
Originariamente Scritto da
Giò
Per smentire il tuo cherry picking e le tue forzature devo necessariamente mettere in evidenza quelle parti dei documenti pontifici che smentiscono le tue misinterpretazioni e che chiariscono il significato effettivo di frasi di cui, una volta isolate dal contesto complessivo in cui sono inserite, sfrutti la possibile ambivalenza. È ciò che tocca fare quando si ha di fronte un interlocutore che ricorre a metodi argomentativi sofistici.
Ma torniamo pure al merito delle questioni sollevate…
Richiamare la distinzione fra verità d'ordine soprannaturale e verità d'ordine naturale è opportuno, al contrario di quanto dici, perché mi hai accusato indebitamente di aver sostenuto che l'intelletto umano, da solo, sarebbe in grado di cogliere tutte le verità essenziali, mentre il sottoscritto si è sempre limitato a parlare di verità d'ordine naturale (e nemmeno di tutte, ad esser precisi), che certamente sono essenziali, ma non esauriscono tutte le verità essenziali.
L'esistenza della suddetta capacità, peraltro, è riconosciuta apertamente dalla Fides et ratio, quando Giovanni Paolo II parla della filosofia come "un'impresa autonoma, che procede cioè secondo le leggi sue proprie, avvalendosi delle sole forze della ragione" oppure quando l'allora Pontefice afferma che ci sono "alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca". Capito? "Sole forze della ragione" è un'espressione molto chiara, che non necessita di ulteriori spiegazioni. Ed è altrettanto chiaro che, se ci sono "alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca", ne consegue necessariamente, per la logica, che tali verità sono state colte prescindendo dalla fede. A proposito di senso letterale delle parole...
Pure qui sbagli, pensando che isolare una frase dal contesto in cui è inserita e scollegarla dalle altre possa corroborare la tua tesi: dal fatto che Giovanni Paolo II affermi che forse - quindi è tutt'altro che una certezza! - l'uomo, senza la Rivelazione, non avrebbe colto alcune verità di per sé non inaccessibili alla sola ragione non consegue minimamente che l'intelletto umano sia in se stesso (cioè costitutivamente) impotente a coglierle e che abbia totale ed assoluta necessità della Rivelazione per conoscerle. O, come diresti tu, da tale affermazione non consegue affatto che la ragione non sia dotata in se stessa, in virtù di una forza intrinseca ai suoi autonomi mezzi, della capacità di raggiungere da sola quanto meno certe verità d'ordine naturale.
Il fatto che ciò, forse, non sarebbe potuto avvenire dipende dalle conseguenze di un episodio storico che ha segnato la natura umana, indebolendone - fra le altre cose - le capacità intellettive: quello del peccato originale. Non dalla natura stessa della ragione umana. Cosa che, ad esempio, insegna molto chiaramente Papa Pio XII nella già citata Humani generis:
"Benché la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale possa effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia non pochi sono gli ostacoli che impediscono alla nostra ragione di servirsi con efficacia e con frutto di questo suo naturale potere. Le verità che riguardano Dio e le relazioni tra gli uomini e Dio trascendono del tutto l'ordine delle cose sensibili; quando poi si fanno entrare nella pratica della vita e la informano, allora richiedono sacrificio e abnegazione.
Nel raggiungere tali verità, l'intelletto umano incontra ostacoli della fantasia, sia per le cattive passioni provenienti dal peccato originale. Avviene che gli uomini in queste cose volentieri si persuadono che sia falso, o almeno dubbio, ciò che essi «non vogliono che sia vero». Per questi motivi si deve dire che la Rivelazione Divina è moralmente necessaria affinché quelle verità che in materia religiosa e morale non sono per sé irraggiungibili, si possano da tutti conoscere con facilità, con ferma certezza e senza alcun errore".
Lo dice pure Giovanni Paolo II: "Se l'uomo con la sua intelligenza non arriva a riconoscere Dio creatore di tutto, ciò non è dovuto tanto alla mancanza di un mezzo adeguato, quanto piuttosto all'impedimento frapposto dalla sua libera volontà e dal suo peccato".
Il senso letterale di queste citazioni ti è sufficientemente chiaro?
Questi sarcasmi puoi anche tenerli per te, premesso che non rientra nell'oggetto della discussione il valore magisteriale di Fides et ratio.
Appunto: forse. Ed il motivo l'ho spiegato sopra. Non dice, ad esempio, che certamente non sarebbe stato colto dalla ragione umana. Il che prova ulteriormente che Giovanni Paolo II riconosce che, di per sé, la ragione umana, in virtù della sua stessa natura, ha la capacità di cogliere determinate verità d'ordine naturale.
Io non contesto il contenuto di queste citazioni: contesto te che le interpreti come se dimostrassero che la Chiesa insegni che non esistano verità d'ordine naturale preliminari/preambolari alla fede, che l'uomo può cogliere autonomamente anche senza l'ausilio della Divina Rivelazione.
Ripetere spasmodicamente, da parte tua, che Leone XIII ha affermato di non attribuire "alla filosofia umana tanta forza e tanta autorità fino a stimare che essa sia in grado di tenere lontani e sterminare tutti gli errori" non smentisce quanto sopra perché, come dovresti sapere, non esistono solo errori filosofici, ma esistono anche errori che riguardano strettamente la fede, di fronte ai quali, ai fini della loro confutazione, non è sufficiente ricorrere alle sole forze della ragione.
Inoltre, continua a sussistere il solito problema: la debolezza della ragione umana dopo il peccato originale. Per questo servono la Divina Rivelazione e la fede: sia per far cogliere all'uomo ciò che da solo, in ogni caso, non avrebbe mai potuto cogliere (rivelato per se) sia per aiutarlo a conoscere con maggior facilità e chiarezza ciò che, da solo, dopo il peccato originale, fa più fatica a conoscere (rivelato per accidens). Ecco perché "la verità si può ottenere con sicurezza solamente dalle dottrine rivelate".
A valle, questo possiamo certamente affermarlo e, del resto, io non ho mai avuto da obiettare su questo punto. Come potrei? Ma, a monte, dobbiamo dire che usare rettamente la ragione significa usarla conformandola all'ordine oggettivo delle cose. Come scrisse una volta padre Matteo Liberatore nel suo "Compendio di Logica e Metafisica" (Giannini, Napoli, 1871): «Conseguire la verità non è altro che conseguire giudizi conformi alle cose» (p. 49). Il che presuppone, nel soggetto conoscente, la rettitudine della volontà rispetto al fine: ossia la sincera intenzione di conoscere la verità ed il bene.
La Rivelazione certamente conferma che quelle siano verità, ma ciò non significa che, di per sé, non si possano riconoscere (e che, storicamente, non siano state riconosciute) come tali in virtù della sola evidenza intrinseca (immediata o mediata). La ragione, da sola, non può "tenere lontani e sterminare tutti gli errori", ma certamente è in grado di confutare, anche da sola, quegli errori che contraddicono determinate verità d'ordine naturale, di cui l'intelletto umano può avere intrinseca evidenza o per conoscenza immediata o per dimostrazione. Del resto, se non fosse così, non avrebbe senso, da parte di Papa Leone XIII, parlare espressamente di verità dimostrate e difese con argomenti propri anziché tratti dalla Divina Rivelazione.
La ragione, da sola, di per sé, ha i mezzi adatti per riuscire ad avere evidenza di determinate verità d'ordine naturale, ma certamente tali mezzi non sono sufficienti per conoscere anche le verità d'ordine soprannaturale. Se questi mezzi non fossero in grado, di per sé, di cogliere alcuna verità, anche se d'ordine naturale, ciò confliggerebbe con la chiara affermazione del naturale orientamento della ragione verso la verità e con l'altrettanto chiara affermazione che la ragione ha in se stessa i mezzi per raggiungerla. Si andrebbe contro il senso letterale delle parole impiegate nell'Enciclica che tanto tieni a citare.
Io non ho mai parlato di autosufficienza della ragione, ma sempre e solo di autonomia (peraltro, relativa). Autonomia che implica, come dice il testo stesso, la capacità di cogliere da sé verità d'ordine naturale (altrimenti, di che autonomia staremmo parlando?).
Ma chiariamo bene perché Giovanni Paolo II parla di una "filosofia consapevole [che] non può non rispettare anche le esigenze e le evidenze proprie della verità rivelata": perché è la ragione stessa, se esercitata correttamente (ossia conformandosi all'ordine oggettivo delle cose), a riconoscere che ha dei limiti invalicabili; che vi sono delle evidenze estrinseche che depongono a favore dell'actus fidei; e che soltanto dalla fede essa può ricevere quei lumi sulle realtà ultime che da sola non può conseguire.
Ecco perché la fede, pur avendo un carattere soprannaturale, è dotata di una sua ragionevolezza, che S. Tommaso d'Aquino ha illustrato magistralmente. Lo dico io? No, lo dice Giovanni Paolo II: "Pur sottolineando con forza il carattere soprannaturale della fede, il Dottore Angelico non ha dimenticato il valore della sua ragionevolezza; ha saputo, anzi, scendere in profondità e precisare il senso di tale ragionevolezza. La fede, infatti, è in qualche modo esercizio del pensiero; la ragione dell'uomo non si annulla né si avvilisce dando l'assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole. È per questo motivo che, giustamente, san Tommaso è sempre stato proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia".
Non ho citato Humani generis per smentire Fides et ratio, ma per interpretare correttamente la seconda alla luce della prima, giacché la proposizione "La Chiesa non propone una propria filosofia né canonizza una qualsiasi filosofia particolare a scapito di altre" viene giustificata con un richiamo in nota all'Enciclica di Pio XII.
In quest'ultima Enciclica è chiarito il giusto senso in cui va intesa la frase di Giovanni Paolo II, dato che è quest'ultimo ad aver deciso di citarla espressamente.
E cosa viene insegnato da Pio XII in quest'Enciclica, a riguardo?
Viene insegnato che, pur non essendo obbligatorio aderire ad una determinata corrente filosofica, come può essere lo stesso tomismo, non è possibile mettere in discussione quella "sana filosofia" laddove "difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile".
Ma indovina un po': qual è quella filosofia che, per antonomasia, "difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile", fra cui la certezza dimostrata che Dio sia necessario, ed è stata riconosciuta come tale dalla Chiesa più volte? Il tomismo.
Lo dico io? No, lo specifica lo stesso Pio XII poco dopo: "Se si considera bene quanto sopra è stato esposto, facilmente apparirà chiaro il motivo per cui la Chiesa esige che i futuri sacerdoti siano istruiti nelle scienze filosofiche «secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico» (Corp. Jur. Can., can. 1366, 2), giacché, come ben sappiamo dall'esperienza di parecchi secoli, il metodo dell'Aquinate si distingue per singolare superiorità tanto nell'ammaestrare gli animi che nella ricerca della verità; la sua dottrina poi è in armonia con la Rivelazione Divina ed è molto efficace per mettere al sicuro i fondamenti della fede come pure per cogliere con utilità e sicurezza i frutti di un sano progresso".
Ed infatti, per tornare a Fides et ratio, Giovanni Paolo II afferma: "Il Magistero (...) non si è limitato solo a rilevare gli errori e le deviazioni delle dottrine filosofiche. Con altrettanta attenzione ha voluto ribadire i principi fondamentali per un genuino rinnovamento del pensiero filosofico, indicando anche concreti percorsi da seguire". E, riguardo ai "concreti percorsi da seguire", giustamente il Pontefice di allora parla dell'"incomparabile valore della filosofia di san Tommaso", citando proprio l'Aeterni Patris di Papa Leone XIII: "(...) l’angelico Dottore speculò le conclusioni filosofiche nelle intime ragioni delle cose e nei principi universalissimi, che nel loro seno racchiudono i semi di verità pressoché infinite, e che a tempo opportuno sarebbero poi stati fatti germogliare con abbondantissimo frutto dai successivi maestri. Avendo adoperato tale modo di filosofare anche nel confutare gli errori, egli ottenne così di avere debellato da solo tutti gli errori dei tempi passati e di avere fornito potentissime armi per mettere in rotta coloro che con perpetuo avvicendarsi sarebbero sorti dopo di lui. Inoltre egli distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l’una e l’altra in amichevole consorzio, di ambedue conservò interi i diritti, e intatta la dignità, in modo che la ragione, portata al sommo della sua grandezza sulle ali di San Tommaso, quasi dispera di salire più alto; e la fede difficilmente può ripromettersi dalla ragione aiuti maggiori e più potenti di quelli che ormai ha ottenuto grazie a San Tommaso".
Se non ti fossi incaponito, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di discutere questo punto perché è già tutto preliminarmente chiarito da queste poche parole della pluricitata Studiorum ducem di Pio XI: "Noi, mentre facciamo eco a questo coro di lodi date a quel sublime ingegno, approviamo che egli non solo sia chiamato Angelico, ma altresì che gli sia dato il nome di Dottore Universale, mentre la Chiesa ha fatto sua la dottrina di lui, come da moltissimi documenti viene attestato".
Hai capito? La Chiesa ha fatto sua la dottrina di S. Tommaso, come da moltissimi documenti viene attestato. Di fronte a questa citazione, segui con coerenza le tue stesse parole: "Non c’è da discutere su questo, il testo è del tutto esplicito" (sic!).
Pertanto, il senso della frase di Giovanni Paolo II che pretendi di ripetere, pensando erroneamente che deponga a favore della tua tesi, è che, nella "sana filosofia" di cui sopra, "vi sono certamente parecchie cose che non riguardano la fede e i costumi, né direttamente né indirettamente, e che perciò la Chiesa lascia alla libera discussione dei competenti in materia". Pertanto, un cattolico può essere tranquillamente - ad esempio - agostiniano o aderire alla scuola francescana anziché tomista. Ma la sua libertà s'arresta "riguardo ai principî ed alle principali asserzioni" di quella "sana filosofia" che, per l'appunto, va intesa e studiata "secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico". Ed è in questo secondo senso che, invece, si può asserire che il tomismo, nei suoi principi fondamentali e in ciò che da essi deriva necessariamente, costituisca quella sophia perennis che la Chiesa ha riconosciuto e fatto propria perché veridica.
Se questo secondo senso non fosse ammissibile, Giovanni Paolo II non avrebbe avuto motivo di riconoscere espressamente l'"incomparabile valore della filosofia di San Tommaso" e non si spiegherebbe perché la Chiesa Cattolica, per mezzo di ripetuti e chiari pronunciamenti dei Romani Pontefici, abbia tenuto in passato a dichiarare l'imprescindibilità di una formazione teologica e filosofica schiettamente tomista. Ripensiamo alle già citate XXIV tesi del tomismo: perché San Pio X ha fatto formulare prima ed ha approvato poi, ufficialmente, le XXIV tesi del tomismo anziché - ad esempio - le XXIV tesi dell'agostinismo? La risposta è semplice ed evidente: perché, nonostante l'autorevolezza di Sant'Agostino, il tomismo ha costituito e, tutt'ora, costituisce il vertice e il culmine della filosofia e della teologia cristiane.
Concludo su questo specifico punto, facendo notare che è certamente vero che Pio XII affermi che la "sana filosofia" di cui parla è stata "confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa" perché quest'ultima, nell'esercizio del suo Magistero, "ha messo a confronto con la verità rivelata i suoi principî e le sue principali asserzioni", ma da ciò non consegue minimamente che, al netto degli effetti sulla sua natura del peccato originale, la ragione non sia in grado, in se stessa, di cogliere determinate verità d'ordine naturale. Non è un caso che, tra i "velenosi frutti" della smania di novità dell'epoca, l'allora Sommo Pontefice abbia annoverato la seguente posizione filosofica, condannandola: "Si mette in dubbio che la ragione umana, senza l'aiuto della Divina Rivelazione e della grazia, possa dimostrare con argomenti dedotti dalle cose create, l'esistenza di un Dio personale". Capito? Dice proprio: "senza l'aiuto della Divina Rivelazione e della grazia". D'altronde, come ho messo in evidenza all'inizio di questa mia risposta, Pio XII - la cui Enciclica, ribadiamolo ulteriormente, è citata da Giovanni Paolo II in Fides et ratio - afferma che "la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale [può] effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime". E Giovanni Paolo II - anche qui: repetita iuvant - afferma l'esistenza di "alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca", che la stessa teologia fondamentale deve riconoscere e mostrare come tali.
Io non traviso alcunché. Io leggo i documenti di cui stiamo trattando per intero, mentre tu li sezioni in modo da riportare solo ciò che pensi ti possa far comodo ai fini del dibattito in corso. Ma, siccome le cose stanno diversamente da come vuoi sostenere tu, ho gioco facile a smentirti ogni singola volta, opponendoti quelle parti che tu ometti od ignori.
Confondi sin troppo facilmente convinzione e risolutezza con disperazione, se mi attribuisci un sentimento simile.
Quanto a me, io ho sempre e solo rivendicato che l'intelletto e la ragione dell'uomo siano in grado di cogliere con certezza da sé, tramite i propri mezzi, determinate verità d'ordine naturale, come insegnato - ad esempio - dal Concilio Vaticano I: "La (...) Santa Madre Chiesa professa ed insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza al lume naturale della ragione umana attraverso le cose create; infatti, le cose invisibili di Lui vengono conosciute dall’intelligenza della creatura umana attraverso le cose che furono fatte (Rm 1,20)".
Ho pure detto in più occasioni che queste verità d'ordine naturale sono preliminari e propedeutiche all'adesione alla fede cattolica, come insegnato anche da Papa Leone XIII nell'Enciclica Aeterni Patris (e come ammesso dallo stesso Giovanni Paolo II nel documento da te citato).
E, sempre in linea con il Concilio Vaticano I, ho ripetutamente detto che esistono dei motivi di credibilità della fede che, pur non costituendo un'evidenza intrinseca né immediata né mediata, mostrano all'intelletto la ragionevolezza dell'actus fidei: "Se qualcuno dirà che la Rivelazione divina non può rendersi credibile per segni esterni, e che perciò gli uomini devono procedere verso la fede solo attraverso l'interiore esperienza o l'ispirazione privata di ciascuno: sia anatema".
Non ho mai messo in discussione la superiorità della fede sulla ragione né che soltanto la grazia divina, perfezionando la nostra natura e, quindi, di conseguenza, la nostra stessa ragione, possa muoverci all'acquisizione chiara (e all'eventuale approfondimento) di tutte quelle verità necessarie alla nostra salvezza.
Come messo in evidenza in questa ormai lunghissima discussione ed in un dibattito che abbiamo avuto in precedenza, il problema è che tu, quando attribuisci alla Chiesa di ritenere che la fede sia l'unico sicuro criterio di verità, lo intendi in senso eterodosso, cioè fideistico: come se la fede fosse un'opinione che giustificherebbe se stessa con se stessa, circolarmente. E come se, in ambito metafisico, la conoscenza dell'ente si riducesse ad un atto di fede, peraltro così inteso. È questo che suscita le mie obiezioni. Non altro.
Esiste ovviamente un senso ortodosso, cioè autenticamente cattolico, di tale affermazione, che è quello illustrato dalla Dei Filius del Concilio Vaticano I: "Si deve [alla] Divina Rivelazione se tutto ciò che delle cose divine non è di per sé assolutamente inaccessibile alla ragione umana, anche nella presente condizione del genere umano, può facilmente essere conosciuto da tutti con certezza e senza alcun pericolo di errore. Tuttavia, non per questo motivo deve dirsi assolutamente necessaria la Rivelazione, ma perché nella Sua infinita bontà Dio destinò l’uomo ad un fine soprannaturale, cioè alla partecipazione dei beni divini, che superano totalmente l’intelligenza della mente umana; infatti Dio ha preparato per coloro che Lo amano quelle cose che nessun occhio vide, nessun orecchio mai udì, nessun cuore umano conobbe (1Cor 2,9)".
La fede, quindi, non è "unico criterio sicuro di verità" nel senso che l'intelletto e la ragione dell'uomo siano intrinsecamente impotenti a cogliere da sole determinate verità in certi ambiti, conformandosi all'oggetto ad essi esterno, ma nel senso che essa sola (cioè la fede), in quanto adesione alla Divina Rivelazione, dà accesso ad una comprensione più agevole e chiara delle verità nell'ordine naturale ed è l'unica via per conoscere quelle che appartengono all'ordine soprannaturale. Ma io ho mai detto qualcosa di diverso da ciò? No, ovviamente, e sfido chiunque a dimostrare il contrario, se non alterando profondamente quanto da me scritto finora.
Ecco allora che appare sofistico e strumentale, da parte tua, "estrarre" dalla Fides et ratio un passaggio in cui viene usato il termine "circolarità", tentando di dare l'impressione che questo confermi ciò che sostieni tu. Ma è così? No. La "circolarità" di cui parla Giovanni Paolo II va intesa nei termini di un arricchimento reciproco tra teologia rivelata e filosofia in cui, da un lato, la prima si affinerebbe alla luce degli sviluppi della ricerca filosofica mentre, dall'altro, la seconda troverebbe nella teologia un sicuro riferimento per evitare non solo errori che riguardano la retta conoscenza dell'ordine soprannaturale, ma anche dell'ordine naturale, stante la debolezza della ragione umana dopo il peccato originale. Motivo per cui l'allora Pontefice fa espressa menzione di "un cammino di ricerca filosofica che ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto con i dati della fede".
Non si sta parlando della circolarità del ragionamento circolare, che è una fallacia logico-argomentativa. Non si sta nemmeno parlando, quindi, della circolarità di una fede che giustificherebbe se stessa (o ciò che necessariamente la presuppone) con se stessa. Come, invece, vorresti far credere tu.
Il linguaggio analogico viene impiegato tanto per parlare di Dio sub specie entis quanto per parlare di Dio sub specie Deitatis, ossia come Monotriade divina. Il ricorso al linguaggio analogico per parlare di Dio nel primo senso fu impiegato per la prima volta dai filosofi precristiani. Perciò, è da escludere che sia stato una sorta di escamotage dei filosofi e dei teologi cristiani, trovato appositamente per poter parlare di un Dio di cui, altrimenti, non avrebbero potuto parlare e garantito, in modo fallacemente circolare, dalla fede stessa. Si può dire, invece, che filosofi e teologi cristiani abbiano acquisito e fatto proprio questo portato della filosofia precristiana e che l'abbiano impiegato, sviluppato e sistematizzato per parlare di Dio non solo in senso ontologico-metafisico, ma anche per parlare di Dio come Dio che si rivela e che si incarna.
La validità del linguaggio analogico in generale, ed in particolare per parlare di Dio, è sì un presupposto della fede e della Divina Rivelazione, ma è un presupposto che, in se stesso, è di natura razionale ed il motivo l'ho spiegato, rifacendomi peraltro a S. Tommaso d'Aquino, la cui filosofia, come riconosciuto da Giovanni Paolo II, ha valore incomparabile.
Non avrebbe senso, d'altronde, parlare di un presupposto della fede e della Divina Rivelazione che si fonderebbe...sulla fede e sulla Divina Rivelazione, di cui sarebbe presupposto. Cosa che ti ho già fatto notare e che tu, invece, hai ignorato. Tieni tanto al senso letterale delle parole e non ti avvedi che "presupposto" è - letteralmente, per l'appunto - ciò che viene prima di qualcos'altro e che gli fa da premessa? Come fa a rientrare nell'ambito della fede ciò che, per definizione, viene prima di tale ambito?
Pretendere di giustificare tale tua interpretazione, sostenendo che questa sarebbe la "circolarità" del rapporto tra fede e ragione, tra teologia e filosofia, non regge perché, come s'è chiarito, la circolarità di cui parla Giovanni Paolo II consiste in un reciproco arricchimento.
Perciò, la capacità del linguaggio umano nell'esprimere la verità colta dall'intelletto e la validità del ricorso all'analogia non sono un'esigenza della fede in senso strumentale, ma sono parte integrante di quei contributi che, genuinamente, con mezzi propri, "la filosofia reca alla teologia" e, prima ancora, alla fede. Questo significa che la filosofia stessa, prima ancora della teologia, può parlare validamente ed efficacemente di Dio, seppur entro certi limiti, facendo uso dell'analogia.
La fede esige quindi - per ricorrere alle stesse parole della Fides et ratio - "l'attitudine del linguaggio umano a parlare in modo significativo e vero anche di ciò che eccede ogni esperienza umana" e che "il linguaggio umano sia capace di esprimere in modo universale, anche se in termini analogici, ma non per questo meno significativi, la realtà divina e trascendente": non per costruire artificiosamente una narrazione che, altrimenti, non starebbe in piedi, bensì perché la fede mancherebbe delle sue premesse fondamentali. Come ho ripetuto tantissime volte, se non ci fosse la certezza razionale che Dio sia necessario (sia essa intesa imprecisamente dall'uomo comune od ottenuta tramite dimostrazione dall'uomo colto) e tutto ciò che tale conclusione presuppone necessariamente, non si potrebbe nemmeno affermare che Dio sia Uno e Trino o che Dio si sia rivelato ed incarnato.
Io leggo il termine "esigenza" come premessa, preambolo o presupposto – almeno implicitamente - necessari della fede, tu invece lo leggi come qualcosa che non sarebbe necessario di per sé, ma solo per l'effetto che, di fatto, produce – cioè quello di far reggere un discorso, una narrazione, che, altrimenti, non starebbe in piedi, se non in assoluto, quanto meno in ambito speculativo. Ma davvero pensi che Giovanni Paolo II possa aver impiegato un termine simile nel secondo senso? Domanda retorica, ovviamente.
Tutto quanto ho detto, ad ogni modo, è pienamente compatibile con quanto è scritto nell'Enciclica di Giovanni Paolo II: "(...) il Concilio Vaticano I, recuperando l'insegnamento paolino (cfr Rm 1, 19-20), aveva richiamato l'attenzione sul fatto che esistono verità conoscibili naturalmente, e quindi filosoficamente. La loro conoscenza costituisce un presupposto necessario per accogliere la Rivelazione di Dio". E poco dopo: "Da tutte queste verità, la mente è condotta a riconoscere l'esistenza di una via realmente propedeutica alla fede, che può sfociare nell'accoglienza della Rivelazione, senza in nulla venire meno ai propri principi e alla propria autonomia".
Ciò non si concilia, invece, con il senso complessivo della tua tesi ed in particolar modo con alcune frasi da te scritte, come ad esempio queste: "Per la Chiesa non c’è bisogno di alcuna preparazione per accogliere la fede. (...) la filosofia dell’essere non si impone in virtù di una necessità interna alla ragione, ma in virtù di una necessità della fede".
Come sarebbe possibile alla ragione umana non "venire meno ai propri principi e alla propria autonomia", se l'acquisizione di determinate verità, ancorché limitate all'ordine naturale, non fosse dettata dal genuino riconoscimento di un'evidenza - immediata o mediata - intrinseca, che può verificarsi, da parte del soggetto conoscente, anche senza che quest'ultimo abbia (già) aderito alla Divina Rivelazione per fede?
Il documento giovanneopaolino sottolinea in più occasioni che, da parte della fede e della teologia rivelata, è necessario rispettare l'autonomia della ragione e della filosofia. Anzi, come dovresti aver letto anche tu, l'allora Sommo Pontefice ha dichiarato che la teologia stessa, nelle sue diverse branche, deve riconoscere e mettere in evidenza questa autonomia della filosofia, ferma restando la superiorità della fede (ecco spiegato - repetita iuvant - il senso dell'inciso "alla luce della conoscenza per fede"). Alcune citazioni dimostrative in merito le ho già riportate: ne potrei aggiungere tranquillamente altre, sovraevidenziando il tuo torto, ma già così è sufficiente.
Se tu avessi un po' di onestà intellettuale, adesso la smetteresti con questa logomachia e cercheresti di affrontare il vero nocciolo del problema: ossia, il fondamento della validità del ricorso all'analogia per parlare di Dio.