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Discussione: Spadolini storico

  1. #11
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    Predefinito Re: Spadolini storico

    “Le Due Rome”: il magistero laico

    Il problema dei rapporti fra Stato e Chiesa così come l’aveva impostato la Destra storica fedele alla formula cavouriana di “libera Chiesa in libero Stato” (definita da Spadolini la “somma astuzia” del conte perché “eludendo il problema ideale della dialettica fra Stato e Chiesa fissava due sfere di poteri assolutamente distinte, riserbando allo Stato il predominio totale nell’ambito della vita civile e delle relazioni sociali”[1]), aveva alla lunga dato i suoi frutti. Nonostante, infatti, che sul piano dei principi dopo il 1870, la lotta per il potere temporale e per la legislazione ecclesiastica continuasse accanita tra le due parti, sul piano politico, secondo Luigi Salvatorelli, i rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano si basarono su un do ut des. Tale situazione era durata, grosso modo, fino alla morte di Leone XIII.
    Non erano mancati momenti di recrudescenza anche gravi, né era stata eliminata una certa tensione di fondo.
    “Essa, tuttavia, si andò consolidando in senso pacifico – aggiunge Salvatorelli – e nell’era di Pio X e di Giolitti si giunge, per opera di ambedue i poteri, a una situazione nuova, caratterizzata da tre fatti: abbandono di ogni velleità anticlericale da parte dello Stato; accantonamento di ogni combattività antistatale da parte della Chiesa; ingresso alla spicciolata, in misura sempre più larga, dei cattolici nella vita politica italiana, su una base escludente ogni formazione di ‘partito cattolico’. Fu l’epoca aurea delle relazioni fra la Chiesa cattolico-romana e lo Stato risorgimentale italiano”[2].
    Le Due Rome, un volume con una caratteristica che lo differenzia dagli altri: “di voler offrire un quadro d’insieme, di voler abbozzare un bilancio globale di quelle che furono le relazioni, tormentate, contraddittorie, spesso tempestose, fra Chiesa e Stato nell’interno arco dell’età moderna, da Napoleone ai Patti lateranensi”, che contiene anche una serie di documenti inediti tratti dalle “Memorie” del cardinale Gasparri, su un capitolo fondamentale relativo alla storia delle relazioni fra Vaticano e fascismi europei. In questi, secondo Spadolini, sono rintracciabili i precedenti e i presupposti della vigorosa condanna che Pio XI non mancò di levare, tre anni prima della Conciliazione con Mussolini, nel 1926, contro il movimento maurrassiano dell’Action Française, “usurpante i simboli del cattolicesimo al servizio di un ateismo pagano, concepito come strumento di potenza e di divinizzazione dell’autorità”[3].
    Si tratta di una parte di grande interesse, non riguardata in Italia come meriterebbe, quasi un breve saggio sulla natura della sfida di Charles Maurras che contrariamente all’opinione di molti (ci sovviene in proposito quella autorevole del Nolte sui movimenti reazionari tra le due guerre, secondo la quale Action Française, fascismo e nazismo sono visti e considerati stadi successivi di uno stesso fenomeno evolutivo. Un fenomeno che già riconoscibile in forma embrionale nell’Action Française, si dilata poi e assume connotati distinti nel fascismo e nel nazismo) non precorreva alcun fascismo europeo, nonostante che taluni italiani – soprattutto nazionalisti, più che fascisti – avessero guardato ad esso con simpatia, ma rimaneva un avvenimento puramente francese trovando molte ragioni del suo maggiore sviluppo nella lotta alla Repubblica laica e separatista che con l’attuazione delle leggi Combes aveva rotto i ponti con la Roma papale.
    Spadolini, nel ricostruire le tappe che portarono alla condanna dell’Action Française come movimento politico e come dottrina insidiante le stesse basi del cattolicesimo, si domanda perché quella condanna già decisa in linea di principio nel gennaio 1914, tardò tanto e rintraccia nel documento delle “Memorie” gasparriane utili elementi per una risposta plausibile. Pio X, oltre a sperare nella conversione del peccatore prima di una scomunica formale e ufficiale, temeva di smentirsi – aveva definito Maurras “un grande difensore della Santa Sede e della Chiesa”. Il pontefice, infatti, “non aveva disdegnato l’apporto non irrilevante che un leader ideologico e politico di tanto prestigio e di tanto potere sui giovani poteva dare alla battaglia contro il modernismo in tutte le sue forme (e il modernismo era stato il gran nemico dell’intero suo pontificato). E sia pure a prezzo di tutte le deviazioni ed esasperazioni integriste”[4].
    La scomunica di Pio XI del movimento maurrassiano – che colpì l’Action Française “proprio nella sua radice ideale, nella subordinazione della religione alla politica, nella strumentalizzazione della Chiesa cattolica come arma di un piano di riconquista della politica, il ristabilimento della monarchia in Francia […] l’affermazione del valore preminente e assoluto della patria, della patria comandante un’obbedienza e una dedizione più forti e assolute dello stesso magistero ecclesiastico” – viene vista da Spadolini nell’ottica dei rapporti fra Stato e Chiesa nel momento in cui la Santa Sede si volgeva alla politica dei concordati ed aveva quindi bisogno di rinsaldare le basi dell’ortodossia cattolica. Nonostante tutto – non mancavano e violente le reazioni di Maurras e del cattolicesimo francese – “la svolta del dicembre 1926 fu salutare per il cattolicesimo francese e non solo francese, arrestò l’espandersi di un movimento intimamente e insuperabilmente anticristiano, fissò un confine che sarà difficile valicare poi e che eserciterà i suoi effetti benefici anche in Italia, anche nei rapporti fra le due Rome, contro le troppe commistioni e contaminazioni rappresentate dall’avvio della politica concordataria”[5].

    (...)



    [1] G. SPADOLINI, Il Papato socialista, cit., p. 131.

    [2] C. BONANNO, I problemi del Risorgimento, Padova, 1961, pp. 114-115.

    [3] G. SPADOLINI, Le Due Rome, Firenze 1975, p. XXI.

    [4] Id., pp. 447-448.

    [5] Id., p. 451.
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  2. #12
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    Predefinito Re: Spadolini storico

    Lo storico del presente: “L’Italia della ragione”

    Con Le due Rome, Spadolini conclude il periodo più fecondo della ricerca sui cattolici e sui rapporti fra Stato e Chiesa, cominciata con Il Papato socialista. Momenti fondamentali di questa ricerca sono L’opposizione cattolica, Giolitti e i cattolici, Il Cardinale Gasparri e la questione romana (con brani delle memorie inedite), che si riverserà in parte ne Le Due Rome e ne La questione del Concordato, con documenti inediti della Commissione Gonella: opera complessa in cui lo Spadolini storico si fonde con lo Spadolini testimone di un’epoca.
    In queste ultime opere, Spadolini diventa uno storico del presente in senso stretto, poiché, più in generale, gran parte del suo impegno storiografico muove sempre da premesse di attualità per pervenire a esiti politico-culturali che s’innestano – e sovente s’innescano con gli effetti di una deflagrazione – sulle tematiche di fondo della problematica politica del momento. Così ne Le Due Rome, nel capitolo “Per una storia dell’Azione Cattolica fra le due guerre”, in riferimento all’operazione Sturzo, che vedeva alleati nelle elezioni amministrative della primavera ’52, in una lista civica per il comune di Roma, Democrazia cristiana e estrema destra neofascista, non esiterà a parlare di una Roma pacelliana contrapposta a una Roma degasperiana, collocando immediatamente nella prospettiva storica l’atto involutivo commesso dal partito dei cattolici. Atto che se fosse risultato vincente avrebbe aperto una crisi “che non sarebbe parlamentare soltanto, che investirebbe le basi stesse del regime nato dalla Costituzione e consacrato nell’ordinamento repubblicano”[1].
    Discorso questo che viene ripreso ne Il Tevere più largo, un altro libro di grande successo e al cui titolo si ricorre tutt’ora, parafrasandolo, per indicare i miglioramenti o peggioramenti nei rapporti fra Stato e Chiesa. Il Tevere più largo è l’unica opera di Spadolini consistente in una pura e semplice raccolta di saggi e articoli per la maggior parte pubblicati sui quotidiani e che, come tale, viene presentata. Gli scritti che abbracciano un periodo di vent’anni (precisamente da “Il rivoluzionario aristocratico”, dedicato alla religione ricasoliana della libertà uscito sul Mondo il 21 gennaio 1950 fino al fondo del Corriere della Sera “Le Due Rome”: un bilancio”, comparso proprio alla vigilia della consultazione elettorale politica da cui doveva germinare la crisi del centro-sinistra, il 15 maggio 1968): sono tutti indicati con le date di pubblicazione anche se non sono in ordine cronologico. E non solo per uno scrupolo filologico, come avverte l’autore della nota bibliografica, bensì per qualcosa di più e di diverso.
    “Questo libro – scrive Spadolini – ha un valore di testimonianza; e come tale deve essere presentato. Ogni scritto nasce da un problema, da una discussione attuale, storica o politica che fosse. Importa collocare quel giudizio sullo sfondo del momento: è il giudizio di un commentatore che segue, sui grandi quotidiani, la vita della Chiesa, che cerca di cogliere i segni di metamorfosi o di sviluppo, che analizza contraddizioni e incertezze, che sempre si richiama alla necessità di segnare i confini fra i due poteri, fra le due Rome, la Roma laica e la Roma ecclesiastica”[2].
    Questo libro che ci consente di leggere la storia nel controluce dell’attualità è, innanzitutto, la dimostrazione che in materia di rapporti fra Stato e Chiesa, in Italia, il dato storico e l’evento di attualità si compenetravano fino a diventare un tutto unico; che nella lunga storia di questi rapporti nulla può essere considerato come definitivamente acquisito: dal Concordato fascista del 1929 che segnava la rivincita della Chiesa sullo Stato risorgimentale al Concordato democratico-parlamentare del 1984, si era potuto constatare che sotto la cenere covava ancora un fuoco di forti rancori pronti ad esplodere in ogni momento: dal pontificato di Giovanni XXIII a quello di Giovanni Paolo II si era avuta la conferma che anche alle soglie del Duemila a un’era di tolleranza e di aperture poteva seguirne un’altra di dogmatismi e di chiusure: dai condizionamenti della DC, da parte dell’Azione Cattolica nel periodo pacelliano e degasperiano ai tentativi di suranchère attuali da parte dei ciellini e del Movimento popolare, con autorevoli richiami al cattolicesimo politico di Monaldo Leopardi si ricavava l’allarmata impressione che la cultura politica del papa polacco permeava vasti strati del cattolicesimo nostrano che riscopriva vecchie tentazioni integralistiche, rinverdite dall’universalismo religioso e dal pacifismo filosofico del pontificato attuale.

    (...)



    [1] G. SPADOLINI, Le Due Rome, cit., p. 438.

    [2] G. SPADOLINI, Il Tevere più largo, Milano 1970, p. 330.
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  3. #13
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    Predefinito Re: Spadolini storico

    L’amicizia con De Gasperi

    Spadolini aveva avuto con De Gasperi un rapporto di stima e di amicizia. Fin da giovanissimo. Visto dall’angolo visuale dei suoi interessi storico-politici, lo statista trentino era, anche per lui, l’uomo giusto in quegli anni. Non nel senso, ovviamente, che intendevano le grandi masse di elettori democristiani, ma in quello dei cattolici più avvertiti e degli stessi laici democratici. De Gasperi era riuscito, infatti, a garantire i primi incanalando, dopo la vittoria della DC del 18 aprile 1948, verso sbocchi democratici le spinte integralistiche e una mai sopita ansia di revanche sullo Stato liberale provenienti dal mondo cattolico ed a rassicurare i laici preoccupati di passare dalla padella del fascismo nella brace di un nuovo oscurantismo religioso o, peggio, nell’inferno del totalitarismo marxista.
    Il politico De Gasperi, benché “inaccessibile a quelle cime accidentate della storia d’Italia che frastagliavano il contrasto, un po’ perentorio e sconcertante, fra ‘Monarchia giacobina’ e ‘Repubblica guelfa’, due formule entrambe per lui impenetrabili, quasi ermetiche”[1], costituiva per lo storico Spadolini il punto di osservazione più elevato che uno studioso dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa potesse desiderare: De Gasperi non rappresentava soltanto uno dei due poteri sulla riva del Tevere, ma era anche il leader riconosciuto e il capo carismatico del partito dei cattolici. Da questo punto di osservazione, unico e privilegiato, Spadolini viveva in prima persona il dramma di De Gasperi, diviso tra l’obbedienza che, come cattolico, doveva al Vicario di Cristo e i doveri che come cittadino di una libera Nazione lo vincolavano alla fedeltà allo Stato e alle sue leggi.
    La natura del dramma, alla radice, era la stessa che avevano vissuto i cattolici liberali del Risorgimento, pur essendo le situazioni profondamente differenti. Questi l’avevano vissuto, da minoranza, in un contesto di durissima opposizione del Papato allo Stato, quando il Papato era l’unico rappresentante legittimo dei cattolici.
    De Gasperi, invece, lo viveva da presidente del Consiglio e da leader del partito di maggioranza assoluta, qual era diventato il 18 aprile il partito dei cattolici: la Democrazia cristiana. Si trattava, in entrambi i casi, di posizioni che ponevano dilaceranti problemi di coscienza, che per De Gasperi divenivano ancor di più acuti a causa dell’estraneità della sua cultura politica, dovuta soprattutto alla sua provenienza (non bisogna dimenticare che egli fu, prima della guerra del ’15-’18, deputato al Parlamento di Vienna) alle problematiche politiche imperniate sui rapporti fra lo Stato e la Chiesa che dopo aver dominato la storia dell’Italia postrisorgimentale continuavano a inquinare la vita politica e statuale dell’Italia postfascista.
    Tuttavia, se da un lato la poca dimestichezza con l’antefatto storico costringeva De Gasperi a risolvere il proprio conflitto interiore con le sole sue forze e soltanto sulla base delle sue più intime convinzioni, in una sorta di solitudine culturale, dall’altro gli consentiva di guardare con naturalezza più alla dimensione religiosa del Papato che a quella politica.
    La stessa cosa non si può dire per il Papato. Il pontificato di Pio XII, soprattutto negli ultimi anni della sua esistenza, rassomigliava sempre di più a quello di Pio IX: dalla polemica sul vescovo di Prato, al richiamo alle regole del Sillabo, proprio alla vigilia delle elezioni politiche del 1958. Gli ultimi anni di vita di De Gasperi furono amareggiati dall’intransigentismo pacelliano e “nessuno potrà valutare a pieno il dramma che soffrì, in scrinio pectoris, l’uomo di assoluta fedeltà cattolica ma formatosi in una scuola, quella austriaca, di indipendenza e di separazione del potere civile”[2].
    Di questo De Gasperi, Spadolini ci dà la piena misura con il ricordo dell’ultima lettera che gli indirizzò da Sella di Valsugana ai primi di agosto del 1954, due settimane prima della morte.
    “Il vecchio presidente – racconta Spadolini – mi ringraziava dell’invio dell’Opposizione cattolica che aveva ricevuto rientrando da Roma, mi assicurava che ne aveva iniziato la lettura, incuriosito da un mondo tanto diverso dall’ambiente politico e ideale nel quale si era svolta la sua formazione intellettuale e parlamentare. De Gasperi aggiungeva che era impegnato in quegli stessi giorni nella lettura della grossa biografia di Toniolo scritta dal Vistalli: la stessa biografia così ricca di particolari, così puntigliosamente erudita che doveva ispirargli le famose considerazioni, tante volte riportate anche se non sempre seguite o capite, dalla lettera-testamento a Fanfani.
    “‘Quanti steccati!’, aggiungeva a conclusione: ‘Quanti steccati ancora da abbattere!’. […] Non altro – prosegue Spadolini – era il giudizio che De Gasperi dava delle falangi dell’intransigentismo cattolico preesistenti da noi al partito popolare. Pur devotissimo alla Santa Sede (da cui subì infinite umiliazioni, patimenti senza conforto, così ben documentati nel commovente libro della figlia Maria Romana), l’ex presidente del Consiglio tendeva a identificare con la Questione romana, e con le persistenti vene di temporalismo ecclesiastico, gran parte dei motivi che avevano alimentato e nutrito l’esperienza protestataria ed isolazionista dell’Opera dei congressi. […] Impossibile e soprattutto non auspicabile appariva a De Gasperi, sul tramonto della sua vita non meno che al centro della sua esperienza politica, un movimento cattolico che prescindesse dall’ispirazione liberale, sia pure depurata dal contenuto laicista, una qualsiasi forma di ‘integralismo’ che mettesse l’accento sull’iniziativa sociale a scapito delle strutture politiche e delle garanzie di libertà. […] Ciò spiega perché quella ricostruzione, la prima nel suo genere, dei tempi e degli uomini dell’ ‘opposizione cattolica’ accentuasse nel suo animo i motivi di ripensamento e di riflessione circa l’innesto, non ancora perfetto, non ancora compiuto fra cattolici e Stato democratico, aggravasse le sue malinconie e le sue inquietudini già acute e pungenti all’indomani del congresso di Napoli che lo aveva praticamente anche se cortesemente ‘congedato’ dalla guida del partito”[3].
    Questi temi vengono ripresi e ampliati ne Il Tevere più largo, il libro che, fin dal titolo, definisce il pontificato giovanneo. E non potevano trovare migliore, più “logica” e al tempo stesso “paradossale” collocazione: la descrizione del dramma di chi aveva lottato per tenere distinti i due poteri avrebbe finalmente avuto la sua catarsi storica nel confronto con chi dall’altra riva del Tevere avrebbe da lì a poco attuato un’autentica rivoluzione nei rapporti fra Chiesa e Stato. “La rivoluzione giovannea”, come la definisce Spadolini, non giungeva, però, sino a quello che secondo De Gasperi era, e rimane, il cuore del problema: il superamento, cioè, del contrasto storico fra cattolicesimo e liberalismo. Di qui la sua polemica con Dossetti basata sulla convinzione che “i più generosi slanci di iniziativa sociale, di riformismo guelfo non sarebbero bastati a salvaguardare le posizioni dei cattolici in Italia, se non fossero stati accompagnati da una ferma e precisa coscienza dei doveri pubblici dei credenti nello Stato liberale”[4]. Tanto è vero che la politica degasperiana sepolta al congresso di Napoli (1954) non risorgerà più, neppure sotto il pontificato di Giovanni XXIII, della cui “rivoluzione” profitterà, invece, la sinistra cattolica e democristiana traendo conclusioni “aperturiste”, che condizioneranno oltre un decennio di centro-sinistra, fino all’incontro tra democristiani e comunisti, membri della stessa maggioranza parlamentare, nel cosiddetto governo di “unità nazionale” presieduto dal più plastico uomo politico della DC: Giulio Andreotti.
    Anche questa fase della politica italiana era stata indicata da Spadolini con una delle sue immancabili formule: “La Repubblica conciliare”, che è poi l’argomento del capitolo di chiusura de Il Tevere più largo. Capitolo che era stato il fondo dell’esordio alla direzione del Corriere della Sera l’11 febbraio 1968.

    (...)




    [1] G. SPADOLINI, Il Papato socialista, cit., p. 10.

    [2] G. SPADOLINI, L’opposizione cattolica, cit., p. XIII.

    [3] Id., pp. XV-XVI.

    [4] G. SPADOLINI, Il Tevere più largo, cit., p. 188.
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  4. #14
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    Predefinito Re: Spadolini storico

    Una leadership esercitata attraverso la cultura

    Le amicizie intellettuali e politiche di Spadolini meriterebbero uno studio a parte tanto sono numerose, ramificate, complesse e, qualche volta, imprevedibili. Qui ci occuperemo brevemente soltanto di alcune particolarmente significative. Fra queste primeggia quella con Mario Pannunzio, cementata nelle prime esperienze del Mondo: un sodalizio culturale e politico, durato soltanto tre anni, che Spadolini aveva interrotto per approdare al missiroliano Corriere della Sera, ma di cui ricorre perenne il ricordo e il rimpianto.
    Sentimenti che, col tempo, anziché indebolirsi si erano rafforzati, testimoniando così come la “lezione” del maestro avesse conservato intatta tutta la sua validità. Non a caso nelle pagine di Spadolini il richiamo a Pannunzio sovente è reiterato. C’è, poi, La stagione del “Mondo”, qualcosa di più di un semplice omaggio al giornale e al suo direttore: il tentativo, riuscito, di convogliare il senso di quell’esperienza culturale e politica nelle grandi correnti di pensiero risorgimentali. Infine, un gesto di affetto, e insieme, di bibliofilo: la stampa in due volumi dell’indice analitico di tutte le annate del Mondo, pubblicato da Passigli.
    Ma è, soprattutto, nel ritratto di Pannunzio – inserito nell’Italia della ragione e successivamente ripubblicato, senza cambiare una virgola, nella Stagione del “Mondo” – che, sul filo della rievocazione del rapporto personale e professionale, Spadolini coglie tutti gli aspetti di quell’intellettuale ormai leggendario. Qui la scrittura e la lunghezza, contenuta, del “pezzo”, quasi a saldo postumo del debito che aveva col grande direttore, corrispondono alle indicazioni che Pannunzio dava al suo giovane collaboratore (“Tu devi assolutamente mandarmi una copia tagliata di almeno un terzo, meglio se puoi ridurre a metà”, e ancora: “Io faccio un giornale che si rivolge a un grande pubblico non specializzato, non una rivista di studi politici!”): e anche in questo caso, anzi particolarmente in questo, egli merita il lusinghiero giudizio di Jemolo sulla sua “arte di maneggiare la penna”, sul suo “bell’italiano di fiorentino senza toscanismi”, sulla sua capacità di “leggere dentro gli uomini”.
    “Quello che ho poi fatto nel giornalismo italiano lo debbo in larghissima parte a lui…”, ammette con molta franchezza Spadolini. “Del giornalismo Pannunzio aveva un’idea altissima, quasi ‘risorgimentale’ o meglio ‘neorisorgimentale’, per quell’ansia di novità e quell’inquietudine problematica che sempre lo distinse, in antitesi a ogni liturgia, anche laica. Spirito indipendente come pochi, detestava ogni ossequio al potere politico simile in questo ad Albertini, aspettava che i presidenti del Consiglio di recassero in via Campo Marzio, o più tardi in via della Colonna Antonina, non faceva mai anticamera nei ministeri. Conosceva il valore di ‘contropotere’ del giornale, ma stimolava la funzione di ‘contestazione’ dei tabù imperanti (la battaglia contro gli scandali di una certa Italia del sottogoverno) ma mai da una posizione ‘disponibile’ o ‘agnostica’, serbando sempre fede in certi valori, in certi principi, tanto più sentiti quanto meno ostentati. Credeva nell’innesto fra giornalismo e impegno civile; non vedeva nessuna antitesi fra l’azione di militante politico […] e la sua opera di direttore, di commentatore o di suggeritore politico. Non era per un giornalismo che ‘registrasse’ i fatti, quasi non appartenessero a noi: era per un giornalismo di intervento, di polemica e se necessario di condanna anche violenta, magari talvolta anche ingiusta (la rottura con Rossi dopo il caso Piccardi). Credeva in un’Italia laica, civile e rispettosa di tutte le fedi; detestava ogni clericalismo, comunque mascherato…”[1].
    Poco dopo più di un mese dalla nascita del Mondo e dall’inizio della collaborazione di Spadolini, Pannunzio aveva tentato di acquisirlo alla redazione, perché partecipasse alla compilazione del giornale e imparasse a scrivere sul “tamburo”, prospettandogli di lasciare i suoi primi impegni universitari a Firenze (era laureato da un anno e mezzo) e di trasferirsi a Roma. L’invito “pressante e affettuoso” era particolarmente allettante, ma di fronte alle perplessità od obiezioni di Spadolini per un possibile abbandono degli studi storici, Pannunzio non aveva insistito.
    “Mi parve anzi – ricorda Spadolini – che condividesse alcuni miei dubbi, per quello stesso dramma del rapporto fra giornalismo e cultura che egli viveva in scrinio pectoris e che comporrà nella incomparabile misura del Mondo[2].
    L’impressione era esatta. Pannunzio stesso gliela confermava in una lettera del 25 aprile 1949.
    “Ora in coscienza non voglio fare il corruttore – gli scriveva -. Come fare a dirti di lasciare tutto, venire a Roma a imparare (scusa la parola) a fare le cose più stupide e artigianesche? Correggere un pezzo, tagliare, commentare una notizia, ecc.”.
    Il Mondo era stato, come si dice, una fucina di ingegni giornalistici e politici e nei suoi diciassette anni di vita aveva sparso un po’ dappertutto i suoi collaboratori, molti dei quali mantengono tutt’oggi posizioni di preminenza tanto nel giornalismo quanto nella politica, operando ancora contemporaneamente in entrambi i campi. Come ai vecchi tempi. Buona parte dei collaboratori con più spiccata caratterizzazione politica, come Ugo La Malfa, per esempio, è scomparsa come quasi tutti i leader azionisti, liberali e radicali. Unica eccezione: Leo Valiani, che tutt’ora svolge un’attività culturale e politica molto intensa, mentre Aldo Garosci, uno dei pochi superstiti del filone rosselliano di Giustizia e Libertà, è condizionato nei propri interventi – che anche se radi non mancano mai – da vari acciacchi.
    C’è poi la generazione dei sessantenni che, soprattutto nel giornalismo, occupa posizioni personali di grande rilievo come Eugenio Scalfari, Alberto Ronchey, Giorgio Galli, Carlo Laurenzi, Alberto Arbasino, Alfredo Todisco, Enzo Forcella, Giovanni Russo e numerosissimi altri fino alle ultime leve come Ennio Ceccarini e Edgardo Bartoli. Del gruppo politico del giornale c’è infine Marco Pannella, contestato erede del Partito radicale, ma incontestabile leader delle più importanti battaglie per i diritti civili nel nostro Paese. Spadolini pur condividendo alcune delle idee del giornale – la costituzione di una terza forza per esempio – aveva un atteggiamento molto simile a quello che Scalfari attribuisce a La Malfa[3]: e cioè di stare con un piede dentro il PRI e con l’altro nel Mondo, in una situazione di indubbio prestigio, ma in definitiva di poca forza politica. Il problema del politico La Malfa, mutatis mutandis, era il medesimo che aveva, in particolare, il giornalista Spadolini: continuare a far parte di un’élite culturale-politica entrandovi a pieno titolo per condividerne le battaglie che allora si potevano effettivamente definire a tutto campo, oppure optare decisamente per il grande giornalismo di informazione le cui porte gli venivano spalancate da Missiroli. Come La Malfa, che aveva scelto di fare la scalata alla “leadership indiscussa” del PRI, Spadolini aveva puntato subito alle direzioni di prestigiosi quotidiani. La collaborazione al Corriere fra 1952 e 1955 sarebbe stata la prima tappa di una lunga e feconda attività direzionale.
    Bisognerebbe poter distinguere tra intellettuali e politici per valutare le influenze degli uni e degli altri su Giovanni Spadolini. Senonché all’epoca in cui queste amicizie maturavano il politico era sovente anche un intellettuale e viceversa: e l’operazione diventerebbe ardua, probabilmente arbitraria se non fosse condotta con la indispensabile competenza e con la necessaria cautela. Ci limiteremo perciò agli aspetti principali della questione. Pannunzio, per esempio, aveva un’influenza eminentemente culturale su Spadolini, mentre quella di Ugo La Malfa era principalmente politica. Queste due personalità incideranno profondamente sulla sua formazione culturale e nelle sue scelte politiche, contribuendo a determinare in misura notevole il suo avvenire.
    Ma ce ne sono molte altre che Spadolini esamina nei suoi saggi più recenti – la trilogia raccolta sotto il titolo L’Italia della ragione – giungendo rapidamente dal passato al presente, come osserva Valiani, “da Salvemini a La Malfa, attraverso il comune sforzo di elaborare, rinsaldare una posizione che non fosse né comunista, né democristiana. Lo sforzo di Spadolini – aggiunge Valiani -, è teso verso la ricerca di una sintesi fra gli insegnamenti, spesso divergenti, dei suoi maestri di idealità politiche”[4].

    (...)




    [1] G. SPADOLINI, L’Italia della ragione, cit., pp. 555-556.

    [2] G. SPADOLINI, La stagione del “Mondo”, cit., p. 123.

    [3] E. SCALFARI, La sera andavamo a via Veneto, Milano 1986, p. 20.

    [4] L. VALIANI, Spadolini e la storia dell’Italia contemporanea, Firenze 1985, pp. 14-15.
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    Predefinito Re: Spadolini storico

    Il laico “terzaforzista”

    Oltre che di De Gasperi e di La Malfa, Spadolini era amico di Saragat e di Nenni, i due grandi antagonisti del socialismo italiano del dopoguerra (quelli erano tempi in cui un intellettuale poteva coltivare un’amicizia con un leader di partito senza dovere necessariamente condividere le sue scelte ideologiche e le sue idee politiche).
    Anche questi, insieme a Silone, Garosci, Valiani e tanti altri, fanno parte di quella galleria di ritratti dell’Italia della ragione “in quanto Italia delle minoranze, contro quella delle compiute e spesso composite maggioranze; l’Italia del dissenso e dell’eresia, contro quella delle soluzioni facili e definitive; l’Italia del dubbio e della protesta, contro quella del compromesso e della rinuncia”, come scrive Spadolini nella prefazione. Si tratta di una vastissima galleria di personaggi: da Giolitti ad Albertini, da Gobetti a Giovanni Amendola comprendente tutto il Novecento nello studio dei molti e complessi intrecci fra l’azione politica e l’impegno intellettuale che hanno caratterizzato il nostro secolo, nel tramonto dell’età liberale, nella lotta al fascismo, nella difficile costruzione della Repubblica. Dall’Italia dei laici, all’Italia di minoranza è la storia recente degli uomini che, dal 1915 al 1984, da versanti talvolta opposti, da posizioni di forza politica o di puro prestigio personale, di gruppo elitario, o di “suggeritore” isolato e spesso deriso, si sono battuti per una certa idea dell’Italia. È l’ora del laicismo terzaforzista.
    Di questi uomini e delle loro idee, Spadolini traccia un profilo rapido, limpido, distaccato. E coglie nel segno, anche quando si tratta di suoi coetanei impegnati, come lui, nel giornalismo o nella politica, o in entrambi, sovente, in campi avversi.
    È, per esempio, il caso di Eugenio Scalfari e di Marco Pannella.
    “Eugenio Scalfari – scrive -: il giornalista che per primo prevede l’autunno della Repubblica e da sempre si batte su posizioni di frontiera, volte a inserire i contenuti del pensiero laico-democratico, o liberal-progressista, in una specie di nuovo connubio con le forze più rappresentative del movimento operaio, senza discriminazioni a sinistra”[1]. Impossibile dir meglio: riassumere in così poche righe il senso della battaglia politica che il direttore di Repubblica conduce da oltre un decennio.
    Marco Pannella. Il capitolo è: “Radicali vecchi e nuovi”.
    “Sullo sfondo: un gruppo di giovani o giovanissimi liberali dissidenti, in cui comincia ad affiorare il nome di Marco Pannella. […] Pannella frequentava, intorno agli anni ’57, la mia vecchia facoltà di scienze sociali di Firenze, quella che una volta si chiamava tout court il “Cesare Alfieri”. Un giovanissimo estremamente curioso, insoddisfatto di ogni schema, di ogni certezza. Militante, allora, nel versante avanzato del liberalismo: liberale per letture, per scelte culturali, per amicizie. Liberale dissidente, liberale con venature ‘gobettiane’. Respirante in quel clima, inconfondibile e irripetibile, delle varie associazioni goliardiche, da cui sono usciti uomini di diversa impronta culturale e politica, un Pannella, appunto, accanto a un Paolo Ungari. Con tutti i fervori, e i fermenti, di quel miniparlamentarismo tumultuoso, incoerente, ma autentico, che distingueva le assemblee studentesche. Portato a vedere i difetti delle strutture anchilosate dell’Università; sognante orizzonti culturali fuori dei recinti accademici. Dominato da una febbre politica, che lo induceva ad errori, allora come oggi, che lo portava a facili intemperanze, a bruschi cambiamenti di umore, di posizione. E già con una certa predisposizione profetica…”[2].
    Anche qui, pur nel contrasto di opinioni che oppone Spadolini a Pannella proprio sulla natura del Partito radicale – le simpatie di Spadolini vanno ai radicali pannunziani che si richiamavano “alla linea scabra e asciutta del radicalismo britannico, tutto cose e problemi” -, il ritratto del leader radicale è, per quanto possibile, aderente alla sua complessa personalità che sovente si esprime in maniera geniale e sconvolgente nelle acque chete, ma insidiose, della politica italiana mandandone in frantumi i fragili equilibri.
    L’amicizia con Pannunzio e la collaborazione del Mondo avevano influenzato in maniera determinante la carriera del giovane Spadolini. A questo punto è necessario sfatare quel mito, nato soprattutto nei salotti milanesi e nutrito di un’aneddotica scintillante quanto poco veritiera, di uno Spadolini figlio spirituale di Mario Missiroli.
    Missiroli lo aveva introdotto nel grande giornalismo: dall’esordio quarant’anni fa (esattamente il 4 gennaio 1948) sul Messaggero con un articolo su Gobetti alla collaborazione al Corriere dopo tre anni di Mondo, preparandogli di fatto la direzione del Carlino, direzione di tirocinio e di anticamera di quella del Corriere della Sera.
    In questo senso il suo aiuto fu prezioso. Se Spadolini avesse accettato la proposta di Pannunzio di diventare redattore del Mondo forse il suo percorso giornalistico sarebbe stato diverso e questi traguardi sarebbero stati meno vicini. Tuttavia Missiroli non può essere considerato il suo maestro e neppure il giornalista che gli ha fatto fare carriera, se a questo termine gli si restituisce il significato di un tempo: e cioè di progredire nella professione esclusivamente per merito e per onestà intellettuale. D’altra parte è lo stesso Spadolini a indicare il proprio maestro in Pannunzio. E quello di Pannunzio è il nome che ricorre con maggiore frequenza nelle sue pagine quando parla della propria esperienza giornalistica e non soltanto di questa. A Missiroli dedica soltanto un ritratto, nell’Italia della ragione con due riferimenti culturali di quella che pur era stata una lunghissima amicizia: l’antologia di Sorel, curata da Spadolini nel ’48 e che fu il “veicolo” del loro incontro e la classificazione fra i “direttori leggendari del primo ventennio del secolo” di Missiroli come “più vicino a Bergamini che ad Albertini”.
    “L’ombra albertiniana, insomma, - scrive Spadolini – lo inorgogliva ma lo turbava. Fu un insondabile malessere che si protrasse sempre negli anni della sua direzione del Corriere[3].
    Sempre nell’ambiente del Mondo Spadolini aveva “contratto” due altre amicizie che segneranno la sua carriera: Saragat e Ugo La Malfa. La prima che continuerà a lungo e intensa fino alla “rottura” del ’69 è, in un certo senso, paragonabile a quella con De Gasperi. Saragat, infatti, come De Gasperi, rappresentava agli occhi del giovane Spadolini, l’altra possibilità – quella socialista-democratica – di salvaguardia dello Stato liberale che dopo la guerra competeva ormai ai nuovi partiti di massa: ai democristiani e ai socialisti.
    Se De Gasperi aveva fatto una scelta coraggiosa allontanando dal governo i comunisti e i socialisti filosovietici, Saragat ne aveva fatta una addirittura decisiva per la sorte della democrazia in Italia, staccandosi dal vecchio PSI per dar vita a un nuovo partito socialista e democratico. Questa scelta, dettata allora dalla necessità di mantenere l’Italia al di qua della cortina di ferro, era, però, sostenuta da solidi presupposti ideologici e politici che si rifacevano al riformismo turatiano, nonché al pensiero di Riccardo Bauer e dagli austro-marxisti cui il leader socialdemocratico si sentiva particolarmente legato.
    Spadolini ne L’Italia della ragione colloca giustamente Saragat con Gobetti nella vecchia Torino, ricordando come tra i due non vi fosse intesa, soprattutto a causa del giudizio di Saragat su Turati, - “punto di divisione massima” – che Gobetti accusava di neogiolittismo. Ma la peculiarità dell’intuizione spadoliniana nell’accostamento Saragat-Gobetti consiste nel rilevare in Saragat l’affiorare, già in quegli anni, della coscienza del nesso socialismo-democrazia, “nesso che l’esperienza fascista avrebbe definitivamente verificato e consacrato” e quindi il diverso giudizio dei “comunisti torinesi”.
    “Gobetti, già critico teatrale dell’Ordine nuovo, il giornale di Gramsci, portato, rileva Saragat, ‘ad una interpretazione liberale del marxismo’, attirato dall’esempio di serietà e di rigore morale dei comunisti torinesi, così diversi dai comunisti e più ancora dai massimalisti di altre regioni italiane. Saragat intento ad elaborare, nel vivo di una milizia politica appena agli inizi, una strada nuova, del socialismo, un recupero del marxismo in chiave socialdemocratica”[4].
    Nonostante queste divisioni, Spadolini individua una “precisa influenza di Gobetti su Saragat” e ricorda, in proposito, il discorso pronunciato da quest’ultimo nel 1925 a Torino, nel quale affermava che il compito del Partito socialista doveva essere “d’ora innanzi quello di determinare la formazione dello spirito liberale che in Italia finora è mancato”. Affermazione che, dati i tempi, avrebbe potuto anche nascere spontanea in una mente come quella di Saragat, già pensosa dei destini del socialismo in termini di democrazia socialista e che si poneva sempre in quel discorso il problema dei limiti della autorità dello Stato “di fronte ai diritti inalienabili della coscienza individuale” che molti anni dopo Pietro Nenni condenserà nell’efficace formula di “umanesimo socialista”. L’amicizia tra Saragat e Spadolini durerà oltre il Mondo. Anzi Spadolini sarà tra i pochi, già nel periodo del foglio pannunziano, e tra i pochissimi in seguito che non “snobberà” Saragat, considerato dall’élite di Campo Marzio – ce lo ricorda Scalfari nel suo La sera andavamo in via Veneto – “politicamente fatuo, culturalmente inesistente, Goethe a parte”.
    Bisogna dire che questo giudizio, secondo Scalfari, “prevalente” nell’ambiente del Mondo, era dovuto soprattutto allo scetticismo con cui il leader socialdemocratico guardava alle manovre del gruppo per dar vita ad una terza forza tra i comunisti e i democristiani. Da qui discendeva una critica politica e insieme di costume comprensiva del tipo di partito – culturalmente, appunto, poco qualificato – e del genere di collaborazione governativa con la Democrazia cristiana che aveva creato. A ciò, in verità, non era estraneo un certo snobismo di sinistra che aveva cominciato a manifestarsi fra le frange più giovani e particolarmente impegnate del settimanale: uno snobismo che più tardi sarebbe diventato una moda dilagante quanto nociva.
    Il giudizio intellettuale e politico di Spadolini su Saragat era nettamente diverso. Egli rilevava innanzi tutto la portata storica per la democrazia italiana della scissione di Palazzo Barberini e del conseguente impegno della socialdemocrazia nelle alleanze centriste.
    Non si può negare, perciò, che nella critica dei radicali-chic non vi fosse qualche fondamento di verità, anche se il metro che veniva impiegato per Saragat non era lo stesso utilizzato per giudicare altri leader: per esempio, Ugo La Malfa, diversissimo da Saragat, ma, […] non immune da pecche tanto simili alle sue, soprattutto nella concezione del partito di cui era diventato leader indiscusso, per usare l’espressione scalfariana.




    [1] G. SPADOLINI, L’Italia di minoranza, Firenze 1984, pp. 372-373.

    [2] G. SPADOLINI, L’Italia della ragione, cit., pp. 395-397.

    [3] Id., p. 337.

    [4] Id., p. 152.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Spadolini storico

    Spadolini storico



    Di Cosimo Ceccuti – Annali del Centro “Pannunzio”, a. XXXV, 2004-2005, Torino 2004




    “Al mio Giannone, piccolo storico, per la Fiera del Libro 1933. Babbone”. Questa la toccante dedica che il padre di Giovanni Spadolini, Guido, appose, il 29 maggio 1933, alla Vita di Garibaldi di Epaminonda Provaglio, un libro ricco di figure e di illustrazioni anche a colori, edito dalla casa editrice Nerbini, nota per la pubblicazione di opere ampiamente divulgative, spesso addirittura a dispense.

    La dedica “consacrava” il piccolo storico, che a soli otto anni aveva ormai rivelato la propria inclinazione e passione. Ed è proprio nell’età dei giochi e delle scorribande in campagna che Spadolini scriveva i primi “libri” di storia, a penna, con la grafia di un bambino ma con i concetti ben più profondi e maturi, e con ogni cura di particolari. Volumetti scritti anche per potere acquistare più libri, offerti ai nonni in cambio di cinque lire, cifra modesta ma importante per arricchire la biblioteca, e poi ripresi perché in copia unica. Una forma di … autofinanziamento culturale.

    Sono anni di una disciplina intellettuale feroce per quel piccolo, grande lettore, che trascorreva interi pomeriggi nelle biblioteche pubbliche, non bastandogli i volumi che poteva acquistare con i suoi limitatissimi mezzi. “Non si capisce Spadolini – ha scritto Carlo Bo – se non si parte da questo dato capitale, se non si tiene nel debito conto la sua prima vocazione, sulla quale si è innestato e ha prosperato il suo insopprimibile amore della vita”[1].

    La prima opera storica vera e propria la scrisse di getto a soli vent’anni, nell’estate 1945, ed il suo titolo provvisorio era Vita d’Italia dal ‘700 al ‘900: fu proposta nel gennaio 1946 ed in seguito accettata dall’editore Enrico Vallecchi benché, per ragioni non bene chiarite ma legate probabilmente alla difficile ripresa post-bellica della gloriosa Casa editrice fiorentina, uscì soltanto nel marzo 1949 con il titolo di Ritratto dell’Italia moderna[2].

    Partendo dalle riflessioni e dalle opere di Alfredo Oriani e Piero Gobetti, Spadolini si impegnava a ordinare gli elementi e fissare i caratteri principali di quella che era stata l’esperienza storica italiana fra Settecento e Novecento, seguendo più le idee che le battaglie, più i rapporti con l’Europa che i presunti “primati” della penisola. Si trattava di un’interpretazione della società italiana moderna aliena da ogni presupposto politico, ma certo strettamente e intimamente collegata al particolare momento storico in cui fu scritta e non dissociabile da esso. Esprimeva l’esigenza profondamente sentita di capire le ragioni della situazione in cui si trovava l’Italia nell’immediato dopoguerra, cercando di scoprirle non in un fin troppo facile “processo al fascismo” ma in un “processo al Risorgimento e all’Italia moderna”, appunto secondo l’ottica di Gobetti per cui il fascismo era l’“autobiografia della nazione”.

    “Tutto era da rivedere, tutto era da fissare in quegli anni dell’immediato dopoguerra - ricorderà Spadolini quattro decenni dopo - . Il concetto di Risorgimento, il concetto stesso di partiti. In tema di partiti la confusione regnava sovrana, gli equivoci si moltiplicavano. Pochi, lontani e insufficienti i sussidi critici o bibliografici; libri che si trovavano con fatica nelle biblioteche, libri usciti quasi clandestini durante l’epoca della dittatura fascista, libri che una volta scoperti o incontrati per la forza del caso o con l’ausilio della fortuna non aiutavano a rispondere a tutti gli interrogativi che un giovane di quegli anni può porsi, ha il diritto di porsi, dopo le esperienze che ha vissuto, che ha sofferto, di cui ha patito in un modo o nell’altro le conseguenze”[3]. In quest’ottica si spiega, oltre ovviamente all’impeto dei vent’anni, la denuncia polemica e aspra delle insufficienze italiane, secondo quell’impostazione derivata da Oriani e Gobetti in seguito attenuata, almeno a livello storiografico[4].

    Per il ritardo editoriale già accennato, la prima opera di storia contemporanea pubblicata da Spadolini[5] fu dunque (febbraio 1948) Il ’48. Realtà e leggenda di una rivoluzione. Occasione, la ricorrenza centenaria delle barricate milanesi, degli sfortunati tentativi rivoluzionari coronati da una ancora più sfortunata guerra per l’indipendenza. Niente di encomiastico, di retorico, di celebrativo. Al di là della passione giovanile, dei giudizi trancianti espressi dall’autore, l’opera colpisce per acume e profondità.

    Estremamente importanti a questo proposito gli elogi e le parole di incoraggiamento che al giovane autore inviarono numerosi storici, fra i quali spicca Gaetano Salvemini. “Il libro è arrivato. Bellissimo! – gli scriveva il 5 maggio 1948 – . Letto con vera gioia e consenso continuo. Solamente temo che potrà gustarlo come me chi già conosca i fatti per averli studiati sulle fonti, e non nei testi scolastici. Il libro condensa un’immensità di letture su fonti di prima mano e di pensiero”[6].

    Il volumetto è significativo anche perché nella prefazione Spadolini enunciava quello che era stato il suo metodo. “Gli eventi storici si presentano sempre al nostro giudizio con aspetti duplici o molteplici, non dissimili da quelli con cui si impongono alla nostra osservazione le dottrine e gli ideali della politica - che è la storia in farsi -. Non esiste storia che abbia carattere univoco, univalente, unitario; né può quindi valere una storiografia che sia unilaterale, univoca. Quando la storia sia interpretata unilateralmente, perde per noi molto del suo interesse: diventa più l’espressione del pensiero dello storico, che non la rappresentazione dello svolgimento delle cose. Il fine dello storico deve essere invece quello di cogliere la vibrazione, il ritmo, la cadenza della storia, che è antinomia e dramma”[7].

    Due anni dopo, nel febbraio 1950, usciva Il Papato socialista, originale e provocatoria analisi della posizione del Papato nei confronti della questione sociale, che avrebbe conosciuto una lunga serie di edizioni e di ristampe. Per “socialismo” Spadolini intendeva, in un’accezione ampia, l’intervento dello Stato per correggere gli squilibri dello stato di natura, la reazione della morale alla politica. In tal modo qualificava in senso cristiano il socialismo come “una tecnica di equilibrio e di sicurezza sociale che non ha niente di antitetico all’insegnamento del Vangelo”[8].

    Nell’ambito delle opere di Spadolini Il Papato socialista rappresenta davvero un momento centrale. La sua intenzione non era quella di tracciare un profilo documentato delle relazioni tra Stato e Chiesa, ma di offrire una riflessione storico-politica, che partendo dall’attualità – la tanto improvvisa quanto grande vittoria elettorale della D.C. nell’aprile 1948 – superasse le visioni di comodo ed i facili schematismi. E’ insieme un punto d’arrivo e un punto di partenza. Il gusto della provocazione, l’intuizione lampeggiante, i giudizi taglienti, le contrapposizioni schematiche, sono tutti elementi che non ricorreranno più in maniera così evidente nelle sue opere successive. Tuttavia il solco è ormai tracciato: Spadolini si orienterà in seguito verso studi storici fondati su grandi apparati documentari e critici, ma ogni tema continuerà ad essere scelto in rapporto alla sua “contemporaneità”, cioè alla sua capacità di suscitare problemi, di rispondere a dubbi e interrogativi sulle condizioni sociali e politiche.

    Nel novembre dello stesso anno Giuseppe Maranini, Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze, affidava al venticinquenne Spadolini l’incarico di “Storia moderna II”, come allora si chiamava, e da lui subito trasformata di fatto in “Storia contemporanea”.

    La battaglia che il giovane professore dovette combattere fu duplice; egualmente diffidenti verso la nuova disciplina erano i “modernisti” e i “risorgimentisti” puri. I primi decisi a difendere quel loro campo sterminatamente assurdo, cioè dalla scoperta dell’America alle dittature del nostro secolo, “con tutte le conseguenze, già sperimentate nei licei, di fermarsi alla prima guerra mondiale, come alle colonne d’Ercole, non superabili di quello che dopo il 1919 diveniva automaticamente campo di divisione politica o di esercitazione giudicata dall’alto giornalistica”[9]. I secondi, i risorgimentisti puri, cercavano di far automaticamente coincidere la storia dell’età contemporanea con la storia d’Italia, nel suo farsi e rifarsi, “secondo uno schema che pur temperato negli ultimi anni, conservava qualcosa della sua origine nazional-liberale, in certi casi non senza influssi o riflussi nazionalistici”[10].

    Quel che si voleva mettere in evidenza e che doveva costituire uno dei tratti salienti della nuova disciplina - per Spadolini come per altri studiosi - era una diversa partizione dei fatti storici. Eventi come il Primo ma ancor più come il Secondo Conflitto Mondiale, con gli incredibili sconvolgimenti che avevano prodotto in tutti i campi, inducevano a riflettere anche sulla storia più recente. Il concetto di “età moderna”, una sorta di gigantesco contenitore che inglobava il periodo compreso fra la scoperta del Nuovo Mondo e gli anni dominati dalla follia dei totalitarismi, risultava insufficiente. Di qui la necessità di riconsiderare il secolo trascorso ed oltre, a partire dagli anni della rivoluzione francese e dell’età napoleonica, che ad un’analisi attenta presentavano molti più elementi di rottura che di continuità.

    Un aspetto centrale della riflessione spadoliniana era dunque l’ampiezza delle prospettive, la necessità di inquadrare la storia d’Italia in un processo di lunga durata della storia europea, ricercandone le comuni radici, i legami profondi e nascosti, senza per questo dimenticare certi innegabili peculiarità, i ritardi e le distanze.

    Significativo a questo proposito è il fatto che Spadolini sia intervenuto varie volte nel dibattito circa l’unità della storia d’Italia; un dibattito esemplificato dalla vecchia polemica degli anni Trenta fra Benedetto Croce e Luigi Salvatorelli. Croce identificava l’Italia moderna esclusivamente con la nascita, nel 1861, del Regno d’Italia, mentre Salvatorelli – cui successivamente si affiancherà Spadolini – vedeva nella nuova compagine statale italiana solo il risultato ultimo di un processo che non a caso gli artefici del riscatto nazionale avevano chiamato non “sorgimento”, o “nascimento” o “nascita” della nazione, ma Risorgimento, cioè la rinascita di qualcosa – l’idea d’Italia – che era sempre esistita prima dalle vicende politico-territoriali.

    “Ma perché Risorgimento? E’ un quesito, un interrogativo, che mi ha tormentato fin da ragazzo – ricordava nel 1994 – e sul quale sono tornato più volte. Come, e soprattutto cosa, poteva ‘risorgere’ nell’Ottocento? Forse uno Stato, anzi lo Stato italiano unitario, che non era mai esistito prima? Da fiorentino, io capivo benissimo il termine “Rinascimento”, perché era la cultura classica da prendere a modello, da imitare, da far rivivere, e dunque a ‘ri-nascere’ nei suoi archetipi fondamentali. Eppure fin dagli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso si parlava già di Risorgimento, si avvertiva già quello che sarebbe stato il mito del Risorgimento. In realtà non è mai ‘risorto’ uno Stato italiano, per il motivo semplicissimo, e storicamente inconfutabile, che uno Stato italiano non era mai nemmeno nato. E invece a ‘rinascere’ era un’idea dell’Italia, dell’Italia come comunità di lingua e di cultura. Un’Italia, una certa idea dell’Italia, con piena coscienza di se stessa, era fiorita già dopo l’avvento del volgare, e con il contributo decisivo di Dante”[11].

    Contro l’immagine, ancora dominante negli anni della sua giovinezza, di un Risorgimento autonomo e isolato, senza collegamenti diretti con le contemporanee vicende europee, Spadolini illustrava i suoi molti e vitali rapporti con le esperienze liberali e nazionali di tutto il vecchio continente. Le origini del Risorgimento non le collocava, secondo la prassi, nel 1815, l’anno del Congresso di Vienna e della Restaurazione, ma nella stessa rivoluzione francese e nella grande ondata di cambiamento che si riversò nella penisola, prima con le repubbliche democratiche, poi con la dominazione napoleonica. “Ogni rivoluzione – precisava – nasce da un complesso di cause, morali e politiche. Quella di Francia, alla fine del Settecento, fu generata da fattori, che particolarmente sviluppati in quel paese, erano però comuni un po’ a tutta l’Europa. Ecco perché si può dire che la Rivoluzione francese è l’atto di nascita dell’Europa moderna”[12].

    Un Risorgimento non soltanto inteso come successione di congiure carbonare e mazziniane, di guerre di indipendenza e di trattative politico-diplomatiche, ma anche come espressione di una grande idea di rinnovamento culturale e civile. “La coscienza unitaria - sono parole di Spadolini - s’era spenta quasi del tutto in Italia, dove i vari cittadini si erano abituati a sentire soltanto il vincolo di appartenenza al proprio Stato e spesso solo alla propria regione. Si può dire che soltanto nella letteratura si era conservata e trasmessa la fiamma dell’unità italiana”[13]. “L’unione fra la cultura e la politica, fra il pensiero e l’azione resterà viva per tutto il Risorgimento e ne sarà anzi la più salda garanzia di successo”[14].

    Il Risorgimento cui guardava Spadolini era allo stesso tempo la rivendicazione di un’eredità, nei suoi aspetti migliori e universali, e la liquidazione di una retorica, quella che indulgeva alla storia come maniera, come conciliazione degli opposti, quando invece le vicende italiane dell’Ottocento furono anche costellate dalle lotte e dai dissidi fra le stesse correnti patriottiche, basti pensare al contrasto fra Cavour e Garibaldi. Riaffermazione di certi valori, ma svincolati da ogni sottinteso strumentale o peggio ancora statuario. Ricerca di quanto era vivo, e di quanto era morto, in un filone storico che si identificava coi titoli di legittimità della Nazione.

    “Chi studia il Risorgimento con animo critico – precisava nel 1986 – al di fuori di ogni pregiudiziale settaria o deformante, non ha regole da imporre né consigli da suggerire. Richiama gli italiani, che affrontano ormai gli orizzonti del nuovo millennio, rappresentanti di un paese profondamente trasformato rispetto a quello in cui siamo nati noi stessi, al senso della continuità nella novità, alle radici della loro storia nella coscienza del nuovo che avanza”[15].

    I primi corsi universitari di Spadolini, dedicati all’opposizione cattolica e laica nello Stato italiano post-unitario, anticiparono l’uscita nel 1954 de L’opposizione cattolica da Porta Pia al’98. Rispetto ai suoi lavori precedenti questo volume si caratterizzava per un maggior utilizzo delle fonti, in primo luogo quelle di tutta la pubblicistica cattolica dall’unità d’Italia alla fine del secolo scorso, mai utilizzata prima di allora in modo così sistematico ed innovativo. Attraverso gli Atti e documenti ufficiali dell’Opera dei Congressi, punto d’incontro e comitato promotore per l’attività dei cattolici intransigenti nella seconda metà dell’Ottocento, Spadolini analizzò tutto quel composito e dimenticato periodo dall’ “interno” ricostruendo le posizioni dei cattolici “ultras” e dei cattolici conciliatoristi, l’atteggiamento del clero e quello del laicato, le direttive del papato, il giornalismo e le prime organizzazioni giovanili.

    Un angolo visuale assolutamente indipendente dalle influenze o dai condizionamenti della storiografia tradizionale, che aveva sempre relegato in un angolo la storia dei cattolici politici, e quasi ignorato quella dell’intransigentismo. La presenza della Democrazia Cristiana al governo non fece perdere a Spadolini la visione di un retroterra del mondo cattolico italiano diverso da quello che appariva nella visione di maniera di una certa storiografia accomodante; la ricerca dell’Italia del dissenso dopo quella del facile consenso, l’individuazione dei filoni di protesta e di negazione della soluzione borghese-liberale quale si era espressa nel sapiente compromesso diplomatico di Cavour. Gli interrogativi suscitati da quel libro tornarono nei dibattiti scientifici, si chiarirono e approfondirono nelle successive indagini degli altri studiosi, si precisarono al vaglio di un nuovo filone di studi.

    Parallelo a questo, il versante dell’opposizione laica, analizzato ne I radicali dell’Ottocento e ne I repubblicani dopo l’unità, entrambi pubblicati nel 1960, ma di cui erano apparse significative anticipazioni in forma di saggio sul settimanale “Il Mondo”, all’inizio degli anni Cinquanta. Lo studio dei partiti dell’opposizione democratica, di coloro che per più di vent’anni non avevano riconosciuto la legittimità dello Stato unitario nella forma monarchico-moderata ed avevano attivato movimenti di iniziativa politica ai limiti della sovversione. Momenti anche questi trascurati o negletti dalla storiografia tradizionale, che tendeva a ridurli a qualcosa di rapsodico e secondario.

    Ideale continuazione de L’opposizione cattolica, nel 1959 uscì Giolitti e i cattolici, libro pensato e scritto negli ultimi intransigenti anni di pontificato di Pio XII, ma che finì per essere una prefigurazione delle nuove relazioni fra Chiesa e Stato avviate da Giovanni XXIII, delle nuove aperture del Papa allo stesso moto risorgimentale. Uno studio fondato sui documenti, in primis le “Carte Giolitti”, un’indagine attenta e scavante nei particolari; un libro il cui protagonista non era il mondo cattolico, ma lo Stato liberale nella sua espressione giolittiana, che non gli si contrappone più, che inizia un processo di assorbimento cauto, graduale, accorto del laicato credente, il cui sbocco finale sarà il patto Gentiloni del 1913[16].

    L’anno successivo, a coronamento dell’impegno storiografico di Spadolini, giunse la vittoria nel primo concorso a cattedra di Storia contemporanea bandito nell’Università italiana.

    Il 1966 è la volta di Firenze capitale, volume dedicato non solo al trasferimento sulle rive dell’Arno della capitale del Regno d’Italia, ma anche ai gruppi politici che animano la vita del nuovo Stato, ai partiti con la loro lacunosa ed embrionale organizzazione, alla grande differenza fra paese legale, appena costituitosi, e paese reale, in larga misura ostile o almeno distante. Uno studio condotto soprattutto attraverso i carteggi dei protagonisti, attraverso le loro memorie ed i giornali. Accanto ai democratici i granduchisti, i nostalgici dell’ancien regime, e poi i moderati toscani come Ricasoli, Peruzzi, Cambray-Digny. “Un mondo completamente diverso dalla tradizione oleografica e agiografica della vecchia storiografia, un mondo dove i personalismi prevalgono sulle ideologie, dove le consorterie dissolvono i partiti; dove i regionalismi persistenti e puntigliosi mettono a dura prova, giorno per giorno, l’idea di nazione e di patria. Ma anche un mondo che prepara - pur nei suoi errori e nelle sue incertezze - le grandi scelte di domani, le composizioni e ricomposizioni di partiti destinate a culminare nel trasformismo e nel giolittismo, le conquiste ed i fallimenti che influenzeranno anche la storia più recente”[17].

    La lunga aspettativa per mandato parlamentare, iniziata nel 1972, non interruppe gli studi di Spadolini, né il coordinamento delle ricerche, che proseguirono senza sosta. Rimase immutata la sua collaborazione ai principali quotidiani italiani, l’impegno profuso nei congressi storici, specie in qualità di Presidente della Giunta Centrale di Studi Storici, e di Presidente della Società toscana per la Storia del Risorgimento.

    Nel 1978, anno cruciale per l’Italia, minacciata dalla crisi economica e dal terrorismo, Spadolini pubblica L’Italia della ragione, (seguita successivamente da L’Italia dei laici e Italia di minoranza) volume dedicato alla lotta politica e culturale nel Novecento. Una ricerca di alcuni filoni fondamentali e spesso trascurati della storia recente: l’Italia delle minoranze contro quella delle compiute e spesso composite maggioranze, l’Italia del dissenso contro quella delle soluzioni facili e definitive. Vi confluiscono scritti vari, dedicati soprattutto al mondo della cultura nei suoi molteplici intrecci con la vita politica: Amendola e Gobetti, Einaudi e Sturzo, Croce e Omodeo, Silone e Montale, per ricordarne solo alcuni. Un complesso di personaggi (e di movimenti) che hanno pesato su un certo versante della politica italiana, che hanno condizionato talune scelte delle coscienze prima ancora che delle forze organizzate. Una storia che si potrebbe chiamare “del tempo presente”, la storia degli ultimi venti-trent’anni, ormai non più giornalismo e non ancora storia nel senso tradizionale del termine.

    Estremamente significativi per quanto concerne questo aspetto della produzione spadoliniana sono i suoi Bloc-notes, apparsi in cinque volumi fra il 1986 ed il 1994. Non si tratta più di compiute analisi storiche, ma di appunti che registrano momenti vissuti dallo studioso impegnato ormai a pieno titolo in politica; incontri con i “grandi” della terra, riflessioni di fronte agli avvenimenti internazionali, viaggi all'estero, visite ufficiali o colloqui con i vecchi amici. Eppure, anche in questo caso il mestiere di storico non può fare a meno di risaltare, sia che venga stimolato dai problemi dell’attualità o dalla riflessione sul passato, appena accennato o apertamente espresso, magari racchiuso in una frase, in un giudizio, in una battuta. Un colloquio con Mitterrand è l’occasione per ripensare agli ultimi giorni della Quarta repubblica francese e alla nascita della Quinta, un pranzo con il Cardinale Ratzinger offre lo spunto per una riflessione sui concordati degli anni Trenta fra la Santa Sede, la Germania e l’Italia, un viaggio a San Pietroburgo gli suggerisce l’incontro fra Russia ed Europa durante l’Illuminismo.

    L’immagine dell’Europa come elemento unificante e principio di organizzazione dei popoli risultava per Spadolini da un fecondo intreccio fra ragione e cristianesimo, in quella temperie ideale creata dall’Illuminismo, che per il suo carattere cosmopolita si innestava per molti aspetti nella tradizione della medioevale Respublica christiana. Il principio evangelico diventa ispiratore dei diritti di libertà, anche di libertà giuridica e formale; nasce, da quella antica e mai smentita intuizione cristiana, il senso dell’Europa come libertà. E’una mediazione lunga, quella fra Europa e libertà, una mediazione che passa attraverso Erasmo e Machiavelli, che collega l’umanesimo, l’illuminismo e il romanticismo. E’ l’innesto fra cristianità e cultura, e sul terreno fecondatore della libertà.

    L’europeismo culturale, cioè la consapevolezza dell’esistenza di una comune identità culturale, di un comune patrimonio di idee all’interno dell’Europa, rappresenta l’elemento di continuità fra illuminismo e romanticismo, il segno che la Repubblica letteraria di Voltaire si accingeva a diventare Repubblica politica con Mazzini. Quest’espressione racchiude il senso delle riflessioni di Spadolini, improntate alla ricerca del filo conduttore del trapasso dall’intuizione essenzialmente culturale dell’Europa settecentesca ad una visione in cui cultura e politica finiscono per incontrarsi. Il fondamentale balzo in avanti dell’idea d’Europa giunge a compiuta espressione proprio col romanticismo, solo grazie al quale, secondo Spadolini, l’Europa riscopre gli elementi, etnici e culturali, che caratterizzano il genio dei suoi popoli e si predispone a determinare possibilità concrete di relazioni, in base agli elementi di affinità intellettuale individuati.

    Si infittiscono nel suo ultimo quindicennio di vita i contributi dedicati alla storia fiorentina e toscana fra ‘800 e ‘900, al mondo di Vieusseux, Capponi e Ricasoli, con la promozione di significative iniziative culturali che hanno il loro culmine nella costituzione (1992) del “Centro di Studi sulla civiltà toscana fra ‘800 e ‘900” volto alla pubblicazione di fonti inedite o rare e di studi documentari relativi alla civiltà toscana e ai suoi collegamenti con l’Italia e l’Europa[18].

    “Non sono un fiorentinista – amava dire Spadolini – . Sono un fiorentino che ha amato e continua ad amare in Firenze l’anelito europeo, lo spirito universale, contrapposto al municipalismo e al provincialismo. Ho sempre detestato Firenzina, il vernacolo, il dialetto. In Firenze amo il germe di quella certa idea dell’Italia che è nata da lontano, che è nata dalla lingua, che mi riporta a Dante”[19].

    Nasce nei primi anni Ottanta la collana delle “Opere illustrate” (dove la ricerca delle immagini non è meno approfondita ed importante dei testi) pubblicata dalla Cassa di Risparmio di Firenze, che alterna la ristampa in edizioni definitive di classici come L’opposizione cattolica e Giolitti e i cattolici, organiche raccolte di saggi (ad esempio Autunno del Risorgimento e Ottocento minore e maggiore), e volumi nuovi come La Firenze di Gino Capponi o L’idea d’Europa[20].

    Ma se c’è un libro più di significativo di ogni altro, questo è certamente Gli uomini che fecero l’Italia, giunto dopo innumerevoli ristampe, nel 1993, all’edizione definitiva, con i profili di 112 protagonisti – da Vittorio Alfieri a Luigi Einaudi – della vita nazionale, in tutte le sue espressioni, dalla letteratura alla politica, dal teatro all’industria, dal giornalismo alla religione. Un libro autobiografico, riassuntivo di una vita di studi e di impegno civile.

    “Non per disegnare degli eroi da proporre come modelli – ha scritto in proposito Giuseppe Talamo – ma per rintracciare in quei politici, giuristi, letterati ed artisti un filo comune, cioè una certa idea dell’Italia della ragione e della cultura. Una ricostruzione a volte lievemente disegnata, a volte scolpita con pochi tratti efficaci che rivela la singolare capacità dello storico di avvicinarsi a quei protagonisti con occhio ad un tempo disincantato e amorevole, per coglierne i tratti essenziali e caratterizzanti, e quindi anche le contraddizioni e i limiti. La pietas dello storico verso il mondo di ieri non diventava mai, però, retorico idoleggiamento o moralistica contrapposizione di un passato assunto come modello nei confronti di un presente rifiutato in toto, ma esprimeva sempre un’esigenza storiografica e civile”[21].

    La storia per la quale Spadolini si è sempre battuto è una disciplina che non si esaurisce nelle sole vicende esteriori dei fatti o in un loro immediato collegamento, ma che ne rintraccia le radici, ne indaga le ragioni profonde, e tenta di offrirne un’appropriata collocazione ed una originale prospettiva, in una misura ed in una complessità di toni che possano rendere davvero un’idea di ciò che è stato. Una storia frutto di un ripensamento organico dei fatti, di un’autentica identificazione col tema trattato che tuttavia non deve sfuggire alle regole stringenti e ardue della ricerca dell’obbiettività.

    Riferendosi alla professione di chi scrive storia, Spadolini amava ricordare una frase di Arturo Carlo Jemolo, grande maestro di storia delle relazioni fra Stato e Chiesa nonché suo personale amico: “Lo storico è l’uomo cui piace conversare con i morti”. Questa definizione non deve tuttavia essere interpretata alla lettera, cioè come rimembranza nostalgica di un tempo che non è più. In Spadolini il sentimento di pietas dello storico verso il mondo di ieri diviene invece uno strumento indispensabile per evitare che sul passato si riversino quei sentimenti di insufficienza inevitabili se lo si osservasse solo dall’ottica del presente.

    Accanto alle valutazioni concrete e ai dati di fatto obbiettivi, ecco dunque l’indagine sui ”miti” e le idee-forza troppo spesso trascurate, gli stati d’animo, i valori e gli ideali delle classi dirigenti che esercitano di volta in volta il potere, persino certe sfumature psicologiche dei protagonisti, siano essi di primo o di secondo piano: personaggi colti nelle loro piccole e grandi manie, in atteggiamenti e in posizioni caratterizzanti non tanto e non soltanto la vita politica, ma anche la vita morale e civile.

    Storiografia etico-politica, ma attenta agli aspetti concreti della realtà; si pensi ad esempio a tutti i suoi lavori sull’editoria nell’Ottocento e nel Novecento, dove acanto allo studio delle idee e della loro diffusione troviamo una costante attenzione al funzionamento delle case editrici, al mercato dei libri e delle riviste, ai compensi per gli autori. Gli studi di Spadolini erano sempre accompagnati da un vasto apparato iconografico che riproduceva immagini, caricature e oggettistica: un modo di ripercorrere il passato senza retorica, un modo di rivivere la storia attraverso le immagini, per sentirla meno astratta e lontana.

    Una storiografia che dall’impegno civile e politico ha sempre saputo trarre nuove ispirazioni, senza per questo volgere nell’interpretazione dei fatti a visioni di comodo, anche quando le circostanze lo avrebbero consentito ed in un certo senso giustificato. “Noi non crediamo – scriveva nel 1979 – né come storici né come uomini, di avere la verità in tasca. Cerchiamo di non obbedire a schemi dogmatici e deformanti. Ricerchiamo, nella vita del passato e in quella del presente, le vene di dignità e di libertà che sempre si oppongono alle tentazioni del male e della violenza, destinate a culminare nell’autoritarismo e nella sopraffazione delle coscienze. Il nostro scopo è uno solo, come diceva Meine name="_ftnref22" title="">[22].

    Nella scia dei valori che hanno costituito la stella polare di una vita intera - l’indagine nelle pieghe nascoste della nazione per coglierne qualità e difetti, e la difesa dello Stato - nel 1980, con l’occhio rivolto al futuro, Spadolini costituì la Fondazione Nuova Antologia. Una volta salvata la gloriosa rivista ultra centenaria dalla grave crisi di pochi anni prima, l’idea della Fondazione scaturì quale garanzia di tutela dell’autonomia della testata e insieme della continuità delle pubblicazioni.

    Con il passare del tempo gli scopi della Fondazione - lasciata da Spadolini sua erede universale - si sono allargati, caratterizzandosi come un autentico centro di promozione di cultura, per sviluppare e coordinare ricerche e pubblicazioni di studi e documenti sulla storia contemporanea, istituire concorsi, borse di studio, iniziative varie a sostegno della ricerca e dei giovani. Dunque un organo di garanzia - fondato sui mezzi stanziati dallo stesso Spadolini ma poi destinati ad accrescersi - capace di tutelare il futuro della rivista e di favorire nuove iniziative culturali, come è avvenuto puntualmente in questi dieci anni dalla morte di Spadolini.

    “Sentire la Fondazione come parte della storia d’Italia, - scriveva nel 1988 - le cose mie come parte della vita del paese. Mai separabili da essa. Fissare contro qualunque imprevisto la vita di un organismo anche modesto, anche piccolo, ma che serva a ricostruire un po’ la vita di questo secolo attraverso la continuità di una tradizione personale, di uno stile, di una vita”[23].

    Una vita intera spesa fra giornalismo, università, politica, impegno nelle istituzioni: una vita in cui la riflessione sulla storia ha costituito davvero un momento centrale ma non esclusivo, “perché per noi laici - amava ripetere Spadolini - la storia non solo non ha modelli da imporci, ma non conosce termini da raggiungere. E’ sempre, e comunque, storia incompiuta”[24].



    Cosimo Ceccuti




    [1] C. Bo, Prefazione a G. Spadolini, La mia Firenze. Frammenti dell’età favolosa, Le Monnier, Firenze 1997, p. X.


    [2] Utili notizie in proposito in Giovanni Spadolini ed Enrico Vallecchi: dal carteggio inedito fra 1946 e 1971, (I: 1946-1958), a cura di C. Ceccuti, “Nuova Antologia”, CXXXVI, 2001, fasc.2217 (gennaio-marzo), pp.12-31.


    [3] G. Spadolini, Autunno del Risorgimento, Le Monnier, Firenze 1987, p.346.

    [4] Per una puntuale analisi del Ritratto dell’Italia moderna cfr. G. Galasso, L’“opera prima” dello storico, “Nuova Antologia”, CXXIX, 1994, n.2192 (ottobre-dicembre), pp.131-136.


    [5] Va tuttavia precisato che il primo volume in assoluto dato alle stampe da Spadolini fu un’antologia degli scritti di Georges Sorel, pubblicata dalla Casa editrice fiorentina “L’Arco” nel settembre 1947, dunque prima ancora della laurea in giurisprudenza, conseguita nel novembre dello stesso anno.


    [6] Il ’48. Realtà e leggenda di una rivoluzione, a cura di C. Ceccuti, “Nuova Antologia”, CXXXII, 1997, n.2201 (gennaio-marzo), p.28.


    [7] G. Spadolini, Il ’48. Realtà e leggenda di una rivoluzione, L’Arco, Firenze 1948, pp.10-11.

    [8] G. Spadolini, Il Papato socialista, Longanesi, Milano 1982, p.39. Sui caratteri e l’accoglienza riservata al volume cfr. G. Spadolini, Il Papato socialista, a cura di C. Ceccuti, “Nuova Antologia”, CXXXV, 2000, n.2213 (gennaio-marzo) pp.39-57.


    [9] G. Spadolini, Confessioni di uno storico, “Nuova Antologia”, CXXV, 1990, n.2173 (gennaio-marzo), p.40.


    [10] Ibidem.


    [11] G. Spadolini, Mito e eredità del Risorgimento, in “Il Risorgimento”, XLVII, 1995, n.1-2, pp.6-7.

    [12] E. Oberti - G. Spadolini, L’Italia nella civiltà. Corso di storia per la scuola media, Vallecchi Editore, Firenze 1948, vol.III, p.9.


    [13] Ivi, p.30.


    [14] Ivi, p.93.

    [15] G. Spadolini, Autunno del Risorgimento, cit., p.XIII.


    [16] Per un bilancio degli studi di Spadolini sui rapporti fra mondo laico e mondo cattolico: F. Margiotta Broglio, Introduzione a G. Spadolini, La questione romana. Dal cardinale Gasparri alla revisione del Concordato, Le Monnier, Firenze 1998, pp.VII-XXXVI.


    [17] G.Spadolini, Firenze capitale. Gli anni di Ricasoli, Le Monnier, Firenze 1980, p.2.


    [18] A tutto il 2003 sono 31 i volumi pubblicati dal “Centro Studi”.


    [19] G. Spadolini, La mia Firenze. Frammenti dell’età favolosa, cit., p.35.


    [20] Per una sintesi degli studi dedicati a Firenze: C. Ceccuti, Per una certa idea di Firenze, in AA.VV, Alla ricerca dell’Italia contemporanea. Romeo, De Felice, Spadolini, Le Monnier, Firenze, 2002, pp.165-176.


    [21] G. Talamo, Spadolini: un anno, “Nuova Antologia”, CXXX, 1995, n.2193 (luglio-settembre), pp.25-26. “Spadolini, quando prende a raccontare un personaggio, non lo mette mai sull’altare e neppure lo getta nella polvere, ma ce lo descrive e ce lo propone quasi ciascuno rappresentasse una simbolica tessera, che messa accanto a tante altre aiuta a comporre il grande mosaico riassuntivo della nostra storia. Così ogni figura non appare isolata o solitaria, dominante o addirittura predominante sul palcoscenico della storia; piuttosto occupa un suo posto, più o meno di rilievo, sempre però in sintonia, o almeno in concordia discors con i tanti altri personaggi coevi, attori o comparse, senza i quali non si rivive, non si penetra, non si capisce quanto è successo nel nostro paese, almeno lungo l’arco degli ultimi due o tre secoli”: A. Colombo, Quella galleria di ritratti, in AA.VV, Alla ricerca dell’Italia contemporanea. Romeo, De Felice, Spadolini, cit., pp.145-158 (cit. a p.152).


    [22] G. Spadolini, Firenze capitale. Gli anni di Ricasoli, cit., p.2.


    [23] G. Spadolini, Bloc-notes sulla biblioteca, a cura di C. Ceccuti, “Nuova Antologia”, CXXXII, 1997, n.2202 (luglio-settembre), p.13.


    [24] G. Spadolini, Autunno del Risorgimento, cit., p.XIII.
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    Predefinito Re: Spadolini storico

    Giovanni Spadolini e la storia dell’Italia contemporanea


    di Leo Valiani – Da L. Valiani, “Scritti di storia. Movimento socialista e democrazia”, SugarCo, Milano 1983, pp. 113-132. Testo rivisto e ampliato, del discorso su “La storia contemporanea nell’opera di Giovanni Spadolini”, pronunciato il 28 novembre 1980 nella facoltà di scienze politiche dell’Università di Firenze. “Nuova Antologia”, gennaio-marzo 1981, fasc. 2137.


    La facoltà “Cesare Alfieri” ha avuto fra i suoi laureandi Sandro Pertini e Carlo Rosselli, esempi prestigiosi, nella generazione precedente, dell’unità degli studi severi e della lotta politica coraggiosa. Di quell’esempio abbiamo ancora bisogno in tempi diversamente calamitosi ma non più facili.
    Spadolini rientra nella più coerente tradizione dell’unità degli studi e dell’azione politica, della cultura e dell’impegno civile.
    L’opera di Spadolini storico è etico-politica nel significato più chiaro del termine: dagli scritti giovanili sul movimento repubblicano e radicale all’opera sull’opposizione cattolica; fino ai volumi più recenti sull’Italia della ragione e sull’Italia dei laici.
    La storiografia sui partiti politici fu iniziata in Italia da uno dei più insigni allievi – e successivamente professori – dell’università di Firenze: il grande storico che Gaetano Salvemini fu. Mi riferisco, com’è ovvio, al suo giovanile scritto sui partiti politici milanesi nell’800.
    I partiti politici veri e propri si formarono in Italia più tardi che nelle nazioni libere dell’Occidente. Erano già passati dei decenni dall’Unità e si lamentava ancora che nel Parlamento italiano, pur nella contrapposizione di destra e sinistra, così bene lumeggiata più tardi da Spadolini nel suo lavoro sui partiti politici in Firenze capitale, invece di partiti ben distinti e saldamente organizzati, si avessero solo consorterie, schieramenti facenti capo a singole personalità e aperti a trasformismi.
    Si attribuiva, anzi, all’assenza di partiti vigorosi e disciplinati la causa prima della corruttela che scoppiò (non senza l’influsso deleterio della finanza allegra, ossia dell’inflazione di allora) al principio degli anni ’90. Questo ricordo ci fa sorridere amaramente, oggi che la corruttela dilagante ha le sue radici nell’onnipotenza della partitocrazia, ma ci esorta altresì a non perderci d’animo. La storia è dialettica altresì nel senso che fenomeni in apparenza opposti possono avere effetti analoghi (o viceversa) e che per l’appunto, nel bene come nel male, ad ogni ascesa segue una decadenza e ad ogni decadenza può seguire una nuova ascesa.
    Col nuovo secolo, dalla crisi che era morale, prima ancora che economica e sociale, si uscì anche per la crescita, elettorale, politica, organizzativa, dei nuovi partiti – il radicale, il repubblicano, il socialista – la cui storiografia (mi riferisco soprattutto al radicale e al repubblicano) deve moltissimo proprio a Giovanni Spadolini.
    La storia del partito socialista l’avrebbe scritta, con rigore (dimostrato sin dalla sua recensione polemica dell’opera di uno dei pionieri dell’argomento, il pure benemerito Robert Michels) e profonda cultura uno degli allievi di Salvemini, il fiorentino Nello Rosselli, se mani criminali non l’avessero rapito nel 1937 agli studi.
    Uno degli amici di Nello Rosselli, Carlo Morandi, professore in questa università (Spadolini ha preso il suo posto, quando la morte prematura a fine marzo 1950 lo allontanò dalla cattedra), fu così il primo vero cultore scientifico della storia dei partiti politici italiani. Ma anch’egli fece solo in tempo a delinearne la trama iniziale.
    Negli ultimi trentacinque anni la storiografia dei partiti è talmente cresciuta, in Italia come all’estero, perlomeno quantitativamente – per effetto, altresì, del peso che i partiti politici hanno assunto, non solo nella dimensione politica, ma anche in quella economica e sociale – che da tempo assistiamo già ad una reazione di segno opposto: ad una polemica, cioè, talvolta acuta, il più delle volte gratuita, inconcludente o fantasiosa, contro l’importanza attribuita ai partiti medesimi e alla loro storia.
    Polemica inconcludente, poiché non esiste una scala obiettiva di gerarchie, di priorità nel determinare l’importanza di questa o quella articolazione storica. Dipende, sempre, dagli interessi di pensiero genuino, non strumentalizzato ai fini estranei alla conoscenza storica effettiva dello studioso. Marx e Tocqueville cercano nella storia risposte a quesiti diversi e danno perciò importanza diversa a svolgimenti diversamente studiati. Diversi per tutto il rimanente, Croce e Lucien Febvre affermano entrambi che contano i problemi che vivono nella mente dello storico ed i modi con cui vengono delucidati.


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    Predefinito Re: Spadolini storico

    Torniamo al nostro tema. All’età di appena 23 anni, nel 1948, all’inizio cioè di quello che si può chiamare il rientro nella normalità italiana – dopo il tumulto creatore, ma ben per ciò passionale del triennio della liberazione – Spadolini poteva già vantare, con rara precoce erudizione a maturità, tre libri che si rileggono oggi stesso – questa è almeno la conclusione che io ho tratto dalla rilettura – con grande profitto: Il ’48, Realtà e leggenda di una rivoluzione; Lotta sociale in Italia; Ritratto dell’Italia moderna.
    Il primo (li elenco nell’ordine in cui li ho riletti) copre pochi anni (più in ogni modo del solo anno che il titolo indica). Il secondo parecchi decenni. Il terzo due secoli. Il loro vero problema è il medesimo: la rivoluzione che ci fu (e in quali limiti fu) o non ci fu in Italia. “La storia d’una rivoluzione non è tanto storia dei fatti, quanto delle idee”. Questo lo scrisse Vincenzo Cuoco, in un aureo libro di disamina delle vicende che avevano portato i suoi compagni, i giacobini del 1799, al patibolo, in un saggio, cioè, che attraverso la rivoluzione napoletana, importante per tutti gli spiriti liberi d’Italia, ma non perciò da abbandonare all’agiografia, individuava il problema d’un paese in cui solo un’esigua minoranza illuminata, resa debole da insufficienti contatti con la realtà delle strutture profonde e delle masse del popolo, voleva una rivoluzione che fosse di libertà e di progresso. Cuoco conosceva i fatti, ma doveva documentare l’astrattezza e la conseguente immaturità delle idee rivoluzionarie stesse.
    Questo era, ed è, il modo di imparare dalle rivoluzioni, specie se sconfitte, ma anche se vittoriose, sol che conducenti a risultati del tutto diversi da quelli sperati.
    Giuseppe Mazzini fece tesoro, come poté, del monito di Cuoco. Gli riuscì di rendere nazionale, italiano, il movimento rivoluzionario che i giacobini avevano, date le circostanze e la stessa loro cultura, importato in misura troppo larga da Oltralpe. Non gli riuscì di renderlo così popolare come avrebbe voluto. La rivoluzione del 1848, constata Spadolini – che non poteva conoscere gli scritti carcerari ancora inediti di Gramsci ma conosceva per letture dirette tutti gli scrittori risorgimentali, se non erro, Giuseppe Ferrari in particolare, ma anche Giuseppe Montanelli, del quale si occuperà minutamente più tardi e Carlo Pisacane ed Oriani, Missiroli, Gobetti per gli interpreti e critici – fallì perché dalle città non poté estendersi alle campagne e perché la volontà d’indipendenza prevalse successivamente su tutto, a cominciare dal desiderio, che pure ci fu, di democrazia ed autogoverno.
    Il fallimento era solo parziale. Fu, dice lapidariamente Spadolini, l’ultima rivoluzione provinciale italiana e la prima europea di italiani. Cominciò col Primato di Gioberti, che europeo diventò solo in esilio e, allora, col Rinnovamento lo diventò di nuovo utopisticamente, culminò con la repubblica romana di Mazzini – che idealmente mise termine al multisecolare Stato pontificio e consacrò Mazzini come capo del partito democratico europeo – e sboccò nell’incipiente egemonia di Cavour che da Torino guardava a Londra e a Parigi. Fu un fallimento che precedeva la vittoria: la vittoria di una rivoluzione che, in quanto tale, era tutta borghese, perché solo la borghesia poteva fare dell’Italia una nazione libera, capace di progredire. Il proletariato, se già si presentava sulla scena, si presentava – nel ’48 – in termini anacronistici. Su quest’ultima affermazione di Spadolini si può ovviamente discutere e la successiva storiografia ne ha discusso molto, fin troppo a lungo. Certo è che la speranza d’una futura rivoluzione davvero popolare, sottolinea Spadolini, fu coltivata soprattutto, anche se non esclusivamente da Mazzini.
    Le prime organizzazioni operaie decise ad occuparsi di politica democratica, e non solo di interessi corporativi come quelle dei moderati, le dirigeranno i mazziniani, per volere dell’Apostolo stesso. Ma prima che esse sorgano e si consolidino e diano luogo alle consociazioni da cui scaturirà il partito repubblicano in varie regioni, e da cui trarrà seguito di massa, in Lombardia, il partito radicale e prima che dalle loro scissioni a sinistra nascano la Federazione italiana dell’Associazione internazionale dei lavoratori e sulle orme e rovine di questa il futuro partito socialista, e insomma prima che si giunga per queste strade ai primi partiti moderni in Italia contemporanea, ci vorranno dei decenni. Di essi, così come di quei partiti, Spadolini è stato fra i primi studiosi.


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    Predefinito Re: Spadolini storico

    Storia sociale degli italiani, non storia degli italiani da un punto di vista sociale, che di fatto sarebbe poi, per forza, aprioristico, ideologizzante: questo è il proponimento di Spadolini nel 1948. Tale suo punto di vista anticipa gli sviluppi ulteriori di tanta storiografia italiana ed internazionale, ma con le opportune cautele che altri non sempre han saputo avere. “Il sociale è”, scrive il giovane Spadolini, “una parte eminente e talora preminente della società umana e in particolare di quella moderna” ma non si debbono sottovalutare “gli aspetti politici, religiosi, culturali e morali”.
    L’Italia si è formata dopo la rivoluzione industriale occidentale, sol che prima d’industrializzarsi essa stessa, la piccola borghesia istruita, pre-industriale, ha guidato le prime lotte sociali del proletariato, man mano che esso – in parte – si emancipava dalla dominazione spirituale dei clericali. (Quando invece rimaneva devoto ai preti, si inquadrava nelle organizzazioni cattoliche, di cui Spadolini sarà robusto storico, ancor più guidate da una piccola borghesia istruita, sol che clericale.) Certo, aggiungiamo noi, ricerche più recenti ci han fatto vedere che già molto prima dell’apparizione degli organizzatori operai formati da lavoratori manuali autodidatti, che creano i sindacati verso la fine del secolo, nei sussulti spontanei delle masse immiserite sono attivi degli uomini, sovente anonimi, che fan parte di queste masse stesse. Ma se ciò completa il quadro tracciato da Spadolini (e prima di lui, con l’ausilio perfino di una statistica del 1903, da Michels) non toglie che i primi dirigenti politici del movimento operaio socialista fossero in Italia effettivamente di origine piccolo-borghese.
    Non meritavamo gli ingiusti sarcasmi di Marx, in vena di polemica anti-bakuniniana, ma quel che Spadolini osserva, sulle orme dei suoi predecessori, di Missiroli, non meno che di Salvemini, è esatto. Anche per la loro estrazione piccolo-borghese, non sufficientemente radicata nel dinamismo industriale appena incipiente, non seppero decidersi in tempo utile fra il riformismo, volto a dare allo Stato una base popolare ed irrobustirlo in tal modo e la rivoluzione volta ad abbatterlo e sostituirlo. I riformisti contribuirono, finché appoggiavano Giolitti, a conservare lo Stato quale era, non seppero renderlo più dinamico, rinnovandone le strutture. I massimalisti, senza volerlo, ma fatalmente, lo spinsero nelle braccia dei fascisti.
    I sindacalisti rivoluzionari (rammentiamo il fine e penetrante ritratto di Sorel che Spadolini disegnerà poco dopo, così come il suo saggio sullo sciopero generale del 1904) avevano cercato una via d’uscita, trasferendo l’iniziativa alle avanguardie delle masse, ma non potevano avere successo durevole, nelle condizioni italiane. Dopo la fine del fascismo, il partito comunista ha sostituito, per gran parte, il partito socialista come partito di masse operaie e contadine. L’ha sostituito in virtù delle proprie lotte e in virtù del mito sovietico, oggi in irrimediabile crisi. Il partito socialista, per risorgere in forze, fino a diventare il maggior partito italiano, dovrebbe ereditare le funzioni de liberalismo democratico prefascista, di quello di Giolitti insomma. Saprà e potrà farlo? Spadolini se lo chiede nel 1948. Tutti ce lo chiediamo ancora, sol che un po’ più scettici di allora, nel 1980.
    Potrà farlo da solo? O in alleanza col partito socialdemocratico e – punto da sottolineare, data l’altezza intellettuale e morale dei repubblicani, dal Risorgimento a Ugo La Malfa – col partito repubblicano? E in quali rapporti col partito comunista?
    Domande alle quali lo storico non può rispondere. Se mai, il politico Spadolini potrebbe rispondere e infatti non manca di rispondere di volta in volta.
    Si diceva di Giolitti. Spadolini non è stato il primo a rivalutarlo. Alcuni dei suoi maestri, Croce, Salvatorelli, Nino Valeri, l’avevano già fatto. Ma Spadolini l’ha rivalutato su due versanti: su quello rivolto ai socialisti, come quei tre maestri, e su quello rivolto ai cattolici. Questa seconda rivalutazione fu più difficile della prima, ché ai socialisti Giolitti si rivolgeva sempre apertamente, ai cattolici soprattutto implicitamente.
    La questione era ed è complessa, per motivi che tutta l’opera storica e saggistica di Spadolini concorre a precisare. Il partito dei cattolici (non partito cattolico, come Sturzo chiarì al cardinale Gasparri, in circostanze acutamente riesaminate da Spadolini sulla base di documenti da lui scoperti) scaturì dal filone dei cattolici intransigenti e non dei clerico-moderati, disposti (a differenza dei primi) ad allearsi con le forze liberali, su limitati obiettivi comuni e agganciabili, dunque, senza grandi difficoltà, anche da Giolitti, come accadde infatti già nel 1904, dopo il ritorno del partito socialista all’opposizione.
    Su Giovanni Spadolini e la storiografia del Movimento cattolico in Italia non posso che rinviare al conciso e nitido scritto d’un suo collaboratore (fors’anche allievo, perlomeno indiretto), il precocemente scomparso Fernando Manzotti. Spadolini parte, come altri studiosi di questo dopoguerra, inevitabilmente impressionati dall’espansione trionfale della Democrazia cristiana, dall’apprezzamento positivo dell’intransigentismo, fase necessaria del passaggio dalla protesta alla riscossa. Prima dei suoi colleghi in questi studi, Spadolini si accorge, però, della profondità della svolta del 1898-99. Dopo quella repressione e quelle riorganizzazioni, cade, per tutti i militanti politici e sociali del laicato cattolico, la pregiudiziale della Questione romana.
    I politici – che sono soprattutto i moderati, dato il sopraggiungere della sconfessione papale della prima democrazia cristiana – preparano inavvertitamente il patto Gentiloni e con ciò l’ingresso determinante dall’elettorato cattolico nella vita parlamentare italiana. I militanti sociali organizzano con crescente successo le masse popolari, contadine e anche operaie. Una parte notevole della stessa borghesia, cattolica da sempre per fede religiosa, lo diventa anche politicamente. Don Sturzo riunificherà i vari filoni attraverso uno svolgimento che Spadolini adombra e segue perspicacemente, illustrandone i pionieri ed i realizzatori.
    Il grande successo dell’Opposizione cattolica, tante volta ristampata, e continuamente aggiornata dall’autore dopo la prima edizione del 1954, consacrò Spadolini come uno dei maggiori cultori italiani di storia dei partiti politici nell’età contemporanea. Storia dei partiti, e storia dell’età in cui agiscono, per Spadolini fanno tutt’uno. Si può fare anche storia analitica dei partiti politici, visti attraverso le loro strutture organizzative, i loro risultati elettorali, la composizione sociale dei loro elettori, iscritti e militanti, le loro finanze.
    Non occorre dire come Spadolini, direttore di grandi quotidiani politici ed ora segretario politico d’un partito di alte tradizioni e di peso politico più incisivo delle sue dimensioni, conosca da vicino tutta questa problematica. La sua, però, è storiografia etico-politica, nel miglior significato del termine. Per dirla con le sue stesse parole, egli crede nella “continua incidenza e influenza della vita spirituale nella vita politica” nei periodi in cui le nazioni salgono e constata la loro temporanea o durevole decadenza quando la vita politica non riceve o non è pronta a ricevere il soffio della spiritualità e, insomma, di una cultura autentica, non strumentalizzata.
    È, se si vuole, una impostazione che risente di Croce, ma, nel mentre Spadolini riconosce la grandezza del “magistero” storico e morale di Croce, non pochi degli argomenti che affronta, da studioso, sono proprio quelli trascurati da Croce: il problema sociale nel Risorgimento, i partiti di estrema sinistra radicale e repubblicana del post-Risorgimento, i cattolici intransigenti, la scienza politica contemporanea e via dicendo.
    Nella sua prefazione a Il mondo di Giolitti Spadolini riconosce di esser partito da posizioni orianesche-gobettiane, tanto acute (dico io) quanto unilaterali. La passione, anche quella storiografica, erompe sempre con foga unilaterale. Io non trascurerei neppure l’insegnamento di Gentile, che aveva contato già per Gobetti e perfino per Gramsci. Poi, ricorda Spadolini, venne la prolungata riflessione sulla lezione di Morandi, Valeri, Salvatorelli, Jemolo e Croce. Ci fu anche l’esperienza vissuta dell’azione ricostruttrice, e altresì dei limiti del solo uomo di Stato che, dopo Giolitti, possa essere paragonato a lui: De Gasperi. Infine, lo aggiungo ancora, venne la meditazione, sovente espressa sulle colonne della “Nuova Antologia”, tanto cara a Spadolini e anche a me, sulla scuola democratica di questo secolo – Salvemini, Giovanni Amendola, Ugo La Malfa – che rinnova, differenziandosene, quella ottocentesca, con la cui ricostruzione storica Spadolini aveva esordito.
    Giolitti è rivalutato da Spadolini, ma non idealizzato. I suoi limiti e anche le sue tare restano (tolti gli eccessi polemici) quelli denunciati, da opposti punti di vista, da Gaetano Salvemini e da Luigi Albertini, quest’ultimo sempre presente non solo perché giornalista d’eccezione, grande direttore del “Corriere della Sera” che Spadolini pure dirigerà poi, ma per la sua discendenza dalla destra storica, con tanto interesse studiata – da Ricasoli in avanti – da Spadolini. Anche la critica di Salvatorelli, pure giolittiano, all’ex-presidente del Consiglio, di non aver pensato, cioè, a creare un saldo partito democratico-liberale, è considerata valida da Spadolini.
    Rimane il fatto, constata Spadolini, che Giolitti osò uscire da quella che tutta la restante classe dirigente liberale considerava come la fortezza – l’Italia costituzionale – assediata dai due sovversivismi, il rosso e il nero, e tentare la conciliazione politica (non quella ideologica e men che meno quella concordataria) prima con gli uni e poi con gli altri.
    La coraggiosa uscita dalla fortezza assediata rese possibile il contributo giolittiano al rigoglio economico italiano, all’ampliamento dei diritti di libertà, politici e sindacali, alla legislazione sociale, alla democratizzazione che precedette e seguì la concessione del suffragio universale.
    Spadolini rende qui esplicita giustizia a chi, come Turati (e Treves), comprese il significato propulsore del tentativo giolittiano e cercò di assecondarlo. Il socialismo turatiano nasceva “dall’esigenza di risolvere i problemi insoluti dell’unità, dal bisogno di portare a termine le esigenze insoddisfatte delle masse nel loro rapporto con lo Stato, nel loro legame con la legalità democratica”. Turati previde, nota Spadolini, che la guerra europea avrebbe spaccato quel rapporto, con catastrofiche conseguenze, che gli interventisti democratici, nella purezza passionale del loro patriottismo, non avevano previsto. In realtà, li aveva già spaccati la guerra libica, intrapresa ancora da Giolitti, che portò immediatamente alla sconfitta di Turati nel partito socialista. Fu torto di Giolitti non averlo subito compreso.
    Fu merito, però, e non torto di Giolitti non rassegnarsi a questa sconfitta e cercare da parte cattolica quel consenso di masse che non poteva più ottenere dai socialisti. Non sarà, invece, suo merito, ma suo torto – sempre che di torti e meriti si possa parlare nella storia che, per dirla con Croce, non è mai giustiziera – chiedere lo stesso consenso ai fascisti (che già facevano breccia in certi strati delle masse) quando il consenso riterrà di non poterlo ottenere saldamente e durevolmente dal partito di don Sturzo. La forza di De Gasperi sarà d’aver imparato la lezione racchiusa nei successi e negli insuccessi di Giolitti. Quanto alle tare e ai limiti di De Gasperi, conclude Spadolini, “le generazioni successive non sono riuscite non dico a colmare ma neanche a ridurre” questi e quelle.
    Conclusione amara, scritta al principio del 1980, nella raccolta su L’Italia dei laici, da uno storico e politico che è stato estimatore di Moro e continua la battaglia di La Malfa.
    Torna, così, lo Spadolini precoce collaboratore, fin dal primo fascicolo del febbraio ’49, del “Mondo” di Mario Pannunzio, il grande giornalista che, con Ernesto Rossi ed altri, flagellò tra i primi (ma su qualche punto era già stato preceduto dal partito d’azione) i mali di questa nostra Repubblica.


    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Spadolini storico

    Ho ricordato testé l’Italia dei laici. Ma vorrei dedicare quest’ultima parte della mia relazione allo Spadolini storico e memorialista insieme in quella linea che va da Cultura e politica all’Italia della ragione, che si concluderà appunto con l’Italia dei laici.
    La lettura degli scritti che Giovanni Spadolini ha dedicato alle massime figure del mondo laico è rinfrescante. L’altezza intellettuale e morale di Luigi Albertini, Francesco Ruffini, Luigi Einaudi, Gaetano Salvemini, Piero Gobetti, Luigi Salvatorelli, Carlo Sforza, Mario Pannunzio, Eugenio Montale, Ugo La Malfa, e delle altre personalità della cultura liberale e della politica democratica, che Spadolini ritrae con mano felice, pur nelle diversità che corrono fra loro, esercita ancora un fascino sicuro.
    Quegli uomini dovettero affrontare un tempo estremamente duro nel primo dopoguerra e, se non si spensero al suo esordio, o durante il suo corso, nel lungo ventennio della dittatura. Le difficoltà misero ciascuno davanti all’obbligo di dar la prova della fedeltà alle proprie idee. È oltremodo significativo il confronto che Spadolini fa fra due insigni giuristi: Francesco Scaduto e Francesco Ruffini. Il primo fu il maestro della nuova corrente giurisdizionalista, che intendeva definire il diritto ecclesiastico come un ramo del diritto pubblico interno e lo differenziava rigorosamente, anzi lo contrapponeva al diritto canonico, espressione della Chiesa, nei cui confronti lo Stato doveva difendere le sue prerogative. Il secondo continuava la linea di Cavour, in un’etica della tolleranza, della composizione di termini diversi od opposti nello spirito della libertà religiosa e della religione della libertà, che per lui, prima ancora che per il suo grande amico Benedetto Croce, non poteva non dirsi cristiana. Quando si giunse, nel 1929, ai Patti lateranensi, col Concordato, Scaduto, a malincuore, ma non tanto, votò a favore, Ruffini contro.
    Certo, gli uomini cambiano. Se non cambiassero, lo storico non avrebbe nulla da indagare. Nel profilo di Luigi Albertini, steso da Corrado Alvaro nel ’24 e che Spadolini ha riprodotto sulla “Nuova Antologia”, lo scrittore, dopo essere stato nella redazione del “Corriere della Sera” per due anni, traccia con spirito critico la traiettoria che il giornale percorse sotto la guida del suo severo direttore. Egli ne fece il quotidiano nazionale della borghesia italiana, ma non condivise le paure di molta borghesia. Fu sempre alla testa, mai alla coda, e soprattutto non al rimorchio dei violenti, dei prepotenti. Dopo l’assassinio di Matteotti, un socialista col quale i liberali s’erano spesso trovati in contrasto, Albertini, per dirla con Alvaro, pronunciò “le parole che si dicono ai popoli nei momenti più gravi”.
    Giornalista oltre che studioso di storia, Spadolini riferisce con legittimo compiacimento la confessione di Salvatorelli, che considerava il giornalismo indissolubilmente legato alle ricerche di storia contemporanea, e quella di Einaudi. Questi, salito al Quirinale, gli confidò che, posto di fronte alla scelta fra la presidenza della Repubblica e la direzione del “Corriere”, forse avrebbe optato per la seconda, a patto di avere tutti i poteri di cui Albertini disponeva. Il maggior giornalista del secondo dopoguerra, Mario Pannunzio, non riuscì, però, a far vivere a lungo il quotidiano “Risorgimento liberale”, che aveva pur diretto brillantemente. Diede la piena misura di se stesso nel settimanale “Il Mondo”.
    Dal passato Spadolini giunge rapidamente al presente, da Salvemini a La Malfa, attraverso il comune sforzo di elaborare e rinsaldare una posizione che non fosse né comunista, né democristiana. Perché la “terza forza”, alla quale vanno le simpatie di Spadolini, come del resto le mie, non ha preso tuttavia corpo? Perché lo stesso vecchio Salvemini, campione di laicità intransigente come pochi altri, preferì aspettare il rinsavimento dei socialisti, che aveva tanto sferzato, dei quali aveva sovente disperato, piuttosto che aderire al partito d’azione, nel quale militavano tutti i suoi discepoli e appoggiare, in seguito, il partito radicale oppure il partito repubblicano? Perché La Malfa medesimo non ha ritenuto opportuno varare un’alleanza laica?
    Mi sembra che la risposta sia embrionalmente anticipata nella conclusione dell’articolo, da Spadolini opportunamente riportato in Cultura e politica, che Gobetti scrisse per l’ultimo numero, uscito in data 8 novembre 1925, di “Rivoluzione liberale”, la cui soppressione era già stata decisa dal governo fascista. L’industria moderna, ammoniva Gobetti, “non si può sviluppare senza determinare un contemporaneo sviluppo delle forze del proletariato, e della sua capacità di difesa e di conquista. Questa è la chiave di tutta la storia europea futura”.
    Quali che fossero i propositi di Gobetti, la lezione delle cose ha dimostrato che se si produce un urto frontale fra borghesia e proletariato, una “terza forza” non trova sufficiente spazio. Il suo avvenire è legato non certo alla compressione autoritaria, sibbene al superamento democratico di quello scontro.
    E soffermiamoci un momento sull’Italia della ragione: un bel volume in cui i punti di riferimento costanti sono, come in Cultura e politica, le grandi figure della democrazia laica.
    Lo sforzo di Spadolini è teso verso la ricerca d’una sintesi fra gli insegnamenti, spesso divergenti, dei suoi maestri di idealità politiche. Lo studioso della storia del movimento cattolico che Spadolini è, non dimentica, naturalmente, i democratici cristiani, ben presenti anche nell’Italia della ragione, a cominciare da Alcide De Gasperi. La battuta più attuale, che Spadolini registra, è anzi di De Gasperi. “Non voglio essere”, gli disse il vecchio statista, “Kerenskij, ma neanche Dollfuss”.
    Per non finire come Kerenskij, travolto dall’insurrezione bolscevica, il capo della Democrazia cristiana estromise i comunisti dal governo, nel 1947. Per non diventare Dollfuss, lo sciagurato cancelliere austriaco che nel 1934 aveva sciolto d’autorità il partito socialdemocratico, facendo cannoneggiare i caseggiati operai costruiti dalla municipalità di Vienna, De Gasperi respinse le pressioni che si esercitavano su di lui affinché aprisse a destra e mettesse fuori legge il partito comunista.
    Perché, oltre trent’anni dopo, l’Italia, governata ancor sempre dal partito democratico cristiano, rischia molto più che mai di finire come la Russia di Kerenskij, se non come l’Austria di Dollfuss? A differenza dell’impero zarista, non ci troviamo, oggi, nel mezzo d’una guerra perduta e, a differenza degli austriaci, di 40 o 45 anni da, non dobbiamo affrontare un problema nazionale angoscioso come quello di lasciarsi annettere o meno da una grande Germania.
    Spadolini risale al primo dopoguerra. Egli ha visto negli archivi, e ristampa il testo delle intercettazioni telefoniche, ordinate dal ministero dell’Interno nel 1919-20, sulle conversazioni fra il direttore del “Corriere della Sera”, Luigi Albertini, e il corrispondente da Roma del suo giornale, Giovanni Amendola.
    Capo del governo era Francesco Saverio Nitti. Spadolini documenta l’inizio, nel 1894, dei rapporti d’amicizia fra Nitti, professore di scienza delle finanze che ha lanciato da poco la rivista “Riforma sociale”, e l’esordiente Albertini. Più tardi Nitti diventerà ministro in uno dei governi di Giolitti, che Albertini combatterà, giudicandolo troppo a sinistra.
    Nel ’19 Albertini stesso approverà, tuttavia, l’andata di Nitti, avversario come lui del nazionalismo imperialistico, alla presidenza del Consiglio. Amendola, eletto alla Camera in una lista vicina alle formazioni nittiane, parteggia ancora più risolutamente per Nitti.
    Nella primavera del ’20 Amendola e Albertini devono, però, constatare che il governo di Nitti è debole, impreparato di fronte alle violenze di piazza e agli scioperi nei servizi pubblici e di fronte alla sedizione militare nazionalistica rappresentata da D’Annunzio. Il governo più democratico che l’Italia abbia mai avuto naufraga sotto gli opposti attacchi dell’estrema sinistra e dell’estrema destra. Albertini, che gli è sempre stato avversario, deve invocare il ritorno del vecchio Giolitti. Questi rimetterà ordine, ma quando sulla scena pubblica avrà già fatto irruzione una nuova forza di disordine, il fascismo, di cui sia Giolitti, sia Albertini (ma non Amendola) sottovaluteranno inizialmente la pericolosità.
    Il dissidio, politico e personale, fra Nitti e Giolitti, Nitti e Bonomi, Giolitti e don Sturzo, insieme alla riluttanza dei socialisti ad assumersi le loro responsabilità, dissolverà la democrazia davanti all’assalto fascista.
    Fra il centrismo degasperiano e il centro-sinistra Spadolini rintraccia un legame, incarnato da Saragat e La Malfa, ma anche dalla volontà di De Gasperi di tenere la porta socchiusa, non nei confronti di Togliatti, come vuole una recente apologetica dei presunti antecedenti del “compromesso storico”, sibbene verso Nenni. Come mai il centro-sinistra è fallito, dopo aver destato tante speranze? Anche in questo caso le cause sono molteplici. Spadolini condivide giustamente l’analisi delle carenze di politica economica e degli errori di condotta sindacale che valse a La Malfa la denominazione di “Cassandra”.
    Il colpo di grazia, conclude Spadolini, lo ha dato la persistenza senza limiti delle agitazioni e dei tumulti scoppiati nel 1968, proprio quando il partito socialista, incautamente, si disimpegnava dal governo. La contestazione fu un fenomeno internazionale, ma in altri paesi, anche là dove, come in Francia, coi moti di maggio di quell’anno, si manifestò con maggiore ampiezza e potenza, durò incomparabilmente di meno. In Italia dura, senza interruzioni, da dieci anni. È un “maggio troppo lungo”, osserva Spadolini. Mente il paese è “malgovernato”, o “non governato addirittura”, lo “spontaneismo”, con le sue violenze, disgrega di nuovo la democrazia.
    Rimane la domanda che Giorgio Amendola, in una polemica che Spadolini riproduce, gli ha posto. Per qual motivo la democrazia laica non ha saputo esercitare una influenza adeguata, pur avendo preveduto alcuni dei mali che ci affliggono? I laici contano ancora, e non solo nei libri di storia, replica Spadolini. Per contare davvero, devono organizzarsi meglio.




    (...)
    Ultima modifica di Frescobaldi; 03-03-18 alle 17:21
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