





1) Stai nuovamente introducendo, neanche troppo surrettiziamente, la limitazione dell'esistenza da parte dell'essenza, esattamente come per tutti gli enti contingenti, finiti e mutevoli.
2) Hai presente il ragionamento che porta a concludere che, in una serie di enti ordinati, è necessario che ci sia l'Essere stesso sussistente che dia loro l'essere? Se anziché la parola "essere" utilizzi la parola "esistenza", il ragionamento risulta comunque comprensibile.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


NO UE, NO EURO, NO NATO, NO NUCLEARE, NO GREEN, NO TAV, NO PONTE, NO IA AD AZIENDE PRIVATE, SOLO DI STATO
Giustizia per Rosa e Olindo. Giustizia per la Palestina
“Sorgi, Dio, difendi la tua causa.”
"Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…"


Ed ecco che si riaffaccia il solito problema: noi non abbiamo alcuna esperienza di realtà contraddittorie ma, ciò nonostante, tu ipotizzi che esistano, affermandone la possibilità. Questo significa fare esattamente ciò che ti avevo già fatto notare: mettere in dubbio la capacità di cogliere fedelmente la realtà da parte dell'intelletto, nell'atto di astrarre i concetti prima e formulare giudizi e ragionamenti poi, ricorrendo però a quello stesso apparato concettuale. Che cos'è la possibilità? Che cos'è l'esistenza? La possibilità è ciò che può essere e l'esistenza è il fatto di esserci. Entrambi concetti a cui si applica necessariamente il pdnc. Perciò, tu hai affermato la possibilità dell'esistenza di realtà contraddittorie ricorrendo ad un apparato concettuale che implica il rispetto del pdnc.
La mistificazione (voluta o non voluta) c'è, invece. È vero che io ho semantizzato la potenza come "capacità di una determinata cosa di mutare per opera di un'altra (o di mutare se stessa in quanto altro da sé)" all'inizio della replica, ma nella parte successiva ho motivato questa semantizzazione. Proviamo infatti ad eliminare da questa semantizzazione la parte che dice "per opera di un'altra (o di mutare se stessa in quanto altro da sé)":
Tolto quanto sopra, ti sembra che il ragionamento perda di significato?
Ma ammettiamo pure che qua sopra non mi sia espresso bene. Qua sotto il discorso è proprio ridotto al minimo (o quanto meno è ciò che ho cercato di fare):
Certo: qui non abbiamo ancora la nozione di causa (non esplicitamente, quanto meno). Ma, se prima non si ammette questa "parte" del ragionamento, non vi si può giungere.
Quindi Severino ha scritto "Ritornare a Parmenide", citando un filosofo a caso?
Se l'essere di cui parla Severino è l'esse commune rerum, non sfugge all'accusa di aver indebitamente ipostatizzato un concetto. L'essere che si ricava dalle cose certamente si fonda sulla realtà (infatti, l'ente è tale perché ha l'essere - o, se preferisci: l'ente è tale perché è) e la nozione di esse commune esprime quel minimo indispensabile che accomuna ogni ente in quanto tale, ma ciò non toglie che, in concreto, esistono solo enti che hanno un proprio essere determinato ed il cui essere in atto, in virtù del quale esistono, è l'essere che gli compete (che può prevedere la corruttibilità).
L'essere di ogni ente determinato, a rigore, non si oppone/impone al nulla, che semplicemente non è e non può essere, ma all'essere determinato di altri enti. Quando si utilizzano espressioni come "l'essere si oppone al nulla" o, a maggior ragione, "l'essere s'impone sul nulla", bisogna stare attenti a non far sfociare l'inevitabile semantizzazione del nulla in una reificazione, come se il nulla fosse un polo positivo, opposto a non si sa bene quale essere.
Il tempo è misura del divenire secondo il prima ed il poi, ma non s'identifica con il divenire stesso. Perciò, il fatto che un determinato ente sia nel tempo t1 e non nel t2 non significa che quell'ente non sia più in senso assoluto, ma solo che è nel passato e non nel presente ed è solo identificando il passato nel nulla che si può affermare l'annichilimento dell'essere. Presente, passato e futuro non si distinguono fra loro perché, assolutamente parlando, l'uno non è (passato), l'altro è (presente) e l'altro non è (futuro), bensì perché sono diversi. L'opposizione fra passato e presente non è, quindi, un'opposizione fra l'essere e il non essere. Su questa terra, l'esistenza dell'ente è certamente un'esistenza nel tempo ma l'esistere è in primis et ante omnia possesso dell'essere (in atto), persino a prescindere da qualsiasi successione temporale. Factum infectum fieri nequit. Questa - se vogliamo - possiamo considerarla un po' l'anima di verità del severinismo, che però sbaglia nel considerare "eterni" tutti gli enti, dato che gli enti appartengono pur sempre ad un determinato momento/a determinati istanti.
La tua visione "spaziale" del rapporto fra l'Ipsum Esse subsistens e gli enti può assumere un valore metaforico, ma non è ciò che, in termini rigorosi, intende il tomismo.
Quindi non si potrebbe chiedere a Severino cosa intenda con "essere" perché questo sottenderebbe una visione dell'essere che lui sta contestando? Invece è utile proprio per evidenziare che, per quanto lui abbia provato a discostarsene, da quella visione dell'essere non si può fuggire.
È tutta una disputa sul piano del linguaggio? Vale quanto, a suo tempo, disse S. Tommaso: "Questo tipo di essere [l'essere come copula che esprime la verità della sintesi proposizionale, nota mia] ha per sede l'intelletto componente e dividente, però si fonda sull'essere della cosa, ossia sull'atto dell'essenza" (I Sent., d. 33, q. 1, a. 1, ad 1). Se parliamo dell'esse commune rerum, sappiamo a cosa ci si sta riferendo, ma se parliamo dell'essere parmenideo-severiniano...resta un bel punto interrogativo.
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1) il fatto che Dio possa essere limitato dalla sua essenza come gli altri enti rende l'ipotesi logicamente contraddittoria se abbiamo comunque chiara la differenza fra Dio che esiste di per sé e gli altri enti che ricevono l'esistenza?
2) Giò se stasera rientrando dico a mia moglie "Cara sai che io non sono l'esistenza?" se non gli spiego il contesto quella come minimo chiama il nostro medico di famiglia
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Ragioni così perché confondi la logica con la fede.
Chi agisce per fede sceglie una delle ipotesi possibili come quella vera in quanto appetibile.
Chi agisce per logica di fronte a due ipotesi possibili sospende il giudizio perché non ragiona in termini di appetibilita della scelta.
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