
Originariamente Scritto da
Gunthr
Come sarebbe una ripetizione? Ho riportato un’affermazione di Aristotele e una valutazione di Severino. Perché non le commenti? È metafisica, e Bontadini non pensava che si potesse liquidare Severino in modo così sbrigativo. Te le faccio leggere in modo più esteso, così puoi spiegare in che senso l’essere è quando è, ma può anche non essere. Siamo perfettamente in tema, si tratta di vedere come si stabilisce che cos’è l’essere.
Aristotele, Liber de Interpretatione (19a 23-27): «È necessario che l'essere sia, quando è, e che il non-essere non sia, quando non è; tuttavia non è necessario che tutto l'essere sia, né che tutto il non-essere non sia; non è infatti la stessa cosa che tutto ciò che è sia necessariamente, quando è, e l'essere senz'altro di necessità. La stessa cosa si dica del non essere».
In questa chiara luce del tramonto, quelle parole di Parmenide non possono che apparire come esse stesse equivoche: l'essere è: sì, ma quando è; il non-essere non è: sì, ma quando non è; non facciamo confusione tra la necessità che l'essere sia, quando è, e la necessità simpliciter che l'essere sia, tra la necessità che il non essere non sia, quando non è, e la necessità simpliciter che il non essere (le cose che non sono) non sia! Parmenide non sapeva distinguere.
Eppure in questo discorso il senso dell'essere si è già dileguato; la stessa chiarezza del discorso denuncia che la rottura è ormai irrimediabile. […]
Guardiamolo infatti questo essere, che è quando è. È il nemico diurno del nulla: quando è si oppone al nulla, e questa opposizione viene detta da Aristotele βεβαιοτάτη ἀρχή: principium firmissimum, “principio di non contraddizione”, quel principio cioè che tutti, anche gli antimetafisici più ostinati, finiscono sempre, più o meno esplicitamente, con l'accettare. Ma poi vien notte: quando l'essere non è, allora non si oppone nemmeno più al nulla: perché esso stesso è diventato un nulla. Tuttavia resta sempre dominato dal principium firmissimum, perché, quando l'essere non è, non è. L'incontraddittorietà dell'essere sembra comunque salvaguardata: proprio nell’atto in cui la si sta negando nel modo più radicale e più insidioso.
Perché questo essere notturno, questo essere che ha lasciato il campo, è l'essere che ha lasciato l'essere. E che cosa è mai allora? Che significato possiede la parola “essere” nell'espressione: «Quando l'essere non è»? Se sosteniamo che, quando l'essere non è, l'essere è divenuto nulla, perché continuiamo a dire: «Quando l'essere non è» e non diciamo piuttosto: «Quando il nulla non è»? Eppure tra un essere che non è e un nulla che non è non c'è alcuna differenza. Ciononostante, non si è disposti a consentire che l'espressione: «Quando l'essere non è» sia sostituita dall'espressione: «Quando il nulla non è». Non si è disposti a tanto, perché - nonostante il tradimento che si va perpetrando - si intende pur tuttavia continuare a tener fermo che l'essere non è il nulla, il positivo non è il negativo. Ma allora - e se c'è un momento in cui l'intorpidito senso dell'essere deve trasalire, il momento potrebbe essere occasionato da queste parole - «l'essere che non è» quando non è, non è altro che l'essere fatto identico al nulla, «l'essere che è nulla», il positivo che è negativo. «L'essere non è» significa precisamente che «l'essere è il nulla», che «il positivo è il negativo». Pensare «quando l'essere non è», pensare cioè il tempo del suo non essere significa pensare il tempo in cui l'essere è il nulla, il tempo in cui si celebra la tresca notturna dell'essere e del nulla. Ciò che l'opposizione dell'essere e del nulla rifiuta è appunto che ci sia un tempo in cui l'essere non sia, un tempo in cui il positivo sia il negativo. Il tramonto dell'essere avviene dunque così: nel non avvedersi che acconsentendo all'immagine di un tempo in cui l'essere non è, si acconsente all'idea che il positivo è il negativo.