Da G. Ascheri, “Giovanni Spadolini prima presidenza laica”, Editalia, Roma 1988.
La storia come autobiografia
La casa di Pian dei Giullari, costruita all’inizio degli anni Sessanta – su progetto del fratello architetto, il maggiore, Pierluigi (Giovanni è l’ultimo dei tre, nati dal ’22 al ’25, con Paolo nel mezzo) – su di un poggio popolato da antichi cipressi, doveva essere nel sogno di Spadolini la “casa dei libri”. La biblioteca di via Cavour a Firenze e quella della vecchia villa di famiglia a Pian dei Giullari avrebbero dovuto unificarsi nella nuova costruzione eretta a centro metri di distanza. Ma – e Spadolini lo considera un vero e proprio fallimento – ciò non era stato possibile per l’enorme crescita dei volumi. Sicché a via Cavour rimangono i quindicimila volumi, “i più remoti, i più rari, l’Enciclopédie, la Civiltà Cattolica, il fondo Chiesa-Stato, il fondo illuministico e risorgimentale” e a Pian dei Giullari “tutta l’età contemporanea, tutta la ‘Pléjade’, tutti i moderni, tutto Gobetti, tutte le riviste, dalla Nuova Antologia alla Rivoluzione liberale”.
“Una casa incompiuta – conclude Spadolini – per una vita laicamente ispirata al motto, che fu dei fiorentini del Rinascimento: che la storia è sempre, e comunque, incompiuta”[1].
Scrivere di Spadolini non è facile, neppure nei termini in cui lo stiamo facendo – che non è di biografia nel senso tradizionale – perché su di sé e le cose importanti che lo riguardano non solo hanno già scritto in tanti e autorevoli, ma ha soprattutto scritto lui e, sovente, in modo impareggiabile. Se esistesse un editor del talento di Leo Longanesi, una biografia – e che biografia! – di Spadolini la ricaverebbe dalla sua stessa opera usando soltanto forbici e colla. Per l’idea che di Spadolini ci siamo fatta, siamo convinti ch’egli coltivi fra i suoi sogni anche quello che fra cinquanta, cento anni esca un Ansaldo, un Ansaldo più di un Maurois o di un Romeo, a raccontare la sua “buona vita”. Una vita tutta pubblica, puntualmente “registrata” dell’interessato anche nei particolari apparentemente insignificanti.
Uno di questi, tuttavia, indicativo del suo carattere e senz’altro gustoso, ce lo rivela egli stesso, raccontando delle sue ricerche, oltre trent’anni fa, nella biblioteca della Civiltà cattolica in via Ripetta: “Occorreva – scrive – copiare tutto, a mano. La mia calligrafia, già allora era così rapida e nervosa che talvolta non riuscivo a decifrare quello che avevo trascritto sotto l’impeto dell’impazienza”[2].
Chi l’avrebbe detto! Abbiamo sempre creduto che la sua calligrafia fosse indecifrabile soltanto per gli altri. Non è facile orientarsi e orientare i lettori nella vasta bibliografia spadoliniana. Tra gli altri l’hanno fatto – e da par loro – Jemolo e Leo Valiani. Entrambi in modo ordinato, indicando per ciascuna opera gli ascendenti, i discendenti e le relative fusioni con l’opera successiva secondo quel criterio di completezza dei riferimenti – date, edizioni, e così via – che è parte essenziale dell’attività dello storico.
Jemolo procede in forma più stringata soltanto per rilevare la coerenza del pensiero di Spadolini, una coerenza che lascia poco spazio a mutamenti di giudizio, “… perché l’uomo ha idee ed affetti costanti, una forma mentis che non subisce facilmente alterazioni. Il suo costante desiderio – scrive – è di approfondire, scovare, trovare dettagli non inutili, ma che meglio mostrino l’uomo che intende farci conoscere. È la ricerca delle contrapposizioni, degli amici-nemici, delle amicizie difficili, fra persone che molto si stimano, molto si amano, ma hanno mentalità diverse, come l’amicizia fra Croce e Omodeo, o precisare ciò che divideva, non permetteva di collaborare, a uomini come Giolitti e Salvemini, Giolitti e Turati”.
Com’è nel suo stile Jemolo trae, quindi, una morale in particolar modo dall’ultimo periodo dell’opera spadoliniana, “che potrebbe dirsi riassuntiva”, gli scritti L’Italia della ragione e L’Italia dei laici ai quali vorrebbe fosse aggiunto il sottotitolo “Confortatorio per gli italiani d’oggi” per ricordare che non ai tempi di Omero e di Valmichi, ma nel nostro secolo, hanno imperato, occupato cariche di governo, diretto l’opinione pubblica, realizzato riforme sociali, dato avvio alla storia nazionale, uomini della ragione, non dell’istinto, e neppure del sogno e dell’utopia. “E per mio conto – conclude Jemolo – dopo lette queste pagine soggiungerei di chiedersi: gli italiani nella grande maggioranza desiderano davvero il buon governo, o non arride ai più di loro l’ideale di una Italia matriarcale, che non faccia i conti, che aiuti chi è caduto senza starsi a chiedere se sia stato per propria o per altrui colpa: la vecchia Italia del principe (oggi sostituito da strette cerchie) munifico, che apre le porte al letterato, all’artista, all’attore ch’egli preferisce, convincendo con i mezzi di comunicazione di cui dispone ch’è il migliore, mentre resta escluso l’isolato, quegli che s’impegna, ma non chiede?...”[3].
Leo Valiani attraverso l’analisi dell’opera compone un vero e proprio saggio in cui vengono messi in risalto le doti e i meriti culturali e politici di Spadolini fino a configurarne una biografia intellettuale – la prima del genere – che comprende anche gli avvenimenti recenti: dal centrismo al centro-sinistra, l’esperienza della collaborazione fra cattolici e socialisti esaminata sul filo della riscoperta spadoliniana di Giolitti. Al pari di Jemolo, Valiani coglie e rivela in termini più espliciti il fondamento etico-politico dell’opera di Spadolini storico “nel significato più alto del termine”.
“Per dirla con le sue stesse parole – aggiunge – egli crede nella ‘continua incidenza e influenza della vita spirituale nella vita politica’ nei periodi in cui le nazioni salgono e constata la loro temporanea o durevole decadenza quando la vita politica non riceve o non è pronta a ricevere il soffio della spiritualità e, insomma, di una cultura autentica, non strumentalizzata.
“È, se si vuole, - scrive ancora Valiani -, un’impostazione che risente di Croce, ma, nel mentre Spadolini riconosce la grandezza del magistero storico e morale di Croce, non pochi degli argomenti che affronta, da studioso, sono proprio quelli trascurati da Croce: il problema sociale del Risorgimento, i partiti di estrema sinistra radicale e repubblicano del post-Risorgimento, i cattolici intransigenti, la scienza politica contemporanea e via dicendo”[4] .
La fortuna di Spadolini “storico della politica” poggia principalmente su quattro solidi pilastri: Il Papato socialista, L’opposizione cattolica – momento, tra l’altro, della conquista della cattedra di storia contemporanea -, Giolitti e i cattolici, che si completerà in Giolitti: un’epoca, il “libro dei miei sessant’anni”, come egli l’ha definito, e Il Tevere più largo, “compendio della mia esperienza di scrittore politico fusa al contatto con l’indagine storica, (…) il libro, non a caso, degli anni giovannei”.
Precisiamo subito che si tratta di una fortuna “isolata”, rispetto alle altre che successivamente e puntualmente accompagneranno le opere di Spadolini. Ed è questa la prima ragione per la quale vengono qui raggruppate, rompendo lo schema tradizionale, a cui, da Jemolo a Valiani, tutti si sono rigorosamente attenuti. Il titolo di ciascun libro era diventato immediatamente una locuzione corrente della pubblicistica specializzata e giornalistica; rispetto alla conoscenza dei testi, nonostante le numerose edizioni, per l’esigenza che, ancora fino a qualche anno fa, aveva il politico di mostrarsi colto, la nozione dei titoli si era diffusa largamente, radicandosi nel linguaggio della politica. Il Papato socialista, per esempio, veniva citato con disinvolta approssimazione, se non addirittura a sproposito. La seconda ragione è che i primi tre libri nascevano tutti da una serie di articoli pubblicati sul Mondo pannunziano sempre nel 1949.
(...)
[1] G. SPADOLINI, Bloc-notes 1984-1986, Milano 1987, p. 245.
[2] Id., p. 21.
[3] Spadolini storico, a cura di L. Lotti, con pref. di A. C. Jemolo, Firenze 1980, pp. V, XI, XVI.
[4] Spadolini storico e uomo di governo, a cura di C. Ceccuti, con pref. di L. Valiani, Firenze 1985, pp. 2-10.





Rispondi Citando