Spadolini storico
Di Cosimo Ceccuti – Annali del Centro “Pannunzio”, a. XXXV, 2004-2005, Torino 2004
“Al mio Giannone, piccolo storico, per la Fiera del Libro 1933. Babbone”. Questa la toccante dedica che il padre di Giovanni Spadolini, Guido, appose, il 29 maggio 1933, alla Vita di Garibaldi di Epaminonda Provaglio, un libro ricco di figure e di illustrazioni anche a colori, edito dalla casa editrice Nerbini, nota per la pubblicazione di opere ampiamente divulgative, spesso addirittura a dispense.
La dedica “consacrava” il piccolo storico, che a soli otto anni aveva ormai rivelato la propria inclinazione e passione. Ed è proprio nell’età dei giochi e delle scorribande in campagna che Spadolini scriveva i primi “libri” di storia, a penna, con la grafia di un bambino ma con i concetti ben più profondi e maturi, e con ogni cura di particolari. Volumetti scritti anche per potere acquistare più libri, offerti ai nonni in cambio di cinque lire, cifra modesta ma importante per arricchire la biblioteca, e poi ripresi perché in copia unica. Una forma di … autofinanziamento culturale.
Sono anni di una disciplina intellettuale feroce per quel piccolo, grande lettore, che trascorreva interi pomeriggi nelle biblioteche pubbliche, non bastandogli i volumi che poteva acquistare con i suoi limitatissimi mezzi. “Non si capisce Spadolini – ha scritto Carlo Bo – se non si parte da questo dato capitale, se non si tiene nel debito conto la sua prima vocazione, sulla quale si è innestato e ha prosperato il suo insopprimibile amore della vita”[1].
La prima opera storica vera e propria la scrisse di getto a soli vent’anni, nell’estate 1945, ed il suo titolo provvisorio era Vita d’Italia dal ‘700 al ‘900: fu proposta nel gennaio 1946 ed in seguito accettata dall’editore Enrico Vallecchi benché, per ragioni non bene chiarite ma legate probabilmente alla difficile ripresa post-bellica della gloriosa Casa editrice fiorentina, uscì soltanto nel marzo 1949 con il titolo di Ritratto dell’Italia moderna[2].
Partendo dalle riflessioni e dalle opere di Alfredo Oriani e Piero Gobetti, Spadolini si impegnava a ordinare gli elementi e fissare i caratteri principali di quella che era stata l’esperienza storica italiana fra Settecento e Novecento, seguendo più le idee che le battaglie, più i rapporti con l’Europa che i presunti “primati” della penisola. Si trattava di un’interpretazione della società italiana moderna aliena da ogni presupposto politico, ma certo strettamente e intimamente collegata al particolare momento storico in cui fu scritta e non dissociabile da esso. Esprimeva l’esigenza profondamente sentita di capire le ragioni della situazione in cui si trovava l’Italia nell’immediato dopoguerra, cercando di scoprirle non in un fin troppo facile “processo al fascismo” ma in un “processo al Risorgimento e all’Italia moderna”, appunto secondo l’ottica di Gobetti per cui il fascismo era l’“autobiografia della nazione”.
“Tutto era da rivedere, tutto era da fissare in quegli anni dell’immediato dopoguerra - ricorderà Spadolini quattro decenni dopo - . Il concetto di Risorgimento, il concetto stesso di partiti. In tema di partiti la confusione regnava sovrana, gli equivoci si moltiplicavano. Pochi, lontani e insufficienti i sussidi critici o bibliografici; libri che si trovavano con fatica nelle biblioteche, libri usciti quasi clandestini durante l’epoca della dittatura fascista, libri che una volta scoperti o incontrati per la forza del caso o con l’ausilio della fortuna non aiutavano a rispondere a tutti gli interrogativi che un giovane di quegli anni può porsi, ha il diritto di porsi, dopo le esperienze che ha vissuto, che ha sofferto, di cui ha patito in un modo o nell’altro le conseguenze”[3]. In quest’ottica si spiega, oltre ovviamente all’impeto dei vent’anni, la denuncia polemica e aspra delle insufficienze italiane, secondo quell’impostazione derivata da Oriani e Gobetti in seguito attenuata, almeno a livello storiografico[4].
Per il ritardo editoriale già accennato, la prima opera di storia contemporanea pubblicata da Spadolini[5] fu dunque (febbraio 1948) Il ’48. Realtà e leggenda di una rivoluzione. Occasione, la ricorrenza centenaria delle barricate milanesi, degli sfortunati tentativi rivoluzionari coronati da una ancora più sfortunata guerra per l’indipendenza. Niente di encomiastico, di retorico, di celebrativo. Al di là della passione giovanile, dei giudizi trancianti espressi dall’autore, l’opera colpisce per acume e profondità.
Estremamente importanti a questo proposito gli elogi e le parole di incoraggiamento che al giovane autore inviarono numerosi storici, fra i quali spicca Gaetano Salvemini. “Il libro è arrivato. Bellissimo! – gli scriveva il 5 maggio 1948 – . Letto con vera gioia e consenso continuo. Solamente temo che potrà gustarlo come me chi già conosca i fatti per averli studiati sulle fonti, e non nei testi scolastici. Il libro condensa un’immensità di letture su fonti di prima mano e di pensiero”[6].
Il volumetto è significativo anche perché nella prefazione Spadolini enunciava quello che era stato il suo metodo. “Gli eventi storici si presentano sempre al nostro giudizio con aspetti duplici o molteplici, non dissimili da quelli con cui si impongono alla nostra osservazione le dottrine e gli ideali della politica - che è la storia in farsi -. Non esiste storia che abbia carattere univoco, univalente, unitario; né può quindi valere una storiografia che sia unilaterale, univoca. Quando la storia sia interpretata unilateralmente, perde per noi molto del suo interesse: diventa più l’espressione del pensiero dello storico, che non la rappresentazione dello svolgimento delle cose. Il fine dello storico deve essere invece quello di cogliere la vibrazione, il ritmo, la cadenza della storia, che è antinomia e dramma”[7].
Due anni dopo, nel febbraio 1950, usciva Il Papato socialista, originale e provocatoria analisi della posizione del Papato nei confronti della questione sociale, che avrebbe conosciuto una lunga serie di edizioni e di ristampe. Per “socialismo” Spadolini intendeva, in un’accezione ampia, l’intervento dello Stato per correggere gli squilibri dello stato di natura, la reazione della morale alla politica. In tal modo qualificava in senso cristiano il socialismo come “una tecnica di equilibrio e di sicurezza sociale che non ha niente di antitetico all’insegnamento del Vangelo”[8].
Nell’ambito delle opere di Spadolini Il Papato socialista rappresenta davvero un momento centrale. La sua intenzione non era quella di tracciare un profilo documentato delle relazioni tra Stato e Chiesa, ma di offrire una riflessione storico-politica, che partendo dall’attualità – la tanto improvvisa quanto grande vittoria elettorale della D.C. nell’aprile 1948 – superasse le visioni di comodo ed i facili schematismi. E’ insieme un punto d’arrivo e un punto di partenza. Il gusto della provocazione, l’intuizione lampeggiante, i giudizi taglienti, le contrapposizioni schematiche, sono tutti elementi che non ricorreranno più in maniera così evidente nelle sue opere successive. Tuttavia il solco è ormai tracciato: Spadolini si orienterà in seguito verso studi storici fondati su grandi apparati documentari e critici, ma ogni tema continuerà ad essere scelto in rapporto alla sua “contemporaneità”, cioè alla sua capacità di suscitare problemi, di rispondere a dubbi e interrogativi sulle condizioni sociali e politiche.
Nel novembre dello stesso anno Giuseppe Maranini, Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze, affidava al venticinquenne Spadolini l’incarico di “Storia moderna II”, come allora si chiamava, e da lui subito trasformata di fatto in “Storia contemporanea”.
La battaglia che il giovane professore dovette combattere fu duplice; egualmente diffidenti verso la nuova disciplina erano i “modernisti” e i “risorgimentisti” puri. I primi decisi a difendere quel loro campo sterminatamente assurdo, cioè dalla scoperta dell’America alle dittature del nostro secolo, “con tutte le conseguenze, già sperimentate nei licei, di fermarsi alla prima guerra mondiale, come alle colonne d’Ercole, non superabili di quello che dopo il 1919 diveniva automaticamente campo di divisione politica o di esercitazione giudicata dall’alto giornalistica”[9]. I secondi, i risorgimentisti puri, cercavano di far automaticamente coincidere la storia dell’età contemporanea con la storia d’Italia, nel suo farsi e rifarsi, “secondo uno schema che pur temperato negli ultimi anni, conservava qualcosa della sua origine nazional-liberale, in certi casi non senza influssi o riflussi nazionalistici”[10].
Quel che si voleva mettere in evidenza e che doveva costituire uno dei tratti salienti della nuova disciplina - per Spadolini come per altri studiosi - era una diversa partizione dei fatti storici. Eventi come il Primo ma ancor più come il Secondo Conflitto Mondiale, con gli incredibili sconvolgimenti che avevano prodotto in tutti i campi, inducevano a riflettere anche sulla storia più recente. Il concetto di “età moderna”, una sorta di gigantesco contenitore che inglobava il periodo compreso fra la scoperta del Nuovo Mondo e gli anni dominati dalla follia dei totalitarismi, risultava insufficiente. Di qui la necessità di riconsiderare il secolo trascorso ed oltre, a partire dagli anni della rivoluzione francese e dell’età napoleonica, che ad un’analisi attenta presentavano molti più elementi di rottura che di continuità.
Un aspetto centrale della riflessione spadoliniana era dunque l’ampiezza delle prospettive, la necessità di inquadrare la storia d’Italia in un processo di lunga durata della storia europea, ricercandone le comuni radici, i legami profondi e nascosti, senza per questo dimenticare certi innegabili peculiarità, i ritardi e le distanze.
Significativo a questo proposito è il fatto che Spadolini sia intervenuto varie volte nel dibattito circa l’unità della storia d’Italia; un dibattito esemplificato dalla vecchia polemica degli anni Trenta fra Benedetto Croce e Luigi Salvatorelli. Croce identificava l’Italia moderna esclusivamente con la nascita, nel 1861, del Regno d’Italia, mentre Salvatorelli – cui successivamente si affiancherà Spadolini – vedeva nella nuova compagine statale italiana solo il risultato ultimo di un processo che non a caso gli artefici del riscatto nazionale avevano chiamato non “sorgimento”, o “nascimento” o “nascita” della nazione, ma Risorgimento, cioè la rinascita di qualcosa – l’idea d’Italia – che era sempre esistita prima dalle vicende politico-territoriali.
“Ma perché Risorgimento? E’ un quesito, un interrogativo, che mi ha tormentato fin da ragazzo – ricordava nel 1994 – e sul quale sono tornato più volte. Come, e soprattutto cosa, poteva ‘risorgere’ nell’Ottocento? Forse uno Stato, anzi lo Stato italiano unitario, che non era mai esistito prima? Da fiorentino, io capivo benissimo il termine “Rinascimento”, perché era la cultura classica da prendere a modello, da imitare, da far rivivere, e dunque a ‘ri-nascere’ nei suoi archetipi fondamentali. Eppure fin dagli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso si parlava già di Risorgimento, si avvertiva già quello che sarebbe stato il mito del Risorgimento. In realtà non è mai ‘risorto’ uno Stato italiano, per il motivo semplicissimo, e storicamente inconfutabile, che uno Stato italiano non era mai nemmeno nato. E invece a ‘rinascere’ era un’idea dell’Italia, dell’Italia come comunità di lingua e di cultura. Un’Italia, una certa idea dell’Italia, con piena coscienza di se stessa, era fiorita già dopo l’avvento del volgare, e con il contributo decisivo di Dante”[11].
Contro l’immagine, ancora dominante negli anni della sua giovinezza, di un Risorgimento autonomo e isolato, senza collegamenti diretti con le contemporanee vicende europee, Spadolini illustrava i suoi molti e vitali rapporti con le esperienze liberali e nazionali di tutto il vecchio continente. Le origini del Risorgimento non le collocava, secondo la prassi, nel 1815, l’anno del Congresso di Vienna e della Restaurazione, ma nella stessa rivoluzione francese e nella grande ondata di cambiamento che si riversò nella penisola, prima con le repubbliche democratiche, poi con la dominazione napoleonica. “Ogni rivoluzione – precisava – nasce da un complesso di cause, morali e politiche. Quella di Francia, alla fine del Settecento, fu generata da fattori, che particolarmente sviluppati in quel paese, erano però comuni un po’ a tutta l’Europa. Ecco perché si può dire che la Rivoluzione francese è l’atto di nascita dell’Europa moderna”[12].
Un Risorgimento non soltanto inteso come successione di congiure carbonare e mazziniane, di guerre di indipendenza e di trattative politico-diplomatiche, ma anche come espressione di una grande idea di rinnovamento culturale e civile. “La coscienza unitaria - sono parole di Spadolini - s’era spenta quasi del tutto in Italia, dove i vari cittadini si erano abituati a sentire soltanto il vincolo di appartenenza al proprio Stato e spesso solo alla propria regione. Si può dire che soltanto nella letteratura si era conservata e trasmessa la fiamma dell’unità italiana”[13]. “L’unione fra la cultura e la politica, fra il pensiero e l’azione resterà viva per tutto il Risorgimento e ne sarà anzi la più salda garanzia di successo”[14].
Il Risorgimento cui guardava Spadolini era allo stesso tempo la rivendicazione di un’eredità, nei suoi aspetti migliori e universali, e la liquidazione di una retorica, quella che indulgeva alla storia come maniera, come conciliazione degli opposti, quando invece le vicende italiane dell’Ottocento furono anche costellate dalle lotte e dai dissidi fra le stesse correnti patriottiche, basti pensare al contrasto fra Cavour e Garibaldi. Riaffermazione di certi valori, ma svincolati da ogni sottinteso strumentale o peggio ancora statuario. Ricerca di quanto era vivo, e di quanto era morto, in un filone storico che si identificava coi titoli di legittimità della Nazione.
“Chi studia il Risorgimento con animo critico – precisava nel 1986 – al di fuori di ogni pregiudiziale settaria o deformante, non ha regole da imporre né consigli da suggerire. Richiama gli italiani, che affrontano ormai gli orizzonti del nuovo millennio, rappresentanti di un paese profondamente trasformato rispetto a quello in cui siamo nati noi stessi, al senso della continuità nella novità, alle radici della loro storia nella coscienza del nuovo che avanza”[15].
I primi corsi universitari di Spadolini, dedicati all’opposizione cattolica e laica nello Stato italiano post-unitario, anticiparono l’uscita nel 1954 de L’opposizione cattolica da Porta Pia al’98. Rispetto ai suoi lavori precedenti questo volume si caratterizzava per un maggior utilizzo delle fonti, in primo luogo quelle di tutta la pubblicistica cattolica dall’unità d’Italia alla fine del secolo scorso, mai utilizzata prima di allora in modo così sistematico ed innovativo. Attraverso gli Atti e documenti ufficiali dell’Opera dei Congressi, punto d’incontro e comitato promotore per l’attività dei cattolici intransigenti nella seconda metà dell’Ottocento, Spadolini analizzò tutto quel composito e dimenticato periodo dall’ “interno” ricostruendo le posizioni dei cattolici “ultras” e dei cattolici conciliatoristi, l’atteggiamento del clero e quello del laicato, le direttive del papato, il giornalismo e le prime organizzazioni giovanili.
Un angolo visuale assolutamente indipendente dalle influenze o dai condizionamenti della storiografia tradizionale, che aveva sempre relegato in un angolo la storia dei cattolici politici, e quasi ignorato quella dell’intransigentismo. La presenza della Democrazia Cristiana al governo non fece perdere a Spadolini la visione di un retroterra del mondo cattolico italiano diverso da quello che appariva nella visione di maniera di una certa storiografia accomodante; la ricerca dell’Italia del dissenso dopo quella del facile consenso, l’individuazione dei filoni di protesta e di negazione della soluzione borghese-liberale quale si era espressa nel sapiente compromesso diplomatico di Cavour. Gli interrogativi suscitati da quel libro tornarono nei dibattiti scientifici, si chiarirono e approfondirono nelle successive indagini degli altri studiosi, si precisarono al vaglio di un nuovo filone di studi.
Parallelo a questo, il versante dell’opposizione laica, analizzato ne I radicali dell’Ottocento e ne I repubblicani dopo l’unità, entrambi pubblicati nel 1960, ma di cui erano apparse significative anticipazioni in forma di saggio sul settimanale “Il Mondo”, all’inizio degli anni Cinquanta. Lo studio dei partiti dell’opposizione democratica, di coloro che per più di vent’anni non avevano riconosciuto la legittimità dello Stato unitario nella forma monarchico-moderata ed avevano attivato movimenti di iniziativa politica ai limiti della sovversione. Momenti anche questi trascurati o negletti dalla storiografia tradizionale, che tendeva a ridurli a qualcosa di rapsodico e secondario.
Ideale continuazione de L’opposizione cattolica, nel 1959 uscì Giolitti e i cattolici, libro pensato e scritto negli ultimi intransigenti anni di pontificato di Pio XII, ma che finì per essere una prefigurazione delle nuove relazioni fra Chiesa e Stato avviate da Giovanni XXIII, delle nuove aperture del Papa allo stesso moto risorgimentale. Uno studio fondato sui documenti, in primis le “Carte Giolitti”, un’indagine attenta e scavante nei particolari; un libro il cui protagonista non era il mondo cattolico, ma lo Stato liberale nella sua espressione giolittiana, che non gli si contrappone più, che inizia un processo di assorbimento cauto, graduale, accorto del laicato credente, il cui sbocco finale sarà il patto Gentiloni del 1913[16].
L’anno successivo, a coronamento dell’impegno storiografico di Spadolini, giunse la vittoria nel primo concorso a cattedra di Storia contemporanea bandito nell’Università italiana.
Il 1966 è la volta di Firenze capitale, volume dedicato non solo al trasferimento sulle rive dell’Arno della capitale del Regno d’Italia, ma anche ai gruppi politici che animano la vita del nuovo Stato, ai partiti con la loro lacunosa ed embrionale organizzazione, alla grande differenza fra paese legale, appena costituitosi, e paese reale, in larga misura ostile o almeno distante. Uno studio condotto soprattutto attraverso i carteggi dei protagonisti, attraverso le loro memorie ed i giornali. Accanto ai democratici i granduchisti, i nostalgici dell’ancien regime, e poi i moderati toscani come Ricasoli, Peruzzi, Cambray-Digny. “Un mondo completamente diverso dalla tradizione oleografica e agiografica della vecchia storiografia, un mondo dove i personalismi prevalgono sulle ideologie, dove le consorterie dissolvono i partiti; dove i regionalismi persistenti e puntigliosi mettono a dura prova, giorno per giorno, l’idea di nazione e di patria. Ma anche un mondo che prepara - pur nei suoi errori e nelle sue incertezze - le grandi scelte di domani, le composizioni e ricomposizioni di partiti destinate a culminare nel trasformismo e nel giolittismo, le conquiste ed i fallimenti che influenzeranno anche la storia più recente”[17].
La lunga aspettativa per mandato parlamentare, iniziata nel 1972, non interruppe gli studi di Spadolini, né il coordinamento delle ricerche, che proseguirono senza sosta. Rimase immutata la sua collaborazione ai principali quotidiani italiani, l’impegno profuso nei congressi storici, specie in qualità di Presidente della Giunta Centrale di Studi Storici, e di Presidente della Società toscana per la Storia del Risorgimento.
Nel 1978, anno cruciale per l’Italia, minacciata dalla crisi economica e dal terrorismo, Spadolini pubblica L’Italia della ragione, (seguita successivamente da L’Italia dei laici e Italia di minoranza) volume dedicato alla lotta politica e culturale nel Novecento. Una ricerca di alcuni filoni fondamentali e spesso trascurati della storia recente: l’Italia delle minoranze contro quella delle compiute e spesso composite maggioranze, l’Italia del dissenso contro quella delle soluzioni facili e definitive. Vi confluiscono scritti vari, dedicati soprattutto al mondo della cultura nei suoi molteplici intrecci con la vita politica: Amendola e Gobetti, Einaudi e Sturzo, Croce e Omodeo, Silone e Montale, per ricordarne solo alcuni. Un complesso di personaggi (e di movimenti) che hanno pesato su un certo versante della politica italiana, che hanno condizionato talune scelte delle coscienze prima ancora che delle forze organizzate. Una storia che si potrebbe chiamare “del tempo presente”, la storia degli ultimi venti-trent’anni, ormai non più giornalismo e non ancora storia nel senso tradizionale del termine.
Estremamente significativi per quanto concerne questo aspetto della produzione spadoliniana sono i suoi Bloc-notes, apparsi in cinque volumi fra il 1986 ed il 1994. Non si tratta più di compiute analisi storiche, ma di appunti che registrano momenti vissuti dallo studioso impegnato ormai a pieno titolo in politica; incontri con i “grandi” della terra, riflessioni di fronte agli avvenimenti internazionali, viaggi all'estero, visite ufficiali o colloqui con i vecchi amici. Eppure, anche in questo caso il mestiere di storico non può fare a meno di risaltare, sia che venga stimolato dai problemi dell’attualità o dalla riflessione sul passato, appena accennato o apertamente espresso, magari racchiuso in una frase, in un giudizio, in una battuta. Un colloquio con Mitterrand è l’occasione per ripensare agli ultimi giorni della Quarta repubblica francese e alla nascita della Quinta, un pranzo con il Cardinale Ratzinger offre lo spunto per una riflessione sui concordati degli anni Trenta fra la Santa Sede, la Germania e l’Italia, un viaggio a San Pietroburgo gli suggerisce l’incontro fra Russia ed Europa durante l’Illuminismo.
L’immagine dell’Europa come elemento unificante e principio di organizzazione dei popoli risultava per Spadolini da un fecondo intreccio fra ragione e cristianesimo, in quella temperie ideale creata dall’Illuminismo, che per il suo carattere cosmopolita si innestava per molti aspetti nella tradizione della medioevale Respublica christiana. Il principio evangelico diventa ispiratore dei diritti di libertà, anche di libertà giuridica e formale; nasce, da quella antica e mai smentita intuizione cristiana, il senso dell’Europa come libertà. E’una mediazione lunga, quella fra Europa e libertà, una mediazione che passa attraverso Erasmo e Machiavelli, che collega l’umanesimo, l’illuminismo e il romanticismo. E’ l’innesto fra cristianità e cultura, e sul terreno fecondatore della libertà.
L’europeismo culturale, cioè la consapevolezza dell’esistenza di una comune identità culturale, di un comune patrimonio di idee all’interno dell’Europa, rappresenta l’elemento di continuità fra illuminismo e romanticismo, il segno che la Repubblica letteraria di Voltaire si accingeva a diventare Repubblica politica con Mazzini. Quest’espressione racchiude il senso delle riflessioni di Spadolini, improntate alla ricerca del filo conduttore del trapasso dall’intuizione essenzialmente culturale dell’Europa settecentesca ad una visione in cui cultura e politica finiscono per incontrarsi. Il fondamentale balzo in avanti dell’idea d’Europa giunge a compiuta espressione proprio col romanticismo, solo grazie al quale, secondo Spadolini, l’Europa riscopre gli elementi, etnici e culturali, che caratterizzano il genio dei suoi popoli e si predispone a determinare possibilità concrete di relazioni, in base agli elementi di affinità intellettuale individuati.
Si infittiscono nel suo ultimo quindicennio di vita i contributi dedicati alla storia fiorentina e toscana fra ‘800 e ‘900, al mondo di Vieusseux, Capponi e Ricasoli, con la promozione di significative iniziative culturali che hanno il loro culmine nella costituzione (1992) del “Centro di Studi sulla civiltà toscana fra ‘800 e ‘900” volto alla pubblicazione di fonti inedite o rare e di studi documentari relativi alla civiltà toscana e ai suoi collegamenti con l’Italia e l’Europa[18].
“Non sono un fiorentinista – amava dire Spadolini – . Sono un fiorentino che ha amato e continua ad amare in Firenze l’anelito europeo, lo spirito universale, contrapposto al municipalismo e al provincialismo. Ho sempre detestato Firenzina, il vernacolo, il dialetto. In Firenze amo il germe di quella certa idea dell’Italia che è nata da lontano, che è nata dalla lingua, che mi riporta a Dante”[19].
Nasce nei primi anni Ottanta la collana delle “Opere illustrate” (dove la ricerca delle immagini non è meno approfondita ed importante dei testi) pubblicata dalla Cassa di Risparmio di Firenze, che alterna la ristampa in edizioni definitive di classici come L’opposizione cattolica e Giolitti e i cattolici, organiche raccolte di saggi (ad esempio Autunno del Risorgimento e Ottocento minore e maggiore), e volumi nuovi come La Firenze di Gino Capponi o L’idea d’Europa[20].
Ma se c’è un libro più di significativo di ogni altro, questo è certamente Gli uomini che fecero l’Italia, giunto dopo innumerevoli ristampe, nel 1993, all’edizione definitiva, con i profili di 112 protagonisti – da Vittorio Alfieri a Luigi Einaudi – della vita nazionale, in tutte le sue espressioni, dalla letteratura alla politica, dal teatro all’industria, dal giornalismo alla religione. Un libro autobiografico, riassuntivo di una vita di studi e di impegno civile.
“Non per disegnare degli eroi da proporre come modelli – ha scritto in proposito Giuseppe Talamo – ma per rintracciare in quei politici, giuristi, letterati ed artisti un filo comune, cioè una certa idea dell’Italia della ragione e della cultura. Una ricostruzione a volte lievemente disegnata, a volte scolpita con pochi tratti efficaci che rivela la singolare capacità dello storico di avvicinarsi a quei protagonisti con occhio ad un tempo disincantato e amorevole, per coglierne i tratti essenziali e caratterizzanti, e quindi anche le contraddizioni e i limiti. La pietas dello storico verso il mondo di ieri non diventava mai, però, retorico idoleggiamento o moralistica contrapposizione di un passato assunto come modello nei confronti di un presente rifiutato in toto, ma esprimeva sempre un’esigenza storiografica e civile”[21].
La storia per la quale Spadolini si è sempre battuto è una disciplina che non si esaurisce nelle sole vicende esteriori dei fatti o in un loro immediato collegamento, ma che ne rintraccia le radici, ne indaga le ragioni profonde, e tenta di offrirne un’appropriata collocazione ed una originale prospettiva, in una misura ed in una complessità di toni che possano rendere davvero un’idea di ciò che è stato. Una storia frutto di un ripensamento organico dei fatti, di un’autentica identificazione col tema trattato che tuttavia non deve sfuggire alle regole stringenti e ardue della ricerca dell’obbiettività.
Riferendosi alla professione di chi scrive storia, Spadolini amava ricordare una frase di Arturo Carlo Jemolo, grande maestro di storia delle relazioni fra Stato e Chiesa nonché suo personale amico: “Lo storico è l’uomo cui piace conversare con i morti”. Questa definizione non deve tuttavia essere interpretata alla lettera, cioè come rimembranza nostalgica di un tempo che non è più. In Spadolini il sentimento di pietas dello storico verso il mondo di ieri diviene invece uno strumento indispensabile per evitare che sul passato si riversino quei sentimenti di insufficienza inevitabili se lo si osservasse solo dall’ottica del presente.
Accanto alle valutazioni concrete e ai dati di fatto obbiettivi, ecco dunque l’indagine sui ”miti” e le idee-forza troppo spesso trascurate, gli stati d’animo, i valori e gli ideali delle classi dirigenti che esercitano di volta in volta il potere, persino certe sfumature psicologiche dei protagonisti, siano essi di primo o di secondo piano: personaggi colti nelle loro piccole e grandi manie, in atteggiamenti e in posizioni caratterizzanti non tanto e non soltanto la vita politica, ma anche la vita morale e civile.
Storiografia etico-politica, ma attenta agli aspetti concreti della realtà; si pensi ad esempio a tutti i suoi lavori sull’editoria nell’Ottocento e nel Novecento, dove acanto allo studio delle idee e della loro diffusione troviamo una costante attenzione al funzionamento delle case editrici, al mercato dei libri e delle riviste, ai compensi per gli autori. Gli studi di Spadolini erano sempre accompagnati da un vasto apparato iconografico che riproduceva immagini, caricature e oggettistica: un modo di ripercorrere il passato senza retorica, un modo di rivivere la storia attraverso le immagini, per sentirla meno astratta e lontana.
Una storiografia che dall’impegno civile e politico ha sempre saputo trarre nuove ispirazioni, senza per questo volgere nell’interpretazione dei fatti a visioni di comodo, anche quando le circostanze lo avrebbero consentito ed in un certo senso giustificato. “Noi non crediamo – scriveva nel 1979 – né come storici né come uomini, di avere la verità in tasca. Cerchiamo di non obbedire a schemi dogmatici e deformanti. Ricerchiamo, nella vita del passato e in quella del presente, le vene di dignità e di libertà che sempre si oppongono alle tentazioni del male e della violenza, destinate a culminare nell’autoritarismo e nella sopraffazione delle coscienze. Il nostro scopo è uno solo, come diceva Meine name="_ftnref22" title="">[22].
Nella scia dei valori che hanno costituito la stella polare di una vita intera - l’indagine nelle pieghe nascoste della nazione per coglierne qualità e difetti, e la difesa dello Stato - nel 1980, con l’occhio rivolto al futuro, Spadolini costituì la Fondazione Nuova Antologia. Una volta salvata la gloriosa rivista ultra centenaria dalla grave crisi di pochi anni prima, l’idea della Fondazione scaturì quale garanzia di tutela dell’autonomia della testata e insieme della continuità delle pubblicazioni.
Con il passare del tempo gli scopi della Fondazione - lasciata da Spadolini sua erede universale - si sono allargati, caratterizzandosi come un autentico centro di promozione di cultura, per sviluppare e coordinare ricerche e pubblicazioni di studi e documenti sulla storia contemporanea, istituire concorsi, borse di studio, iniziative varie a sostegno della ricerca e dei giovani. Dunque un organo di garanzia - fondato sui mezzi stanziati dallo stesso Spadolini ma poi destinati ad accrescersi - capace di tutelare il futuro della rivista e di favorire nuove iniziative culturali, come è avvenuto puntualmente in questi dieci anni dalla morte di Spadolini.
“Sentire la Fondazione come parte della storia d’Italia, - scriveva nel 1988 - le cose mie come parte della vita del paese. Mai separabili da essa. Fissare contro qualunque imprevisto la vita di un organismo anche modesto, anche piccolo, ma che serva a ricostruire un po’ la vita di questo secolo attraverso la continuità di una tradizione personale, di uno stile, di una vita”[23].
Una vita intera spesa fra giornalismo, università, politica, impegno nelle istituzioni: una vita in cui la riflessione sulla storia ha costituito davvero un momento centrale ma non esclusivo, “perché per noi laici - amava ripetere Spadolini - la storia non solo non ha modelli da imporci, ma non conosce termini da raggiungere. E’ sempre, e comunque, storia incompiuta”[24].
Cosimo Ceccuti
[1] C. Bo, Prefazione a G. Spadolini, La mia Firenze. Frammenti dell’età favolosa, Le Monnier, Firenze 1997, p. X.
[2] Utili notizie in proposito in Giovanni Spadolini ed Enrico Vallecchi: dal carteggio inedito fra 1946 e 1971, (I: 1946-1958), a cura di C. Ceccuti, “Nuova Antologia”, CXXXVI, 2001, fasc.2217 (gennaio-marzo), pp.12-31.
[3] G. Spadolini, Autunno del Risorgimento, Le Monnier, Firenze 1987, p.346.
[4] Per una puntuale analisi del Ritratto dell’Italia moderna cfr. G. Galasso, L’“opera prima” dello storico, “Nuova Antologia”, CXXIX, 1994, n.2192 (ottobre-dicembre), pp.131-136.
[5] Va tuttavia precisato che il primo volume in assoluto dato alle stampe da Spadolini fu un’antologia degli scritti di Georges Sorel, pubblicata dalla Casa editrice fiorentina “L’Arco” nel settembre 1947, dunque prima ancora della laurea in giurisprudenza, conseguita nel novembre dello stesso anno.
[6] Il ’48. Realtà e leggenda di una rivoluzione, a cura di C. Ceccuti, “Nuova Antologia”, CXXXII, 1997, n.2201 (gennaio-marzo), p.28.
[7] G. Spadolini, Il ’48. Realtà e leggenda di una rivoluzione, L’Arco, Firenze 1948, pp.10-11.
[8] G. Spadolini, Il Papato socialista, Longanesi, Milano 1982, p.39. Sui caratteri e l’accoglienza riservata al volume cfr. G. Spadolini, Il Papato socialista, a cura di C. Ceccuti, “Nuova Antologia”, CXXXV, 2000, n.2213 (gennaio-marzo) pp.39-57.
[9] G. Spadolini, Confessioni di uno storico, “Nuova Antologia”, CXXV, 1990, n.2173 (gennaio-marzo), p.40.
[10] Ibidem.
[11] G. Spadolini, Mito e eredità del Risorgimento, in “Il Risorgimento”, XLVII, 1995, n.1-2, pp.6-7.
[12] E. Oberti - G. Spadolini, L’Italia nella civiltà. Corso di storia per la scuola media, Vallecchi Editore, Firenze 1948, vol.III, p.9.
[13] Ivi, p.30.
[14] Ivi, p.93.
[15] G. Spadolini, Autunno del Risorgimento, cit., p.XIII.
[16] Per un bilancio degli studi di Spadolini sui rapporti fra mondo laico e mondo cattolico: F. Margiotta Broglio, Introduzione a G. Spadolini, La questione romana. Dal cardinale Gasparri alla revisione del Concordato, Le Monnier, Firenze 1998, pp.VII-XXXVI.
[17] G.Spadolini, Firenze capitale. Gli anni di Ricasoli, Le Monnier, Firenze 1980, p.2.
[18] A tutto il 2003 sono 31 i volumi pubblicati dal “Centro Studi”.
[19] G. Spadolini, La mia Firenze. Frammenti dell’età favolosa, cit., p.35.
[20] Per una sintesi degli studi dedicati a Firenze: C. Ceccuti, Per una certa idea di Firenze, in AA.VV, Alla ricerca dell’Italia contemporanea. Romeo, De Felice, Spadolini, Le Monnier, Firenze, 2002, pp.165-176.
[21] G. Talamo, Spadolini: un anno, “Nuova Antologia”, CXXX, 1995, n.2193 (luglio-settembre), pp.25-26. “Spadolini, quando prende a raccontare un personaggio, non lo mette mai sull’altare e neppure lo getta nella polvere, ma ce lo descrive e ce lo propone quasi ciascuno rappresentasse una simbolica tessera, che messa accanto a tante altre aiuta a comporre il grande mosaico riassuntivo della nostra storia. Così ogni figura non appare isolata o solitaria, dominante o addirittura predominante sul palcoscenico della storia; piuttosto occupa un suo posto, più o meno di rilievo, sempre però in sintonia, o almeno in concordia discors con i tanti altri personaggi coevi, attori o comparse, senza i quali non si rivive, non si penetra, non si capisce quanto è successo nel nostro paese, almeno lungo l’arco degli ultimi due o tre secoli”: A. Colombo, Quella galleria di ritratti, in AA.VV, Alla ricerca dell’Italia contemporanea. Romeo, De Felice, Spadolini, cit., pp.145-158 (cit. a p.152).
[22] G. Spadolini, Firenze capitale. Gli anni di Ricasoli, cit., p.2.
[23] G. Spadolini, Bloc-notes sulla biblioteca, a cura di C. Ceccuti, “Nuova Antologia”, CXXXII, 1997, n.2202 (luglio-settembre), p.13.
[24] G. Spadolini, Autunno del Risorgimento, cit., p.XIII.