
Originariamente Scritto da
Gunthr
Tutte quelle analogie possono essere sciolte ed espresse in termini non analogici, mentre le analogie riguardanti Dio e la creazione no, restano nell’analogia, non si può che parlarne in quei termini. Cioè per parlare dell’essere e di Dio si ricorre al linguaggio analogico, non potendo usare il linguaggio univoco che si usa per tutti gli “enti”.
Ma che in questo modo si colga qualche realtà si può solo crederlo: non è un fatto, come dici tu, è solo una scelta obbligata.
Ovvero: non possiamo parlare di Dio con linguaggio univoco, tuttavia noi vogliamo parlare di Dio, quindi deve esserci un modo per parlarne, e questo modo è il ricorso al linguaggio analogico. Ma questo è un bisogno, non è una garanzia, né un fondamento.
"La fede presuppone chiaramente che il linguaggio umano sia in grado di esprimere la realtà divina e trascendente in modo universale, in termini analogici, è vero, ma non per questo in modo meno significativo."
Giovanni Paolo II, Fides et ratio, S84
"La fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio."
Benedetto XVI, Discorso di Ratisbona
Per quale motivo Ratzinger non dice “noi abbiamo sempre saputo che tra Dio e noi esiste una vera analogia” e dice invece “la fede si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi esista una vera analogia”?
Perché l’efficacia del linguaggio analogico non è un fatto, ma qualcosa che la fede presuppone, come confermato nell'enciclica di Wojtyla.
Qualcosa che si fonda sulla fede nella rivelazione, perché nella rivelazione Dio stesso ha "convalidato" il linguaggio umano come veicolo del divino. L’efficacia del linguaggio analogico quindi è una questione di fede, che tu scambi per un fatto.
Dunque, proprio come dicevo, il discorso analogico poggia sull’ipotesi che ragionare per somiglianze e non per identità possa effettivamente cogliere qualcosa di reale. Su Dio e sull’essere, ovviamente, perché è di questo che stiamo parlando.
Non solo: considerato quanto sopra, si deve senz’altro dire che è una questione di fede - ma non certo un fatto.
Quindi quando tu dici:
"Dall'Infinito il finito, dal Creatore il creato, dall'Essere l'ente, anzi: dall'Essere ogni ente e tutto di ogni ente"
stai facendo ricorso a un linguaggio che, fidando nell’analogia, tenta di approssimarsi a qualcosa che resta inespresso.
E infatti come sia mai possibile un passaggio dall’infinito al finito, dal creatore al creato, dall’essere all’ente, (il che sarebbe proprio ciò che vorremmo sapere), tu non puoi dirlo.
Ed è naturale, perché
Cioè in termini metaforici.
Tutto questo significa che si cerca di esprimere concetti che le parole non possono letteralmente esprimere, e quindi nemmeno essere compiutamente compresi (da qui le immancabili considerazioni sull’inadeguatezza del linguaggio “umano” - come se ne avessimo a disposizione altri).
È chiaro a questo punto che in una discussione con un fisico non puoi usare frasi del tipo “questo depone a favore della creazione dal nulla”, perché nel suo discorso le parole vanno intese nel loro significato univoco e letterale, mentre nel tuo non necessariamente - anzi, nel caso della creazione dal nulla non devono essere usate nel loro significato univoco e letterale. Si tratta di due lingue diverse, non solo di due metodi diversi, quindi la discussione non si svolge allo stesso tavolo, considerato che il tuo discorso si riserva una libertà affine a quella dell’espressione letteraria, in cui le parole possono alludere a significati ulteriori - libertà espressiva che un fisico non userebbe, perché distruggerebbe rigore e precisione della sua disciplina. La teologia non può parlare di scienza, e viceversa.