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Discussione: Fede o scienza?

  1. #14591
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    E allora? Scegliere una nozione “forte” non significa necessariamente avere una nozione vera. A proposito di wishful thinking.

    La categoria di causa si applica alla realtà diveniente e mutevole, a ciò che è oggetto dell’esperienza sensibile. Come può una categoria che noi usiamo per organizzare la conoscenza della realtà diveniente e mutevole valere anche per un’ipotetica realtà immutabile ed eterna? E quindi farci compiere il salto dal piano del relativo e diveniente a quello dell’assoluto ed eterno? Come si può usare la catena causale del mondo dell’esperienza sensibile per uscire dalla catena causale del mondo dell’esperienza sensibile?

    Questa è la domanda a cui bisogna rispondere prima di parlare di dimostrazioni o conoscenza di Dio, e visto che la risposta non c’è, significa che ti limiti a darlo per scontato.
    E allora tutto il tuo ragionamento parte da un presupposto che non si può dare né per assodato né, tanto meno, per scontato, ma che va vagliato criticamente: ossia, che noi non siamo in grado di cogliere le strutture fondanti della realtà in quanto tale.

    È ovvio che, se si parte dal presupposto che siamo impotenti a riconoscere con certezza nella realtà le sue leggi necessarie e a formalizzarle in termini rigorosi e che, tutt'al più, siamo capaci di cogliere - nemmeno con certezza - delle regolarità nei fenomeni fisici che sono oggetto dei nostri sensi, risulta decisamente aleatorio pensare che si possa arrivare con certezza a dimostrare la necessità dell'esistenza di Dio.

    Ho fatto notare, invece, che quella tomista è una nozione "forte" di causalità per sottolineare che, nella filosofia tomista, è coerente con le premesse date trarre la conclusione che l'esistenza di Dio sia necessaria, senza che risulti contraddittorio o fallace quello che tu chiami il passaggio dal piano del "limitato" a quello dell'"illimitato" aut similia, giacché è la finitezza e la contingenza del mondo a richiedere l'esistenza dell'Assoluto, pena l'assurdo. Il passaggio di cui parli risulta lecito constatando l'insufficienza nostra e delle cose di cui rileviamo l'esistenza nel mondo.

    La finitezza e la contingenza del mondo, proprio perché tali, infatti, richiedono un fondamento che non sia a sua volta semplicemente un ulteriore elemento della stessa catena causale, pena un regresso esplicativo senza termine del divenire. Perciò, non si tratta di uscire dalla realtà, ma di capire come essa sia possibile. O, per essere ancora più precisi, non si tratta di uscire dall'esperienza sensibile e diveniente, ma di chiarire ciò che la sostiene e fa sì che esista.

    Quindi il problema, a monte, è - esattamente come dicevo - quello delle premesse: tu sostieni che quelle del tomismo, tutt'al più, si possano considerare meramente ipotetiche e sei convinto che la causalità sia una categoria mentale attraverso la quale organizziamo una realtà i cui fondamenti ci sono, di fatto, inaccessibili.

    Ad ogni modo, il fatto che io abbia detto che quella tomista sia una nozione "forte" di causalità non significa che io la stia dando per scontata. Questa è la noiosa reiterazione da parte tua di un'accusa già fatta e già smentita, visto che in questa stessa discussione (forse non te lo ricordi) ti ho mostrato che il principio di causalità è necessario perché la sua negazione implicherebbe una contraddizione, impossibile in re: dal momento che io constato che A muta in B, questo implica necessariamente che in A vi fosse la capacità di trasformarsi in B, cioè una capacità ad essere determinata in quel modo, pur non essendolo ancora. Questo passaggio non può essersi verificato in virtù di B, non essendo ancora presente. Perciò, ne consegue che tale passaggio sia avvenuto necessariamente in virtù di qualcosa di già esistente.

    Quanto sopra non è la mera rilevazione di una costante del nostro mondo fisico, che in termini assoluti potrebbe essere come non essere, ma di una necessità cogente: quali che siano le dinamiche del mondo sensibile e le costanti che lo regolano, queste dinamiche e tali costanti richiedono sempre che tutto ciò che è contingente riceva da qualcos'altro la propria esistenza, pena l'inintelligibilità del divenire.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #14592
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Il più include il meno, e quindi il braccio include la mano, per chi distingue fra braccio e mano, mentre per chi non ha operato questa distinzione non c’è né braccio né mano, ma un’unica identità, nominata da un’unica parola, che comprende quelle che per altri sono due identità distinte. È molto semplice.
    Sarà pure molto semplice ma la tua continua ad essere non una dimostrazione, bensì una supposizione.

    Lo scoglio argomentativo che non sei in grado di superare è questo: dall'assenza di una parola non segue necessariamente la mancanza di conoscenza del contenuto del concetto. In altri termini, il fatto che in una lingua non esista un termine specifico per indicare la mano, ma solo uno per indicare il braccio, non dimostra che coloro che parlano quella lingua non abbiano comunque rilevato l'esistenza della mano, pur non avendo coniato un termine specifico per indicarla.

    Inoltre, l'esperienza dimostra che i popoli, nonostante lingue differenti, riescono a comunicare tra loro, seppur con tutte le difficoltà del caso. Tale comunicazione non sarebbe possibile se non ci fosse quella precedenza delle cose sulle parole che le indicano, di cui parlavamo in precedenza, perché è proprio grazie al confronto con le cose, a cui le parole fanno riferimento, che i popoli riescono a rendere comprensibili ad altri i termini dei rispettivi idiomi.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Così la stessa realtà viene suddivisa in maniera diversa da sguardi diversi, e queste diverse suddivisioni possono essere condivise o tradotte, facendo emergere dallo sfondo identità che non erano individuate, oppure appartenevano ad altre identità, suddivise diversamente.
    Come già detto, "diverso" non significa "incompatibile" e, pertanto, tale argomento non è sufficiente a relativizzare la validità delle nozioni e dei principi primi, che peraltro precedono qualsiasi discorso o rilevazione riguardante mani, braccia, colori, spazio, tempo, ecc.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    I cinesi dei secoli passati hanno costruito i loro edifici senza separare le astrazioni di spazio e tempo, perché la loro idea spaziale di posizione concreta, nonostante non sia pensata come indipendente da una connotazione temporale, era altrettanto funzionale a un’applicazione pratica come la costruzione di un edificio.

    Se non intendevi dire che gli stessi risultati implicano il ricorso agli stessi strumenti, perché hai fatto questo esempio? A che ti serve? In realtà proprio a sostenere che i cinesi avevano almeno “una minima nozione di spazio” (minima rispetto a quella compiuta, che sarebbe la nostra), e infatti segue l’esempio del bambino che capisce meno dell’adulto. Ma questo significa ancora sovrapporre i propri criteri a quelli che una lingua antica testimonia in uso. Non puoi dimostrare la presenza di un concetto in una lingua antica in assenza del relativo termine, e non lo si può correttamente dedurre, perché è solo un’assunzione arbitraria pensare che uno stesso risultato testimoni l’uso degli stessi strumenti, seppure a un livello minimale.
    Quando dici che le nozioni di spazio e di tempo degli antichi Cinesi erano altrettanto funzionali "ad un'applicazione pratica come la costruzione di un edificio", sei comunque costretto a spiegare come ciò sia stato possibile.

    La risposta è che le nozioni di spazio e di tempo intese "come estensione geometrica astratta e come dimensione lineare uniforme" sono le nozioni scientifiche di spazio e di tempo, ma non sono le nozioni di spazio e di tempo in quanto tali. Io posso non avere la minima idea di che cosa significhi "estensione geometrica astratta" oppure "dimensione lineare uniforme", eppure sapere comunque che cosa sia lo spazio e che cosa sia il tempo, seppur in termini che uno scienziato giudicherebbe elementari oppure semplicemente non scientifici.

    Pertanto, non è un'assunzione arbitraria affermare che "uno stesso risultato testimoni l’uso degli stessi strumenti, seppure a un livello minimale", perché - senza quel "livello minimale" - si dovrebbe inferire che sia possibile costruire un edificio senza avere alcuna nozione di spazio. Ma ogni effetto richiede una causa proporzionata ad esso.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Se ti limiti a riscrivere quello a cui avevo appena risposto, non dai una risposta a quello che ti ho chiesto.
    Tu parli di mappe inadeguate o errate, cioè dai per scontato l’errore, e quindi dai per scontata una mappa oggettiva e vera. Ma io ti ho proprio chiesto come si stabilisce quale sia la mappa corretta delle “essenze”, visto che non tutti isolano nella realtà le stesse identità, le stesse “cose”, le stesse “essenze”, e dunque formano diverse mappe della realtà. Come si fa a dire quale di queste differenti mappe coglie oggettivamente la realtà nella sua autentica struttura, con le sue essenze individue?
    Su quale base si può dire che fanno parte della struttura della realtà lo spazio e il tempo, e non lo spazio-tempo, il bianco e non l’albus e il candidus? O sono oggettivamente tutte vere essenze, anche quando si sovrappongono o si escludono a vicenda, e allora la struttura della realtà non è data una volta per tutte, ma molteplice come le sue diverse letture, e mutevole secondo i tempi e le culture. Oppure non sono tutte vere essenze, non sono tutte oggettive identità, e allora si ripresenta il problema di spiegare chi e come stabilisce quali sono quelle oggettive.

    Tu dici che lo si può fare “verificando che il percorso che riporta corrisponde effettivamente a quello reale”.
    Ma tutte leggono efficacemente la realtà, tutte attraverso il loro percorso restituiscono un’immagine della realtà.
    Dunque qual è il percorso reale? Chi lo stabilisce, e come?
    Se ribadisco la replica che ti avevo già dato, è perché in essa c'è già la risposta al quesito che poni.

    Volendo sviluppare ulteriormente l'argomento ed esplicitare maggiormente ciò che intendo dire: esistono diversi ordini di conoscenza e diversi ordini di conoscenza implicano una considerazione della realtà sotto un determinato aspetto anziché sotto un altro, con differenze di metodi e di approcci, oltre che con differenze nello statuto delle conoscenze a cui si giunge.

    La metafisica studia (se ci e quali siano) i fondamenti strutturali della realtà in quanto tale, che sono, per così dire, la cornice entro la quale risulta possibile ogni altro genere di conoscenza.

    Il fatto che, all'interno di questa cornice, ci siano ordini di conoscenza all'interno dei quali non si giunge a conclusioni dotate della certezza delle conclusioni della metafisica non è un argomento che consente di inficiare o anche solo di relativizzare quelli che sono stati individuati come i fondamenti strutturali della realtà in quanto tale.

    Cosa cambia in termini metafisici che l'uomo rilevi che ci siano la mano ed il braccio oppure che ci sia soltanto il braccio? Niente, perché in entrambi i casi restano necessariamente valide le nozioni prime (a cominciare da quella di ente e di essere) ed i principi primi dell'essere (principio d'identità, di non contraddizione, di causalità, ecc.).

    Cosa cambia in termini metafisici che la spiegazione scientifica corretta sia la teoria tolemaica o quella eliocentrica? Nulla, perché tanto l'una quanto l'altra dovranno necessariamente rispettare le nozioni ed i principi primi dell'essere.

    Cosa cambia in termini metafisici che l'uomo non riesca a conoscere le essenze specifiche di ogni elemento della realtà sensibile (cosa della quale gli scolastici, S. Tommaso in primis, erano ben consapevoli)? Niente, perché queste essenze specifiche - quali che siano - non potranno che rientrare nell'ambito dell'essere e rispettare i principi primi.

    Il problema si pone, se mai, nel momento in cui, con quella che viene presentata come "spiegazione scientifica", si pretende di confutare o relativizzare un principio strutturale della realtà stessa, come potrebbe essere il principio di non contraddizione o quello di causalità. Ed è lì che si rivela necessario verificare, confrontandosi con la realtà. Cioè vedere se, per continuare con l'esempio fatto, si può effettivamente fare a meno del pdnc o del pdc, senza riaffermarne esplicitamente o implicitamente la necessità. Oppure se la disciplina a cui si pretende di ricorrere per avanzare questo genere di obiezione abbia veramente gli strumenti atti a poterlo fare.

    Non cambia alcunché se domani avremo una definizione di "cane" diversa da quella che abbiamo oggi ed in ogni caso non sarebbe rilevante in termini metafisici perché questo non squalificherebbe il concetto universale di "essenza" e la sua validità.

    Non è il tomismo a dire che siamo in grado di conoscere esaustivamente le essenze specifiche di tutte le cose, ma una caricatura del tomismo, che non corrisponde minimamente al "tomismo reale".

    Che poi questo, di per sé, impedisca in toto di cogliere e formalizzare rigorosamente verità di ordine oggettivo, necessario ed universale è solo un non sequitur.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    L’identità presuppone le nozioni di essere e di ente solo per chi a sua volta presuppone le nozioni di essere ed ente, che sono tutt’altro che lineari
    Allora prova a semantizzare la nozione d'identità senza ricorrere a concetti che si possono ricondurre alle nozioni di "ente" e di "essere".

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    specialmente la prima, visto che l’essere non è nemmeno una nozione.
    Prima hai insistito sull'indefinibilità dell'"essere", adesso invece provi a cambiare disco sostenendo gratuitamente che non sia nemmeno una nozione. Chissà cosa ci riserverà il prossimo escamotage dialettico…

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    La centralità del soggetto che stabilisce e isola un’identità è ineludibile per il principio stesso di identità (e quindi per il principio di non contraddizione): come può darsi un’identità senza qualcuno che la identifichi, e la isoli dal continuo della realtà? Senza un soggetto che identifichi, è contraddittorio parlare di identità. Se non sei d’accordo, mostrami un’identità che nessuno ha mai identificato, conosciuto e pensato.
    Argomento sofistico: è ovvio che nulla sia "identificato, conosciuto e pensato", se non nel momento in cui qualcuno, effettivamente, identifica, conosce e pensa qualcosa. Il punto, che non puoi eludere, è se quanto "identificato" sia, contrariamente a ciò che ci attesta la nostra coscienza, prodotto da noi stessi o se, invece, sia dato a noi dalla realtà esterna. L'identificare qualcosa non significa che siamo noi a dargli un'identità che, altrimenti, non avrebbe; significa soltanto rilevare che qualcosa esiste ed è dotato di una propria specificità.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    A maggior ragione in questo caso, in cui si tratta di distinguere fra realtà e fantasia: chi è che distingue, se non noi?

    Quindi no, l’uso della parola “cosa” per riferirsi sia a ciò che secondo noi esiste sia a ciò che non esiste non dimostra di per sé che hanno in comune un fondamento trascendentale.
    Quando ho fatto notare che usiamo la parola "cosa" sia per riferirci agli enti che esistono nella realtà sia per riferirci agli enti che sono frutto della nostra immaginazione o inventiva, non ho inteso dire che abbiano una comune natura metafisica, ma solo che la nostra mente è misurata a tal punto dalla realtà ad essa esterna (e di cui fa parte) che non è in grado di pensare a qualcosa, se non adeguandosi a quelle nozioni e a quei principi fondamentali della realtà extramentale che abbiamo individuato.

    Se, ad esempio, io penso ad un unicorno, non posso pensarlo né come un nihil absolutum né come qualcosa che sia simultaneamente e sotto il medesimo aspetto se stesso ed il suo contrario, ma devo necessariamente pensarlo incontraddittoriamente come «ente» o «cosa» e non potrò che attribuire ad esso caratteristiche tratte dal vissuto della mia personale esperienza o di quella altrui, così come mi è stata fatta conoscere.

    Il che non è un mero fatto linguistico e, se volessimo considerarlo come una necessità imposta dal pensiero, dovremmo ammettere che è una necessità derivata dal fatto che il pensiero non può concepire alcunché che violi le condizioni di intellegibilità del reale, senza autoannullarsi.

    Questo conferma la centralità dell'ente reale come pietra di paragone fondamentale per tutto ciò che viene concepito come "ente" o "cosa". Ossia: tutto ciò che noi concepiamo come "cosa" o come "ente" lo concepiamo in questi termini sempre in virtù di una certa analogia con l'ente reale, che è quindi ciò da cui ricaviamo "primitivamente" la nozione di "ente" o quella equivalente di "cosa".

    Pertanto, noi - come soggetti conoscenti - siamo semplicemente coloro che individuano quest'analogia e la esplicitano, non siamo coloro che la producono arbitrariamente.
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  3. #14593
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Elenco le falle del tuo discorso senza stare a suddividere in singole risposte.

    Contraddizione: non puoi dire che l’essere non è qualcosa, non è un ente, e contemporaneamente dire che l’intuizione dell’essere è apprensione di qualcosa che esiste al di fuori del nostro intelletto.
    Sofisma: dire che l'essere non è un ente non equivale a dire che, in assoluto, non sia alcunché. Anche la qualità, la quantità, la relazione et cetera non sono, stricto sensu, un ente: eppure, sono qualcosa in quanto riferibili all'ente. Discorso simile vale per la nozione di "essere": è qualcosa in quanto riguarda l'ente. E cos'è che viene indicato dalla parola "essere"? Ciò che rinveniamo indistintamente in ogni cosa ed in tutto di ogni cosa e rende gli enti, con tutto ciò che li riguarda o li può riguardare, reciprocamente riferibili ed intellegibili. Ossia, ciò che fonda la relazione fra ogni cosa e tutto di ogni cosa.

    Non è nulla di particolarmente astruso o complicato né tanto meno è qualcosa di contraddittorio: così come astraiamo dai singoli esseri umani non solo il concetto di "essere umano", ma anche il concetto di "umanità", analogamente astraiamo dai singoli enti non solo il concetto di "ente", ma anche il concetto di "essere".

    E, così come non esiste l'umanità come universale separato, ma esistono soltanto i singoli esseri umani, nei quali però si rinviene proprio ciò che chiamiamo "umanità" e li accomuna tutti indistintamente, analogamente non esiste l'essere come universale separato, ma esistono soltanto i singoli enti, nei quali rinveniamo ciò che denominiamo "essere" e li accomuna tutti indistintamente.

    Quando affermo che l'intuizione astrattiva dell'essere implica l'apprensione di qualcosa di esterno al nostro intelletto, mi riferisco a questo processo: l'intelletto conosce i singolari, dai singolari ricava - cioè astrae - la nozione di "cosa" o di "ente", per poi ricavarvi quella di "essere".

    Tanto quella di "ente" quanto quella di "essere" non sono mere strutture soggettive del pensiero, ma sono nozioni frutto dell'incontro del soggetto conoscente con realtà che si impongono all'intelletto come altro da sé.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Non sequitur: affermare che una cosa esiste nella realtà extramentale non implica che nella realtà extramentale esista anche una “non-cosa” chiamata “essere”.
    Pure questo è un sofisma e nemmeno dei meglio confezionati. Non ho detto che, nella realtà, esiste l'esse commune come entità che sussiste separatamente ed autonomamente dalle altre, bensì che è una nozione che ricaviamo da tutte le cose e da ogni aspetto delle cose che sono oggetto della nostra conoscenza. Per dirla mutuando un concetto matematico, è quella sorta di minimo comune denominatore che l'intelletto rinviene in ogni cosa conosciuta e grazie alla quale tutte le cose e tutto ciò che le riguarda, pur nella diversità, risultano intelligibili.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Non sequitur: elaborare un’astrazione non implica che quell’astrazione o quella nozione esistano in qualche modo anche nella realtà extramentale.
    Per cui, se tu pensi a un non-qualcosa “che fonda la relazione fra ogni cosa e tutto di ogni cosa”, questo non dimostra che al di fuori del tuo pensiero esista realmente questo non-qualcosa.
    Premesso che molto dipende da che cosa intendi per "elaborare un'astrazione", in linea di massima posso convenire sul fatto che "elaborare un’astrazione non implica che quell’astrazione o quella nozione esistano in qualche modo anche nella realtà extramentale" (sic). Ma questo non toglie che l'applicabilità universale della nozione di "essere" richieda una spiegazione. Ad esempio, non è possibile applicare universalmente ad ogni cosa e a tutto di ogni cosa il concetto di "chimera" e quello di "unicorno", ma solo a qualcosa di immaginario, di fantastico. Nel caso del concetto di "essere", invece, i fatti stanno diversamente. Tu sostieni che sia soltanto il frutto di un'opportunità offerta dalla lingua ed in particolar modo dal fatto che la nostra preveda, come il greco antico ed il latino, il verbo essere. Ma il verbo essere non è un segno privo di significato: veicola l'identità reale del soggetto e del predicato e costituisce – per così dire – l'anima del giudizio, ciò che ci consente, appunto, di affermare se una cosa è così oppure no. E, primordialmente, che cosa afferma ogni essere umano di fronte a ciò che gli si pone all'esterno della propria mente? Aliquid est o res sunt. Chiunque (te compreso, per quanto tu lo possa negare per "esigenze" di contrapposizione dialettica), quando vede per la prima volta qualcosa che non è in grado di identificare con alcunché di già noto, ricorre ad un vocabolo che indica il contenuto più indeterminato ed universale possibile. E questo vocabolo è "cosa", che è sinonimo di "ente": id quod est.

    Inoltre, continui a chiedermi di dimostrare l'esistenza extramentale di una cosa chiamata "essere", nonostante io abbia negato fin dall'inizio che l'essere sia una cosa o un ente separato. La questione non è quindi se esista un oggetto denominato "essere", ma se vi sia o meno negli enti reali ed in tutto ciò che li riguarda qualcosa che giustifichi l'universalità della nozione di essere. Del resto, è un fatto: l'essere è presupposto in ogni atto di negazione, predicazione e determinazione.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Non sequitur: l’uso del verbo essere nel linguaggio corrente non testimonia l’esistenza di un non-ente chiamato “essere”.
    Infatti, non si dice che il verbo essere testimoni dell'esistenza di un "non-ente" chiamato "essere" (sic).

    Si dice che:

    - l'uso del verbo "essere" non è frutto del caso perché veicola un significato preciso, ancorché universale;

    - l'uso del verbo "essere" è la spia di un significato più profondo, senza la pretesa che tale argomentazione abbia carattere risolutivo o dimostrativo.

    La tua, quindi, è una caricatura delle mie argomentazioni: il punto, infatti, non è l'uso del verbo essere, ma perché si riescono a riconoscere e a dirsi tali gli enti.
    La questione metafisica è spiegare che cosa renda possibile questo riconoscimento universale.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Tutto il tuo discorso sull’essere si può sostituire con un discorso in termini non metafisici: niente impedisce di intendere “essere” come nome collettivo con cui indichiamo la totalità delle cose che esistono, “esistenza” come la posizione da parte nostra di quelle stesse cose (che noi stessi distinguiamo in reali, immaginarie, ipotetiche ecc.), cioè come stato dell'oggetto rispetto alla nostra esperienza, ed “essenza” come la definizione che noi diamo di quelle cose.

    Non c’è alcuna autentica obiezione a questa prospettiva, puoi solo dire che non è quello il significato che la metafisica attribuisce a quei termini, cioè puoi solo accusarla di non essere metafisica. Ma non avrebbe senso definirla sbagliata, dal momento che anche quella metafisica è una prospettiva, un modo di porsi di fronte alla realtà per interpretarla, basato su assunzioni inverificabili (vedi sopra).
    Come già ti ho spiegato, se tu provassi a sostituire quello che chiami il mio "discorso sull'essere" con quanto dici, non faresti altro che far rientrare dalla porta ciò che hai provato a buttare fuori dalla finestra. Infatti, se intendessimo la parola "essere" - come tu dici - come "nome collettivo con cui indichiamo la totalità delle cose che esistono", si porrebbe da sé questa domanda: cosa rende possibile il far parte di questo insieme, la raccolta - per così dire - di tutte queste cose, in modo non arbitrario, sotto una nozione comune?
    Se volessimo semantizzare l'esistenza come "stato dell'oggetto rispetto alla nostra esperienza", resterebbe comunque da chiarire in quale senso un oggetto possieda o meno quello stato rispetto alla nostra esperienza o che cosa significhi avere un determinato "stato", senza ricorrere semplicemente a dei sinonimi che, peraltro, rimanderebbero contenutisticamente alla nozione di "ente" e a quella di "essere".
    Che cos'è, invece, l'essenza? Tu dici che si può considerare come la definizione che noi diamo delle cose, ma sulla base di quale elemento noi diamo una definizione di qualcosa? Sulla base di ciò che le appartiene necessariamente, rendendola tale anziché qualcos'altro. E questo non è esattamente ciò che intende la metafisica aristotelico-tomista quando parla di "essenza"?

    La questione metafisica o, se preferisci aggettivarla diversamente, ontologica non viene né negata né relativizzata dal tuo discorso, ma soltanto occultata da cambiamenti terminologici, che però non eliminano le stesse domande fondamentali sulla realtà.

    Perciò, è decisamente pretenzioso da parte tua affermare che non vi sia alcuna autentica obiezione a questa tua "prospettiva" e, come vedi, il tuo "discorso" può essere facilmente confutato.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Ma quand’anche l’umanità intera fosse concorde nell’accettare essere, essenza, atto, potenza e tutti gli strumenti concettuali che la metafisica ha elaborato, resterebbe la domanda a cui non hai saputo rispondere: chi e come garantirebbe che in questo modo abbiamo colto l’effettiva struttura “nascosta” della realtà? Non si può rispondere “perché no?”, che sarebbe una non risposta, né accontentarsi del fatto che il ragionamento fila, perché un ragionamento può funzionare ed essere tuttavia privo di un riscontro nella realtà. In entrambi i casi queste risposte cadrebbero al di sotto delle pretese che vorrebbero giustificare. Nel tuo caso, la pretesa di aver colto l’unica vera struttura della realtà.
    L'hai già posta questa obiezione e ti ho già dato una risposta. Ciò che è ineludibile nella e della realtà è veramente tale se, mettendolo in discussione, viene ogni volta riaffermato esplicitamente o implicitamente: questo è ciò che si verifica ogni volta che si cerca di mettere in discussione la validità delle nozioni prime (a cominciare da quella di "ente" e di "essere") e dei principi primi dell'essere e della conoscenza. Questo non è né un "perché no?" né un "accontentarsi che il ragionamento fili", perché il discorso metafisico parte proprio dalle evidenze originarie ed immediate della nostra conoscenza, non da premesse che s'inventa di sana pianta la mente del filosofo di turno per cercare un punto di partenza che, altrimenti, non ci sarebbe.

    Peraltro, quando parla delle nozioni primi e dei principi primi dell'essere, il tomismo non pretende di aver scoperto la "struttura nascosta della realtà" (sic!) né tanto meno di esser riuscito a scandagliare tutte le profondità dell'universo, ottenendo così una conoscenza esaustiva della realtà, ma soltanto di aver individuato le condizioni minime, ma indispensabili, dell'intellegibilità del reale. Ed il problema che si pone ad ogni avversario del tomismo è quello di riuscire a riferirsi alla realtà senza ricorrere implicitamente od esplicitamente a quelle nozioni e a quei principi.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Che l’essere sia fondamento della realtà tu lo dici, nel senso che semplicemente lo affermi, abbiamo visto su quali basi.
    Quanto all’essere come assioma della metafisica, dilettantesco è semmai negare che lo sia. Se non ne avesse, non potrebbe porsi come discorso, e quale altro sarebbe l’assioma principale della metafisica, se non l’essere?
    “Il fondamento è privo di fondamento perché è il fondamento”. Sei così assuefatto a questa frase che non ne vedi il significato: il fondamento non ha alcun fondamento, è del tutto autoreferenziale. Infatti da dove viene la necessità dell’assioma? Perché ci dev’essere un assioma? Perché diversamente la metafisica non ne avrebbe uno.
    Aristotele denomina "assiomi" i principi primi e per sé evidenti. Tra questi principi, il più fondamentale è il principio d'identità e di non contraddizione, che implica l'uso di nozioni come quella di "ente" e quella di "essere". Tali nozioni sono dette "prime" in quanto non derivabili da altre e sempre già presupposte. In un certo senso, possiamo dire che le nozioni prime precedono gli assiomi o, in altri termini, che le nozioni prime sono implicate negli assiomi stessi.

    Se volessimo chiamare "assiomi" tutte le conoscenze immediatamente evidenti, potremmo dire (ed io non avrei nulla da obiettare) che il concetto di "ente" e quello di "essere" sono assiomi della metafisica.

    Il problema è che tu, come già avevo rilevato in un'altra discussione che avevamo avuto tempo addietro, attribuisci alla parola "assioma", soprattutto in ambito filosofico, il significato di postulato arbitrariamente posto al fine di incominciare un discorso o di dare fondamento ad un sistema filosofico che, altrimenti, ne sarebbe privo. Da qui il nostro disaccordo.

    Quando dico che il fondamento è privo di fondamento perché è il fondamento, non sto semplicemente facendo un gioco di parole, ma sto sottolineando che, se qualcosa (a prescindere dal fatto stesso che si tratti dell'"essere" o meno) svolge veramente un ruolo di fondazione, non può avere a sua volta un fondamento perché, altrimenti, non sarebbe veramente fondante, se non in senso relativo e parziale.

    Se un edificio richiedesse ulteriori fondamenta rispetto a quelle che già possiede, le potremmo davvero considerare le fondamenta dell'edificio? No, dovremmo dedurne che l'edificio in questione ha...altre fondamenta.

    Parlare di autoreferenzialità, in questo caso, è frutto di un grande fraintendimento: si confonde indebitamente l'inderivabilità del contenuto della nozione di "essere" da quello di altre con l'eventuale circolarità di una determinata argomentazione.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  4. #14594
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Veramente sei tu che peschi disperatamente qua e là dei brani per tentare di neutralizzare le affermazioni esplicite di queste encicliche. Io mi limito a quotarle, non ho bisogno di cercare un senso diverso da quello letterale.

    Non ti serve a niente richiamare la distinzione tra verità di ordine naturale e soprannaturale, perché il testo sta parlando delle verità di ordine naturale
    Per smentire il tuo cherry picking e le tue forzature devo necessariamente mettere in evidenza quelle parti dei documenti pontifici che smentiscono le tue misinterpretazioni e che chiariscono il significato effettivo di frasi di cui, una volta isolate dal contesto complessivo in cui sono inserite, sfrutti la possibile ambivalenza. È ciò che tocca fare quando si ha di fronte un interlocutore che ricorre a metodi argomentativi sofistici.

    Ma torniamo pure al merito delle questioni sollevate…

    Richiamare la distinzione fra verità d'ordine soprannaturale e verità d'ordine naturale è opportuno, al contrario di quanto dici, perché mi hai accusato indebitamente di aver sostenuto che l'intelletto umano, da solo, sarebbe in grado di cogliere tutte le verità essenziali, mentre il sottoscritto si è sempre limitato a parlare di verità d'ordine naturale (e nemmeno di tutte, ad esser precisi), che certamente sono essenziali, ma non esauriscono tutte le verità essenziali.

    L'esistenza della suddetta capacità, peraltro, è riconosciuta apertamente dalla Fides et ratio, quando Giovanni Paolo II parla della filosofia come "un'impresa autonoma, che procede cioè secondo le leggi sue proprie, avvalendosi delle sole forze della ragione" oppure quando l'allora Pontefice afferma che ci sono "alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca". Capito? "Sole forze della ragione" è un'espressione molto chiara, che non necessita di ulteriori spiegazioni. Ed è altrettanto chiaro che, se ci sono "alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca", ne consegue necessariamente, per la logica, che tali verità sono state colte prescindendo dalla fede. A proposito di senso letterale delle parole...

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Rileggi:

    “La Rivelazione propone chiaramente alcune verità che, pur non essendo naturalmente inaccessibili alla ragione, forse non sarebbero mai state da essa scoperte, se fosse stata abbandonata a sé stessa. In questo orizzonte si situano questioni come il concetto di un Dio personale, libero e creatore, che tanto rilievo ha avuto per lo sviluppo del pensiero filosofico e, in particolare, per la filosofia dell'essere.” (Fides et ratio, 76)

    Per la chiesa il concetto di un Dio creatore non è inaccessibile alla ragione (non è una verità di ordine soprannaturale), ma questa verità di ordine naturale forse non sarebbe mai stata scoperta dalla ragione, senza l’aiuto della fede. Non c’è da discutere su questo, il testo è del tutto esplicito.

    Non è vero quindi che la ragione, in virtù di una sua interna necessità, o di una forza intrinseca ai suoi autonomi mezzi, sia in grado di raggiungere da sola le verità di ordine naturale: non è nemmeno detto che avrebbe colto da sola il concetto di un Dio creatore!
    Pure qui sbagli, pensando che isolare una frase dal contesto in cui è inserita e scollegarla dalle altre possa corroborare la tua tesi: dal fatto che Giovanni Paolo II affermi che forse - quindi è tutt'altro che una certezza! - l'uomo, senza la Rivelazione, non avrebbe colto alcune verità di per sé non inaccessibili alla sola ragione non consegue minimamente che l'intelletto umano sia in se stesso (cioè costitutivamente) impotente a coglierle e che abbia totale ed assoluta necessità della Rivelazione per conoscerle. O, come diresti tu, da tale affermazione non consegue affatto che la ragione non sia dotata in se stessa, in virtù di una forza intrinseca ai suoi autonomi mezzi, della capacità di raggiungere da sola quanto meno certe verità d'ordine naturale.

    Il fatto che ciò, forse, non sarebbe potuto avvenire dipende dalle conseguenze di un episodio storico che ha segnato la natura umana, indebolendone - fra le altre cose - le capacità intellettive: quello del peccato originale. Non dalla natura stessa della ragione umana. Cosa che, ad esempio, insegna molto chiaramente Papa Pio XII nella già citata Humani generis:

    "Benché la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale possa effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia non pochi sono gli ostacoli che impediscono alla nostra ragione di servirsi con efficacia e con frutto di questo suo naturale potere. Le verità che riguardano Dio e le relazioni tra gli uomini e Dio trascendono del tutto l'ordine delle cose sensibili; quando poi si fanno entrare nella pratica della vita e la informano, allora richiedono sacrificio e abnegazione.

    Nel raggiungere tali verità, l'intelletto umano incontra ostacoli della fantasia, sia per le cattive passioni provenienti dal peccato originale. Avviene che gli uomini in queste cose volentieri si persuadono che sia falso, o almeno dubbio, ciò che essi «non vogliono che sia vero». Per questi motivi si deve dire che la Rivelazione Divina è moralmente necessaria affinché quelle verità che in materia religiosa e morale non sono per sé irraggiungibili, si possano da tutti conoscere con facilità, con ferma certezza e senza alcun errore".

    Lo dice pure Giovanni Paolo II: "Se l'uomo con la sua intelligenza non arriva a riconoscere Dio creatore di tutto, ciò non è dovuto tanto alla mancanza di un mezzo adeguato, quanto piuttosto all'impedimento frapposto dalla sua libera volontà e dal suo peccato".

    Il senso letterale di queste citazioni ti è sufficientemente chiaro?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Te lo dice il magistero infallibile, puoi fidarti.
    Questi sarcasmi puoi anche tenerli per te, premesso che non rientra nell'oggetto della discussione il valore magisteriale di Fides et ratio.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Il concetto di un Dio creatore ha avuto tanto rilievo per lo sviluppo della filosofia dell’essere (vedi Tommaso e la scolastica), ma la ragione non illuminata dalla fede forse non l’avrebbe mai scoperto (vedi Aristotele).
    Appunto: forse. Ed il motivo l'ho spiegato sopra. Non dice, ad esempio, che certamente non sarebbe stato colto dalla ragione umana. Il che prova ulteriormente che Giovanni Paolo II riconosce che, di per sé, la ragione umana, in virtù della sua stessa natura, ha la capacità di cogliere determinate verità d'ordine naturale.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Questo è coerente con quanto insegnato da Leone XIII:

    “Noi certamente non attribuiamo alla filosofia umana tanta forza e tanta autorità fino a stimare che essa sia in grado di tenere lontani e sterminare tutti gli errori”

    Certo che la ragione può accedere a verità di ordine naturale! Ma da sola non è in grado di evitare tutti gli errori, di distinguere sicuramente fra verità ed errore, e quindi di raggiungere da sola, con certezza, la verità. Questa certezza può darla solamente la fede:

    “La verità si può ottenere con sicurezza solamente dalle dottrine rivelate” e non “nelle accademie dei filosofi”.

    Questa è la pietra di paragone: il confronto con le dottrine rivelate, la compatibilità o meno con il contenuto della rivelazione.

    Cosa rispondi tu per contestare queste frasi? Dei brani che inevitabilmente le confermano.
    Io non contesto il contenuto di queste citazioni: contesto te che le interpreti come se dimostrassero che la Chiesa insegni che non esistano verità d'ordine naturale preliminari/preambolari alla fede, che l'uomo può cogliere autonomamente anche senza l'ausilio della Divina Rivelazione.

    Ripetere spasmodicamente, da parte tua, che Leone XIII ha affermato di non attribuire "alla filosofia umana tanta forza e tanta autorità fino a stimare che essa sia in grado di tenere lontani e sterminare tutti gli errori" non smentisce quanto sopra perché, come dovresti sapere, non esistono solo errori filosofici, ma esistono anche errori che riguardano strettamente la fede, di fronte ai quali, ai fini della loro confutazione, non è sufficiente ricorrere alle sole forze della ragione.

    Inoltre, continua a sussistere il solito problema: la debolezza della ragione umana dopo il peccato originale. Per questo servono la Divina Rivelazione e la fede: sia per far cogliere all'uomo ciò che da solo, in ogni caso, non avrebbe mai potuto cogliere (rivelato per se) sia per aiutarlo a conoscere con maggior facilità e chiarezza ciò che, da solo, dopo il peccato originale, fa più fatica a conoscere (rivelato per accidens). Ecco perché "la verità si può ottenere con sicurezza solamente dalle dottrine rivelate".

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Per esempio, dici che per Leone XIII la filosofia “serve in certo qual modo a spianare ed a rafforzare la via alla vera fede”. Bene, ma a quale condizione? A condizione che sia “usata rettamente”. E cosa vuol dire usare rettamente la ragione? Vuol dire usarla in accordo, e non in contrasto, col contenuto della rivelazione (come sappiamo anche da Tommaso).
    A valle, questo possiamo certamente affermarlo e, del resto, io non ho mai avuto da obiettare su questo punto. Come potrei? Ma, a monte, dobbiamo dire che usare rettamente la ragione significa usarla conformandola all'ordine oggettivo delle cose. Come scrisse una volta padre Matteo Liberatore nel suo "Compendio di Logica e Metafisica" (Giannini, Napoli, 1871): «Conseguire la verità non è altro che conseguire giudizi conformi alle cose» (p. 49). Il che presuppone, nel soggetto conoscente, la rettitudine della volontà rispetto al fine: ossia la sincera intenzione di conoscere la verità ed il bene.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Oppure mi contesti che sempre in Aeterni Patris si legge: “alcune verità, o divinamente rivelate o strettamente connesse con l’insegnamento della fede, furono conosciute, con la scorta della ragione naturale, anche dai filosofi pagani e dai medesimi con argomenti propri dimostrati e difesi”.

    Bene, ma come sa che quelle conosciute anche dai pagani erano effettivamente verità? Lo sa a posteriori grazie al confronto con le dottrine rivelate, e alla compatibilità con quelle. Non certo grazie alla forza della ragione, che da sola, come ha precisato, non può tenere lontani tutti gli errori.
    La Rivelazione certamente conferma che quelle siano verità, ma ciò non significa che, di per sé, non si possano riconoscere (e che, storicamente, non siano state riconosciute) come tali in virtù della sola evidenza intrinseca (immediata o mediata). La ragione, da sola, non può "tenere lontani e sterminare tutti gli errori", ma certamente è in grado di confutare, anche da sola, quegli errori che contraddicono determinate verità d'ordine naturale, di cui l'intelletto umano può avere intrinseca evidenza o per conoscenza immediata o per dimostrazione. Del resto, se non fosse così, non avrebbe senso, da parte di Papa Leone XIII, parlare espressamente di verità dimostrate e difese con argomenti propri anziché tratti dalla Divina Rivelazione.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Poi passi a Fides et ratio: “La radice della autonomia di cui gode la filosofia è da individuare nel fatto che la ragione è per sua natura orientata alla verità ed è inoltre in se stessa fornita dei mezzi necessari per raggiungerla".
    Certo, ha i mezzi necessari, ma non i mezzi sufficienti, come chiarito prima.
    La ragione, da sola, di per sé, ha i mezzi adatti per riuscire ad avere evidenza di determinate verità d'ordine naturale, ma certamente tali mezzi non sono sufficienti per conoscere anche le verità d'ordine soprannaturale. Se questi mezzi non fossero in grado, di per sé, di cogliere alcuna verità, anche se d'ordine naturale, ciò confliggerebbe con la chiara affermazione del naturale orientamento della ragione verso la verità e con l'altrettanto chiara affermazione che la ragione ha in se stessa i mezzi per raggiungerla. Si andrebbe contro il senso letterale delle parole impiegate nell'Enciclica che tanto tieni a citare.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    E infatti il capoverso termina dicendo che “una filosofia consapevole di questo suo statuto costitutivo non può non rispettare anche le esigenze e le evidenze proprie della verità rivelata”. Cioè l’autonomia della ragione non può prescindere dalle esigenze della fede: autonomia, cioè uso di strumenti suoi propri, ma non autosufficienza, che sarebbe un’aspirazione “illegittima”.
    Io non ho mai parlato di autosufficienza della ragione, ma sempre e solo di autonomia (peraltro, relativa). Autonomia che implica, come dice il testo stesso, la capacità di cogliere da sé verità d'ordine naturale (altrimenti, di che autonomia staremmo parlando?).

    Ma chiariamo bene perché Giovanni Paolo II parla di una "filosofia consapevole [che] non può non rispettare anche le esigenze e le evidenze proprie della verità rivelata": perché è la ragione stessa, se esercitata correttamente (ossia conformandosi all'ordine oggettivo delle cose), a riconoscere che ha dei limiti invalicabili; che vi sono delle evidenze estrinseche che depongono a favore dell'actus fidei; e che soltanto dalla fede essa può ricevere quei lumi sulle realtà ultime che da sola non può conseguire.

    Ecco perché la fede, pur avendo un carattere soprannaturale, è dotata di una sua ragionevolezza, che S. Tommaso d'Aquino ha illustrato magistralmente. Lo dico io? No, lo dice Giovanni Paolo II: "Pur sottolineando con forza il carattere soprannaturale della fede, il Dottore Angelico non ha dimenticato il valore della sua ragionevolezza; ha saputo, anzi, scendere in profondità e precisare il senso di tale ragionevolezza. La fede, infatti, è in qualche modo esercizio del pensiero; la ragione dell'uomo non si annulla né si avvilisce dando l'assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole. È per questo motivo che, giustamente, san Tommaso è sempre stato proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia".

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Dopodiché mi opponi un brano di Pio XII. Ottima scelta! Perché tutti gli importanti compiti che in quel testo vengono attribuiti alla ragione possono essere svolti “con sicurezza” solo se la ragione sarà “debitamente coltivata”:

    “se cioè essa verrà nutrita di quella sana filosofia che è come un patrimonio ereditato dalle precedenti età cristiane e che possiede una più alta autorità, perché lo stesso Magistero della Chiesa ha messo a confronto con la verità rivelata i suoi principî e le sue principali asserzioni, messe in luce e fissate lentamente attraverso i tempi da uomini di grande ingegno. Questa stessa filosofia, confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa, difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile”.

    Cioè, la ragione è “debitamente coltivata” se è nutrita di una sana filosofia ereditata dalle precedenti età cristiane. Perché questa filosofia è autorevole? Perché “lo stesso Magistero della Chiesa ha messo a confronto con la verità rivelata i suoi principî e le sue principali asserzioni”.

    E cos’altro ho detto io finora? Non puoi pensare di smentirmi citandomi delle encicliche, perché sei tu, e non io, a non aver capito cosa dicono.

    La sana filosofia, la verità certa ed immutabile, gli incrollabili principi della metafisica… chi garantisce tutto questo? Il confronto con la verità rivelata, operato dal magistero della chiesa. E non la ragione di per sé, nella sua autonomia e autosufficienza.

    Quindi Humani generis conferma Fides et ratio, e non ha senso citarla per smentire quanto dice la seconda: ”la Chiesa non propone una propria filosofia né canonizza una qualsiasi filosofia particolare a scapito di altre”.
    Non c’è una filosofia ufficiale della chiesa, perché non c’è un’unica filosofia compatibile con la fede, e di conseguenza la chiesa non ne sceglie una a scapito delle altre, ma si riserva il ruolo di spiegare cosa nelle diverse, possibili filosofie può essere compatibile o meno con il suo insegnamento.
    Quale occasione migliore di un’enciclica dedicata espressamente al rapporto tra fede, ragione e filosofia per mettere nero su bianco quella che secondo te sarebbe la posizione della chiesa in materia? Avrebbe allora scritto: “non esistono altre possibili filosofie, perché esiste una sola, autentica filosofia a cui la ragione necessariamente conduce: il tomismo, la filosofia ufficiale della chiesa”. Ebbene, non solo non c’è traccia di un’idea simile, ma vengono esplicitamente riconosciute altre possibili filosofie.
    Non ho citato Humani generis per smentire Fides et ratio, ma per interpretare correttamente la seconda alla luce della prima, giacché la proposizione "La Chiesa non propone una propria filosofia né canonizza una qualsiasi filosofia particolare a scapito di altre" viene giustificata con un richiamo in nota all'Enciclica di Pio XII.

    In quest'ultima Enciclica è chiarito il giusto senso in cui va intesa la frase di Giovanni Paolo II, dato che è quest'ultimo ad aver deciso di citarla espressamente.

    E cosa viene insegnato da Pio XII in quest'Enciclica, a riguardo?

    Viene insegnato che, pur non essendo obbligatorio aderire ad una determinata corrente filosofica, come può essere lo stesso tomismo, non è possibile mettere in discussione quella "sana filosofia" laddove "difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile".

    Ma indovina un po': qual è quella filosofia che, per antonomasia, "difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile", fra cui la certezza dimostrata che Dio sia necessario, ed è stata riconosciuta come tale dalla Chiesa più volte? Il tomismo.

    Lo dico io? No, lo specifica lo stesso Pio XII poco dopo: "Se si considera bene quanto sopra è stato esposto, facilmente apparirà chiaro il motivo per cui la Chiesa esige che i futuri sacerdoti siano istruiti nelle scienze filosofiche «secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico» (Corp. Jur. Can., can. 1366, 2), giacché, come ben sappiamo dall'esperienza di parecchi secoli, il metodo dell'Aquinate si distingue per singolare superiorità tanto nell'ammaestrare gli animi che nella ricerca della verità; la sua dottrina poi è in armonia con la Rivelazione Divina ed è molto efficace per mettere al sicuro i fondamenti della fede come pure per cogliere con utilità e sicurezza i frutti di un sano progresso".

    Ed infatti, per tornare a Fides et ratio, Giovanni Paolo II afferma: "Il Magistero (...) non si è limitato solo a rilevare gli errori e le deviazioni delle dottrine filosofiche. Con altrettanta attenzione ha voluto ribadire i principi fondamentali per un genuino rinnovamento del pensiero filosofico, indicando anche concreti percorsi da seguire". E, riguardo ai "concreti percorsi da seguire", giustamente il Pontefice di allora parla dell'"incomparabile valore della filosofia di san Tommaso", citando proprio l'Aeterni Patris di Papa Leone XIII: "(...) l’angelico Dottore speculò le conclusioni filosofiche nelle intime ragioni delle cose e nei principi universalissimi, che nel loro seno racchiudono i semi di verità pressoché infinite, e che a tempo opportuno sarebbero poi stati fatti germogliare con abbondantissimo frutto dai successivi maestri. Avendo adoperato tale modo di filosofare anche nel confutare gli errori, egli ottenne così di avere debellato da solo tutti gli errori dei tempi passati e di avere fornito potentissime armi per mettere in rotta coloro che con perpetuo avvicendarsi sarebbero sorti dopo di lui. Inoltre egli distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l’una e l’altra in amichevole consorzio, di ambedue conservò interi i diritti, e intatta la dignità, in modo che la ragione, portata al sommo della sua grandezza sulle ali di San Tommaso, quasi dispera di salire più alto; e la fede difficilmente può ripromettersi dalla ragione aiuti maggiori e più potenti di quelli che ormai ha ottenuto grazie a San Tommaso".

    Se non ti fossi incaponito, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di discutere questo punto perché è già tutto preliminarmente chiarito da queste poche parole della pluricitata Studiorum ducem di Pio XI: "Noi, mentre facciamo eco a questo coro di lodi date a quel sublime ingegno, approviamo che egli non solo sia chiamato Angelico, ma altresì che gli sia dato il nome di Dottore Universale, mentre la Chiesa ha fatto sua la dottrina di lui, come da moltissimi documenti viene attestato".

    Hai capito? La Chiesa ha fatto sua la dottrina di S. Tommaso, come da moltissimi documenti viene attestato. Di fronte a questa citazione, segui con coerenza le tue stesse parole: "Non c’è da discutere su questo, il testo è del tutto esplicito" (sic!).

    Pertanto, il senso della frase di Giovanni Paolo II che pretendi di ripetere, pensando erroneamente che deponga a favore della tua tesi, è che, nella "sana filosofia" di cui sopra, "vi sono certamente parecchie cose che non riguardano la fede e i costumi, né direttamente né indirettamente, e che perciò la Chiesa lascia alla libera discussione dei competenti in materia". Pertanto, un cattolico può essere tranquillamente - ad esempio - agostiniano o aderire alla scuola francescana anziché tomista. Ma la sua libertà s'arresta "riguardo ai principî ed alle principali asserzioni" di quella "sana filosofia" che, per l'appunto, va intesa e studiata "secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico". Ed è in questo secondo senso che, invece, si può asserire che il tomismo, nei suoi principi fondamentali e in ciò che da essi deriva necessariamente, costituisca quella sophia perennis che la Chiesa ha riconosciuto e fatto propria perché veridica.

    Se questo secondo senso non fosse ammissibile, Giovanni Paolo II non avrebbe avuto motivo di riconoscere espressamente l'"incomparabile valore della filosofia di San Tommaso" e non si spiegherebbe perché la Chiesa Cattolica, per mezzo di ripetuti e chiari pronunciamenti dei Romani Pontefici, abbia tenuto in passato a dichiarare l'imprescindibilità di una formazione teologica e filosofica schiettamente tomista. Ripensiamo alle già citate XXIV tesi del tomismo: perché San Pio X ha fatto formulare prima ed ha approvato poi, ufficialmente, le XXIV tesi del tomismo anziché - ad esempio - le XXIV tesi dell'agostinismo? La risposta è semplice ed evidente: perché, nonostante l'autorevolezza di Sant'Agostino, il tomismo ha costituito e, tutt'ora, costituisce il vertice e il culmine della filosofia e della teologia cristiane.

    Concludo su questo specifico punto, facendo notare che è certamente vero che Pio XII affermi che la "sana filosofia" di cui parla è stata "confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa" perché quest'ultima, nell'esercizio del suo Magistero, "ha messo a confronto con la verità rivelata i suoi principî e le sue principali asserzioni", ma da ciò non consegue minimamente che, al netto degli effetti sulla sua natura del peccato originale, la ragione non sia in grado, in se stessa, di cogliere determinate verità d'ordine naturale. Non è un caso che, tra i "velenosi frutti" della smania di novità dell'epoca, l'allora Sommo Pontefice abbia annoverato la seguente posizione filosofica, condannandola: "Si mette in dubbio che la ragione umana, senza l'aiuto della Divina Rivelazione e della grazia, possa dimostrare con argomenti dedotti dalle cose create, l'esistenza di un Dio personale". Capito? Dice proprio: "senza l'aiuto della Divina Rivelazione e della grazia". D'altronde, come ho messo in evidenza all'inizio di questa mia risposta, Pio XII - la cui Enciclica, ribadiamolo ulteriormente, è citata da Giovanni Paolo II in Fides et ratio - afferma che "la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale [può] effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime". E Giovanni Paolo II - anche qui: repetita iuvant - afferma l'esistenza di "alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca", che la stessa teologia fondamentale deve riconoscere e mostrare come tali.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Tu invece, travisando tutto questo,
    Io non traviso alcunché. Io leggo i documenti di cui stiamo trattando per intero, mentre tu li sezioni in modo da riportare solo ciò che pensi ti possa far comodo ai fini del dibattito in corso. Ma, siccome le cose stanno diversamente da come vuoi sostenere tu, ho gioco facile a smentirti ogni singola volta, opponendoti quelle parti che tu ometti od ignori.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    e vedendo una contraddizione fra la fede come unico sicuro criterio di verità e l’uso della ragione per spianare la via alla fede, dimostri per l’ennesima volta di non conoscere la dottrina della chiesa in materia di fede e ragione. Il rapporto fra le due è infatti dichiaratamente circolare:

    “Alla luce di queste considerazioni, il rapporto che deve opportunamente instaurarsi tra la teologia e la filosofia sarà all'insegna della circolarità. Per la teologia, punto di partenza e fonte originaria dovrà essere sempre la parola di Dio rivelata nella storia, mentre obiettivo finale non potrà che essere l'intelligenza di essa via via approfondita nel susseguirsi delle generazioni. Poiché, d'altra parte, la parola di Dio è Verità (cfr Gv 17, 17), alla sua migliore comprensione non può non giovare la ricerca umana della verità, ossia il filosofare, sviluppato nel rispetto delle leggi che gli sono proprie.”

    “Decisivo è che la ragione del credente eserciti le sue capacità di riflessione nella ricerca del vero all'interno di un movimento che, partendo dalla parola di Dio, si sforza di raggiungere una migliore comprensione di essa. È chiaro, peraltro, che, muovendosi entro questi due poli —- parola di Dio e migliore sua conoscenza -, la ragione è come avvertita, e in qualche modo guidata, ad evitare sentieri che la porterebbero fuori della Verità rivelata e, in definitiva, fuori della verità pura e semplice; essa viene anzi stimolata ad esplorare vie che da sola non avrebbe nemmeno sospettato di poter percorrere. Da questo rapporto di circolarità con la parola di Dio la filosofia esce arricchita, perché la ragione scopre nuovi e insospettati orizzonti.” (Fides et ratio, 73)

    Per la ragione del credente non c’è contraddizione, perché per il credente la fede è una forma - superiore - di conoscenza: partendo dalla parola di Dio, ci si sforza di raggiungere una migliore comprensione di essa.
    Quello che per il non credente è un circolo vizioso, per il credente è “una circolarità virtuosa” (come diceva Ratzinger).

    Hai capito adesso?

    Resta da vedere perché tu ti ribelli a tutto questo e cerchi disperatamente di contestarlo.

    Indubbiamente per te è molto difficile ammettere di aver sbagliato, soprattutto in una materia di cui ti credi esperto. A peggiorare le cose, non puoi ammettere che a fartelo notare sia proprio io, che secondo te sarei mosso da motivi antireligiosi (quando sto solo descrivendo le prerogative della fede).
    Terzo e più importante, perché queste encicliche demoliscono quanto hai affermato fino a oggi, e che io ti ho sempre contestato, cioè che sarebbe la ragione, in virtù di una sua intima necessità, a stabilire che si può procedere in un’unica direzione, che c’è una sola autentica filosofia, e che, o si segue il tomismo, oppure si è oggettivamente in errore.

    Di questa tua convinzione le encicliche fanno piazza pulita: la chiesa insegna tutt’altro. Continui a ripetere che la ragione può cogliere contenuti di natura puramente filosofica che non fanno parte del rivelato per se, senza vedere che, a monte di questo, la fede ha un ruolo più profondo, perché è la fede a indicare il percorso alla ragione, garantendo che sia “retta ragione”. Ma tu non sei in grado di accettarne le conseguenze, perché sono in conflitto col culto privato di cui sei prigioniero.
    Confondi sin troppo facilmente convinzione e risolutezza con disperazione, se mi attribuisci un sentimento simile.

    Quanto a me, io ho sempre e solo rivendicato che l'intelletto e la ragione dell'uomo siano in grado di cogliere con certezza da sé, tramite i propri mezzi, determinate verità d'ordine naturale, come insegnato - ad esempio - dal Concilio Vaticano I: "La (...) Santa Madre Chiesa professa ed insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza al lume naturale della ragione umana attraverso le cose create; infatti, le cose invisibili di Lui vengono conosciute dall’intelligenza della creatura umana attraverso le cose che furono fatte (Rm 1,20)".

    Ho pure detto in più occasioni che queste verità d'ordine naturale sono preliminari e propedeutiche all'adesione alla fede cattolica, come insegnato anche da Papa Leone XIII nell'Enciclica Aeterni Patris (e come ammesso dallo stesso Giovanni Paolo II nel documento da te citato).

    E, sempre in linea con il Concilio Vaticano I, ho ripetutamente detto che esistono dei motivi di credibilità della fede che, pur non costituendo un'evidenza intrinseca né immediata né mediata, mostrano all'intelletto la ragionevolezza dell'actus fidei: "Se qualcuno dirà che la Rivelazione divina non può rendersi credibile per segni esterni, e che perciò gli uomini devono procedere verso la fede solo attraverso l'interiore esperienza o l'ispirazione privata di ciascuno: sia anatema".

    Non ho mai messo in discussione la superiorità della fede sulla ragione né che soltanto la grazia divina, perfezionando la nostra natura e, quindi, di conseguenza, la nostra stessa ragione, possa muoverci all'acquisizione chiara (e all'eventuale approfondimento) di tutte quelle verità necessarie alla nostra salvezza.

    Come messo in evidenza in questa ormai lunghissima discussione ed in un dibattito che abbiamo avuto in precedenza, il problema è che tu, quando attribuisci alla Chiesa di ritenere che la fede sia l'unico sicuro criterio di verità, lo intendi in senso eterodosso, cioè fideistico: come se la fede fosse un'opinione che giustificherebbe se stessa con se stessa, circolarmente. E come se, in ambito metafisico, la conoscenza dell'ente si riducesse ad un atto di fede, peraltro così inteso. È questo che suscita le mie obiezioni. Non altro.

    Esiste ovviamente un senso ortodosso, cioè autenticamente cattolico, di tale affermazione, che è quello illustrato dalla Dei Filius del Concilio Vaticano I: "Si deve [alla] Divina Rivelazione se tutto ciò che delle cose divine non è di per sé assolutamente inaccessibile alla ragione umana, anche nella presente condizione del genere umano, può facilmente essere conosciuto da tutti con certezza e senza alcun pericolo di errore. Tuttavia, non per questo motivo deve dirsi assolutamente necessaria la Rivelazione, ma perché nella Sua infinita bontà Dio destinò l’uomo ad un fine soprannaturale, cioè alla partecipazione dei beni divini, che superano totalmente l’intelligenza della mente umana; infatti Dio ha preparato per coloro che Lo amano quelle cose che nessun occhio vide, nessun orecchio mai udì, nessun cuore umano conobbe (1Cor 2,9)".

    La fede, quindi, non è "unico criterio sicuro di verità" nel senso che l'intelletto e la ragione dell'uomo siano intrinsecamente impotenti a cogliere da sole determinate verità in certi ambiti, conformandosi all'oggetto ad essi esterno, ma nel senso che essa sola (cioè la fede), in quanto adesione alla Divina Rivelazione, dà accesso ad una comprensione più agevole e chiara delle verità nell'ordine naturale ed è l'unica via per conoscere quelle che appartengono all'ordine soprannaturale. Ma io ho mai detto qualcosa di diverso da ciò? No, ovviamente, e sfido chiunque a dimostrare il contrario, se non alterando profondamente quanto da me scritto finora.

    Ecco allora che appare sofistico e strumentale, da parte tua, "estrarre" dalla Fides et ratio un passaggio in cui viene usato il termine "circolarità", tentando di dare l'impressione che questo confermi ciò che sostieni tu. Ma è così? No. La "circolarità" di cui parla Giovanni Paolo II va intesa nei termini di un arricchimento reciproco tra teologia rivelata e filosofia in cui, da un lato, la prima si affinerebbe alla luce degli sviluppi della ricerca filosofica mentre, dall'altro, la seconda troverebbe nella teologia un sicuro riferimento per evitare non solo errori che riguardano la retta conoscenza dell'ordine soprannaturale, ma anche dell'ordine naturale, stante la debolezza della ragione umana dopo il peccato originale. Motivo per cui l'allora Pontefice fa espressa menzione di "un cammino di ricerca filosofica che ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto con i dati della fede".

    Non si sta parlando della circolarità del ragionamento circolare, che è una fallacia logico-argomentativa. Non si sta nemmeno parlando, quindi, della circolarità di una fede che giustificherebbe se stessa (o ciò che necessariamente la presuppone) con se stessa. Come, invece, vorresti far credere tu.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Bene, allora ti resta da fare l’ultimo piccolo passo: dato che le cinque vie non dimostrano l’esistenza della “monotriade”, e dato che il linguaggio analogico parla proprio di questa “monotriade”, non è possibile dire che le cinque vie garantiscono razionalmente l’efficacia del linguaggio analogico quando parla della “monotriade”. È necessario prima un atto di fede: la fede che il “motore immobile” sia proprio la suddetta “monotriade”, che si è “rivelata”.

    Questo dimostra che è falso dire che l’efficacia del linguaggio analogico sia garantita su base esclusivamente razionale, o sia la conseguenza necessaria di una dimostrazione. La teologia può certo “illustrare contenuti come il linguaggio su Dio”, ma non certo affermando il falso: chiarirà a che punto del percorso interviene la fede, o per quale motivo la fede non sia “irragionevole”.

    Basta questo a chiudere il discorso, ma visto che citi altri brani per cercare una via d’uscita, ti spiego perché sbagli.

    Tutti quei brani riguardano la teologia, e il compito della teologia è, come ha spiegato poco sopra, “presentare l'intelligenza della Rivelazione ed il contenuto della fede”. Dice anche: “L'intellectus fidei richiede l'apporto di una filosofia dell'essere, che consenta innanzitutto alla teologia dogmatica di svolgere in modo adeguato le sue funzioni”.
    E anche nel brano che hai quotato subito dopo, è detto chiaramente che le verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca, “emergono alla luce della conoscenza per fede”.

    Quello che sta dicendo è che le conoscenze “naturali” e la filosofia dell’essere fungono da presupposto necessario per la teologia fondamentale, perché deve "giustificare ed esplicitare" la relazione tra fede e filosofia, e spiegare il contenuto della fede.

    E non presupposto necessario ai credenti per accogliere la rivelazione.
    Per la chiesa non c’è bisogno di alcuna preparazione per accogliere la fede. Mentre per il teologo, che deve indagare il contenuto della rivelazione, la filosofia è indispensabile.

    Infatti quando dice:

    “È necessario, dunque, che la ragione del credente abbia una conoscenza naturale, vera e coerente delle cose create, del mondo e dell'uomo, che sono anche oggetto della Rivelazione Divina; ancora di più, essa deve essere in grado di articolare tale conoscenza in modo concettuale e argomentativo. La teologia dogmatica speculativa, pertanto, presuppone ed implica una filosofia dell'uomo, del mondo e, più radicalmente, dell'essere, fondata sulla verità oggettiva”

    sta parlando della ragione del credente, cioè di chi già crede. Queste conoscenze sono necessarie se egli intende argomentare sulle cose create del mondo e dell’uomo. Cioè: il teologo ha bisogno di una filosofia dell’essere fondata sulla verità oggettiva. Questo è coerente col resto dell’enciclica: la filosofia dell’essere non si impone in virtù di una necessità interna alla ragione, ma in virtù di una necessità della fede. La teologia richiede una filosofia dell’essere perché deve spiegare il contenuto della fede, e una filosofia non metafisica non sarebbe in grado di svolgere questo compito.

    Ora possiamo tornare all’analogia, e restituire quel brano al suo contesto, che è un discorso sul linguaggio. Perché le scienze ermeneutiche non possono “arrestarsi al come si comprende e come si dice la realtà, prescindendo dal verificare le possibilità della ragione di scoprirne l'essenza”? Non perché queste prospettive siano oggettivamente sbagliate (e avrebbe potuto dirlo: “questo è oggettivamente, razionalmente un errore”), ma perché tendono a “offuscare i contenuti della fede o a negarne la validità universale, allora non solo umiliano la ragione, ma si pongono da se stesse fuori gioco”. È il rischio di negare la validità universale dei contenuti della fede a fare l’errore, a “umiliare la ragione” e a metterla “fuori gioco”. È sempre la fede la pietra di paragone. E continua:

    “La fede, infatti, presuppone con chiarezza che il linguaggio umano sia capace di esprimere in modo universale - anche se in termini analogici, ma non per questo meno significativi - la realtà divina e trascendente. Se non fosse così, la parola di Dio, che è sempre parola divina in linguaggio umano, non sarebbe capace di esprimere nulla su Dio. L'interpretazione di questa Parola non può rimandarci soltanto da interpretazione a interpretazione, senza mai portarci ad attingere un'affermazione semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma soltanto l'espressione di concezioni umane su di Lui e su ciò che presumibilmente Egli pensa di noi.”

    Non c’è alcun dubbio quindi su cosa sta dicendo: la capacità di parlare in termini analogici di Dio è un’esigenza della fede, è implicita nella fede, perché è fede in un Dio che si è rivelato attraverso il linguaggio umano. Se così non fosse, la rivelazione non sarebbe rivelazione, ma espressione di concezioni umane su di lui.

    È inutile che cerchi di espungere la fede da questo discorso: il risultato è sempre totalmente assurdo, perché fai dipendere la rivelazione stessa di Dio (cioè la parola divina in linguaggio umano), dalle conoscenze “naturali” e filosofiche (potenzialmente fallaci e riconosciute come vere alla luce della conoscenza per fede).
    Il linguaggio analogico viene impiegato tanto per parlare di Dio sub specie entis quanto per parlare di Dio sub specie Deitatis, ossia come Monotriade divina. Il ricorso al linguaggio analogico per parlare di Dio nel primo senso fu impiegato per la prima volta dai filosofi precristiani. Perciò, è da escludere che sia stato una sorta di escamotage dei filosofi e dei teologi cristiani, trovato appositamente per poter parlare di un Dio di cui, altrimenti, non avrebbero potuto parlare e garantito, in modo fallacemente circolare, dalla fede stessa. Si può dire, invece, che filosofi e teologi cristiani abbiano acquisito e fatto proprio questo portato della filosofia precristiana e che l'abbiano impiegato, sviluppato e sistematizzato per parlare di Dio non solo in senso ontologico-metafisico, ma anche per parlare di Dio come Dio che si rivela e che si incarna.

    La validità del linguaggio analogico in generale, ed in particolare per parlare di Dio, è sì un presupposto della fede e della Divina Rivelazione, ma è un presupposto che, in se stesso, è di natura razionale ed il motivo l'ho spiegato, rifacendomi peraltro a S. Tommaso d'Aquino, la cui filosofia, come riconosciuto da Giovanni Paolo II, ha valore incomparabile.

    Non avrebbe senso, d'altronde, parlare di un presupposto della fede e della Divina Rivelazione che si fonderebbe...sulla fede e sulla Divina Rivelazione, di cui sarebbe presupposto. Cosa che ti ho già fatto notare e che tu, invece, hai ignorato. Tieni tanto al senso letterale delle parole e non ti avvedi che "presupposto" è - letteralmente, per l'appunto - ciò che viene prima di qualcos'altro e che gli fa da premessa? Come fa a rientrare nell'ambito della fede ciò che, per definizione, viene prima di tale ambito?

    Pretendere di giustificare tale tua interpretazione, sostenendo che questa sarebbe la "circolarità" del rapporto tra fede e ragione, tra teologia e filosofia, non regge perché, come s'è chiarito, la circolarità di cui parla Giovanni Paolo II consiste in un reciproco arricchimento.

    Perciò, la capacità del linguaggio umano nell'esprimere la verità colta dall'intelletto e la validità del ricorso all'analogia non sono un'esigenza della fede in senso strumentale, ma sono parte integrante di quei contributi che, genuinamente, con mezzi propri, "la filosofia reca alla teologia" e, prima ancora, alla fede. Questo significa che la filosofia stessa, prima ancora della teologia, può parlare validamente ed efficacemente di Dio, seppur entro certi limiti, facendo uso dell'analogia.

    La fede esige quindi - per ricorrere alle stesse parole della Fides et ratio - "l'attitudine del linguaggio umano a parlare in modo significativo e vero anche di ciò che eccede ogni esperienza umana" e che "il linguaggio umano sia capace di esprimere in modo universale, anche se in termini analogici, ma non per questo meno significativi, la realtà divina e trascendente": non per costruire artificiosamente una narrazione che, altrimenti, non starebbe in piedi, bensì perché la fede mancherebbe delle sue premesse fondamentali. Come ho ripetuto tantissime volte, se non ci fosse la certezza razionale che Dio sia necessario (sia essa intesa imprecisamente dall'uomo comune od ottenuta tramite dimostrazione dall'uomo colto) e tutto ciò che tale conclusione presuppone necessariamente, non si potrebbe nemmeno affermare che Dio sia Uno e Trino o che Dio si sia rivelato ed incarnato.

    Io leggo il termine "esigenza" come premessa, preambolo o presupposto – almeno implicitamente - necessari della fede, tu invece lo leggi come qualcosa che non sarebbe necessario di per sé, ma solo per l'effetto che, di fatto, produce – cioè quello di far reggere un discorso, una narrazione, che, altrimenti, non starebbe in piedi, se non in assoluto, quanto meno in ambito speculativo. Ma davvero pensi che Giovanni Paolo II possa aver impiegato un termine simile nel secondo senso? Domanda retorica, ovviamente.

    Tutto quanto ho detto, ad ogni modo, è pienamente compatibile con quanto è scritto nell'Enciclica di Giovanni Paolo II: "(...) il Concilio Vaticano I, recuperando l'insegnamento paolino (cfr Rm 1, 19-20), aveva richiamato l'attenzione sul fatto che esistono verità conoscibili naturalmente, e quindi filosoficamente. La loro conoscenza costituisce un presupposto necessario per accogliere la Rivelazione di Dio". E poco dopo: "Da tutte queste verità, la mente è condotta a riconoscere l'esistenza di una via realmente propedeutica alla fede, che può sfociare nell'accoglienza della Rivelazione, senza in nulla venire meno ai propri principi e alla propria autonomia".

    Ciò non si concilia, invece, con il senso complessivo della tua tesi ed in particolar modo con alcune frasi da te scritte, come ad esempio queste: "Per la Chiesa non c’è bisogno di alcuna preparazione per accogliere la fede. (...) la filosofia dell’essere non si impone in virtù di una necessità interna alla ragione, ma in virtù di una necessità della fede".

    Come sarebbe possibile alla ragione umana non "venire meno ai propri principi e alla propria autonomia", se l'acquisizione di determinate verità, ancorché limitate all'ordine naturale, non fosse dettata dal genuino riconoscimento di un'evidenza - immediata o mediata - intrinseca, che può verificarsi, da parte del soggetto conoscente, anche senza che quest'ultimo abbia (già) aderito alla Divina Rivelazione per fede?

    Il documento giovanneopaolino sottolinea in più occasioni che, da parte della fede e della teologia rivelata, è necessario rispettare l'autonomia della ragione e della filosofia. Anzi, come dovresti aver letto anche tu, l'allora Sommo Pontefice ha dichiarato che la teologia stessa, nelle sue diverse branche, deve riconoscere e mettere in evidenza questa autonomia della filosofia, ferma restando la superiorità della fede (ecco spiegato - repetita iuvant - il senso dell'inciso "alla luce della conoscenza per fede"). Alcune citazioni dimostrative in merito le ho già riportate: ne potrei aggiungere tranquillamente altre, sovraevidenziando il tuo torto, ma già così è sufficiente.

    Se tu avessi un po' di onestà intellettuale, adesso la smetteresti con questa logomachia e cercheresti di affrontare il vero nocciolo del problema: ossia, il fondamento della validità del ricorso all'analogia per parlare di Dio.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  5. #14595
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Questa però non è la dimostrazione che, in termini biologici, gli uomini e le scimmie abbiano un antenato comune dal quale sono derivati.
    Non voleva essere quella dimostrazione. L'antenato comune è provato dagli studi filogenetici, dalla biologia molecolare, dalla paleontologia e paleoantropologia, dall'embriologia comparata.



    Non tutti la vedono così.
    Tutti, non c'è un solo articolo peer reviewed che metta in dubbio le fondamenta dell'evoluzione delle specie.

    Risulta irrazionale o poco razionale solo se si parte dal presupposto che Dio non esista e che quindi non esista un'Intelligenza assoluta e perfetta che regola e governa interamente la storia.
    La scienza deve ragionare necessariamente etsi deus non daretur ed in questo modello risulta irrazionale. E questo per la banalissima ragione che se si ragionasse presupponendo che la causa di tutti i fenomeno alla fine è dio, la scienza non servirebe a nulla, avremmo la causa di tutto già servita.

    Ma vedi, così dicendo si finisce sempre all'interno dello stesso circolo vizioso: tu dici che "il modello che descrivete, biologicamente non può essere esistito", ma poco sopra affermi che ammettere tale modello sarebbe "come valutare che lanciando un mazzo di 54 carte in aria, queste cadano una sopra l'altra ordinate per seme e in ordine crescente di valore nel seme", cioè "una ipotesi teoricamente possibile, ma con una probabilità" decisamente "bassa".
    Evidentemetne non comprendi il "peso" di quel bassa, nei fatti è impossibile come è impossibile l'evento del mazzo di carte. Quando si dice che è "teoricametne possibile" si fa un esercizio più formale che sostanziale.

    soltanto le discipline fondate sul metodo matematico-sperimentale possano dire la loro sulla realtà.
    Sulla reltà fisica, al momento, si, solo quelle discipline sono le più efficaci nel farlo. E l'evoluzione della vita è un fatto fisico.

    È inutile provare sarcasticamente ad accostare la religione alla fantasia per eludere il fatto che ciò che risulta, sulla base dei dati a disposizione (che non è affatto detto che siano esaustivi, anzi), probabile o altamente probabile non può costituire comunque una certezza.
    La certezza che tu richiedi non esiste, la probabilità di quanto affermi è praticamente zero, non ha alcun senso pratico considerarla, esattamente come non ha senso pratico considerare che se un aereo cade dal cielo in picchiata, dopo che si è sfracellato i pezzi ritornino tutti al loro posto (e no, fisciamente non è impossibile manco questo).


    E che cos'è il sorridere delle "tradizioni cattoliche", se non un atto di irriverenza e, perciò, di trasgressione del rispetto che a tali tradizioni si deve?
    Ma quale trasgressione, credete a cose assurde, si sorride per la puerilità e si fa spallucce, nessuna trasgressione.
    mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità
    Heisenberg,Sul contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica nella teoria quantistica,Zeitschrift für Physik,vol.43,n.4,1927,p.172

  6. #14596
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Aladar Visualizza Messaggio
    Non voleva essere quella dimostrazione
    Ne prendo atto, però l'affermazione a cui stavo obiettando era quella secondo la quale l'evoluzionismo sarebbe più certo della legge di gravitazione universale. Ovviamente, mi riferivo all'evoluzionismo inteso come tesi secondo la quale, biologicamente parlando, l'uomo e la scimmia avrebbero un antenato in comune. Non la semplice tesi che, nel corso dei secoli e dei millenni, si siano verificate delle mutazioni genetiche e che tali mutazioni genetiche abbiano avuto conseguenze sulla maggiore o minore adattabilità di un organismo vivente all'ambiente circostante.

    Citazione Originariamente Scritto da Aladar Visualizza Messaggio
    Tutti, non c'è un solo articolo peer reviewed che metta in dubbio le fondamenta dell'evoluzione delle specie.
    Come sopra, dipende dall'aspetto che stiamo prendendo in considerazione. E, francamente, all'atto pratico quello della revisione paritaria non è un sistema di controllo così universalmente affidabile come qualcuno potrebbe credere.

    Citazione Originariamente Scritto da Aladar Visualizza Messaggio
    La scienza deve ragionare necessariamente etsi deus non daretur ed in questo modello risulta irrazionale. E questo per la banalissima ragione che se si ragionasse presupponendo che la causa di tutti i fenomeno alla fine è dio, la scienza non servirebe a nulla, avremmo la causa di tutto già servita.
    Anche ammettendo che la scienza debba ragionare - come dici tu - etsi Deus non daretur, non è suo appannaggio stabilire cosa, in senso assoluto, sia razionale e cosa non lo sia. Potrà stabilire cosa è fisicamente possibile o impossibile, cos'è fisicamente più o meno probabile et similia, ma non potrà andare oltre.

    Dio non è "causa dei fenomeni" similmente a come il sollevamento di masse d'aria calda ed umida è causa di un temporale, è ciò che rende ragione dell'esistenza stessa di un mondo contingente che, altrimenti, non potrebbe essere tale. E che su questo la scienza, di per sé, non dica nulla ci può stare, il problema - come tante volte rilevato - emerge quando si usa la scienza per negare o relativizzare Dio ed il suo intervento nella storia, che può verificarsi, come ordinariamente succede, tramite le cause seconde, ma può anche verificarsi straordinariamente con un intervento diretto.

    Citazione Originariamente Scritto da Aladar Visualizza Messaggio
    Evidentemetne non comprendi il "peso" di quel bassa, nei fatti è impossibile come è impossibile l'evento del mazzo di carte. Quando si dice che è "teoricametne possibile" si fa un esercizio più formale che sostanziale.
    Sarà un limite mio, ma ai miei occhi una cosa o è totalmente impossibile o è improbabile. Magari pure estremamente improbabile, però l'improbabilità non è identica all'impossibilità.

    Citazione Originariamente Scritto da Aladar Visualizza Messaggio
    Sulla reltà fisica, al momento, si, solo quelle discipline sono le più efficaci nel farlo. E l'evoluzione della vita è un fatto fisico.
    Il punto è che la realtà non si esaurisce né nella realtà fisica né in ciò che di quest'ultima possiamo rilevare e, se le stesse discipline fondate sul metodo matematico-sperimentale ormai hanno rinunciato all'aspirazione di ottenere una conoscenza del mondo fisico in senso "forte", come invece era aspirazione di un Galileo, di un Bacon o di un Newton, a maggior ragione risulta privo di senso pretendere che le conclusioni delle discipline fondate sul metodo matematico-sperimentale costituiscano la parola "fine" su questioni che vanno ben oltre il suo campo d'indagine.

    Citazione Originariamente Scritto da Aladar Visualizza Messaggio
    La certezza che tu richiedi non esiste, la probabilità di quanto affermi è praticamente zero, non ha alcun senso pratico considerarla, esattamente come non ha senso pratico considerare che se un aereo cade dal cielo in picchiata, dopo che si è sfracellato i pezzi ritornino tutti al loro posto (e no, fisciamente non è impossibile manco questo).
    Non avrà alcun senso pratico considerarla ai fini della scienza modernamente intesa e considerata isolatamente, forse, ma ha sicuramente senso nel momento in cui si mettono a confronto diversi campi d'indagine: teologia, filosofia e scienza. E pretendere che, riguardo ad una questione simile, possa dire la sua soltanto la scienza è - lo ribadisco ancora - una conclusione ideologica, del tutto strumentale ad una visione del mondo (se non teoricamente, quanto meno di fatto) atea e relativista.

    Citazione Originariamente Scritto da Aladar Visualizza Messaggio
    Ma quale trasgressione, credete a cose assurde, si sorride per la puerilità e si fa spallucce, nessuna trasgressione.
    Vedi? Accusi noi cattolici di essere "puerili", perché tu invece vedi te stesso come un "adulto progredito" che ha abbandonato le "superstizioni" dei "vecchi", ancora primitivi ed ingenui....insomma, rientri pienamente nel cliché di cui sopra.
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  7. #14597
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Per smentire il tuo cherry picking e le tue forzature devo necessariamente mettere in evidenza quelle parti dei documenti pontifici che smentiscono le tue misinterpretazioni e che chiariscono il significato effettivo di frasi di cui, una volta isolate dal contesto complessivo in cui sono inserite, sfrutti la possibile ambivalenza. È ciò che tocca fare quando si ha di fronte un interlocutore che ricorre a metodi argomentativi sofistici.

    Ma torniamo pure al merito delle questioni sollevate…

    Richiamare la distinzione fra verità d'ordine soprannaturale e verità d'ordine naturale è opportuno, al contrario di quanto dici, perché mi hai accusato indebitamente di aver sostenuto che l'intelletto umano, da solo, sarebbe in grado di cogliere tutte le verità essenziali, mentre il sottoscritto si è sempre limitato a parlare di verità d'ordine naturale (e nemmeno di tutte, ad esser precisi), che certamente sono essenziali, ma non esauriscono tutte le verità essenziali.

    L'esistenza della suddetta capacità, peraltro, è riconosciuta apertamente dalla Fides et ratio, quando Giovanni Paolo II parla della filosofia come "un'impresa autonoma, che procede cioè secondo le leggi sue proprie, avvalendosi delle sole forze della ragione" oppure quando l'allora Pontefice afferma che ci sono "alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca". Capito? "Sole forze della ragione" è un'espressione molto chiara, che non necessita di ulteriori spiegazioni. Ed è altrettanto chiaro che, se ci sono "alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca", ne consegue necessariamente, per la logica, che tali verità sono state colte prescindendo dalla fede. A proposito di senso letterale delle parole...



    Pure qui sbagli, pensando che isolare una frase dal contesto in cui è inserita e scollegarla dalle altre possa corroborare la tua tesi: dal fatto che Giovanni Paolo II affermi che forse - quindi è tutt'altro che una certezza! - l'uomo, senza la Rivelazione, non avrebbe colto alcune verità di per sé non inaccessibili alla sola ragione non consegue minimamente che l'intelletto umano sia in se stesso (cioè costitutivamente) impotente a coglierle e che abbia totale ed assoluta necessità della Rivelazione per conoscerle. O, come diresti tu, da tale affermazione non consegue affatto che la ragione non sia dotata in se stessa, in virtù di una forza intrinseca ai suoi autonomi mezzi, della capacità di raggiungere da sola quanto meno certe verità d'ordine naturale.

    Il fatto che ciò, forse, non sarebbe potuto avvenire dipende dalle conseguenze di un episodio storico che ha segnato la natura umana, indebolendone - fra le altre cose - le capacità intellettive: quello del peccato originale. Non dalla natura stessa della ragione umana. Cosa che, ad esempio, insegna molto chiaramente Papa Pio XII nella già citata Humani generis:

    "Benché la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale possa effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia non pochi sono gli ostacoli che impediscono alla nostra ragione di servirsi con efficacia e con frutto di questo suo naturale potere. Le verità che riguardano Dio e le relazioni tra gli uomini e Dio trascendono del tutto l'ordine delle cose sensibili; quando poi si fanno entrare nella pratica della vita e la informano, allora richiedono sacrificio e abnegazione.

    Nel raggiungere tali verità, l'intelletto umano incontra ostacoli della fantasia, sia per le cattive passioni provenienti dal peccato originale. Avviene che gli uomini in queste cose volentieri si persuadono che sia falso, o almeno dubbio, ciò che essi «non vogliono che sia vero». Per questi motivi si deve dire che la Rivelazione Divina è moralmente necessaria affinché quelle verità che in materia religiosa e morale non sono per sé irraggiungibili, si possano da tutti conoscere con facilità, con ferma certezza e senza alcun errore".

    Lo dice pure Giovanni Paolo II: "Se l'uomo con la sua intelligenza non arriva a riconoscere Dio creatore di tutto, ciò non è dovuto tanto alla mancanza di un mezzo adeguato, quanto piuttosto all'impedimento frapposto dalla sua libera volontà e dal suo peccato".

    Il senso letterale di queste citazioni ti è sufficientemente chiaro?



    Questi sarcasmi puoi anche tenerli per te, premesso che non rientra nell'oggetto della discussione il valore magisteriale di Fides et ratio.



    Appunto: forse. Ed il motivo l'ho spiegato sopra. Non dice, ad esempio, che certamente non sarebbe stato colto dalla ragione umana. Il che prova ulteriormente che Giovanni Paolo II riconosce che, di per sé, la ragione umana, in virtù della sua stessa natura, ha la capacità di cogliere determinate verità d'ordine naturale.



    Io non contesto il contenuto di queste citazioni: contesto te che le interpreti come se dimostrassero che la Chiesa insegni che non esistano verità d'ordine naturale preliminari/preambolari alla fede, che l'uomo può cogliere autonomamente anche senza l'ausilio della Divina Rivelazione.

    Ripetere spasmodicamente, da parte tua, che Leone XIII ha affermato di non attribuire "alla filosofia umana tanta forza e tanta autorità fino a stimare che essa sia in grado di tenere lontani e sterminare tutti gli errori" non smentisce quanto sopra perché, come dovresti sapere, non esistono solo errori filosofici, ma esistono anche errori che riguardano strettamente la fede, di fronte ai quali, ai fini della loro confutazione, non è sufficiente ricorrere alle sole forze della ragione.

    Inoltre, continua a sussistere il solito problema: la debolezza della ragione umana dopo il peccato originale. Per questo servono la Divina Rivelazione e la fede: sia per far cogliere all'uomo ciò che da solo, in ogni caso, non avrebbe mai potuto cogliere (rivelato per se) sia per aiutarlo a conoscere con maggior facilità e chiarezza ciò che, da solo, dopo il peccato originale, fa più fatica a conoscere (rivelato per accidens). Ecco perché "la verità si può ottenere con sicurezza solamente dalle dottrine rivelate".



    A valle, questo possiamo certamente affermarlo e, del resto, io non ho mai avuto da obiettare su questo punto. Come potrei? Ma, a monte, dobbiamo dire che usare rettamente la ragione significa usarla conformandola all'ordine oggettivo delle cose. Come scrisse una volta padre Matteo Liberatore nel suo "Compendio di Logica e Metafisica" (Giannini, Napoli, 1871): «Conseguire la verità non è altro che conseguire giudizi conformi alle cose» (p. 49). Il che presuppone, nel soggetto conoscente, la rettitudine della volontà rispetto al fine: ossia la sincera intenzione di conoscere la verità ed il bene.



    La Rivelazione certamente conferma che quelle siano verità, ma ciò non significa che, di per sé, non si possano riconoscere (e che, storicamente, non siano state riconosciute) come tali in virtù della sola evidenza intrinseca (immediata o mediata). La ragione, da sola, non può "tenere lontani e sterminare tutti gli errori", ma certamente è in grado di confutare, anche da sola, quegli errori che contraddicono determinate verità d'ordine naturale, di cui l'intelletto umano può avere intrinseca evidenza o per conoscenza immediata o per dimostrazione. Del resto, se non fosse così, non avrebbe senso, da parte di Papa Leone XIII, parlare espressamente di verità dimostrate e difese con argomenti propri anziché tratti dalla Divina Rivelazione.



    La ragione, da sola, di per sé, ha i mezzi adatti per riuscire ad avere evidenza di determinate verità d'ordine naturale, ma certamente tali mezzi non sono sufficienti per conoscere anche le verità d'ordine soprannaturale. Se questi mezzi non fossero in grado, di per sé, di cogliere alcuna verità, anche se d'ordine naturale, ciò confliggerebbe con la chiara affermazione del naturale orientamento della ragione verso la verità e con l'altrettanto chiara affermazione che la ragione ha in se stessa i mezzi per raggiungerla. Si andrebbe contro il senso letterale delle parole impiegate nell'Enciclica che tanto tieni a citare.



    Io non ho mai parlato di autosufficienza della ragione, ma sempre e solo di autonomia (peraltro, relativa). Autonomia che implica, come dice il testo stesso, la capacità di cogliere da sé verità d'ordine naturale (altrimenti, di che autonomia staremmo parlando?).

    Ma chiariamo bene perché Giovanni Paolo II parla di una "filosofia consapevole [che] non può non rispettare anche le esigenze e le evidenze proprie della verità rivelata": perché è la ragione stessa, se esercitata correttamente (ossia conformandosi all'ordine oggettivo delle cose), a riconoscere che ha dei limiti invalicabili; che vi sono delle evidenze estrinseche che depongono a favore dell'actus fidei; e che soltanto dalla fede essa può ricevere quei lumi sulle realtà ultime che da sola non può conseguire.

    Ecco perché la fede, pur avendo un carattere soprannaturale, è dotata di una sua ragionevolezza, che S. Tommaso d'Aquino ha illustrato magistralmente. Lo dico io? No, lo dice Giovanni Paolo II: "Pur sottolineando con forza il carattere soprannaturale della fede, il Dottore Angelico non ha dimenticato il valore della sua ragionevolezza; ha saputo, anzi, scendere in profondità e precisare il senso di tale ragionevolezza. La fede, infatti, è in qualche modo esercizio del pensiero; la ragione dell'uomo non si annulla né si avvilisce dando l'assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole. È per questo motivo che, giustamente, san Tommaso è sempre stato proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia".



    Non ho citato Humani generis per smentire Fides et ratio, ma per interpretare correttamente la seconda alla luce della prima, giacché la proposizione "La Chiesa non propone una propria filosofia né canonizza una qualsiasi filosofia particolare a scapito di altre" viene giustificata con un richiamo in nota all'Enciclica di Pio XII.

    In quest'ultima Enciclica è chiarito il giusto senso in cui va intesa la frase di Giovanni Paolo II, dato che è quest'ultimo ad aver deciso di citarla espressamente.

    E cosa viene insegnato da Pio XII in quest'Enciclica, a riguardo?

    Viene insegnato che, pur non essendo obbligatorio aderire ad una determinata corrente filosofica, come può essere lo stesso tomismo, non è possibile mettere in discussione quella "sana filosofia" laddove "difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile".

    Ma indovina un po': qual è quella filosofia che, per antonomasia, "difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile", fra cui la certezza dimostrata che Dio sia necessario, ed è stata riconosciuta come tale dalla Chiesa più volte? Il tomismo.

    Lo dico io? No, lo specifica lo stesso Pio XII poco dopo: "Se si considera bene quanto sopra è stato esposto, facilmente apparirà chiaro il motivo per cui la Chiesa esige che i futuri sacerdoti siano istruiti nelle scienze filosofiche «secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico» (Corp. Jur. Can., can. 1366, 2), giacché, come ben sappiamo dall'esperienza di parecchi secoli, il metodo dell'Aquinate si distingue per singolare superiorità tanto nell'ammaestrare gli animi che nella ricerca della verità; la sua dottrina poi è in armonia con la Rivelazione Divina ed è molto efficace per mettere al sicuro i fondamenti della fede come pure per cogliere con utilità e sicurezza i frutti di un sano progresso".

    Ed infatti, per tornare a Fides et ratio, Giovanni Paolo II afferma: "Il Magistero (...) non si è limitato solo a rilevare gli errori e le deviazioni delle dottrine filosofiche. Con altrettanta attenzione ha voluto ribadire i principi fondamentali per un genuino rinnovamento del pensiero filosofico, indicando anche concreti percorsi da seguire". E, riguardo ai "concreti percorsi da seguire", giustamente il Pontefice di allora parla dell'"incomparabile valore della filosofia di san Tommaso", citando proprio l'Aeterni Patris di Papa Leone XIII: "(...) l’angelico Dottore speculò le conclusioni filosofiche nelle intime ragioni delle cose e nei principi universalissimi, che nel loro seno racchiudono i semi di verità pressoché infinite, e che a tempo opportuno sarebbero poi stati fatti germogliare con abbondantissimo frutto dai successivi maestri. Avendo adoperato tale modo di filosofare anche nel confutare gli errori, egli ottenne così di avere debellato da solo tutti gli errori dei tempi passati e di avere fornito potentissime armi per mettere in rotta coloro che con perpetuo avvicendarsi sarebbero sorti dopo di lui. Inoltre egli distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l’una e l’altra in amichevole consorzio, di ambedue conservò interi i diritti, e intatta la dignità, in modo che la ragione, portata al sommo della sua grandezza sulle ali di San Tommaso, quasi dispera di salire più alto; e la fede difficilmente può ripromettersi dalla ragione aiuti maggiori e più potenti di quelli che ormai ha ottenuto grazie a San Tommaso".

    Se non ti fossi incaponito, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di discutere questo punto perché è già tutto preliminarmente chiarito da queste poche parole della pluricitata Studiorum ducem di Pio XI: "Noi, mentre facciamo eco a questo coro di lodi date a quel sublime ingegno, approviamo che egli non solo sia chiamato Angelico, ma altresì che gli sia dato il nome di Dottore Universale, mentre la Chiesa ha fatto sua la dottrina di lui, come da moltissimi documenti viene attestato".

    Hai capito? La Chiesa ha fatto sua la dottrina di S. Tommaso, come da moltissimi documenti viene attestato. Di fronte a questa citazione, segui con coerenza le tue stesse parole: "Non c’è da discutere su questo, il testo è del tutto esplicito" (sic!).

    Pertanto, il senso della frase di Giovanni Paolo II che pretendi di ripetere, pensando erroneamente che deponga a favore della tua tesi, è che, nella "sana filosofia" di cui sopra, "vi sono certamente parecchie cose che non riguardano la fede e i costumi, né direttamente né indirettamente, e che perciò la Chiesa lascia alla libera discussione dei competenti in materia". Pertanto, un cattolico può essere tranquillamente - ad esempio - agostiniano o aderire alla scuola francescana anziché tomista. Ma la sua libertà s'arresta "riguardo ai principî ed alle principali asserzioni" di quella "sana filosofia" che, per l'appunto, va intesa e studiata "secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico". Ed è in questo secondo senso che, invece, si può asserire che il tomismo, nei suoi principi fondamentali e in ciò che da essi deriva necessariamente, costituisca quella sophia perennis che la Chiesa ha riconosciuto e fatto propria perché veridica.

    Se questo secondo senso non fosse ammissibile, Giovanni Paolo II non avrebbe avuto motivo di riconoscere espressamente l'"incomparabile valore della filosofia di San Tommaso" e non si spiegherebbe perché la Chiesa Cattolica, per mezzo di ripetuti e chiari pronunciamenti dei Romani Pontefici, abbia tenuto in passato a dichiarare l'imprescindibilità di una formazione teologica e filosofica schiettamente tomista. Ripensiamo alle già citate XXIV tesi del tomismo: perché San Pio X ha fatto formulare prima ed ha approvato poi, ufficialmente, le XXIV tesi del tomismo anziché - ad esempio - le XXIV tesi dell'agostinismo? La risposta è semplice ed evidente: perché, nonostante l'autorevolezza di Sant'Agostino, il tomismo ha costituito e, tutt'ora, costituisce il vertice e il culmine della filosofia e della teologia cristiane.

    Concludo su questo specifico punto, facendo notare che è certamente vero che Pio XII affermi che la "sana filosofia" di cui parla è stata "confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa" perché quest'ultima, nell'esercizio del suo Magistero, "ha messo a confronto con la verità rivelata i suoi principî e le sue principali asserzioni", ma da ciò non consegue minimamente che, al netto degli effetti sulla sua natura del peccato originale, la ragione non sia in grado, in se stessa, di cogliere determinate verità d'ordine naturale. Non è un caso che, tra i "velenosi frutti" della smania di novità dell'epoca, l'allora Sommo Pontefice abbia annoverato la seguente posizione filosofica, condannandola: "Si mette in dubbio che la ragione umana, senza l'aiuto della Divina Rivelazione e della grazia, possa dimostrare con argomenti dedotti dalle cose create, l'esistenza di un Dio personale". Capito? Dice proprio: "senza l'aiuto della Divina Rivelazione e della grazia". D'altronde, come ho messo in evidenza all'inizio di questa mia risposta, Pio XII - la cui Enciclica, ribadiamolo ulteriormente, è citata da Giovanni Paolo II in Fides et ratio - afferma che "la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale [può] effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime". E Giovanni Paolo II - anche qui: repetita iuvant - afferma l'esistenza di "alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca", che la stessa teologia fondamentale deve riconoscere e mostrare come tali.



    Io non traviso alcunché. Io leggo i documenti di cui stiamo trattando per intero, mentre tu li sezioni in modo da riportare solo ciò che pensi ti possa far comodo ai fini del dibattito in corso. Ma, siccome le cose stanno diversamente da come vuoi sostenere tu, ho gioco facile a smentirti ogni singola volta, opponendoti quelle parti che tu ometti od ignori.



    Confondi sin troppo facilmente convinzione e risolutezza con disperazione, se mi attribuisci un sentimento simile.

    Quanto a me, io ho sempre e solo rivendicato che l'intelletto e la ragione dell'uomo siano in grado di cogliere con certezza da sé, tramite i propri mezzi, determinate verità d'ordine naturale, come insegnato - ad esempio - dal Concilio Vaticano I: "La (...) Santa Madre Chiesa professa ed insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza al lume naturale della ragione umana attraverso le cose create; infatti, le cose invisibili di Lui vengono conosciute dall’intelligenza della creatura umana attraverso le cose che furono fatte (Rm 1,20)".

    Ho pure detto in più occasioni che queste verità d'ordine naturale sono preliminari e propedeutiche all'adesione alla fede cattolica, come insegnato anche da Papa Leone XIII nell'Enciclica Aeterni Patris (e come ammesso dallo stesso Giovanni Paolo II nel documento da te citato).

    E, sempre in linea con il Concilio Vaticano I, ho ripetutamente detto che esistono dei motivi di credibilità della fede che, pur non costituendo un'evidenza intrinseca né immediata né mediata, mostrano all'intelletto la ragionevolezza dell'actus fidei: "Se qualcuno dirà che la Rivelazione divina non può rendersi credibile per segni esterni, e che perciò gli uomini devono procedere verso la fede solo attraverso l'interiore esperienza o l'ispirazione privata di ciascuno: sia anatema".

    Non ho mai messo in discussione la superiorità della fede sulla ragione né che soltanto la grazia divina, perfezionando la nostra natura e, quindi, di conseguenza, la nostra stessa ragione, possa muoverci all'acquisizione chiara (e all'eventuale approfondimento) di tutte quelle verità necessarie alla nostra salvezza.

    Come messo in evidenza in questa ormai lunghissima discussione ed in un dibattito che abbiamo avuto in precedenza, il problema è che tu, quando attribuisci alla Chiesa di ritenere che la fede sia l'unico sicuro criterio di verità, lo intendi in senso eterodosso, cioè fideistico: come se la fede fosse un'opinione che giustificherebbe se stessa con se stessa, circolarmente. E come se, in ambito metafisico, la conoscenza dell'ente si riducesse ad un atto di fede, peraltro così inteso. È questo che suscita le mie obiezioni. Non altro.

    Esiste ovviamente un senso ortodosso, cioè autenticamente cattolico, di tale affermazione, che è quello illustrato dalla Dei Filius del Concilio Vaticano I: "Si deve [alla] Divina Rivelazione se tutto ciò che delle cose divine non è di per sé assolutamente inaccessibile alla ragione umana, anche nella presente condizione del genere umano, può facilmente essere conosciuto da tutti con certezza e senza alcun pericolo di errore. Tuttavia, non per questo motivo deve dirsi assolutamente necessaria la Rivelazione, ma perché nella Sua infinita bontà Dio destinò l’uomo ad un fine soprannaturale, cioè alla partecipazione dei beni divini, che superano totalmente l’intelligenza della mente umana; infatti Dio ha preparato per coloro che Lo amano quelle cose che nessun occhio vide, nessun orecchio mai udì, nessun cuore umano conobbe (1Cor 2,9)".

    La fede, quindi, non è "unico criterio sicuro di verità" nel senso che l'intelletto e la ragione dell'uomo siano intrinsecamente impotenti a cogliere da sole determinate verità in certi ambiti, conformandosi all'oggetto ad essi esterno, ma nel senso che essa sola (cioè la fede), in quanto adesione alla Divina Rivelazione, dà accesso ad una comprensione più agevole e chiara delle verità nell'ordine naturale ed è l'unica via per conoscere quelle che appartengono all'ordine soprannaturale. Ma io ho mai detto qualcosa di diverso da ciò? No, ovviamente, e sfido chiunque a dimostrare il contrario, se non alterando profondamente quanto da me scritto finora.

    Ecco allora che appare sofistico e strumentale, da parte tua, "estrarre" dalla Fides et ratio un passaggio in cui viene usato il termine "circolarità", tentando di dare l'impressione che questo confermi ciò che sostieni tu. Ma è così? No. La "circolarità" di cui parla Giovanni Paolo II va intesa nei termini di un arricchimento reciproco tra teologia rivelata e filosofia in cui, da un lato, la prima si affinerebbe alla luce degli sviluppi della ricerca filosofica mentre, dall'altro, la seconda troverebbe nella teologia un sicuro riferimento per evitare non solo errori che riguardano la retta conoscenza dell'ordine soprannaturale, ma anche dell'ordine naturale, stante la debolezza della ragione umana dopo il peccato originale. Motivo per cui l'allora Pontefice fa espressa menzione di "un cammino di ricerca filosofica che ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto con i dati della fede".

    Non si sta parlando della circolarità del ragionamento circolare, che è una fallacia logico-argomentativa. Non si sta nemmeno parlando, quindi, della circolarità di una fede che giustificherebbe se stessa (o ciò che necessariamente la presuppone) con se stessa. Come, invece, vorresti far credere tu.



    Il linguaggio analogico viene impiegato tanto per parlare di Dio sub specie entis quanto per parlare di Dio sub specie Deitatis, ossia come Monotriade divina. Il ricorso al linguaggio analogico per parlare di Dio nel primo senso fu impiegato per la prima volta dai filosofi precristiani. Perciò, è da escludere che sia stato una sorta di escamotage dei filosofi e dei teologi cristiani, trovato appositamente per poter parlare di un Dio di cui, altrimenti, non avrebbero potuto parlare e garantito, in modo fallacemente circolare, dalla fede stessa. Si può dire, invece, che filosofi e teologi cristiani abbiano acquisito e fatto proprio questo portato della filosofia precristiana e che l'abbiano impiegato, sviluppato e sistematizzato per parlare di Dio non solo in senso ontologico-metafisico, ma anche per parlare di Dio come Dio che si rivela e che si incarna.

    La validità del linguaggio analogico in generale, ed in particolare per parlare di Dio, è sì un presupposto della fede e della Divina Rivelazione, ma è un presupposto che, in se stesso, è di natura razionale ed il motivo l'ho spiegato, rifacendomi peraltro a S. Tommaso d'Aquino, la cui filosofia, come riconosciuto da Giovanni Paolo II, ha valore incomparabile.

    Non avrebbe senso, d'altronde, parlare di un presupposto della fede e della Divina Rivelazione che si fonderebbe...sulla fede e sulla Divina Rivelazione, di cui sarebbe presupposto. Cosa che ti ho già fatto notare e che tu, invece, hai ignorato. Tieni tanto al senso letterale delle parole e non ti avvedi che "presupposto" è - letteralmente, per l'appunto - ciò che viene prima di qualcos'altro e che gli fa da premessa? Come fa a rientrare nell'ambito della fede ciò che, per definizione, viene prima di tale ambito?

    Pretendere di giustificare tale tua interpretazione, sostenendo che questa sarebbe la "circolarità" del rapporto tra fede e ragione, tra teologia e filosofia, non regge perché, come s'è chiarito, la circolarità di cui parla Giovanni Paolo II consiste in un reciproco arricchimento.

    Perciò, la capacità del linguaggio umano nell'esprimere la verità colta dall'intelletto e la validità del ricorso all'analogia non sono un'esigenza della fede in senso strumentale, ma sono parte integrante di quei contributi che, genuinamente, con mezzi propri, "la filosofia reca alla teologia" e, prima ancora, alla fede. Questo significa che la filosofia stessa, prima ancora della teologia, può parlare validamente ed efficacemente di Dio, seppur entro certi limiti, facendo uso dell'analogia.

    La fede esige quindi - per ricorrere alle stesse parole della Fides et ratio - "l'attitudine del linguaggio umano a parlare in modo significativo e vero anche di ciò che eccede ogni esperienza umana" e che "il linguaggio umano sia capace di esprimere in modo universale, anche se in termini analogici, ma non per questo meno significativi, la realtà divina e trascendente": non per costruire artificiosamente una narrazione che, altrimenti, non starebbe in piedi, bensì perché la fede mancherebbe delle sue premesse fondamentali. Come ho ripetuto tantissime volte, se non ci fosse la certezza razionale che Dio sia necessario (sia essa intesa imprecisamente dall'uomo comune od ottenuta tramite dimostrazione dall'uomo colto) e tutto ciò che tale conclusione presuppone necessariamente, non si potrebbe nemmeno affermare che Dio sia Uno e Trino o che Dio si sia rivelato ed incarnato.

    Io leggo il termine "esigenza" come premessa, preambolo o presupposto – almeno implicitamente - necessari della fede, tu invece lo leggi come qualcosa che non sarebbe necessario di per sé, ma solo per l'effetto che, di fatto, produce – cioè quello di far reggere un discorso, una narrazione, che, altrimenti, non starebbe in piedi, se non in assoluto, quanto meno in ambito speculativo. Ma davvero pensi che Giovanni Paolo II possa aver impiegato un termine simile nel secondo senso? Domanda retorica, ovviamente.

    Tutto quanto ho detto, ad ogni modo, è pienamente compatibile con quanto è scritto nell'Enciclica di Giovanni Paolo II: "(...) il Concilio Vaticano I, recuperando l'insegnamento paolino (cfr Rm 1, 19-20), aveva richiamato l'attenzione sul fatto che esistono verità conoscibili naturalmente, e quindi filosoficamente. La loro conoscenza costituisce un presupposto necessario per accogliere la Rivelazione di Dio". E poco dopo: "Da tutte queste verità, la mente è condotta a riconoscere l'esistenza di una via realmente propedeutica alla fede, che può sfociare nell'accoglienza della Rivelazione, senza in nulla venire meno ai propri principi e alla propria autonomia".

    Ciò non si concilia, invece, con il senso complessivo della tua tesi ed in particolar modo con alcune frasi da te scritte, come ad esempio queste: "Per la Chiesa non c’è bisogno di alcuna preparazione per accogliere la fede. (...) la filosofia dell’essere non si impone in virtù di una necessità interna alla ragione, ma in virtù di una necessità della fede".

    Come sarebbe possibile alla ragione umana non "venire meno ai propri principi e alla propria autonomia", se l'acquisizione di determinate verità, ancorché limitate all'ordine naturale, non fosse dettata dal genuino riconoscimento di un'evidenza - immediata o mediata - intrinseca, che può verificarsi, da parte del soggetto conoscente, anche senza che quest'ultimo abbia (già) aderito alla Divina Rivelazione per fede?

    Il documento giovanneopaolino sottolinea in più occasioni che, da parte della fede e della teologia rivelata, è necessario rispettare l'autonomia della ragione e della filosofia. Anzi, come dovresti aver letto anche tu, l'allora Sommo Pontefice ha dichiarato che la teologia stessa, nelle sue diverse branche, deve riconoscere e mettere in evidenza questa autonomia della filosofia, ferma restando la superiorità della fede (ecco spiegato - repetita iuvant - il senso dell'inciso "alla luce della conoscenza per fede"). Alcune citazioni dimostrative in merito le ho già riportate: ne potrei aggiungere tranquillamente altre, sovraevidenziando il tuo torto, ma già così è sufficiente.

    Se tu avessi un po' di onestà intellettuale, adesso la smetteresti con questa logomachia e cercheresti di affrontare il vero nocciolo del problema: ossia, il fondamento della validità del ricorso all'analogia per parlare di Dio.
    Cotanta sicumera per parlare di una fantasia che non esiste.

  8. #14598
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Tiresia Visualizza Messaggio
    Cotanta sicumera per parlare di una fantasia che non esiste.
    Se non esiste, perché t’importa tanto rintuzzare chi ritiene che, al contrario, esista?
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  9. #14599
    sonnecchiante...
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Ne prendo atto, però l'affermazione a cui stavo obiettando era quella secondo la quale l'evoluzionismo sarebbe più certo della legge di gravitazione universale. Ovviamente, mi riferivo all'evoluzionismo inteso come tesi secondo la quale, biologicamente parlando, l'uomo e la scimmia avrebbero un antenato in comune. Non la semplice tesi che, nel corso dei secoli e dei millenni, si siano verificate delle mutazioni genetiche e che tali mutazioni genetiche abbiano avuto conseguenze sulla maggiore o minore adattabilità di un organismo vivente all'ambiente circostante.
    Il problema è che io posso solo ribadirti che vi sono diverse discipline che in maniera cristallina mostrano che uomo e primati hanno un antenato comune. Ci sono tonnellate di paper, prove, disamine, che lo mostrano, tanto che nessun biologo al mondo sostiene scientificamente una qualunque tesi diversa.

    Come sopra, dipende dall'aspetto che stiamo prendendo in considerazione. E, francamente, all'atto pratico quello della revisione paritaria non è un sistema di controllo così universalmente affidabile come qualcuno potrebbe credere.
    "universalmente affidabile" non è un wording con un senso, che piaccia o meno, quello è il metodo con cui si fa scienza, e noi di scienza stavamo parlando, se non esistono articoli peer reviewed contrari, significa che il consenso scientifico è unanime, cosa che tu mettevi in dubbio. E ti assicuro che il consenso unanime è rarissimo in scienze come la biologia, ma quest'ultima scienza si basa proprio sull'evoluzione darwiniana, pensa che è proprio la definizione di vita, cioè il fondamento ultimo della biologia stessa, che recita:

    "«[Life is] a self-sustaining system capable of Darwinian evolution […]» «(trad.it.) [La vita è] un sistema autosufficiente capace di evoluzione darwiniana.»

    fonte: https://www.scientificamerican.com/b...-really-exist/


    Anche ammettendo che la scienza debba ragionare - come dici tu - etsi Deus non daretur, non è suo appannaggio stabilire cosa, in senso assoluto, sia razionale e cosa non lo sia Potrà stabilire cosa è fisicamente possibile o impossibile, cos'è fisicamente più o meno probabile et similia, ma non potrà andare oltre.
    Infatti la scienza stabilisce le probabilità, che poi tale probabilità siano razionali o meno, probabilmente, lo stabilisce il buon senso umano. Però la scienza una scelta razionale la deve fare se deve dare delle indicazioni tecniche, e tale scelta è basata sulle probabilità, quando esse sono molto vicine allo zero, non vengono considerate e questo per la banale ragione che altrimenti si bloccherebbe quasi tutto. Che peraltro è la scelta che facciamo noi ogni giorno, perché ogni giorno tralasciamo le probabilità anche non tanto vicine allo zero, quando camminiamo sul marciapiede tralasciamo la probabilità che esso ci crolli sotto i piedi, probabilità tutt'altro che vicina allo zero, o quando prendiamo un aereo tralasciamo la probabilità che ci sfracelliamo, o su un treno, ecc...

    Dio non è "causa dei fenomeni" similmente a come il sollevamento di masse d'aria calda ed umida è causa di un temporale,
    Se interviene direttamente nella vita fisica, come ad esempio immettendo l'anima e trasformando quindi un essere vivente in essere umano intelligente alterandone persino la struttura fisica (lo hai ammesso tu nel tuo modello), allora si, è la causa diretta, una causa prima esattamente come una massa d'aria calda che causi un temporale, semplicemente perché non ci sono altre cause fisiche.

    Sarà un limite mio, ma ai miei occhi una cosa o è totalmente impossibile o è improbabile. Magari pure estremamente improbabile, però l'improbabilità non è identica all'impossibilità.
    Formalmente è corretto, ma praticamente come ho detto sopra con gli esempi, è una questione che va tralasciata perché le probabilità zero ovvero l'impossibilità è quasi impossibile da provare con certezza su quasi tutto, è un limite umano, un limite epistemologico insormontabile essendo noi esseri umani limitati. Il salto "sbagliato" è prendere questo limite per giustificare qualsiasi invenzione alternativa alla miriade di dati e prove che abbiamo su un determinato aspetto della natura.


    risulta privo di senso pretendere che le conclusioni delle discipline fondate sul metodo matematico-sperimentale costituiscano la parola "fine" su questioni che vanno ben oltre il suo campo d'indagine.
    Vedi sopra.

    Non avrà alcun senso pratico considerarla ai fini della scienza modernamente intesa e considerata isolatamente, forse, ma ha sicuramente senso nel momento in cui si mettono a confronto diversi campi d'indagine: teologia, filosofia e scienza.

    Ma tu hai parlato di intervento fisico in cui dio avrebbe causato mutazioni tali da far funzionare l'intelligenza in un cervello umano. Ergo di biologia si parla, non di metafisica.


    Vedi? Accusi noi cattolici di essere "puerili", perché tu invece vedi te stesso come un "adulto progredito" che ha abbandonato le "superstizioni" dei "vecchi", ancora primitivi ed ingenui....insomma, rientri pienamente nel cliché di cui sopra.
    Si, ma cosa c'entra questo con la trasgressione lo sai solo tu, al massimo può essere supponenza, o ignoranza perché voi "ne sapete di più", ma la trasgressione in tutto ciò non c'entra un emerito nulla.
    mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità
    Heisenberg,Sul contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica nella teoria quantistica,Zeitschrift für Physik,vol.43,n.4,1927,p.172

  10. #14600
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Aladar Visualizza Messaggio
    Ma tu hai parlato di intervento fisico in cui dio avrebbe causato mutazioni tali da far funzionare l'intelligenza in un cervello umano. Ergo di biologia si parla, non di metafisica.




    Si, ma cosa c'entra questo con la trasgressione lo sai solo tu, al massimo può essere supponenza, o ignoranza perché voi "ne sapete di più", ma la trasgressione in tutto ciò non c'entra un emerito nulla.


    Vabbeh ma quando qualcuno scrive che l'intelligenza non è un vantaggio evolutivo... che i batteri dominano incontrastati il ns. pianeta... forse prendersi un pochino meno sul serio...
    NO UE, NO EURO, NO NATO, NO NUCLEARE, NO GREEN, NO TAV, NO PONTE, NO IA AD AZIENDE PRIVATE, SOLO DI STATO
    Giustizia per Rosa e Olindo. Giustizia per la Palestina
    “Sorgi, Dio, difendi la tua causa.”
    "Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…"


 

 
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