L’Italia dei laici: è l’intera problematica della laicità italiana al centro dell’opera, che raccoglie scritti suggestivi non meno che suggestivi documenti inediti e sconosciuti o quasi.
Il più importante di essi è costituito dal diario che Guido De Ruggiero, l’insigne filosofo e storico del liberalismo, vergò nel 1944, quando era ministro per la Pubblica istruzione nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi dopo la liberazione di Roma.
De Ruggiero rappresentava il partito d’azione, noto per la sua intransigenza nei confronti della monarchia e di tutto il lascito del fascismo. Come risulta anche da queste pagine, De Ruggiero non era affatto pervaso dal furore giacobino che i nemici del partito d’azione gli attribuivano. Voleva defascistizzare la scuola, ma solo là dove essa era stata inquinata dalla dittatura. Gli premeva di ammodernarla, senza toglierle il carattere formativo e selettivo che deve avere nell’interesse, in primo luogo, dei meno abbienti, per i quali il sapere è lo strumento fondamentale dell’emancipazione. I ricchi possono studiare all’estero o ricorrere a precettori, addetti culturali e via dicendo. I poveri non possono contare che sulla propria intelligenza e sulla propria cultura.
Su come l’Italia uscì dall’isolamento in cui la guerra fascista, conclusasi con una disastrosa disfatta, l’aveva precipitata, sono di notevole interesse le annotazioni nell’Italia dei laici del diario inedito del duca Tommaso Gallarati Scotti, ambasciatore a Madrid, e poi a Londra, dal 1945 al ’51. Coi governi dei paesi vincitori l’Italia vinta dovette trattare in condizioni difficilissime. Nell’opinione pubblica delle nazioni democratiche l’antifascismo italiano si era invece fatto conoscere favorevolmente, sia per i suoi sacrifici e le sue lotte, culminate nella Resistenza, sia per il prestigio conquistato da alcuni intellettuali fuorusciti. Spiccavano fra di loro Carlo Sforza, Francesco Saverio Nitti, don Luigi Sturzo, Guglielmo Ferrero, Gaetano Salvemini, Ignazio Silone. Di quest’ultimi due Spadolini riporta degli scritti significativi: una lettera che Salvemini gli scrisse nel 1948, a proposito dei suoi studi di storia del Risorgimento e una testimonianza in cui Silone ripercorre il proprio itinerario spirituale.
Sono molte le figure della democrazia italiana, da Giuseppe Mazzini a Pietro Nenni e Ugo La Malfa, i due mazziniani per temperamento, per il resto tanto diversi fra di loro, eppure uniti in numerose battaglie per la repubblica e per la giustizia sociale, che Spadolini esamina nell’arco dei suoi saggi. Da Felice Cavallotti, che fece ancora in tempo a prendere le armi sotto Garibaldi e fondò poi il radicalismo politico, ancora repubblicano, ma abbastanza duttile per accettare il metodo parlamentare e da Giustino Fortunato, che sfatò la retorica risorgimentale per impostare nei suoi termini realistici la questione del Meridione, Spadolini passa, gradatamente, alla democrazia liberale dei Giovanni Giolitti, Giovanni Amendola, Luigi Salvatorelli e alla generazione, che ci è contemporanea, dei Mario Pannunzio, Aldo Garosci, Carlo Casalegno, Alberto Ronchey, Norberto Bobbio.
Non tutti i laici erano convinti della maturità della democrazia. Luigi Albertini polemizzò per decenni con quelli che considerava gli eccessi del democraticismo giolittiano. Nell’opposizione irriducibile alla dittatura fascista egli precedette, tuttavia, lo stesso Giolitti. Anche Benedetto Croce debuttò, in politica, da liberale non persuaso della bontà della democrazia egualitaria. Rivalutò l’esperimento democratico da storico e da antifascista.
In Arturo Carlo Jemolo troviamo la conciliazione di democrazia laica e spirito religioso. In Nino Valeri quella fra la volontà rivoluzionaria di Piero Gobetti, l’assertore d’una rivoluzione liberale e il riformismo di Giolitti e di Filippo Turati. Carlo Rosselli si caratterizza per la sua ricerca della sintesi fra liberalismo e socialismo.
Non furono tentativi eclettici. Le aristocrazie possono chiudersi in torri d’avorio. La democrazia è tale perché ha le porte aperte a tutti. In un sistema democratico i partiti possono alternarsi al governo, ma devon tener conto delle grandi masse degli elettori. Devono far coesistere, perciò, interessi sociali diversi. Dal momento che credeva nella proletarizzazione della società, Marx era coerente passando dalla democrazia alla prospettiva della dittatura di classe. La proletarizzazione da lui prevista cessò, peraltro, di verificarsi qualche decennio dopo la sua morte.
I ceti medi, lungi dallo scomparire, hanno ricominciato a moltiplicarsi. La loro egemonia sulle classi operaie e contadine non poteva, viceversa, durare in eterno. Potenzialmente, l’introduzione del suffragio universale, attuata da Giolitti nel 1913, faceva sì che l’Italia non potesse più essere governata da un liberalismo borghese. Salivano sulla scena il movimento operaio socialista e l’interclassismo cattolico.
Giolitti se ne rendeva conto, illudendosi però di poter conservare la direzione politica nelle mani del personale liberal-democratico, con concessioni fatte ora all’una ora all’altra delle due crescenti grosse forze di massa. Allorché non vi riuscì più, credette che l’incipiente fascismo, che combatté più tardi, quando ne scorse l’evoluzione dittatoriale, potesse costringere i socialisti ed i popolari cattolici ad essere ragionevoli.
Luigi Salvatorelli, l’acuto studioso di storia e coltissimo giornalista che Spadolini predilige, osservò che a Giolitti, al quale era stato vicino, ma con spirito critico, mancava il senso moderno del partito. Giovanni Amendola, con la collaborazione di Salvatorelli, che ne rinnoverà l’eredità al tempo della fondazione del partito d’azione, e di tanti altri intellettuali di alta levatura, cercò di fondare un robusto partito di democrazia laica, imperniato sui ceti medi. Lo sforzo sarebbe potuto riuscire nel 1924, poiché il movimento operaio, duramente battuto dallo squadrismo fascista, era disposto ad accordare ad un governo democratico-liberale il sostegno che nel 1920 gli aveva stoltamente rifiutato.
In realtà, non riuscì perché il fascismo aveva perduto solo per un attimo, all’indomani dell’assassinio di Matteotti, il consenso dei ceti medi e di quell’attimo fuggente i partiti democratici non osarono, o non seppero, approfittare. Nel 1925 Mussolini aveva già riconquistato la grande maggioranza delle classi medie e aveva cominciato a far breccia anche fra gli operai. L’appoggio dei contadini, nell’Italia settentrionale e centrale, non gli era mai venuto meno.
Da Amendola a Salvatorelli. Chi cercò di porre il problema nel secondo dopoguerra fu amico sia di Giolitti sia di Giovanni Amendola, Luigi Salvatorelli (e non a caso Spadolini ricerca i mediatori laici come Giolitti).
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