La striscia di Gaza e Hamas
pubblicato il 2 gennaio 2009 alle 110 dallo stesso autore -
L’offensiva israeliana di fine anno ha scatenato la prevedibile gara a stabilire chi siano i buoni e chi i cattivi. Esito scontato, ma forse lo è meno ripetere (e ripetersi) alcune cose che bisognerebbe sapere prima di aprire bocca. Poi, ognuno valuti da sé.
Ci sono situazioni drammatiche che si protraggono per decenni nel silenzio assoluto, salvo ricordarsene quando le bombe risvegliano l’interesse dei media: allora è il momento dei commenti e delle prese di posizione. Spesso espressi senza alcuna cognizione di causa. L’ennesima dimostrazione viene dai recenti e gravi fatti di Gaza: televisioni, giornali e web pullulano di considerazioni e affermazioni di ogni tipo, spesso talmente astruse che vien da sospettare che chi le propone non sappia nemmeno dove si trovi la “Striscia di Gaza” sulla cartina geografica. Facciamo un esempio pratico. Prendiamo questa notizia su ADNKronos del 24 dicembre 2008: “Israele ha cancellato la prevista riapertura della Striscia di Gaza ai convogli umanitari in seguito ai nuovi attacchi con razzi (solo fra ieri e questa mattina ne sono stati lanciati almeno 12). Un portavoce del ministero della difesa ha spiegato che il convoglio con prodotti alimentari e medicine organizzato da ONG non sara’ autorizzato a entrare a Gaza nelle prossime ore, come era stato invece previsto“. A leggere la notizia, uno pensa che Israele abbia il totale controllo di tutti i confini della Striscia, per potersi permettere di aprirli e chiuderli a piacimento. E questo è ciò che si legge un po’ ovunque. Eppure la Striscia confina anche con l’Egitto: perché gli aiuti umanitari non passano di lì? Tanto dovrebbe bastare a sollevare il dubbio che forse la questione è un po’ più complessa di quanto non appaia. Allora, senza alcuna pretesa di esprimere giudizi in favore di uno schieramento (Israele ha tutto il diritto di difendersi nei modi che ritiene) o dell’altro (i palestinesi hanno tutto il diritto di difendersi nei modi che ritengono) proviamo a capire di cosa si sta parlando.
LA STRISCIA DI GAZA – E’ un lembo di territorio, una specie di rettangolo con un’area di 360 km quadrati: per un lato lungo si affaccia sul Mar Mediterraneo, per un lato corto confina con l’Egitto e per gli altri due confina con Israele. Ci vivono quasi un milione e mezzo di persone, per lo più palestinesi di lingua araba. Nel piano di ripartizione messo a punto dall’ONU nel 1947, la Palestina era suddivisa in due stati: uno Arabo e uno Ebreo. La Striscia di Gaza era parte di quello Arabo. Come purtroppo ben sappiamo, questa suddivisione “cartacea” non si tradusse mai in pratica, travolta dai conflitti arabo-israeliani che divamparono fin da subito. Un primo armistizio tra Egitto e Israele nel 1949, assegnò la zona al controllo egiziano: l’Egitto occupò quel lembo di territorio fino al 1967, quando le truppe israeliane la conquistarono nel corso della Guerra dei Sei Giorni. L’occupazione israeliana durò fino al 1994 quando, in seguito agli Accordi di Oslo, fu avviata la transizione della Striscia dal controllo israeliano a quello della locale Autorità Palestinese (lasciando però ad Israele il controllo dello spazio aereo e marittimo). Il trasferimento fu effettivamente completato solo nel 2005 quando anche il controllo della fascia di confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto fu trasferito agli egiziani e ai palestinesi (ciascuno, ovviamente, per il proprio lato). Quel tratto di confine era protetto da una vera e propria barriera eretta dagli israeliani, e l’unico valico ufficiale era quello presso la città di Rafah. Gli egiziani, dal canto loro, avevano chiuso il confine nel 2007, quando, dopo una intensa guerra civile, il controllo effettivo della Striscia è stato preso da Hamas, un acronimo che sta per Movimento per la Resistenza Islamica. Il confine è stato riaperto solo per consentire l’afflusso di aiuti umanitari in conseguenza dei recenti attacchi aerei israeliani.
COS’E’ HAMAS – E’ un’organizzazione politica e paramilitare, diretta espressione della “Fratellanza Musulmana“, una corrente fondamentalista islamica nata in Egitto come movimento pacifico e trasformatasi in culla del terrorismo islamico moderno. Hamas è considerata una vera e propria organizzazione terroristica da numerosi paesi del mondo, tra cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Hamas non piace nemmeno agli egiziani: la sua presenza è la ragione principale per cui l’Egitto ha chiuso (o quantomeno ha provato a chiudere) il valico di Rafah. L’articolo 7 dello Statuto di Hamas dichiara che lo scopo del movimento è quello di realizzare la promessa di Allah: uccidere tutti gli ebrei. L’articolo 8 inneggia alla Jihad e alla morte in nome di Allah. L’articolo 9 pone come obiettivo fondamentale la realizzazione dello Stato Islamico, di modo che “ogni persona e ogni cosa torni al suo giusto posto“.
I RAZZI QASSAM – Hamas ha colpito Israele in numerose circostanze e con svariati mezzi: dalle azioni di guerriglia agli attacchi con razzi anticarro, ordigni esplosivi e colpi di mortai, nonché con attentati suicidi. Negli anni più recenti, però, lo strumento di attacco più “famoso” è rappresentato dai cosiddetti “Razzi Qassam“. Con questo termine si indicano un po’ tutti i razzi a tiro “indiretto” che i militanti di Hamas scagliano contro obiettivi israeliani, da postazioni situate nella Striscia di Gaza e nei territori palestinesi nella Cisgiordania (area confinante con la Giordania). In realtà si tratta di vari ordigni, dai tipi più rudimentali a quelli più sofisticati. I primi razzi Qassam erano costruiti artigianalmente, avevano una gittata di pochissimi chilometri e trasportavano circa mezzo chilogrammo di esplosivo. Successivamente sono apparsi ordigni più potenti e sofisticati, ottenuti adattando ordigni normalmente utilizzati nei lanciarazzi di progettazione russa: i Grad possono trasportare 18 kg di esplosivo fino a 20 km di distanza e con una discreta precisione. Da ultimo sono stati utilizzati ordigni del tutto identici ai razzi Oghab di produzione iraniana, con una portata di varie decine di chilometri e una testata di 70 kg di alto esplosivo. Queste e altre considerazioni tecniche portano a ritenere che i razzi Qassam o i loro componenti siano di provenienza iraniana. Dalla loro prima apparizione, nel 2002, ne sono stati lanciati a migliaia con un bilancio relativamente modesto: una quindicina di morti e danni generalmente limitati. L’efficacia di queste armi, infatti, non sta tanto nella loro capacità distruttiva quanto nell’impatto psicologico che determinano. Nessuno può vivere e lavorare normalmente in una città esposta alla minaccia di razzi che possono cadere ed esplodere in qualsiasi momento e in qualsiasi posto: in casa, per strada, nelle scuole, sul posto di lavoro. I razzi si possono trasportare e assemblare con la massima facilità, e per lanciarli basta posizionarli su una qualsiasi rampa di fortuna. Progettare e predisporre un sistema in grado di intercettare questo tipo di armi e proteggere vaste aree popolate richiede investimenti notevoli e anche se Israele si sta muovendo in questa direzione è difficile che possa ottenere risultati davvero efficaci.
LE VITTIME – I dati raccolti dal Centro B’Tselem, che si batte contro la violazione dei diritti umani nei territori occupati da Israele, mostrano che dal settembre del 2000 al novembre del 2008 sono stati uccisi quasi 5.000 palestinesi dalle forze di sicurezza israeliane. Di questi, oltre 2.200 erano sicuramente vittime civili non combattenti. Ma i palestinesi non muoiono solo per mano israeliana: non hanno vita facile nemmeno in Egitto e in Giordania, quasi 600 sono morti – nello stesso periodo – nel corso di scontri fra fazioni interne, e anche la comunità palestinese residente in Iraq ha registrato centinaia di vittime per mano delle fazioni sciite, secondo le stime di Amnesty International. Dal canto loro, sempre dal settembre del 2000, gli israeliani hanno subito circa 1.200 vittime, quasi la metà delle quali civili, per mano palestinese. Se si considera che grosso modo la popolazione palestinese e quella ebrea nell’area si equivalgono (tenuto conto che circa il 20 % dei cittadini israeliani non sono ebrei ma arabi, buona parte dei quali palestinesi, un dato che molti ignorano o fingono di ignorare) è evidente che non siamo in presenza di ordini di grandezza differenti, quanto a sangue versato. Chi vede o descrive un conflitto a senso unico, sbaglia.
UNA PACE IMPOSSIBILE? – Quando si parla della questione palestinese, l’errore più comune è quello di partire da posizioni pregiudiziali: Tizio ha ragione, Caio ha torto. Nessuna pace si può costruire su pregiudizi che affondano le proprie radici su una storia passata contorta e sanguinosa, impregnata dalle logiche della guerra fredda. Basta uno sguardo alle cartine geografiche, ai primi progetti messi a punto dall’ONU, persino all’attuale distribuzione demografica dei cittadini israeliani, per capire che la coesistenza pacifica di uno stato ebreo e di uno stato palestinese in quella regione non è impossibile, specialmente se anche gli altri stati confinanti (Egitto, Giordania, Siria) e la Comunità Internazionale fanno la loro parte. Si ha la netta sensazione, però, che l’idea stessa di una pace tra ebrei e palestinesi piaccia a pochi, se non a nessuno. E quindi il problema vero non è quello di come realizzare la pace, ma di volerla sul serio. Finché i soggetti che hanno il potere di costruire la pace, non hanno intenzione né interesse a farlo, la pace resterà un’utopia. Ma qui il discorso si inerpica su un terreno che si allontana troppo dagli scopi di questo articolo, che ha voluto solo fornire brevi spunti di approfondimento su aspetti molto chiacchierati e ben poco conosciuti.
http://www.giornalettismo.com/archiv...-gaza-e-hamas/


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