
Originariamente Scritto da
Placido
In effetti, la differenza fra lui e Agostino (un altro che è entrato nella stanza) sembra più una questione di gusti:
"Città celeste e città terrena, lungo la storia del mondo, si combattono e si intrecciano in forme spesso indecifrabili. Ma entrambe, alla fine dei tempi, permangono eterne: alla destra del Padre la felicità eterna dei beati, alla sinistra la dannazione eterna dei malvagi. Senza La città di Dio di Agostino il cristianesimo sarebbe qualcosa di molto diverso dalla sua configurazione attuale. Grandiose anche le fenditure, che raggiungono il cuore di questa roccia potente.
L'intransigenza della pena eterna è uno dei tratti che più hanno reso il Dio cristiano insopportabile all'uomo moderno. Il pensiero greco evoca Dio per salvare l'uomo dal nulla; ma ora la giustizia divina si rivela ben più temibile del male che essa avrebbe dovuto guarire. Alla fine del libro 19 Agostino scrive che la dannazione eterna è la «guerra più grave», perché nessuno dei due contendenti - la violenza del dolore e la volontà di liberarsene - riesce a prevalere sull'altro. E questa guerra è anche la «seconda morte», la «più penosa», perché non potrà mai finire.
Nella vita terrena, invece, l'uomo riesce a liberarsi dal dolore togliendosi la vita, cioè riuscendo a violare lo stesso «primo e più alto proclama della natura» (19, 4), che spinge l'uomo a rifiutare la morte. Le sventure della vita possono diventare così insopportabili - Agostino lo sa bene - da far preferire la morte e il sonno infinito del nulla. Agostino non lo ricorda (egli disprezza i poeti), ma, quando Agamennone è ucciso dalla sposa e la casa degli Atridi è in rovina, il coro canta: «Oh, se venisse rapida, senza dolori, senza legarmi al letto dell'agonia, la morte che porta il sonno infinito!». Meglio sprofondare subito in ciò che è più temibile - nel nulla -, piuttosto che attenderlo in compagnia del dolore.
Eppure Agostino dice anche (11, 27) che, per quel «primo e più alto proclama» della natura, nemmeno gli sventurati della terra vogliono morire. Al nulla essi preferirebbero «l'immortalità in cui anche la loro sventura fosse immortale. Ogni vivente, ogni cosa» è un «rigetto naturale del nulla». Più temibile di ogni male, il nulla.
In questo ordine di pensieri, il nulla è ancora più temibile della dannazione eterna. Certo, per Agostino esistono molte ragioni per escludere questa conclusione. Ma si avverte qui, da una fenditura profonda, l'eco dell'immenso pensiero dei Greci, che pone l'uomo dell'Occidente al cospetto del nulla. Il cristianesimo tenta invano di smorzarla, affermando che la pena eterna è il più insopportabile dei mali perché esclude eternamente la vista di Dio, mentre le sventure terrene sono un male così inferiore che se ne può preferire l'eternità al nulla della morte.
Tuttavia, come negli sventurati di questo mondo c'è tanta vita da farli propendere verso quella preferenza, così è presente, nei dannati del Vangelo e della teologia cristiana, e nonostante la loro lontananza dalla vista di Dio, una straordinaria grandezza e sapienza e magnificenza, su cui il cristianesimo (e non solo esso) non riflette mai, ma che possono condurre anche i dannati a preferire all'annientamento la loro stessa infinita sventura.
Sono infatti giudicati da Dio. E devono aver capito e conosciuto la verità e giustizia e bontà del Giudizio.
Altrimenti si sentirebbero ingiustamente puniti e nella potenza del Dio vedrebbero soltanto una prepotenza. Devono quindi conoscere la verità, la giustizia e la bontà di Dio, e come mai prima l'avevano conosciuta. Anche se privi di carità, devono conoscerla come i beati (est in daemonibus scientia sine charitate, dice Agostino).
Li avvolge grande bagliore - del tutto diverso dal fuoco della pena -, mai prima apparso. Vedono anch'essi Dio "faccia a faccia". Anche a loro è concessa la più alta delle beatitudini. E questa visione deve essere loro presente in eterno. Posti di fronte alla minaccia del nulla, non potrebbero essere anch'essi tentati di preferire, al nulla, la loro abbagliante e eterna sventura, la loro sventurata beatitudine?"