografia di Baba nel topic sui Vratya, chiarisce un po' la questione: How to Become a Hindu, Chapter 5: Does Hinduism Accept Newcomers
Rimane vero che in alcuni templi, come ad esempio Pashupatinath a Katmandu, gli hindu non etnici non sono ammessi.


vorrei aggiungere alcune cose
mi è capitato alcune volte di apprendere dai giornali locali di occidentali 'accolti' in determinati ambiti religiosi dopo aver effettuato delle particolari cerimonie, la cosa veniva resa pubblica con tanto di nuovo nome del neo-indù, solitamente accettato in alcuni circoli bramani
diverso invece il discorso in alcuni ambiti tantrici dove pochi occidentali sono stati iniziati da maestri senza bisogno di farne una questione pubblica e in barba alla sbandierata purezza bramanica, cosa che ha urtato non poco i tradizionalisti...
da quanto mi hanno raccontato sembra che a Pashupatinath abbiano vietato l'accesso anche a Sonia Gandhi nonostante all'epoca fosse la moglie del premier indiano
ho visitato il luogo diverse volte e una volta sono riuscito anche a entrare e a raggiungere il Lingam, dove sono stato subito tirato per la manica da un timido militare nepalese che dopo avermi chiesto la nazionalità mi ha invitato a uscire, un paio di sadhu che si trovavano con me hanno dovuto divincolarsi dalle grinfie di alcuni pandit inferociti e uno di loro è stato inseguito all'esterno e poi più volte colpito con un frustino da uno di questi scalmanati...iaociao:
Ultima modifica di baba; 24-10-11 alle 01:24


Secondo me poi una differenza sostanziale la fa il diventare induisti in India o in occidente dove si approcciano autorità rappresentanti che non sempre hanno chiari e formali rapporti con le rispettice autorità indiane...queste ultime tra l'altro, come baba metteva in luce, cambiano a seconda degli ambiti, delle scuole e delle varie deità principali di riferimento.
In occidente poi c'è il fattore marketing da considerare...di modo che ad esempio l'avvicinamento all'induismo di personaggi famosi puo' essere "usato" a fini propagandistici.
Julia Roberts embraces Hinduism
NEW DELHI: Her parents were Baptist and Catholic and she was born in Georgia, part of the US Bible Belt. But Hollywood superstar Julia Roberts says she is now a practising Hindu. Speaking to the September issue of Elle magazine, Roberts said she goes to the temple to "chant, pray and celebrate."
The 42-year-old actress, who won a million hearts with Pretty Woman and an Oscar with Erin Brockowich, took to Hinduism during the shooting of her upcoming film, `Eat, Pray and Love' last year. In the movie, she plays a divorced woman who travels to Italy for food, India for spirituality and Bali, where she finds love. In the interview, Robert also spoke of reincarnation. "I've been so spoiled with my friends and family in this life. Next time I want to be just something quiet and supporting," she said.
Swami Dharamdev of Hari Mandir, Pataudi, where `Eat, Pray and Love' was shot for three weeks in September-October last year, said it is good news if someone accepts Hinduism from the heart. During the film's shooting, he said, a makeshift temple had been constructed nearby where unit members would light lamps and burn incense sticks. "Julia too would pray there, run her hands over the lamp and her hair as we all do," he recalled. "She also got her three kids here. I tied the sacred red thread on their wrists and applied the tilak on their foreheads," he said.
Swami Dharamdev recalled the actress also requested him, through her private assistant, to pray for her mother who was ill. "Before she left I told her, `you may choose not to eat or love. But don't forget to pray. Make that a part of your life, not just acting in this film'. She smiled and nodded affirmatively," he said.
In a statement, Rajan Zed, president of the Universal Society of Hinduism in the US, also said he and his fellow practitioners welcome Roberts into the fold.
Julia's move to Hinduism has sparked off a torrent of online response. Some are highly critical of her; others the opposite. "Another confused celebrity trying on the religion "flavour" of the month. Hindu? Does she even know what that means? How can you convert to another religion after making a film? Next thing you know she'll be wearing a Kabbalah bracelet after going to a Madonna concert!," was a comment posted on The Daily Mail's website. However, Anne, Leicester, wrote, "I like Julie Roberts, admire her work on screen and her commitment to her beliefs. If she's living her life to the ideals of Hinduism, that's all to the good. I look forward to seeing her latest film.
Julia Roberts embraces Hinduism - Times Of India
Ultima modifica di RAYO; 24-10-11 alle 10:41
Gioia e dolore hanno il confine incerto...


Come diventare induisti
Cerchiamo di sfatare subito una mito. Non si diventa induisti. Non si può diventare induisti, per il semplice motivo che l'Induismo non esiste.
L'Occidente chiamo Induismo quell'insieme di culti che sono presenti in India, alcuni da tempo immemore e altri più recenti (grazie alla rivitalizzazione continua che vive questo paese per la presenza dei suoi asceti e filosofi).
Se proprio volessimo dare un nome alla religione indiana (sempre che riuscissimo a definirne una), potremmo dire che essa potrebbe chiamarsi Sanathana Dharma, non dissimile dalla Legge Eterna o Philosophia Perennis. Per questo motivo ogni persona che segua il proprio cammino senza ritenerlo superiore a quelli altrui, senza cercare di convertire al proprio credo, senza discriminare, allora potremmo dire che quella persona è induista. Accade talvolta che però l'Induista reagisca all'invasione religiosa ad opera di missionari e invasori politici e religiosi, e allora possono sorgere conflittualità di ogni genere.
Nonostante si creda che l'induismo abbia una lunga storia di tolleranza, è anche vero che esiste una grande libertà di fede e di percorso interiore, ma non viene lasciato molto spazio al proselitismo, considerata una delle azioni più bieche che si possano mai compiere in ambito spirituale.
Il concetto è molto semplice, quale che sia il tuo percorso, potrai parlarne e guidare gli altri solo dopo che avrai definitivamente colto e stabilizzato la meta finale, non prima. Pertanto chi parla di paradisi e stati che non ha realizzato non particolarmente ben visto.
Alcuni hanno proposto come induista colui che segue le eterne verità contenute nei Veda e negli Agama, crede nella unicità di Dio, nella legge del karma, nella reincarnazione e nella liberazione, moksha; pratica l’adorazione interiore ed esteriore, crede nella protezione della vita ad ogni livello, purifica ogni stadio dell’esistenza con i dovuti samskara.
Formalmente questo non è vero perché ormai il sistema delle caste è troppo secolarizzato in India e per quanto si possano seguire queste norme, è difficile che vi verrà permessa l'entrata in certi templi.
D'altra parte molti fra i più grandi Maestri e filosofi dell'India non si sono nemmeno curati di aspetti secondari come la reincarnazione o il karma, o altro. Ma è altresì vero che erano Esseri che erano giunti oltre la forma.
Non ha molto senso sostituire una religione con un'altra, bene o male sono tutte le stesse, ognuna nella sua storia trova le più meschine bassezze e le più divine altezze, questo perché una religione ha poco a che spartire col Divino, essa è tipicamente umana, fatta da uomini, amministrata da uomini.
Se invece vogliamo parlare di spiritualità, a maggior ragione è poco rilevante la religione, quello che conta sono i Maestri viventi che la incarnano e ce la possono porgere e allora vediamo che anche nella religione degli uomini, ci sono alcuni che raggiungono le vette proprie della spiritualità. Pertanto, e a maggior ragione, allora non c'e' bisogno di cambiare religione occorre solo trovare le guide più adatte alle nostre caratteristiche e queste non necessariamente devono stare in India, vestire di ocra o parlare tamil o telegu. Possono essere degli sciamani nord americani come dei preti cattolici. La meta è uguale per tutti, quello che conta è chi ci conduce sul cammino.
Cantare dei bajan, ripetere l'om, svolgere pratiche di meditazione, frequentare delle palestre dove si insegna l'hata yoga, leggere libri sull'argomento, etc. etc. non rende induisti, né dei discepoli praticanti. Tutto questo è irrilevante se non si entra nella giusta dimensione interiore ove si inizi ad applicare la discriminazione e il distacco. Quando si sarà raggiunta quella dimensione, allora sì che le pratiche di cui sopra avranno rilevanza, almeno sino a quando, colta la meta, anch'esse potranno cadere perché appartenenti alla molteplicità.
In realtà l'universalità e la libertà delle Filosofie indiane è quello che fa avvicinare all'India l'occidentale. L'universalità di linguaggi devozionali o interiori così adatti alle diverse tipologie dell’uomo anche se ognuno è rivolto alla ricerca del Divino. "Ed è proprio in questa libertà che ognuno di noi, se compie una ricerca seria, senza fatica troverà quel particolare aspetto che lo può condurre alla sua strada spirituale."
Un'ultima cosa: consideriamo sempre, se ormai abbiamo deciso di essere induisti, che non possiamo imporre la nostra nuova dieta alimentare a tutta la famiglia!
Fonte: Come diventare induisti


nel testo segnalato da El rayo:
alla pagina 92 del PDF c'è l'interessante Death beyond Death The Ochre Robe di Agehananda Bharati, un racconto autobiografico della sua ricerca, e infine conquista, della iniziazione sannyasa
penso che quanto espresso sia illuminante e rifletta chiaramente il pensiero del mondo religioso indiano nei riguardi di uno straniero (qui ancora chiamato mleccha)
Dell'articolo mi hanno colpito molto i riferimenti ad Haridwar e Rishikesh: presunte mecche della "via facile" all'iniziazione samnyasi?
Poi c'è da dire che lo stesso Bharati non sembra essere stato iniziato in un ordine particolare (akhara o dashanamin), però il racconto dell'iniziazione nel campo di cremazione è molto suggestivo.


forse in quei luoghi alcuni ordini sono più aperti? gli ashram pullulano di occidentali a Haridwar e Rishikesh...
comunque il nome che porta, Bharati, è uno dei Dashanami
Ultima modifica di baba; 02-11-11 alle 19:03