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Discussione: Fede o scienza?

  1. #6691
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Quelli che tu chiami principi primi dell’essere sono il principio di identità e di non contraddizione, cioè principi logici. Logico =/= ontologico.

    Dunque alla domanda “si può parlare sensatamente della realtà senza ammettere, anche solo implicitamente, le nozioni ed i principi primi dell'essere?” la risposta è senz’altro: sì.
    La risposta è no, invece. Dire che i principi primi dell'essere e della conoscenza sono solo principi della conoscenza (o della logica, per l'appunto) elude il dato di fatto che quei principi sono stati formulati a seguito di una formalizzazione concettuale di quanto contenuto materialmente nell'esperienza originaria (ancorché non formalmente espresso). Se poi vuoi sostenere che possono esistere realtà contraddittorie, che dirti? Prego e accomodati. Dubito che il biologo, il fisico o l'astronomo ti possano seguire.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Nessun fisico è tenuto a dimostrare che un cambiamento può avvenire senza causa, dal momento che tu non puoi dimostrare che un cambiamento deve avvenire necessariamente in virtù di una causa. Come abbiamo visto, tu semplicemente lo presumi, inserendo questo assunto nella definizione di “potenza”.
    Questo è ciò che dici di aver visto tu, ma è una mistificazione della nostra conversazione. Perché, infatti, hai deciso di replicare omettendo di rispondere direttamente a questa parte della mia replica:

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Non uso le parole "capacità" e "potenza" per mio gusto od interpretazione. Avendo l'evidenza che X è mutato in Y, indico con la parola "capacità" o con la parola "potenza" la trasformabilità o mutabilità di X in Y, stante il fatto che, se X è mutato in Y (ne ho l'evidenza!), ne consegue che X poteva diventare - cioè era mutabile - in Y (infatti, è ciò che è accaduto). E, sempre sulla base dell'evidenza che X è mutato in Y, affermo che l'esito di questo mutamento - l'Y realizzato - è l'"atto". Dov'è l'arbitrarietà? Dov'è l'interpretazione? C'è solo un utilizzo di parole per indicare ciò di cui si è avuta evidenza. A meno che tu non voglia sostenere o che non c'è evidenza che X sia mutato in Y o che non si evince affatto che, se X è mutato in Y, allora ne consegue che X era mutabile in Y, non si capisce quale sia il problema.
    ?

    Pertanto, la mia obiezione resta sul tavolo ed è avvalorata ulteriormente dal fatto che, in realtà, nell'ambito della fisica quantistica non si parla di fenomeni senza causa, ma si parla solo di ripensamento o riscrittura della causalità, peraltro tenendo sempre come modello di riferimento la causalità intesa nel senso del determinismo fisico newtoniano, che non coincide con la nozione metafisica di causalità.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Severino rimprovera proprio questo alla metafisica da Platone e Aristotele in poi: concepire l’essere come corruttibile, il che è contraddittorio. Pensare che l’essere determinato diventi non essere, come se l’essere non fosse un principio trascendentale, ma esistessero invece diversi tipi di essere che possono diventare non essere. Invece l’essere è, e non può non essere. Questa secondo Severino è l’unica verità dell’essere, e l’unica formulazione coerente del pdnc.


    Citazione Originariamente Scritto da Severino
    Diciamo che l'irruzione delle differenze del molteplice nell'area dell'essere porta a concepire l'intero del positivo — o il positivo in quanto tale — sulla traccia del positivo empirico (in ciò, appunto, il fisicismo) non già perché dopo Parmenide il pensiero metafisico non sappia tenersi innanzi, ed esplicitamente, l'intero, ma perché l'idea dell'essere, che dopo Parmenide viene a formarsi, vede l'essere appunto come ciò che è, quando è, e che non è, quando non è (secondo quanto, appunto, accade di constatare a proposito delle differenze che si manifestano nell'esperienza); un'idea dunque che lascia libero l'essere di essere o di non essere; un'idea dunque che proietta su tutto l'essere quanto si constata a proposito delle differenze che hanno fatto irruzione nell'essere; le quali, appunto, ora sono, ma prima non erano, e poi, daccapo, non sono.
    L'ontologia diviene così incapace di vedere l'essere — e l'essere è, in quanto tale, l'essere-che-è — e affida questo compito alla teologia razionale, che inizia così le sue avventurose peregrinazioni. La neoscolastica contemporanea ha giustamente rilevato che nella metafisica aristotelico-tomistica la teologia razionale è lo stesso sviluppo dell'ontologia: sono le stesse ragioni dell'essere in quanto essere — si dice — a portare all'affermazione dell'essere immutabile (l'essere-che-è). Ma, appunto, l'ontologia è costretta ad andar oltre per trovare ciò di cui si è privata e che pure costituisce la 'ragione' originaria dell'essere. L'ontologia parte da un essere svirilizzato, che «ha sciolto i legami» con l'essere; parte da un positivo che è negativo, e fattasi così ottusa al senso dell'essere si incammina per trovare ciò che non ha saputo scoprire in sé. Ciò che poi trova, l'essere immutabile, è quindi fondato sulla più radicale assurdità — se l'assurdo è l'identificazione del positivo e del negativo. E in questo assurdo restano ancor oggi tutte le filosofie neoscolastiche o neoclassiche, che pure hanno il merito, rispetto alle altre forme del pensiero contemporaneo, di proporsi esplicitamente la salvaguardia dell'opposizione del positivo e del negativo, la salvaguardia dell'incontraddittorietà dell'essere.
    In questo senso, dunque, dobbiamo dire che dopo Parmenide tutta la metafisica occidentale è una fisica: perché l'idea di essere su cui si edifica pensa sì l'essere come il positivo che si oppone al nulla, ma lo pensa, insieme, come qualcosa che esercita tale opposizione solo quando è, e quindi lo pensa come ciò cui è consentito (all'essere!) di non essere (e cioè di essere il nulla), secondo quanto accade alle differenze che si manifestano come divenienti.
    Questa replica, con tanto di citazione severiniana, non risolve i problemi già evidenziati nel corso della discussione a riguardo.

    Noi non abbiamo esperienza dell'Essere parmenideo. Da dove viene fuori quindi? O è l'esse commune rerum, nozione che ricaviamo astraendo dai singolari conosciuti, o è l'Ipsum Esse subsistens o è l'essere di un determinato ente di cui abbiamo esperienza.

    Se è l'esse commune rerum, l'Essere parmenideo, a cui Severino "ritorna", si riduce ad un'indebita ipostatizzazione di un'astrazione che pur ha indubbio fondamento nella realtà. Da dove si ricava la nozione di "essere", se non dalla conoscenza delle cose che sono? Ma le cose che sono - cioè gli enti - sono tali in un determinato modo, cioè con una propria essenza o natura, che non è identica per tutti gli enti.

    Se è l'Ipsum Esse subsistens, esso va dimostrato e l'unico modo per farlo è partire dai segni di contingenza della realtà.

    Se è l'essere di un determinato ente della nostra esperienza, allora si sta arbitrariamente utilizzando come cartina di tornasole dell'essere un essere in particolare, peraltro vanificando qualsiasi discorso sull'essere in quanto tale.

    Da quest'impasse si può uscire solo riconoscendo la necessità che qualsiasi riflessione filosofica parta dall'esperienza originaria ed immediata ed ammettendo l'analogia entis.

    Quest'ultima, peraltro, fa capire che non c'è alcuna incompatibilità fra il carattere trascendentale della nozione di "essere" e l'esistenza di enti che si distinguono gli uni dagli altri per essere differenti attuazioni dell'essere secondo la propria essenza.

    Quanto alla presunta contraddittorietà dell'ente corruttibile, essa non sussiste: supponendo che X e Y si autoescludano a vicenda se riguardano il medesimo termine, se al tempo t1 c'è X e al t2 c'è Y, X e Y sono in istanti differenti. Dire che X non è al tempo t2 non significa sostenere che l'essere possa realmente non essere ma solo indicare, con i limiti inerenti il nostro stesso modo di esprimerci, l'assenza di quell'ente in un certo istante di tempo. Siccome gli istanti di tempo da prendere in considerazione sono diversi e distinti non c'è conflittualità. Così dicendo, si sta comunque parlando di X come soggetto e quindi, implicitamente, come ente, affermando contraddittoriamente che "non è"? In proposito, valga la considerazione che fece, a suo tempo, Enrico Berti: "(...) il soggetto è soltanto in virtù dell'essere che di esso si predica e, quando l'essere non si predica più di esso, non si può dire che esso sia qualcosa che è. La contraddizione si avrebbe solo se l'essere non fosse un predicato delle cose, ma fosse esso stesso una cosa, cioè un soggetto, un'essenza" (E. Berti, "Una recente indagine sul rapporto tra essere e tempo in Aristotele", Rivista di Filosofia neo-scolastica, Vita e Pensiero, Milano, 1971, p. 155).
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #6692
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Ma questa è la solita estremizzazione: o la ragione umana detta la legge di ciò che esiste e non esiste, oppure se ne dubiti sei irrazionalista.
    @Gunthr

    Se non sai cosa esiste, qual è l'oggetto della ragione?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    L'esempio di Euclide non è mica chiaro, non si tratta di "accettare" una dimostrazione, si tratta in sostanza di dire che se io parlo cercando di non contraddirmi sto "implicitamente" presupponendo vera qualche metafisica dell'essere. Come si giustifica questa pretesa?
    Allo stesso modo di come Euclide giustifica l'infinità dei primi.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    C’è il libro della Cusano che riassume la questione, avevi postato la copertina tempo fa.
    La Cusano scrive in ostrogoto ancora più di Severino, però quel libro mi è stato utile per elaborare la mia teoria degli infiniti segnaposto per gli impensabili.

  3. #6693
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Ci sono autori che hanno cercato di "riassumere" il pensiero di Severino, ma il fatto che il bresciano non abbia il suo bel capitolo sui manuali di filosofia standard, indica che la sua assimilazione non ha ancora raggiunto nemmeno quel livello minimo.

    Oltretutto a parer mio, il miglior commentatore di Severino è Leonardo Messinese che guarda un po' il caso la pensa come me (o almeno credo).

  4. #6694
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    L’oggetto “essere” (che non è un oggetto) inteso “confusamente” (parole tue), come se fosse conosciuto (ma non lo è ancora, parole di Tommaso), non precede la parola “essere”, ma ne ha bisogno, la richiede, altrimenti non sarebbe conosciuto, e non si potrebbe attribuirgli i molteplici significati che gli vengono dati: solo grazie alla mediazione linguistica si può uscire dalla percezione “confusa” di questo “qualcosa” e farne un oggetto di “conoscenza” (benché non scientifica).
    I passaggi sono i seguenti: incontro fra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto → astrazione del concetto dall'oggetto conosciuto → termine. Le nozioni di "ente" e di "essere" si ricavano nel secondo dei tre passaggi indicati. Senza qualcosa che c'è (oggetto conosciuto), infatti, non si può arrivare alle nozioni che esprimiamo coi termini "ente" ed "essere".

    Quando affermo che le nozioni di "ente" e di "essere" si hanno in modo confuso, intendo dire che in questa fase si ha dell'"essere" solo la nozione di ciò che è comune a tutte le cose in quanto tali. Una nozione, per l'appunto, indeterminata.

    "Quasi notissimum" non si traduce con "come se fosse conosciuto" perché quasi in latino si traduce con l'espressione italiana "come se" o "quasiché" soltanto quando ad esso segue il congiuntivo. La frase completa di S. Tommaso è questa: "Illud autem quod primo intellectus concipit quasi notissimum et in quod conceptiones omnes resolvit est ens" e la traduzione corretta è la seguente: "Ma ciò che, innanzitutto, l'intelletto concepisce come notissimo ed in cui risolve ogni concetto è l'ente". Altra traduzione possibile ma di uguale significato è questa: "Ma ciò che, innanzitutto, l'intelletto concepisce come la cosa più nota ed in cui risolve tutti i concetti è l'ente". La tua traduzione altera il significato di quanto scritto da S. Tommaso.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Anche se fosse vera la tua buffa idea che quando vedo per la prima volta un cane la prima cosa che penso è “questo è qualcosa!”, parlare di nozioni “confuse” o ragionamenti impliciti significa parlare di nozioni che non si hanno e ragionamenti che non si fanno.

    Vedo, conosco il cane, e poi gli attribuisco la parola cane, mentre all’opposto: credo di percepire confusamente qualcosa, gli attribuisco la parola essere, e ho creato l’essere, posso parlare dell’essere, pensarlo e stabilire quali siano i suoi molteplici significati.
    La mia "idea" ti sembra "buffa" solo perché il cane è un animale molto comune. Ma, quando conosci qualcosa di cui non hai mai avuto esperienza, diretta o indiretta, l'unica cosa che sai dire mentalmente ed oralmente su di essa è proprio "questo è qualcosa", "c'è qualcosa", "qualcosa è", "c'è una cosa" ed espressioni equivalenti.

    L'aggettivo "implicito" - per citare la Treccani - indica un "giudizio o concetto o fatto che, senza essere formalmente ed espressamente enunciato, è tuttavia contenuto, sottinteso, in un altro giudizio o concetto o fatto". Se io dico che @Gunthr scrive messaggi sul forum di Termometro Politico, è implicito che @Gunthr sia un utente iscritto al forum di TPOL. Non aver esplicitato che @Gunthr è un utente iscritto al forum di TPOL, limitandomi a dire che @Gunthr scrive messaggi sul forum di Termometro Politico, significa che non fosse già inteso o premesso?

    Quando lo vedi per la prima volta in vita tua, il cane non hai la benché minima idea di che cosa sia in senso determinato. Sai solo che c'è, che è. È dopo che, dal meno determinato passi al più determinato, dal più universale al meno universale.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Ma in questo caso è possibile stabilire con un certo passabile grado di oggettività se io sia un nazista e/o un antisemita, mentre per gli assiomi della metafisica non è disponibile un piano su cui stabilire questa oggettività, né il pdnc può dire nulla a riguardo, come si è visto con la causa.
    Come fai a parlare di "un certo passabile grado di oggettività", se non hai un parametro di riferimento di oggettività?

    Puoi dimostrare qualcosa senza supporre gli assiomi della metafisica?

    A dire il vero, riguardo alla "causa", ti sei limitato solo a non proseguire il ragionamento.
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  5. #6695
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    1) è come dire che ciò che esiste di per sé è tale perché è di per sé esistente. Ovvero è come dire niente

    2) Anche perché se non si specifica che quella frase significa "essere di per sé esistente" è una frase che non significa assolutamente niente.
    1) E quale potrebbe essere il limite all'esistenza di ciò che esiste di per sé? Il non poter non esistere? Il non poter essere diverso da ciò che è, cioè essere diverso dall'esistere di per sé? Se la risposta è sì ad una delle due domande, vuol dire che non ha limiti. Se mi ribadisci che questo non è vero, allora devi dirmi quale sarebbe l'ipotetico limite. Ma finora sei ricorso solo a nozioni che, invece, nel caso di Dio, non indicano alcun limite vero e proprio.

    2) Questo non è vero: dipende - ovviamente - dal contesto del ragionamento in cui è inserita quell'espressione.
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  6. #6696
    sonnecchiante...
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Sinceramente, a parte sapere che le tabelle di verità mostrano la veridicità o la falsità delle proposizioni
    Mi sembra che questa definizione mostri come si dimostra il pnc.

    Quello che so per certo è che non esiste un singolo autore che neghi l'autoevidenza del pdnc e la sua indimostrabilità,
    Autore di che ? filoso vorrai dire, perché, ripeto, nell'ambito della logica il pnc è dimostrato.


    Ma sai, Severino è stato ascoltato da molti ma la stragrande maggioranza di chi l'ha ascoltato lo ha criticato, anche da prospettive molto diverse. La mia opinione non è che Severino fosse stupido, anzi, ma semplicemente che la sua fosse una posizione sbagliata che ha peccato di razionalismo
    Non è questo il punto, non sto argomentando sostenendo che Serverino avesse ragione, sto argomentando sul mutamento che tu dai per autoevidente e universale. Se lo fosse Severino, che non è stupido, non avrebbe mai potuto fondare una intera filosofia su una cosa palesemente errata perché universalmente auto-evidente, non credi ?


    Un dato fornito dal senso comune è proprio il fatto che ci siano cose molteplici, distinte, correlate e mutevoli
    Il senso comune sbaglia, bisogna che lo comprendiate. Se misurassimo invece che mediamente 1 metro e 70, 1,7 micrometri (come un batterio) il nostro senso comune sarebbe totalmente differente, nemmeno vedremmo "entri separati" probabilmente, il tutto ci apparirebbe come un ribollire di molecole e robe varie indistinte mischiate tutte insieme, senza la capacità di discernere una cosa dall'altra. Da ciò che siamo non possiamo capire realmente la natura "com'è" perché essa dipende dall'univtà di misura con cui la osserviamo ! Quando tu dici che una molecola d'acqua "da sola" è una cosa e "insieme ad altre" è un'altra, lo dici dal punto di vista umano, se fossimo grandi come un batterio per noi tutte le molecole d'acqua sarebbero "insieme a tutto il resto" ammesso che riusiremmo a distinguerle in quanto molecole.

    In altre parole il tuo senso comune non è altro che il nostro limitato ed ingenuo punto di vista. La scienza invece riesce a superare il senso comune, spiegandoci che i ns.sensi comuni sono in errore e comunque la loro percezione è relativa al solo nostro punto di vista.

    Ma anche se volessimo prescindere totalmente dall'esperienza sensibile diretta o indiretta ci sarebbe il dato dell'"io" (o della coscienza, se si preferisce), che è irriducibile a quella altrui.
    Cosa intendi per irriducibile a quella altrui ?

    Anche messa in questi termini, sta di fatto che ci sono soggetti X che mutano in Y e, se mutano in Y, vuol dire che i soggetti X avevano quanto meno la capacità effettiva di divenire Y
    Ma non hanno alcuna "capacità " in se e questo distrugge l'universalità del concetto di potenza.


    Va bene, ma il punto è che è mutabile e frutto esso stesso di una mutazione.
    Ma ho premesso che anche il mutamento potrebbe ontologicamente non esistere.

    Qualcosa che esiste di per sé è indiveniente e non può mutare sotto nessun aspetto ed in nessun caso.
    Ma non è vero, non è necessario che una cosa incausata non possa mutare.


    "Da sempre", in questo come in altri casi, vuol semplicemente dire che un determinato ente esiste continuativamente nel tempo. Come dice l'esempio tanto bistrattato dell'orma e del piede.
    No, significa che non vi è mai stato un momento in cui l'ente non esisteva pertanto non è mai stato causato.

    Onestamente, non so cosa c'entri col regresso all'infinito di cui noi stiamo parlando.
    Spiego, tu sostieni che oggi non potremmo vedere della cause di qualcosa, se in passato vi fossero state catene causali infinite, questa affermazione sottende al modello matematico di una somma di cause, che se infinita devono necessariamente oggi portare ad un valore infinito, ma ciò non è sempre vero, esistono somme di "cose" infinite che portano ad un valore finito, la stessa cosa potrebbe valere per le cause degli enti/eventi che osserviamo oggi.
    mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità
    Heisenberg,Sul contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica nella teoria quantistica,Zeitschrift für Physik,vol.43,n.4,1927,p.172

  7. #6697
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    La risposta è no, invece. Dire che i principi primi dell'essere e della conoscenza sono solo principi della conoscenza (o della logica, per l'appunto) elude il dato di fatto che quei principi sono stati formulati a seguito di una formalizzazione concettuale di quanto contenuto materialmente nell'esperienza originaria (ancorché non formalmente espresso). Se poi vuoi sostenere che possono esistere realtà contraddittorie, che dirti? Prego e accomodati. Dubito che il biologo, il fisico o l'astronomo ti possano seguire.
    Infatti non possiamo escludere che esistano realtà contraddittorie: che la ragione umana detti la legge di ciò che esiste e non esiste, e che questa sia una legge universale lo si può solo supporre. Niente impone necessariamente di pensare che i principi logici siano principi ontologici, così come la logica matematica non implica necessariamente nessuna posizione ontologica sulla natura dei numeri.


    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Questo è ciò che dici di aver visto tu, ma è una mistificazione della nostra conversazione. Perché, infatti, hai deciso di replicare omettendo di rispondere direttamente a questa parte della mia replica:

    ?

    Pertanto, la mia obiezione resta sul tavolo ed è avvalorata ulteriormente dal fatto che, in realtà, nell'ambito della fisica quantistica non si parla di fenomeni senza causa, ma si parla solo di ripensamento o riscrittura della causalità, peraltro tenendo sempre come modello di riferimento la causalità intesa nel senso del determinismo fisico newtoniano, che non coincide con la nozione metafisica di causalità.
    A quella parte della tua replica avrei dovuto rispondere se io stessi affermando che il cambiamento è illusorio, mentre la questione che stiamo trattando è la causa: e quella parte era solo la premessa del discorso con cui tu volevi motivare la tua affermazione che un cambiamento senza causa è contraddittorio. Il problema quindi è come tu hai definito la “potenza”, cioè la capacità di mutare per opera di qualcos’altro: è chiaro che in questo modo tu inserisci la causa nella definizione stessa di potenza, e quindi il ragionamento che sviluppi non è valido, è un ragionamento fallace.
    È tutto qui nero su bianco se qualcuno volesse controllare, io ho solo riportato letteralmente le tue parole, altro che mistificazione.
    Pertanto, visto che tu non hai dimostrato che un cambiamento senza causa è contraddittorio, nessuno è tenuto a dimostrare che un cambiamento può avvenire senza causa.


    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Questa replica, con tanto di citazione severiniana, non risolve i problemi già evidenziati nel corso della discussione a riguardo.

    Noi non abbiamo esperienza dell'Essere parmenideo. Da dove viene fuori quindi? O è l'esse commune rerum, nozione che ricaviamo astraendo dai singolari conosciuti, o è l'Ipsum Esse subsistens o è l'essere di un determinato ente di cui abbiamo esperienza.

    Se è l'esse commune rerum, l'Essere parmenideo, a cui Severino "ritorna", si riduce ad un'indebita ipostatizzazione di un'astrazione che pur ha indubbio fondamento nella realtà. Da dove si ricava la nozione di "essere", se non dalla conoscenza delle cose che sono? Ma le cose che sono - cioè gli enti - sono tali in un determinato modo, cioè con una propria essenza o natura, che non è identica per tutti gli enti.

    Se è l'Ipsum Esse subsistens, esso va dimostrato e l'unico modo per farlo è partire dai segni di contingenza della realtà.

    Se è l'essere di un determinato ente della nostra esperienza, allora si sta arbitrariamente utilizzando come cartina di tornasole dell'essere un essere in particolare, peraltro vanificando qualsiasi discorso sull'essere in quanto tale.

    Da quest'impasse si può uscire solo riconoscendo la necessità che qualsiasi riflessione filosofica parta dall'esperienza originaria ed immediata ed ammettendo l'analogia entis.

    Quest'ultima, peraltro, fa capire che non c'è alcuna incompatibilità fra il carattere trascendentale della nozione di "essere" e l'esistenza di enti che si distinguono gli uni dagli altri per essere differenti attuazioni dell'essere secondo la propria essenza.

    Quanto alla presunta contraddittorietà dell'ente corruttibile, essa non sussiste: supponendo che X e Y si autoescludano a vicenda se riguardano il medesimo termine, se al tempo t1 c'è X e al t2 c'è Y, X e Y sono in istanti differenti. Dire che X non è al tempo t2 non significa sostenere che l'essere possa realmente non essere ma solo indicare, con i limiti inerenti il nostro stesso modo di esprimerci, l'assenza di quell'ente in un certo istante di tempo. Siccome gli istanti di tempo da prendere in considerazione sono diversi e distinti non c'è conflittualità. Così dicendo, si sta comunque parlando di X come soggetto e quindi, implicitamente, come ente, affermando contraddittoriamente che "non è"? In proposito, valga la considerazione che fece, a suo tempo, Enrico Berti: "(...) il soggetto è soltanto in virtù dell'essere che di esso si predica e, quando l'essere non si predica più di esso, non si può dire che esso sia qualcosa che è. La contraddizione si avrebbe solo se l'essere non fosse un predicato delle cose, ma fosse esso stesso una cosa, cioè un soggetto, un'essenza" (E. Berti, "Una recente indagine sul rapporto tra essere e tempo in Aristotele", Rivista di Filosofia neo-scolastica, Vita e Pensiero, Milano, 1971, p. 155).
    Severino non parla di un “Essere parmenideo”, l’essere è sempre l’essere di cui tu dici che si ricava dalle cose che sono: le cose, gli enti, sono essere determinato, ciascuno dei quali è positività determinata, determinato imporsi sul nulla. “È”, esiste, significa “non è nulla”, quindi “non è“ significa “è nulla”. Cioè l’ente è, non è nulla. Ma quando voi dite che un ente non è più, state dicendo che quel positivo, quell’essere determinato, è diventato nulla, cioè l’essere, quell’essere, è nulla. E per rispondere anche a Berti, il nulla può essere predicato solo del nulla. L’idea che ci sia da qualche “parte” l’essere, magari con la maiuscola, e altrove le cose che sono, come se ci fossero “esseri” diversi, deriva da una particolare interpretazione dell’essere che Severino sta contestando, quindi non è da qui che si può partire per confutarlo, bisogna tornare alle origini della famosa “nozione” non nota di “essere”. Come si stabilisce come va inteso l'essere? Sia il caso di Berti che quello di Severino confermano che le questioni sull’essere nascono e si risolvono sul piano del linguaggio, sul piano di ciò che "si predica”: è qui che si stabilisce cosa sia questo "predicato" essere, e come se ne possa parlare senza contraddizione.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  8. #6698
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    I passaggi sono i seguenti: incontro fra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto → astrazione del concetto dall'oggetto conosciuto → termine. Le nozioni di "ente" e di "essere" si ricavano nel secondo dei tre passaggi indicati. Senza qualcosa che c'è (oggetto conosciuto), infatti, non si può arrivare alle nozioni che esprimiamo coi termini "ente" ed "essere".

    Quando affermo che le nozioni di "ente" e di "essere" si hanno in modo confuso, intendo dire che in questa fase si ha dell'"essere" solo la nozione di ciò che è comune a tutte le cose in quanto tali. Una nozione, per l'appunto, indeterminata.

    "Quasi notissimum" non si traduce con "come se fosse conosciuto" perché quasi in latino si traduce con l'espressione italiana "come se" o "quasiché" soltanto quando ad esso segue il congiuntivo. La frase completa di S. Tommaso è questa: "Illud autem quod primo intellectus concipit quasi notissimum et in quod conceptiones omnes resolvit est ens" e la traduzione corretta è la seguente: "Ma ciò che, innanzitutto, l'intelletto concepisce come notissimo ed in cui risolve ogni concetto è l'ente". Altra traduzione possibile ma di uguale significato è questa: "Ma ciò che, innanzitutto, l'intelletto concepisce come la cosa più nota ed in cui risolve tutti i concetti è l'ente". La tua traduzione altera il significato di quanto scritto da S. Tommaso.

    La mia "idea" ti sembra "buffa" solo perché il cane è un animale molto comune. Ma, quando conosci qualcosa di cui non hai mai avuto esperienza, diretta o indiretta, l'unica cosa che sai dire mentalmente ed oralmente su di essa è proprio "questo è qualcosa", "c'è qualcosa", "qualcosa è", "c'è una cosa" ed espressioni equivalenti.

    L'aggettivo "implicito" - per citare la Treccani - indica un "giudizio o concetto o fatto che, senza essere formalmente ed espressamente enunciato, è tuttavia contenuto, sottinteso, in un altro giudizio o concetto o fatto". Se io dico che @Gunthr scrive messaggi sul forum di Termometro Politico, è implicito che @Gunthr sia un utente iscritto al forum di TPOL. Non aver esplicitato che @Gunthr è un utente iscritto al forum di TPOL, limitandomi a dire che @Gunthr scrive messaggi sul forum di Termometro Politico, significa che non fosse già inteso o premesso?

    Quando lo vedi per la prima volta in vita tua, il cane non hai la benché minima idea di che cosa sia in senso determinato. Sai solo che c'è, che è. È dopo che, dal meno determinato passi al più determinato, dal più universale al meno universale.
    Quasi in latino significa “come se”: nel caso Tommaso intendesse invece dire “come”, nessuno si meraviglierebbe, dato che il suo è un latino medievale molto maccheronico. Questo però non cambia il senso della frase, dal momento che si tratta di “un quid generico e universalissimo” che “non arriva per nulla alla sua determinazione formale”, qualcosa che, come dici tu, si intende “confusamente” e se ne ha “solo la nozione di ciò che è comune a tutte le cose”.
    Per uscire da questa percezione confusa e indeterminata è necessario che intervenga la parola: solo allora sono possibili il pensiero e la “scienza” dell’essere, non prima. E la parola è presa dal linguaggio corrente, con le sue ambiguità e le sue strutture. Quindi l’ambiguità si aggiunge a quella di una nozione che si scoprirà polisemica, e le strutture (la morfologia di una lingua con le sue potenzialità) diventano strutture e potenzialità dell’essere.
    Niente di tutto questo accade con il cane: anche se do per scontato che il cane esista, non è la parola a stabilire e determinare le sue caratteristiche, che sono concretamente davanti ai miei occhi, la parola si limita a nominarle, la fase della percezione "confusa" non c'è.


    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Come fai a parlare di "un certo passabile grado di oggettività", se non hai un parametro di riferimento di oggettività?

    Puoi dimostrare qualcosa senza supporre gli assiomi della metafisica?

    A dire il vero, riguardo alla "causa", ti sei limitato solo a non proseguire il ragionamento.
    Per stabilire se qualcuno è nazista o antisemita, è sufficiente accordarsi su cosa significhi “nazista” e “antisemita”, e un certo passabile grado di oggettività è già raggiunto: si tratta di un’oggettività frutto di una convenzione, o accordo su certi dati, che già assicura tutto ciò di cui la comunicazione ha bisogno. L’oggettività assoluta universale necessaria ecc. si può lasciare ai passatempi dei metafisici.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  9. #6699
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    1) E quale potrebbe essere il limite all'esistenza di ciò che esiste di per sé? Il non poter non esistere? Il non poter essere diverso da ciò che è, cioè essere diverso dall'esistere di per sé? Se la risposta è sì ad una delle due domande, vuol dire che non ha limiti. Se mi ribadisci che questo non è vero, allora devi dirmi quale sarebbe l'ipotetico limite. Ma finora sei ricorso solo a nozioni che, invece, nel caso di Dio, non indicano alcun limite vero e proprio.

    2) Questo non è vero: dipende - ovviamente - dal contesto del ragionamento in cui è inserita quell'espressione.
    1) Se ipotizzo che Dio esiste di per se ed è buono,saggio, potente ecc necessariamente ad un certo grado non sto ipotizzando niente di contraddittorio e il "limite" è dato dalla sua stessa essenza che lo vincola ad essere buono, saggio, potente ecc solo ed esclusivamente ad un certo grado.

    2) fammi un esempio

    Inviato dal mio SM-A536B utilizzando Tapatalk
    - Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
    - Ne sei sicuro ?
    - Non ho alcun dubbio !

  10. #6700
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    1) Se ipotizzo che Dio esiste di per se ed è buono,saggio, potente ecc necessariamente ad un certo grado non sto ipotizzando niente di contraddittorio e il "limite" è dato dalla sua stessa essenza che lo vincola ad essere buono, saggio, potente ecc solo ed esclusivamente ad un certo grado.
    @TheMeroving

    Se ipotizzo che tu sei Dio sto ipotizzando qualcosa di contraddittorio?

 

 
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