

Originariamente Scritto da baba
Originariamente Scritto da Primahyadum
Che paroloni !
Ma un corso di semplificazione non è proprio possibile ??
Osho avrebbe detto di deprogrammazione.
Questa è 'accademia. E' proprio questo il danno delle Tradizioni: parole che non significano nulla.
Una lezione imparata a memoria da un'esperienza che ha avuto qualchedun'altro.
Questa è la cosa più semplice che riuscite a dire?
Mio nipote di quattro anni sa esattamente che cos'è l'illusione è non è quello che avete scritto voi. Non ci piove.
Visto che qualcuno ha detto che se non torniamo bambini non andiamo da nessuna parte; vi dò una brutta notizia:
Voi siete dentro alla definizione di illusione che è peggio dell'illusione stessa.
Scusatemi, ma fra amici si può dire tutto sennò a cosa serve essere qui, e come si vede non sono così signorile come Donerdarko che
si è limitato a dirvi che la cosa, detta così, è un pò troppo complessa anche per lui.
Pensare che in un altro thread si vede benissimo, e io sono rimasto incantato, da quelle foto sull' India dove si vedono degli esseri
umani totalmente liberi dall'illusione.
Persone che bevono l'acqua del Gange mentre un cadavere sta passando di lì.
Purtroppo anche mio nipote passerà, dal TUTTO E' POSSIBILE, a domani, quando sarà tutto IMPOSSIBILE; così, anche lui entrerà ufficialmente
nell'illusione.
Più cose gli passerà la cultura dove vive e più la sua illusione aumenterà e semmai dovesse andare in India a bere l'acqua del Gange, morirebbe in due secondi, perchè quell'illusione gli direbbe che è IMPOSSIBILE bere l'acqua di quel fiume.
I grandi veicolatori dell'illusione ci diranno che noi occidentali non abbiamo gli anticorpi per poter bere quell'acqua.
Sappiamo bene che sono balle.
Sono balle perchè questa illusione è il serpente che si morde la coda: va in contraddizione.
Ci induce ad aver paura dei vibrioni e allo stesso tempo ci dice che la sporcizia fortifica quegli esseri umani.
Allora perchè non viene propagandata la sporciza invece del superpulito
Va a finire che è sempre per il solito motivo: con la sporcizia non si fanno affari.
Sappiamo bene che è tutta farina del nostro sacco ed è tutto in funzione della NOSTRA illusione.
Ultima modifica di Z4rdoz; 11-02-11 alle 10:44


Penso sia proprio questo il punto fondamentale, essere così semplici da non avere alcun ego o alcuna idea di "io". A che servono tutte le parole e gli ingarbugli logici, per quanto complessi o elevati? La comprensione si raggiunge nel silenzio. E anche senza sapere quale fosse il livello di Aurobindo, so che quelle parole non mi saranno di alcun aiuto - quella sarà la sua realizzazione, non la mia. Che la manifestazione sia duale lo esperiamo tutti quanti e tutti i giorni. Un occhio sveglio riconoscerà la complementarietà delle polarità anziché l'opposizione o la contrarietà. La realizzazione dell'Uno dietro la dualità non può essere un fatto mentale. Si crea un sistema mentale, sia adatta il reale alla "verità" di questo sistema e quando il sistema diventa organico ci si convince di aver agguantato la "comprensione suprema". Se questo non è mâyâ ...
Ultima modifica di donerdarko; 11-02-11 alle 14:19
Segni particolari: "macchina da espansione razziale euro-siberiana" (Giò91)


chiedo scusa ma questo post l’avevo preparato ieri, non ho avuto tempo per mandarlo prima e non ho ancora letto le ultime discussioni. Comunque questo è quel che volevo rispondere ieri.
Non hai chiesto poco, su questo argomento ci sono secoli di discussioni tra varie scuole di pensiero dell’India classica, con sottigliezze teologiche che fanno propendere il piatto della bilancia un po’ da una e un po’ dall’altra parte. Sono ben spiegate nei libri Shakti e Shakta e «the garland of letters» di Avalon/Woodroffe ma è necessario conoscere il significato di alcuni termini sanscriti che vengono spesso dati per scontati ma che essendo intraducibili nella loro gamma di significati sono spesso usati con accezioni diverse da diversi autori.
Per comprendere appieno sarebbe indispensabile conoscere la teoria sullo sviluppo dei Tattva (generi o determinazioni) nelle varie scuole. Mi sembra anche il caso di precisare che Maya e Prakŗti non sono sinonimi ma due differenti aspetti della Śaktī. (allo stesso modo Maya è un aspetto della Śakti e non la Śakti stessa)
La Coscienza dell’Unità (essenza) esiste in tutto:
- se la si considera nell’aspetto immutabile riceve il nome di Śiva;
- quando è pensata come la fonte del tutto, o come tutti gli oggetti moventi è chiamata Śakti.
Questa dottrina è comune a tre diverse scuole di pensiero. La differenza consiste in questo,
- nello Sāmkhya c’è un secondo principio indipendente (Prakŗti) che vela;
- nel Māyā-vāda Vedānta il non-Brahman (Māyā ) che vela è un mistero inspiegabile,
- nello Śākta-Advaitavāda è la Coscienza che, senza cessare di essere tale, vela se stessa.
Dice il Mahānirvāṇa-Tantra che l’affermazione “Tutto questo in verità è il Brahman” è alla base del Tantra. Ma il Brahman è Coscienza e non si può negare che ci sia un elemento di apparente inconsapevolezza nelle cose.
- Il sāmkhya dice che questa inconsapevolezza è dovuta ad un altro Principio indipendente da Puruśa-coscienza, vale a dire alla Prakŗti inconscia, che non è reale, nonostante l’apparenza e i suoi continui mutamenti.
- L’advaitavāda Vedānta sostiene che c’è solamente una Realtà e nega perciò l'esistenza di un secondo principio indipendente.
- Śaṃkara attribuisce l'inconsapevolezza all'inspiegabile meraviglia (Māyā), che non è né reale (Sat) né irreale (Asat) né in parte vera e parzialmente irreale (Sadasat), che non è parte del Brahman, non è una seconda realtà, è non-Brahman, inseparabilmente associata e protetta dal Brahman nel suo aspetto detto Īśvara; è una falsità eterna impensabile, alogica, inspiegabile.
È il riflesso di Puruśa su Prakŗti che dà a questa un aspetto di coscienza. Così il riflesso del Brahman sulla non cosciente Māyā è Īśvara (= il Signore, il Creatore).
Sebbene Māyā non sia una seconda realtà, il fatto di postularla in tutte le cose, dà alla dottrina di Śamkara un impatto di dualismo che la dottrina Śākta non ha, pur avendo questa altri punti deboli nella sua esposizione.
Nella dottrina Śākta, Śiva e Śakti non sono realmente distinti, se così si può dire sono una prima relativissima oggettivazione nel Brahman assoluto ed indeterminato che pur rimanendo inalterato ha in se come “un ricordo” dell’esperienza dove Śiva è il soggetto (aham) di questa esperienza od oggetto (idam = ciò, quello) cioè la Śakti (virtù, capacità, potenza o potere).
È molto importante notare che la Śakti in se stessa non è diversa dallo Śaktimān = colui che ha la virtù, o la capacità, la potenza o il potere = la sua essenza. La produzione della manifestazione è vista come il gioco di Śiva con Śakti, una progressione della relazione tra idam e aham doveŚakti è la coscienza che si trasforma man mano che la manifestazione si produce; non Māyā inconscia che vela la coscienza. Man mano che la manifestazione si produce la Śakti si determina in molteplici aspetti. Puruşa e Prakŗti sono il riflesso di Śiva e Śakti nei Jiva (qualsiasi essere vivente), appartengono alla manifestazione.
La coscienza che giunge avanti al Mondo è l'esperienza limitata dove soggetto ed oggetto sono completamente diversi; è una contrazione inversa a quella che nega Śakti come altro da Śiva nell'Esperienza perfetta. La creazione è una contrazione dell’aspetto infinito di Śakti. La Coscienza, infinita pur mantenendo nella trascendenza la sua essenza inalterabile (il suo Svarūpa), come Śakti è ristretta al punto da costituire la nostra esperienza sul piano materiale.
Attraverso l'operazione di Māyā (contrazione o determinazione dell’infinito-indeterminato), Śakti prende la forma contratta e grossolana di Prakŗti-Tattva che nell'associazione con Puruşa Tattva è Haмsa.
Śiva e Śakti sono l'Uccello Haмsa che è sia maschio (Pum o Puruşa ) che femmina (Prakŗti). Haм è Śiva e Sah è Śakti. Questo Haмsa-dvandva (duplice) è l'universo nella sua forma grossolana. Puruşa è l’Ātmā avvolto dai Kañcuka che sono le contrazioni con cui Maya ottenebra la Coscienza e i Suoi Poteri. Māyā è la radice e la causa di tutte le limitazioni dei poteri della coscienza (Ātmā); attraverso Māyā esiste il senso della differenza tra tutte le persone e le cose.
*****


[QUOTE=zucchetta;1877890][ Puruşa è l’Ātmā avvolto dai Kañcuka che sono le contrazioni con cui Maya ottenebra la Coscienza e i Suoi Poteri. Māyā è la radice e la causa di tutte le limitazioni dei poteri della coscienza (Ātmā); attraverso Māyā esiste il senso della differenza tra tutte le persone e le cose. [/COLOR][/SIZE][/FONT]
[QUOTE]
Potremmo dire, sintetizzando, che l’Uno ha realtà assoluta, ma che quest’Uno contiene il molteplice, il quale separandosi dall’Uno diviene come inconsapevole e lontano da esso, espandendosi pulsante fino agli estremi ed inconcepibili limiti del manifesto. Questo “manifesto” reca con sé Maya, una qualità obnubilante e fantasmagorica che getta come un incantesimo che rende reale ciò che in realtà non lo è, ma è simile a sogno, e come sogno fugace e perituro, ingannevole e fuorviante. Maya è il sogno dell’Uno, “falsità eterna impensabile, alogica, inspiegabile”, giusta questa bella definizione.
Shakti è sostanzialmente Maya. E’ un potere polarizzato e ha gli attributi inevitabili di Maya, costituendo un principio duale senza il quale non vi è manifestazione e l’uno rimane silente ed inespresso.
Inutile porci domande logiche sul perché l’Uno si polarizzi e si manifesti: è inutile. Probabilmente non vi è risposta, se non quella che nomina il “gioco” divino, attività ludica priva di scopo. Da qui la metafora della “danza” della Shakti di fiamma intorno a Shiva motore immobile ma origine di tutto.
Queste definizioni di livello metafisico sono un paradigma che per la legge delle corrispondenze si può applicare ad ogni coppia di opposti nel cosmo manifesto: il loro valore è inestimabile per la comprensione della realtà che viviamo. Semplicemente inestimabile.
"Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
(Sutra di diamante)


Certo, c’è e ci sarà sempre gente per cui la pagina di un libro è e resterà un buon sonnifero cui dedicare mezzoretta prima di coricarsi.
Per queste persone la conoscenza rimane e rimarrà sempre lettera morta cioè esperienza altrui imparata a memoria e tutti quelli che vi si dedicano, inevitabilmente sono e resteranno degli stupidi “prigionieri della lettera morta” incapaci di andar oltre le apparenze degli scritti e abituati a giudicare tutto con il proprio metro, queste persone non hanno neanche l’umiltà di chiedersi se realmente possa esistere qualcosa di più di quello che loro hanno compreso.
Non dubito che un bambino di quattro anni non sia ancora condizionato dalle limitazioni che il viver civile c’impone, quello che è scontato è che le perderà e cercare di recuperare l’innocenza presuppone molta fatica e, checché ne dicano i “deprogrammati” anche molto studio. È solo dopo un po’ di sforzo delle meningi che la lettera morta impara a toccare corde dello spirito inimmaginabili a quelli che non hanno “forzato” quella porta.
L’annientamento dell’anima davanti all’assoluto la si ottiene solamente con grande fatica e questa fatica non è abbandonarsi a “deprogrammazioni” che emanano puzza di lavaggio del cervello di stampo staliniano. La comprensione è immediata e fulminea e la si ottiene nel silenzio e non su di un libro ma la si ottiene soltanto se prima su quei libri ci si è soffermati un bel po’, fino a far propria quella lettera morta, averla compresa ed assimilata.
La grazia divina non giunge agli arroganti che partono dal presupposto di non aver bisogno dello studio per comprendere e sia chiaro che questo mio discorso non è rivolto a qualcuno in particolare è solo una mia considerazione personale su quanto è stato scritto qui.


...entusiasmanti questi "Elogi del Silenzio"![]()




forse non sarei così categorico
la grazia divina (o del guru) bacia chi vuole, o meglio, chi se lo merita, non credo possiamo essere noi a determinarlo o a stabilire come e quando
non è solo lo studio che può avvicinare al divino; credo sia quanto mettiamo in atto grazie alla conoscenza teorica, il nostro atteggiamento, il comportamento, quanto tempo dedichiamo giornalmente, come ci comportiamo con noi stessi e con gli altri, ecc ecc.
come penso che non sia quanto segue alla voce 'Titolo di Studio' che il divino guarda e questo possiamo ricordarlo con i Grandi Maestri che molte volte erano poco più che analfabeti, ma la cui logica e profondità era in grado di sconfiggere nei dibattiti i pandit, gli intellettuali e gli eruditi, possessori solo di una mera conoscenza esteriore
se per studio invece vogliamo intendere lo sforzo che porta al risveglio della conoscenza intuitiva, allora voglio studiare anch'io![]()
Ultima modifica di baba; 12-02-11 alle 17:54