



Se tu, ad esempio, di fronte ad un sasso, ad una pianta, ad un animale e ad un essere umano dici che "esistono delle cose", è perché cogli fra questi enti una relazione. E cogli questa relazione perché c'è oggettivamente "qualcosa" che li lega al di là delle particolarità e delle differenze. Lo ammetti tu stesso, inconsapevolmente, quando scrivi: "Possiamo dire che le cose hanno in comune il fatto che esistono". La parola "esistenza" indica il fondamento della relazione fra gli analogati in questione. Pertanto, è evidente che ammetti per la nozione di "esistenza" ciò che neghi alla nozione di "essere". Ma questo è del tutto arbitrario: non si capisce perché negare all'"essere" quello che ammetti per l'"esistenza", nonostante l'una e l'altra nozione indichino il fondamento di una relazione fra analogati. Infatti, il sasso, la pianta, l'animale e l'essere umano sono evidentemente diversi fra loro, eppure di tutti questi puoi dire che "esistono". Come sarebbe possibile se non vi fosse non solo "a parole" ma anche sul piano della realtà oggettiva una relazione? Con ciò non sto dicendo che la nozione di "essere" e quella di "esistenza" siano del tutto equivalenti (l'"essere" ha portata più estesa dell'"esistenza", anche se dalle cose esistenti ricaviamo la nozione di "essere"), ma sto cercando di farti riflettere sulla mancanza di consequenzialità nei tuoi ragionamenti.
"Qualcosa che esiste di per sé"? La nozione trascendentale di "essere" non è mai stata considerata "qualcosa che esiste di per sé" dalla filosofia aristotelico-tomista, bensì un concetto ricavato dalle cose e da tutto di ogni cosa. Nessun tomista ha mai affermato in vita sua che è questa nozione trascendentale "a far esistere le cose". Tu stai confondendo la nozione trascendentale di "essere" con l'Essere stesso sussistente, probabilmente fuorviato da Parmenide e Severino. Tutto questo discorso è una perdita di tempo perché si fonda su un'incomprensione decisamente grossolana.
L'esempio della tigre ti fa capire che il pdnc "si applica" a tutti gli effetti ad ogni cosa (e a tutto di ogni cosa). Vale per le cose, per la natura delle cose, per la qualità delle cose, per la quantità delle cose, per l'azione delle cose, per il patire o subire delle cose, per le relazioni delle cose, per il luogo delle cose e per il tempo delle cose.
Potrei fare un altro milione di esempi e non cambierebbe nulla. Quindi non si tratta di una speculazione tra i filosofi sconnessa dalla realtà, ma di una speculazione che illustra, semantizza, qualcosa che è implicato necessariamente nella realtà in quanto tale. Dire che la realtà è necessariamente incontraddittoria significa sostenere che la realtà sia sempre decifrabile dall'uomo perché ha una struttura razionale? Questo è il solito non sequitur: quello che si dice è che ogni cosa è tale, solo se è incontraddittoria. Pensi che questa certezza, questa legge necessaria della realtà, esaurisca tutto il "mistero" della realtà stessa? Pensi che, in questo modo, ogni cosa ci sia dischiusa? Io non lo penso e non l'hanno mai sostenuto i tomisti.
Non ho mai detto che sono tutti condizionati, tranne noi. Ho detto che effettivamente la nostra conoscenza è limitata e condizionata ed ho anche ammesso che lo è in virtù delle nostre "strutture biologiche e neurologiche": infatti, le facoltà sensitive operano per mezzo dei nostri organi corporei e, senza i dati fornitici dai sensi, unificati dal senso comune, il nostro intelletto non potrebbe astrarre i concetti, formulare giudizi e ragionamenti e così via. Ho però aggiunto che, se si vuole ipotizzare che queste "strutture biologiche e neurologiche" possano condizionarci al punto da farci percepire come universalmente e necessariamente incontraddittoria la realtà come tale, ci si dovrebbe prendere la briga di spiegare come potrebbe verificarsi questo effetto distorsivo. Insomma, capirai che un conto è affermare che il gatto vede un oggetto di colore "giallo", mentre noi lo vediamo di colore "rosso"; un conto è affermare che noi vediamo la realtà in quanto tale incontraddittoria, mentre invece la realtà potrebbe non esserlo universalmente. Pertanto, la domanda resta e, dato che la risposta è "niente", ne consegue che, sotto un certo aspetto, la nostra conoscenza non è condizionata.
Tu sei il treno su cui sei salito? Tu sei i tasti del computer su cui scrivi? Tu sei il piatto di pasta che mangi a pranzo o a cena? Tu sei l'automobile che guidi? Non vuoi usare il verbo "essere"? Diciamo pure allora: ti identifichi nel treno su cui sei salito? Ti identifichi nei tasti del computer su cui scrivi? Ti identifichi nel piatto di pasta che mangi? Ecc. Pertanto, è chiaro che noi cogliamo con immediata evidenza che, oltre al nostro io, c'è una molteplicità di cose a noi esterna, con la quale non c'è identità reale o fisica. Non abbiamo bisogno di garanzie ulteriori rispetto alla garanzia che ci è già fornita dall'autoevidenza.
Alcune di queste cose potrebbero essere dette da un musulmano, ma non altre. E, peraltro, nel momento stesso in cui le dicesse, bisognerebbe verificare che quanto affermato corrisponda al vero.
Ad esempio, è un fatto che l'islam si sia diffuso con un certa rapidità. Ma è altrettanto vero che l'islam s'è diffuso prevalentemente con la spada, cioè con la costrizione e con la forza, mentre invece la religione cristiana s'è diffusa nonostante numerose e violente persecuzioni, di fronte alle quali ha resistito con una schiera di martiri che nessuna religione al mondo può vantare nella sua storia. La bellezza e la sublimità della dottrina islamica? Quanto ha di sublime e bello l'islam si ritrova anche nella religione cristiana. Ma confrontiamo, ad esempio, la dottrina cristiana del matrimonio con quella islamica e noteremo le abissali differenze. Parliamo poi delle profezie: quelle veterotestamentarie hanno trovato piena realizzazione proprio negli eventi descritti dai Vangeli ed in quegli stessi Vangeli è riportato che Gesù Cristo ha detto di essere lui stesso la via, la verità e la vita. I miracoli? I Vangeli ci narrano dei miracoli di Cristo, mentre Maometto non ha fatto alcun miracolo (solo a posteriori gliene sono stati attribuiti, probabilmente perché gli stessi seguaci dell'islam si resero conto della "potenza" di quest'argomento a favore della fede). I Vangeli ci narrano di un Cristo puro e casto, il Corano ci parla di Maometto come un uomo con numerose mogli e concubine. E si potrebbe andare avanti.
Ribadisco che è un errore (quanto meno per quel che concerne il cristianesimo) separare ciò che si sa/conosce da ciò che si crede. Senza la conoscenza soprannaturale dei misteri divini, che avviene tramite la Divina Rivelazione, noi non potremmo credere, cioè avere la fede cristiana.
Ogni concetto ha un contenuto, perciò non si capisce che senso abbia dire che l'antecedenza è di contenuto, ma non logica.
Cioè in un senso che non convalida la tua ipotesi, il cui fulcro è che davvero ci possano essere realtà in se stesse contraddittorie.
Questo è un puro delirio.
Non ho detto che "i sogni altrui sono sbagliati" ma che ad essere sbagliata è la tua affermazione che ci siano sogni in se stessi contraddittori. Non esiste alcuna prova che dimostri una cosa simile ed infatti non puoi fare a meno di arrampicarti sugli specchi, inventandoti in modo ridicolo che "esistano ricordi incontraddittori di sogni contraddittori" in se stessi e pensi di fare il brillante ironizzando sulla SS. Trinità, per poi cercare di innestare la retromarcia dicendo di non avere "intenzioni blasfeme".
E non è solo una questione linguistica: ormai questo escamotage è trito e ritrito, non ti sei stancato? Non capisci che non funziona e non regge?
Ammettiamo pure che il sogno non sia "qualcosa" ma un insieme di "cose" che il singolo pensa ed immagina nel corso dell'esperienza onirica. Questo non cambia di una virgola i termini del discorso che ho fatto: se anche si volesse considerare il sogno esclusivamente nella molteplicità dei suoi elementi, sta di fatto che tali elementi saranno stati "esperiti" dal soggetto sognante o simultaneamente ma in modo distinto o in istanti differenti. Cioè incontraddittoriamente.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).




Io stimo più il trovar un vero, benché di cosa leggiera, che 'l disputar lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nissuna




Come ti ha già fatto osservare @Placido, se Dio non avesse creato, sarebbe stato comunque causa dell'assenza del creato. Quindi, da un certo punto di vista, la questione è addirittura futile. Volendo comunque insistere, valgono in merito le considerazioni della Vanni Rovighi: le cose che ci sono nell'universo ci fanno conoscere Dio come creatore, ossia aggiungono effettivamente qualcosa alla nostra nozione di Dio, ma - di per sé - non aggiungono alcuna determinazione reale a Dio. Se così non fosse, Dio non sarebbe l'Indiveniente o Atto puro, ma sarebbe un ente reale potenzialmente mutevole fra tanti e resterebbe impossibile l'esistenza dell'universo stesso, che invece sappiamo essere tale. È in questo senso che intendevo dire che, formulando quell'obiezione, confondi equivocamente la realtà propria della Prima causa incausata (o del Primo motore immobile) con la conoscenza che ne abbiamo noi.
Certo, ma solo in virtù della summa res, espressione con la quale lo stesso S. Tommaso, riprendendo Sant'Agostino, indica Dio (cfr. Summa Theologiae Iª q. 39 a. 3 ad 3). Nessun "misfatto", pertanto. Possiamo andare avanti all'infinito così oppure puoi prendere atto che troncare ogni volta il riferimento all'azione creatrice di Dio dalla frase "le cose possono comparire dal nulla" è un sofisma.
La spiegazione scientifica semplicemente s'arresta dove non può arrivare: nessun problema in merito. L'affermazione ideologica che si pone sul terreno della filosofia, uscendo da quello della sola fisica, è quella che dice che, a motivo dell'impossibilità di andar oltre nella spiegazione scientifica, "non ha senso" sostenere che ci sia una Prima causa incausata che, dal nulla, ha realizzato ogni cosa e tutto di ogni cosa (leggasi: l'universo intero).
D'altronde, non c'è nulla di contraddittorio nel dire che l'Essere stesso sussistente ha creato senza presupposto alcuno (cioè, dal nulla) ogni cosa e tutto di ogni cosa. La contraddizione ci sarebbe se si affermasse che il nulla causa ogni cosa e tutto di ogni cosa o che Dio ha creato il mondo da un sostrato materiale pre-esistente increato. Ma sappiamo entrambi che non è questo che dice la creatio ex nihilo.
Senza che ti offenda, ma per attaccare la razionalità della creatio ex nihilo sei ricorso a dei sofismi. E non è sulla base di questi sofismi che posso concordare con te che la creatio ex nihilo sia non una verità razionale ma una "cosmogonia mitica", cioè un parto della fantasia di un popolo antico. Posso essere d'accordo se mi dici che alcuni aspetti della creatio ex nihilo sono difficili da capire; infatti, è un'evidenza dimostrata, non immediata. Ma le difficoltà del caso non ne inficiano in partenza l'eventuale veridicità.
Nomina sunt consequentia rerum.
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Non lo discuto (vedasi grassetto), figurati. Ma non vedo come Dio possa essere diverso da ciò che è in virtù della diversità dell'effetto da lui prodotto, essendo a lui esterno. Sarebbe come sostenere una dipendenza del Creatore dal creato, che è del tutto illogica. Per ricorrere ad un'analogia (che ha tutti i limiti del caso): sarebbe come dire che Giotto non sarebbe stato un artista se, anziché dipingere le storie di S. Francesco, avesse dipinto delle opere che raffiguravano la vita di Sant'Agostino.
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Anche questa è una obiezione alla quale ho già risposto. La precognizione divina dell universo "emerso" non è l'universo stesso. Dio è quella precognizione, ma questo non vuol dire che dipenda dall universo esterno a lui. Casomai è il contrario. È l'universo che dipende da Dio in quanto frutto di una volontà che coincide con Dio stesso.
Infine aggiungo che Dio non sviluppa differenziate volontà in base a fattori esterni come gli uomini. Dio è pura volontà. Da questa punto di vista il paragone con Giotto non regge. Giotto non "è" scelta. Giotto sceglie. Sono due concetti molto diversi
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- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !


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La risposta non è soddisfacente: ammesso pure che Dio non coincida con gli effetti da lui prodotti (cosa sulla quale ovviamente concordo con te), rimane il fatto che tu affermi che Dio sarebbe 'ontologicamente differente' a seconda di ciò che è oggetto in particolare della sua volontà. Che, per l'appunto, è un po' come dire che Giotto non sarebbe stato ugualmente un artista se, anziché dipingere certe opere, ne avesse dipinte altre (oppure: che Giotto non sarebbe stato ugualmente un artista se, anziché avere l'intenzione di dipingere certe opere, avesse avuto l'intenzione di dipingerne altre).
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