
Originariamente Scritto da
Giò
Io rilevo nuovamente che questo dubbio te lo poni ricorrendo a quelle stesse strutture di cui tu metti in dubbio la capacità di cogliere fedelmente la realtà. Davvero non vedi il loop in cui sei?
Se volevi che sviluppassi il ragionamento, bastava chiederlo. Non c'era bisogno di inventarsi quanto hai scritto in precedenza, attribuendomi argomentazioni che non ho utilizzato.
Partendo dal fatto immediatamente evidente, percepibile anche dai soli sensi, che ci sono realtà che mutano, evinciamo che queste cose, per il fatto stesso che cambiano, ne hanno la capacità. La capacità di una determinata cosa di mutare per opera di un'altra (o di mutare se stessa in quanto altro da sé) viene da noi formalizzata con la nozione di "potenza". La realizzazione di questa capacità viene formalizzata con la nozione di "atto". Esemplificando, la "potenza" sta all'"atto" come il saper scrivere sta allo scrivere o come la capacità del seme, se sovvengono determinate circostanze, di mutare in una pianta sta alla pianta stessa. "Potenza" ed "atto" sono quindi due nozioni che, per il loro contenuto, si escludono a vicenda se si riferiscono al medesimo termine: questa è una mera applicazione del pdnc che, del resto, la realtà non fa che confermare. Ad esempio, un seme, che pur ha la capacità di diventare una pianta, finché resta seme, non può essere una pianta in atto. Da ciò si evince che una cosa o è in potenza o è in atto e che non può essere insieme in potenza e in atto sotto il medesimo aspetto. Il mutamento è quindi un passaggio dalla potenza all’atto, un processo di realizzazione della capacità insita in una certa cosa. Siccome nessuna cosa può essere insieme in potenza ed in atto, ne consegue che una determinata cosa si realizzi (cioè, divenga tale), solo in virtù di qualcosa che è in atto, pena la contraddizione. E, dato che ciò che esiste in tanto esiste in quanto è in atto, ne consegue che tutto ciò che muta è certamente in atto (se non fosse in atto, non esisterebbe e quindi non potrebbe mutare) ma non è "solo" atto, perché ha in sé un principio potenziale. La conclusione è che tutto quello che esiste o è atto puro o è costituito di potenza ed atto. Ciò che realizza la capacità di una cosa di mutare in un'altra viene detta "causa efficiente" ed "effetto" è la parola con la quale indichiamo ciò il cui esserci nella realtà dipende dalla predetta causa. Come "potenza" ed "atto", anche "causa" ed "effetto" si escludono reciprocamente, se si riferiscono al medesimo termine. Una cosa quindi non può essere insieme causa ed effetto sotto lo stesso identico aspetto. E, pertanto, una determinata cosa non può essere causa della propria stessa esistenza: una causa, per essere tale, deve esistere, dev'essere in atto; altrimenti non potrebbe produrre alcunché. Se è causa, esiste. Ma se fosse causa della propria esistenza, sarebbe e non sarebbe insieme. Ne consegue che ogni cosa che esiste o esiste per se o la propria esistenza dipende – cioè: è causata – da quella di un'altra cosa esistente. Questo, in estrema sintesi, è il ragionamento.
A dirla tutta, il divenire è proprio il mutamento delle cose. Se poi mi vuoi dire che il divenire è stato spiegato o interpretato in modi differenti dai vari filosofi – Eraclito, Parmenide, Platone, Aristotele, ecc. – è un altro paio di maniche. Peraltro, il fatto che ci siano state visioni difformi del divenire, dal punto di vista filosofico, non significa che non ce ne sia una corretta. Noto che insisti molto su Severino, ma le argomentazioni di quest'ultimo contro la visione aristotelico-tomista del divenire partono da un'interpretazione di questa stessa visione come un passaggio dall'essere al non-essere che non è corretta, come messo in evidenza da diversi autori. Infatti, si può dire che già per Aristotele il divenire non si spiegava in questi termini, bensì come un passaggio tutto interno all'essere. L'accusa di nichilismo alla concezione aristotelico-tomista del divenire è figlia di un'interpretazione che ne tradisce il contenuto. Il che inficia a monte la critica severiniana.