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Discussione: Spadolini storico

  1. #21
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    Predefinito Re: Spadolini storico

    L’Italia dei laici: è l’intera problematica della laicità italiana al centro dell’opera, che raccoglie scritti suggestivi non meno che suggestivi documenti inediti e sconosciuti o quasi.
    Il più importante di essi è costituito dal diario che Guido De Ruggiero, l’insigne filosofo e storico del liberalismo, vergò nel 1944, quando era ministro per la Pubblica istruzione nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi dopo la liberazione di Roma.
    De Ruggiero rappresentava il partito d’azione, noto per la sua intransigenza nei confronti della monarchia e di tutto il lascito del fascismo. Come risulta anche da queste pagine, De Ruggiero non era affatto pervaso dal furore giacobino che i nemici del partito d’azione gli attribuivano. Voleva defascistizzare la scuola, ma solo là dove essa era stata inquinata dalla dittatura. Gli premeva di ammodernarla, senza toglierle il carattere formativo e selettivo che deve avere nell’interesse, in primo luogo, dei meno abbienti, per i quali il sapere è lo strumento fondamentale dell’emancipazione. I ricchi possono studiare all’estero o ricorrere a precettori, addetti culturali e via dicendo. I poveri non possono contare che sulla propria intelligenza e sulla propria cultura.
    Su come l’Italia uscì dall’isolamento in cui la guerra fascista, conclusasi con una disastrosa disfatta, l’aveva precipitata, sono di notevole interesse le annotazioni nell’Italia dei laici del diario inedito del duca Tommaso Gallarati Scotti, ambasciatore a Madrid, e poi a Londra, dal 1945 al ’51. Coi governi dei paesi vincitori l’Italia vinta dovette trattare in condizioni difficilissime. Nell’opinione pubblica delle nazioni democratiche l’antifascismo italiano si era invece fatto conoscere favorevolmente, sia per i suoi sacrifici e le sue lotte, culminate nella Resistenza, sia per il prestigio conquistato da alcuni intellettuali fuorusciti. Spiccavano fra di loro Carlo Sforza, Francesco Saverio Nitti, don Luigi Sturzo, Guglielmo Ferrero, Gaetano Salvemini, Ignazio Silone. Di quest’ultimi due Spadolini riporta degli scritti significativi: una lettera che Salvemini gli scrisse nel 1948, a proposito dei suoi studi di storia del Risorgimento e una testimonianza in cui Silone ripercorre il proprio itinerario spirituale.
    Sono molte le figure della democrazia italiana, da Giuseppe Mazzini a Pietro Nenni e Ugo La Malfa, i due mazziniani per temperamento, per il resto tanto diversi fra di loro, eppure uniti in numerose battaglie per la repubblica e per la giustizia sociale, che Spadolini esamina nell’arco dei suoi saggi. Da Felice Cavallotti, che fece ancora in tempo a prendere le armi sotto Garibaldi e fondò poi il radicalismo politico, ancora repubblicano, ma abbastanza duttile per accettare il metodo parlamentare e da Giustino Fortunato, che sfatò la retorica risorgimentale per impostare nei suoi termini realistici la questione del Meridione, Spadolini passa, gradatamente, alla democrazia liberale dei Giovanni Giolitti, Giovanni Amendola, Luigi Salvatorelli e alla generazione, che ci è contemporanea, dei Mario Pannunzio, Aldo Garosci, Carlo Casalegno, Alberto Ronchey, Norberto Bobbio.
    Non tutti i laici erano convinti della maturità della democrazia. Luigi Albertini polemizzò per decenni con quelli che considerava gli eccessi del democraticismo giolittiano. Nell’opposizione irriducibile alla dittatura fascista egli precedette, tuttavia, lo stesso Giolitti. Anche Benedetto Croce debuttò, in politica, da liberale non persuaso della bontà della democrazia egualitaria. Rivalutò l’esperimento democratico da storico e da antifascista.
    In Arturo Carlo Jemolo troviamo la conciliazione di democrazia laica e spirito religioso. In Nino Valeri quella fra la volontà rivoluzionaria di Piero Gobetti, l’assertore d’una rivoluzione liberale e il riformismo di Giolitti e di Filippo Turati. Carlo Rosselli si caratterizza per la sua ricerca della sintesi fra liberalismo e socialismo.
    Non furono tentativi eclettici. Le aristocrazie possono chiudersi in torri d’avorio. La democrazia è tale perché ha le porte aperte a tutti. In un sistema democratico i partiti possono alternarsi al governo, ma devon tener conto delle grandi masse degli elettori. Devono far coesistere, perciò, interessi sociali diversi. Dal momento che credeva nella proletarizzazione della società, Marx era coerente passando dalla democrazia alla prospettiva della dittatura di classe. La proletarizzazione da lui prevista cessò, peraltro, di verificarsi qualche decennio dopo la sua morte.
    I ceti medi, lungi dallo scomparire, hanno ricominciato a moltiplicarsi. La loro egemonia sulle classi operaie e contadine non poteva, viceversa, durare in eterno. Potenzialmente, l’introduzione del suffragio universale, attuata da Giolitti nel 1913, faceva sì che l’Italia non potesse più essere governata da un liberalismo borghese. Salivano sulla scena il movimento operaio socialista e l’interclassismo cattolico.
    Giolitti se ne rendeva conto, illudendosi però di poter conservare la direzione politica nelle mani del personale liberal-democratico, con concessioni fatte ora all’una ora all’altra delle due crescenti grosse forze di massa. Allorché non vi riuscì più, credette che l’incipiente fascismo, che combatté più tardi, quando ne scorse l’evoluzione dittatoriale, potesse costringere i socialisti ed i popolari cattolici ad essere ragionevoli.
    Luigi Salvatorelli, l’acuto studioso di storia e coltissimo giornalista che Spadolini predilige, osservò che a Giolitti, al quale era stato vicino, ma con spirito critico, mancava il senso moderno del partito. Giovanni Amendola, con la collaborazione di Salvatorelli, che ne rinnoverà l’eredità al tempo della fondazione del partito d’azione, e di tanti altri intellettuali di alta levatura, cercò di fondare un robusto partito di democrazia laica, imperniato sui ceti medi. Lo sforzo sarebbe potuto riuscire nel 1924, poiché il movimento operaio, duramente battuto dallo squadrismo fascista, era disposto ad accordare ad un governo democratico-liberale il sostegno che nel 1920 gli aveva stoltamente rifiutato.
    In realtà, non riuscì perché il fascismo aveva perduto solo per un attimo, all’indomani dell’assassinio di Matteotti, il consenso dei ceti medi e di quell’attimo fuggente i partiti democratici non osarono, o non seppero, approfittare. Nel 1925 Mussolini aveva già riconquistato la grande maggioranza delle classi medie e aveva cominciato a far breccia anche fra gli operai. L’appoggio dei contadini, nell’Italia settentrionale e centrale, non gli era mai venuto meno.
    Da Amendola a Salvatorelli. Chi cercò di porre il problema nel secondo dopoguerra fu amico sia di Giolitti sia di Giovanni Amendola, Luigi Salvatorelli (e non a caso Spadolini ricerca i mediatori laici come Giolitti).


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  2. #22
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    Predefinito Re: Spadolini storico

    Luigi Salvatorelli aveva vinto ancora giovanissimo la cattedra di Storia del cristianesimo, in una delle grandi università italiane; e poi l’aveva lasciata perché rifiutava il cumulo, era l’uomo del pieno tempo, per assumere la condirezione della “Stampa” di Torino, giornale giolittiano per eccellenza. Cacciato dal fascismo dalla condirezione della “Stampa”, ed estromesso, come Albertini dal “Corriere della Sera”, caduto il fascismo, Salvatorelli avrebbe voluto riavere la cattedra, che non gli fu restituita. E così si rimise a fare il giornalista. Grande giornalista e naturalmente congeniale a Spadolini, perché colto storico, quindi giornalista modello come lui.
    Salvatorelli notava appunto i limiti di Giolitti in questa mancata costituzione di un partito democratico liberale, che fosse un vero, grosso partito: il tentativo di Amendola poteva riuscire? Con alcuni colleghi dell’Italia meridionale Amendola era presente nelle elezioni del 1924, con un movimento politico stroncato l’anno dopo dalla dittatura totalitaria. Quel tentativo lo riprenderà nel 1945 Salvatorelli, chiedendo la costituzione del partito della democrazia. Non riuscì neanche per lui per quanto vicino ad un uomo della direzione dal partito d’azione, Ugo La Malfa, che era un capo politico per eccellenza. Aveva persino il carattere carismatico che Salvatorelli, troppo uomo di studi, non aveva. Perché non riuscì? Perché tentò – non poteva fare diversamente, ma lo tentò – di fare il grande partito di democrazia laica attraverso la fusione degli elementi che a quella democrazia laica aspiravano, ma erano divisi in vari partiti: troppi.
    Io ebbi una polemica con lui, devo dire che in quella polemica Salvatorelli aveva ragione, direi al 95 per cento, mentre io avevo ragione al 5 per cento. Cioè prevedevo che questo modo di costruire il partito dall’alto non sarebbe riuscito, i partiti vanno, sventuratamente o fortunatamente, costruiti dal basso.
    Bisogna scendere fra le masse del popolo, La Malfa in quel momento era con Salvatorelli. Entrato nel partito repubblicano, capì immediatamente che il pregio di quel partito era di essere un piccolo partito di massa, che si era costruito sia pure solo in alcune regioni d’Italia, dal basso: nelle Romagne, in Lunigiana, nelle Marche e in tanti altri posti, aveva il suo piccolo consistente seguito di masse.
    Questo era un dato che Salvatorelli non valutava appieno, perché lui portava nel partito la tradizione di Giovanni Amendola, e gli uomini che avevano collaborato con Amendola erano uomini di grandissimo valore, Carlo Sforza, Ugo La Malfa, Adolfo Tino, Meuccio Ruini, Mario Berlinguer, Piero Calamandrei, Guido De Ruggiero, Alberto Cianca, Roberto De Ruggiero, il cugino giurista, Nello Rosselli, ucciso col fratello Carlo (non poteva naturalmente militare nel partito d’azione ma era di quell’ordine di idee), Salvatorelli stesso, Silvio Trentin, Mario Vinciguerra, sol che non erano capi di masse. Altri venivano dal partito repubblicano, come Oronzo Reale, Dino Roberto, altri ancora da formazioni vicine ad Amendola come Bauer e Parri. Salvatorelli apprezzava questi uomini, ma non valutava appieno che anche il successo relativamente effimero, in quel periodo, del partito d’azione, era dato dal fatto che aveva anche un filone dal basso non proprio, se volete, dalle masse popolari ma dalla massa della gioventù universitaria, il filone liberal-socialista che si era generato proprio dal basso, senza grandi maestri.
    Niente di quel socialismo liberale di Rosselli era conosciuto dai giovani – me lo raccontava Calogero, la persona più matura di quel movimento – ma si diffuse questa idea che, siccome il fascismo aveva negato il liberalismo e socialismo, bisognava fonderli per essere antifascisti e questi erano giovani venuti dalle organizzazioni universitarie fasciste, ed avevano scoperto da soli l’oppressività ed il provincialismo culturali della dittatura.
    Il partito repubblicano, questo elemento di costruzione dal basso in realtà l’aveva sempre avuto, ma non bastava e non basta. Tuttavia La Malfa ha sempre esitato, e questo spiega tante sue polemiche con quelli che gli chiedevano di formare immediatamente un’alleanza laica, come sulla carta sarebbe logico, alla vigilia di qualsiasi elezione. Egli rispondeva sempre: “Non vorrei perdere in questa alleanza il legame popolare, sia pure di sottili strati di massa che il partito repubblicano ha accumulato durante un secolo di sua storia”: ed è quello che Spadolini nel libro ci racconta.
    Ecco dunque il punto: come si fa ad unificare le forze della democrazia liberale laica che possano essere mediatrici fra il mondo operaio e socialista e il mondo cattolico, ma mediatrici robuste, perché i mediatori che non hanno la forza non vengono presi in considerazione (e Spadolini non lo dimentica mai).
    Si parlava prima degli Stati Uniti, nella situazione mondiale; gli europei si propongono come mediatori: ma allora devono essere forti, altrimenti non vengono presi in considerazione. Ma anche in politica interna non vengono presi in considerazione se sono deboli. Quindi come si fa ad acquistare questa forza organizzata, fondendo uomini di concezione affine ma senza sacrificare quel legame, quelle radici con alcuni strati popolari che possono avere: è il problema che rende difficile la terza forza.
    Tuttavia, il problema in qualche modo è stato risolto dai protagonisti dell’Italia dei laici ed è il tema che domina l’impegno civile e politico di Giovanni Spadolini. Pensiero ed azione nel Risorgimento è il titolo, di ispirazione mazziniana, di un libro di Salvatorelli, uno dei più belli, quello di maggior diffusione alla vigilia della caduta del fascismo, edito presso Einaudi, e che circolò pubblicamente.
    Mi ricordo che, tornato in Italia per partecipare alla resistenza (nell’ottobre del ’43 dall’esilio), mi diedero subito questo libro, me lo diede un’altra figura di questo volume, Mario Vinciguerra (uscito da molti anni di carcere, lui liberale monarchico, convertitosi al partito d’azione, anzi aveva coniato lui il nome del partito d’azione), dicendomi: “ecco il nostro programma”. (Purtroppo quel programma era solo una sintesi storica del Risorgimento, pensiero ed azione dopo il Risorgimento; pensiero ed azione dopo la caduta del fascismo, questo Salvatorelli non lo poteva scrivere nel 1940-1942, e oggi potremmo scriverlo su questi trentacinque anni, e credo varrebbe la pena che lo si scrivesse.) Questi trentacinque anni ci permettono già un esame storico. Possiamo dire alcune cose. Io metterei, se avessi il tempo di scriverne, al centro che mentre la società ha fatto grandi passi in avanti in questi anni, lo Stato, che volevamo rafforzare passando dalla monarchia alla repubblica, negli ultimi tempi si è indebolito. Ecco, la dialettica di questi trentacinque anni. Grandi progressi sociali, ma pericoloso, starei per dire pernicioso, indebolimento dello Stato.
    Il futuro non lo so, però mi pare che il viatico di Spadolini sia: meditando ed agendo. Questo è il viatico che Spadolini ci dà, meditando ed agendo, da scrittore e politico insieme. È l’invito che ci nasce dall’Italia dei laici che si presenta nella veste suggestiva, e anche nel contenuto suggestivo e anticipatore.


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    Predefinito Re: Spadolini storico

    Con l’avvento della repubblica, nel 1946, le divisioni fra liberali e democratici laici si attenuavano, ma non scomparivano. Si accresceva, comunque, la necessità della collaborazione col movimento operaio, che non si rassegnava più all’altrui egemonia. La democrazia laica non aveva, nei sindacati, quelle radici che, oltre ai comunisti e ai socialisti, la Democrazia cristiana medesima possedeva. Questo problema travagliò Ugo La Malfa e spiega buona parte delle sue prese di posizione politiche e sociali. È un problema tuttora insoluto. Ne dipende l’avvenire non solo dei laici, bensì di tutto lo svolgimento democratico italiano.
    A proposito di Moro e La Malfa. Mi tornano in mente certe pagine appassionate di Spadolini, raccolte nel suo Diario di un anno di vita italiana, marzo 1978-marzo 1979, quasi tutte anticipate sulla “Nuova Antologia”. Trattare o non trattare per Moro con le BR? Con l’obiettività che lo distingue Spadolini riconosce che la decisione risolutiva venne dal partito al quale, in considerazione degli angosciosi e drammatici appelli di Moro, dalla sua mortale prigione, gli rivolgeva, era più difficile prenderla. Toccò alla Democrazia cristiana, che aveva anche allora la direzione del governo, assumersi le supreme responsabilità. Quella volta ebbe il coraggio di assumersele, nonostante il dolore che i suoi dirigenti non potevano non sentire per la tragedia di Moro e la consapevolezza, che non potevano non avere, di come il luttuoso epilogo sarebbe stato sfruttato dai più cinici dei loro avversari.
    Spadolini conosceva Moro da lunga data e, prima da direttore di quotidiani, poi da senatore, e da ministro nell’ultimo suo governo, lo vide sovente. Il ritratto che ne fa è assai affettuoso, ma del tutto credibile. Moro aveva la lungimiranza dell’autentico uomo di Stato, benché, aggiungo io, non avesse tutta l’energia spietata e le attitudini amministrative che in tempi così difficili sarebbero state indispensabili.
    Aveva in mente un disegno politico che corrispondeva all’evoluzione in atto nella società italiana. Non era il compromesso storico, che scartava, pur ammettendo la possibilità di un governo di solidarietà nazionale in caso di estrema (ovviamente non desiderata) emergenza. Caldeggiava, come disse nel discorso che il 2 dicembre 1974, riprendendo le redini del ministero, pronunciò in Parlamento (e che Spadolini ha fatto bene a riprodurre), l’attento e costruttivo confronto con le proposte e gli emendamenti del partito comunista, ancora schierato all’opposizione.
    Questa strategia dell’attenzione non gli impediva di difendere i propri convincimenti. In polemica anche coi comunisti, chiedeva, purtroppo invano, nello stesso discorso, “nuovi strumenti legislativi” nei confronti della criminalità politica e comune. Sin dal 1968-69, come Spadolini testimonia, Moro aveva espresso la sua stima a chi denunciava, inascoltato, la crescita pericolosa delle violenze organizzate di estrema sinistra, accanto a quelle di estrema destra. Lo smantellamento precipitoso dei servizi segreti, effettuato senza la loro immediata ricostituzione, fu deplorato da Moro.
    La Malfa, vice-presidente del Consiglio nel governo che Moro presiedette dalla fine del ’74 al principio del ’76, è colto da Spadolini nel suo strenuo sforzo di evitare la bancarotta finanziaria dell’Italia e di restituire al paese le condizioni del rigoglio, insensatamente sperperate, negli anni precedenti, con anacronistici ideologismi, malamente rinverditi di contestazione giovanile, con rivendicazioni sindacali eccessive, col dilagare della spesa pubblica improduttiva. Lo chiamarono Cassandra, ma i fatti hanno confermato le sue pessimistiche previsioni.
    I partiti di sinistra ed i sindacati, che hanno respinto la proposta di La Malfa di combattere l’inflazione con una politica dei redditi, dovrebbero rimproverare a se stessi se la programmazione è rimasta sulla carta e gli investimenti, specie nel Meridione, in parte sono venuti meno, in parte sono naufragati su insopportabili gonfiamenti dei costi.


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  4. #24
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    Predefinito Re: Spadolini storico

    L’inflazione, in cui i ceti agevolati riponevano le loro speranze, li ha delusi, com’era prevedibile. Si è sviluppata l’economia sommersa, per i motivi percepiti da La Malfa. Il capitalismo, ben più che un’ideologia sistematica, è uno strumento economico, che può essere usato da chiunque sappia usarlo: così da imprenditori inizialmente minuscoli, venuti dalla gavetta. Avrebbero potuto servirsene anche i programmatori, nell’interesse della collettività nazionale. La Malfa, svolgeva, ed ammodernava, in proposito, le intuizioni del presidente Roosevelt, alla cui opera aveva guardato già negli anni ’30.
    De Gasperi e La Malfa, Moro e La Malfa: il meglio della Democrazia cristiana ed il meglio della laicità. È un’intesa che Spadolini ha costantemente propugnato. Quale avvenire essa abbia, non può dirlo lo studioso di storia.
    Una cosa è certa: i mali della Repubblica sono gravi. Il ritorno non è mai il ripristino, per definizione impossibile, del passato, inteso come occasioni che furono. Furono e, se non vennero colte, non esistono più o non tal quali. I mali non risanati continuano ad aggravarsi e le terapie diventano molto più difficili di quelle che un tempo sarebbero bastate. Nuove e diverse occasioni possono, però, sorgere. La vita è perenne lotta, come tutti gli autori cari a Spadolini, da Croce ad Einaudi, da Salvemini a Gobetti, non si sono stancati di ripetere.
    “Il fascismo”, ricorda quasi di passaggio Spadolini, fu – come Gobetti affermava – “l’esplosione della volontà intransigente di alcune minoranze irregolari di contro alla volontà transigente e accomodante delle maggioranze parlamentari” intimamente divise; fu altresì, come Giolitti ammoniva, “il trionfo della piazza su Montecitorio” bizantina e partitocratica.
    Ma non sempre le crisi si risolvono in catastrofi. La crisi del trasformismo – fenomeno dapprima inevitabile, dato che la scomunica vaticana dello Stato unitario e la situazione economico-sociale dell’Italia impedivano la nascita d’un grande partito conservatore e d’un grande partito riformatore – fu superata, come s’è detto, dopo le burrasche di fine secolo, coi progressi dell’età giolittiana prebellica.
    La crisi post-bellica fu superata, purtroppo, col fascismo. Non ci è dato sapere come sarà superata quella odierna, ma non dobbiamo dare per perduta la partita prima che lo sia. Questo è il senso dell’attuale azione politica di Spadolini.
    Le nobili personalità, fortunate o sfortunate che fossero, dell’Italia dei laici – dei quali Spadolini traccia tanti suggestivi profili – ci confermano che, nella buona come nella cattiva sorte, è sempre esistita la lamalfiana “altra Italia”. Essa ci invita, ribadisce Spadolini, da storico oltre che da politico, “a ragionare con la nostra testa, e non piegare mai ai miti dell’ora”. E se mi chiedeste quali sono, attualmente, i miti ai quali non dobbiamo piegarci, direi che sono quelli che hanno indebolito, e quasi distrutto, l’autorità dello Stato, proprio quando esso era diventato democratico.
    La storia contemporanea ha questo senso: incessante esame di coscienza per comprendere quel che dei valori dei nostri padri vive ancora in noi e renderci conto se e come possiamo tramandarli – non quali riti da osservare e riverire, bensì quali stimoli critici - ai nostri figli e ai figli dei nostri figli.


    Leo Valiani


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