
Originariamente Scritto da
Gastida
Un uomo viene schiacciato a terra, e una mano armata di coltello gli taglia con un colpo solo un pezzo di orecchio e cerca di infilarglielo in bocca. La vittima prova a sputarlo, fuori campo si sentono risa. Un altro video mostra un uomo con la testa fasciata come un uovo di Pasqua, il sangue che gli inzuppa la maglietta dal lato destro, e l’interrogatore gli intima di rispondere perché «ti è rimasto ancora un orecchio». Poche ore dopo che il video ha sconvolto il segmento russo di Internet, il canale Telegram di TopaZ, al secolo Evgeny Rasskazov, un militante del gruppo neonazista “Rusich”, ha messo all’asta il coltello «tagliaorecchio» insanguinato, sostenendo che a tenerlo è la mano di un suo follower, e promettendo di versare parte dei soldi ricavati – attualmente tre mila euro, ma il tetto massimo dell’offerta è di 100 mila – in beneficenza per le vittime della strage nel centro Crokus-City.
Il giorno dopo la strage nel teatro, mentre si contano ancora – a decine – i corpi non identificati, e le domande sono più numerose delle risposte, le autorità russe decidono di placare la paura dei russi mostrando i volti insanguinati dei probabili attentatori. Esibire le facce degli arrestati con evidenti segni di pestaggi è una consuetudine dei programmi di cronaca nera, ma il taglio dell’orecchio è qualcosa di inedito, che esce direttamente dalle leggende oscure della guerra. A torturare l’arrestato sono uomini in uniforme, forse agenti russi, forse ceceni del battaglione Ahmat, il corpo scelto di Ramzan Kadyrov. È una strana alleanza, quella tra i musulmani ceceni, i suprematisti bianchi russi e i reparti d’assalto dei servizi russi, ma sembra che l’operazione per catturare i quattro sospetti terroristi in fuga abbia coinvolto decine di uomini (più i bielorussi che vantano di aver contribuito a bloccare la cellula). È una vittoria che ha molti padri, e quattro volti (anche se la Bbc sostiene che almeno altri due attentatori sarebbero morti dentro il Crokus, e di essere in possesso del documento di uno di loro), pesti, insanguinati, terrorizzati, dei tagiki che confessano di essere stati reclutati dall’Isis per uccidere il maggior numero di russi nel minor tempo possibile.
Le lunghe ore di attesa per una dichiarazione di Vladimir Putin erano state verosimilmente dedicate dal Cremlino a scegliere dove dirigere l’odio che si sarebbe potuto distillare dalla carica di paura e rabbia che Mosca sta provando. La pista ucraina – con il presidente russo che accusa Kyiv di aver «preparato una finestra al confine» per fare fuggire gli attentatori – era una scelta quasi scontata, già anticipata da propagandisti altolocati. Ma anche se Putin sta attento a indicare gli ucraini – almeno per ora – come solo dei complici di «terroristi che non hanno nazionalità», i volti, e i nomi, degli arrestati parlano da soli, e rappresentano un capro espiatorio perfetto per molti russi. Il tagiko, l’immigrato (clandestino o legale) dall’Asia Centrale, il “nero”, la mano d’opera più numerosa, sfruttata e peggio pagata della Russia, l’esercito di spazzini, muratori, tassisti e scaricatori che in cambio di pochi euro accetta lavori che i russi considerano troppo sporchi e poveri. Sono i protagonisti principali delle morti in cantiere, delle aggressioni dei naziskin, e dei microscontri di civiltà con i russi, e le russe, e eventuali misure contro l'immigrazione – probabilmente devastanti per una economia già a corto di braccia di maschi mandati in guerra – verrebbero applaudite fragorosamente da milioni di elettori. Un pericolo che probabilmente è stato già colto da qualcuno al Cremlino, almeno a giudicare dal rapper proputiniano Timati che ha fatto appello contro il montare dell’odio interetnico: «I tagiki non hanno nessuna colpa di quello che hanno fatto questi bastardi».
Restano molte domande, per esempio, perché i membri dei commando hanno utilizzato per una fuga di 400 chilometri la stessa auto già segnalata al Crokus, e come mai si sono fatti reclutare da anonimi “predicatori” che li avrebbero «contattati in chat su Telegram» per appena 5 mila euro «versati sulla mia carta». Resta il contrasto stridente tra gli arrestati, giovanotti magri che a malapena parlano russo, aspiranti tassisti e mancati parrucchieri, collezionisti di ordini di espulsione e di pignoramenti per debiti di poche decine di euro, e i commandos spietati che poche ore prima avevano ucciso quasi 150 persone in un blitz di appena 18 minuti, maneggiando i mitra con la sicurezza che viene soltanto da una lunga esperienza militare. La Russia ferita però non ha bisogno di domande, ma di risposte, e di certezze: il deputato della Duma Aleksandr Yakubovsky replica ai pochi che inorridiscono di fronte all’orecchio tagliato «peccato che non gli avessero tagliato altro», e dalle tribune del parlamento ai talk show rimbalza una nuova parola d’ordine, «pena di morte». «Una tradizione sovietica bellissima», dice la star della tv Tina Kandelaki, che invoca anche un processo pubblico per i terroristi, e il capo di Russia Unita alla Duma Vladimir Vasilyev promette un dibattito parlamentare «profondo e professionale» per prendere sulla pena capitale «una decisione che risponde alle aspettative della società russa».
https://www.lastampa.it/esteri/2024/...orte-14170504/