L'indefinibilità dell'essere dipende dalla sua autoevidenza e non segue affatto che ciò che è autoevidente non sia o non possa essere necessario, universale ed oggettivo.
Le definizioni sono i discorsi con cui significhiamo gli oggetti conosciuti. L'essere e l'ente sono impliciti in ogni definizione possibile perché le parole "essere" ed "ente" sono i segni con i quali indichiamo il presupposto necessario di qualsiasi realtà. È solo supponendo che le nostre definizioni o le nostre enunciazioni siano meri flatus vocis che possiamo dire che la nozione di "essere" o quella di "ente" siano solo "linguaggio", come se il linguaggio non potesse esprimere con le parole qualcosa di aderente al reale. Si torna quindi a ciò che avevo già fatto notare: si scambia la convenzionalità dei segni scelti per veicolare determinati contenuti con l'arbitrarietà dei contenuti stessi.
Qui poi supponi ciò che dovresti dimostrare, ossia che l'elenchos sia un argomento confutatorio relegato ai confini del pensiero senza aderenza necessaria alla realtà. Per farlo dovresti mostrare che è realmente possibile l'esistenza di qualcosa di contraddittorio. Ne sei in grado?
Sarebbe poi interessante capire come si possa parlare di "evidenti illusioni" in relazione alla necessità, all'universalità e all'oggettività delle nozioni e dei principi della metafisica senza ricorrere a quello stesso apparato concettuale che si considera...illusorio.
Senza nulla togliere alla preparazione personale di Severino, il guadagno speculativo della metafisica aristotelica, poi perfezionata dalla successiva riflessione dei filosofi cristiani, fu proprio superare l'apparente contraddittorietà del divenire con le nozioni di "potenza" e di "atto".





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