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Discussione: l'Indipendensa

  1. #141
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    VOGLIAMO L’INDIPENDENZA, MA CI SONO 4 SCENARI POSSIBILI
    di GILBERTO ONETO

    Da molti anni ripeto anche in ogni occasione mediatica che mi è concessa (in comparsate televisive, su “Il Giornale”, su “Libero” e anche su “L’Indipendenza”) che l’involuzione della Lega costituisce un enorme problema e che la nostra gente avrebbe uno straordinario bisogno di Lega “vera”, quella delle origini, e che la Lega tornasse a essere tale, o che il suo posto fosse preso da qualcosa che ne faccia la stessa funzione. E mi capita di sintetizzare il concetto in “ci vorrebbe più Lega”, certo non riferendomi ai sodali di Belsito ma alla necessità di una seria forza indipendentista.
    Posso, a questo proposito, ipotizzare quattro scenari evolutivi.
    Primo. La Lega Nord riesce davvero ad uscire dal suo deserto, fa una radicalissima pulizia e ritrova l’energia e lo spirito per riproporsi come il partito delle origini: liberale, indipendentista e giustizialista. Qualcosa si sta muovendo ma è davvero troppo poco o presto per dire se stia andando in questa direzione, se è solo un tentativo velleitario o se – peggio – sia la solita operazione di maquillage e di presa per i fondelli della militanza. In ogni caso, ritengo che la condizione necessaria e insufficiente per ogni “resurrezione” sia il definitivo allontanamento della famiglia Bossi dalla stanza dei bottoni.
    Secondo. La Lega Nord non riesce a ripulirsi e scompare lasciando spazio ad altri soggetti. La funzione potrebbe essere svolta da un altro partito simile in tutto alla Lega delle origini (ma depurato dagli stessi vizi e peccati originali) oppure da una federazione di movimenti costruita su una serie di elementi di base condivisi e perseguiti comunemente. Jesolo potrebbe essere l’occasione per una evoluzione del genere: nessuno si può però nascondere la grande difficoltà rappresentata dalla litigiosità, dall’accumulo di rancori, dai personalismi e dalla esile lungimiranza di molti degli attori sul complicato palcoscenico dell’autonomia.
    Terzo. La Lega risanata trova la forza, l’umiltà e la saggezza per stipulare alleanze e collaborare con altri movimenti autonomisti nel comune percorso verso l’indipendenza. Si dovrebbe creare una condizione di tipo catalano, con diversi partiti con connotazioni ideologiche specifiche e anche con interessi territoriali parzialmente diversi, ma uniti nella lotta contro lo Stato centrale. Non nego che questa sia la soluzione che trovo più stimolante (permetterebbe di unire il patrimonio costituito dal mercato elettorale del “brand” leghista con la freschezza di altri soggetti senza sacrificare né l’uno né l’altra). Viste le attuali condizioni, è però un obiettivo forse ancora troppo ambizioso.
    Quarto. La Lega fa finta di rinnovarsi e tutti gli altri autonomisti persistono nel farsi la forca l’un l’altro, affettando i capelli in quattro e scoglionando – in questo davvero tutti uniti – il potenziale elettorato. É uno scenario che ricorda i tempi antecedenti Pieve Emanuele e che condanna tutti all’impotenza, al velleitarismo verbale e a una lenta ingloriosa fine di ogni speranza di autonomia, anche di fronte a una situazione di crisi generale che potrebbe essere invece favorevole a radicali cambiamenti. Ciascuno se ne resterebbe a sventolare le proprie bandiere accusando gli altri autonomisti di tutte le nequizie prodotte dallo Stato italiano.
    Questo è quello che penso e che continuo a ripetere beccandomi accuse di filo-leghismo da quelli di fuori e di anti-leghismo da quelli di dentro.
    Spiace che ad aggiungersi al coro ci sia anche qualche collaboratore del nostro quotidiano che non può non conoscere le mie opinioni, come invece capita in maniera del tutto legittima al resto dell’universo mondo.
    Ho sempre mostrato grande simpatia e collaborazione con l’Unione Padana che reputo essere a pieno titolo il capofila dei movimenti autonomisti: trovo un po’ imbarazzante scoprire che in un momento così delicato (e anche entusiasmante) dello scenario politico il suo segretario dedichi tanta attenzione ai nemici-meno-nemici o agli amici-appena-meno-amici (e – nel mio caso – ad amici tout-court) piuttosto che intraprendere azioni politiche, avanzare proposte ed elaborare progetti per l’autonomia di questa nostra povera Padania.

    19 Aprile 2012

    VERSO L’INDIPENDENZA, MA CI SONO 4 SCENARI POSSIBILI | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #142
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    L’ITALIA NON È UNA NAZIONE: ANDIAMOCENE AL PIU’ PRESTO!

    di ROMANO BRACALINI

    Da un ventennio l’Italia è entrata in una profonda crisi istituzionale e morale: discredito della politica, discredito dei partiti, benché le oche del Campidoglio avvertano, allarmate, che non tutto è “marcio” (lo ha detto il solito Napolitano). Leggi, regole, educazione, senso civico hanno perduto ogni significato originario e non c’è più verso di frenare il malcostume dilagante, il disprezzo d’ogni convenzione, la brutalità della nostra vita associata.
    Non solo stentiamo a diventare un popolo ordinato e civile, una nazione normale, ma restiamo i peggiori nemici di noi stessi. La nostra debolezza di carattere ci viene da secoli di decadenza.
    Non abbiamo fatto una rivoluzione e siamo piuttosto portati a subire le angherie in silenzio, chinando la testa. Gianluca Marchi ricordava la “coglioneria” dei lombardi che si sono sempre fatti governare dagli altri, al massimo mugugnando. Sotto i francesi i milanesi cantavano:
    Libertè, fraternitè, egalitè
    I fransè in carrozza
    E i milanes a pè.
    Però poi ebbero il coraggio di scaraventare dalla finestra l’odiato ministro delle finanze Prina.
    Bisogna ritrovare il coraggio di ribellarci. Le tasse inique sono sempre state un ottimo pretesto.
    Machiavelli dice in sostanza che gli italiani non avendo virtù civiche, morali e militari sono incapaci di democrazia; ad essi conviene piuttosto una forma di Stato autoritario con un uomo forte che imponga la sua disciplina a un popolo riottoso e sostanzialmente portato a oscillare tra “dispotismo e anarchia” (Prezzolini). Gli italiani sono bravi cantanti (“Un popolo di tenori”, diceva Roosevelt), sono bravi cuochi, abili camerieri, ma non hanno il senso dello Stato e sono toltamente privi di educazione civica e di cultura. Un popolo che non legge, ma i libri di cucina sono in cima alle classifiche.
    Secondo un rapporto della Corte dei Conti sui paesi più corrotti del pianeta, l’Italia è passata in un solo anno dal 55° al 63° posto, alla pari con l’Arabia saudita. La corruzione alligna in un clima di scetticismo e di stanchezza. La si porta dietro come una macchia inestinguibile. Il cinema ha contribuito a diffondere lo stereotipo dell’italiano imbroglione ma simpatico,vile ma umano. Fateci caso, anche il cinema nazional-romano è fatto prevalentemente da attori originari da Roma in giù: basta sentirli parlare! Un cinema provinciale e sguaiato che da anni è fuori circuito internazionale. Non ha mercato. E’ roba da avanspettacolo. Dino De Laurentis ha suggerito di girare i film in inglese. Il contrasto Nord-Sud è risolto dal cinema nazional-romano con un capovolgimento di ruoli. Nel film: “Detenuto in attesa di giudizio”,di Nanni Loy, del 1971, i secondini del carcere di San Vittore parlano milanese. Voi ci credete? Nel film “La Grande guerra”, di Mario Monicelli, del 1959, la viltà del soldato romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) fa il paio con la fellonia del soldato milanese Giovanni Busacca (Vittorio Gassman), scansafatiche e avanzo di galera. Insomma, tutti uguali!
    Il difetto è nel manico. L’Italia nata nel 1861 è solo la sintesi di tutte le manchevolezze e le nequizie del nostro peggior passato. Lo scandalo della Banca romana di fine Ottocento rimanda, senza troppe varianti, alla Tangentopoli di fine Novecento. Oggi siamo punto e daccapo. La corruzione, che in Italia ha il dono di trasmigrare da un regime all’altro, senza che nulla cambi, ci inchioda alle nostre responsabilità di paese incompiuto che non riesce a fare il balzo in avanti e a depurarsi delle cattive abitudini. In realtà c’è del marcio in Italia, signor presidente.
    Tempo fa, Angelo Panebianco scrisse sul Corriere che “è ormai un luogo comune storiografico che in Italia, data la debolezza dello Stato, i partiti abbiano svolto un ruolo di supplenza diventando gli (involontari) garanti della coesione sociale e politica”. Così che venendo a mancare “il mastice partitico, Nord e Sud entrerebbero politicamente in rotta di collisione”. Agli indipendentisti il compito di favorire l’evento e fare in modo che profezia s’avveri.
    Andiamocene al più presto!

    19 Aprile 2012

    L’ITALIA NON E’ UNA NAZIONE: ANDIAMOCENE AL PIU’ PRESTO! | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  3. #143
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    SE LA CICALA È FALLITA, NON E’ COLPA DELLA FORMICA
    di DIEGO TAGLIABUE

    Violate, per favore, il patto di parassitismo! Con la parola “stabilità”, la supertassazione e la tesoreria unica hanno ben poco a che fare.
    Grazie ai debiti fatti con le banche, già da decenni, per coprire il disavanzo pubblico, la malversazione perenne, l’assistenzialismo, il numero sproporzionato di statali, i costi della politica (non solo nazionale) e privilegi vari, l’ItaGlia era già fallita nel 1992, cioè anche senza Euro, UE ecc. La pressione, che oggi sentiamo dall’Europa Centro-Nord, rispecchia perfettamente la situazione nazionale italiota, con un Nord produttivo e un Sud sfaccendato e assistenzialista. Chiaro che, poi, se proprio il partito del “riscatto del Nord” si adatta alla decadenza romano-borbonica, sostiene fossili della DC (Formigoni), ruba e sperpera i contributi pubblici e dei militanti, allora la frittata è fatta.
    Nel 1992 l’Italia aveva già un debito di 272 miliardi di Euro verso la Bundesbank: c’erano ancora il Marco e la Lira. La vera differenza non è tra moneta comunitaria e moneta nazionale, ma tra moneta stabile e moneta instabile, inflazionata, svalutata.
    Ricordo che la stabilità della moneta serve a mantenere stabile il potere d’acquisto, contro la cosiddetta iperinflazione, come quella del 1929, causata da banche, speculazioni folli e dalle teorie di Keyne, secondo il quale lo Stato avrebbe dovuto aumentare ancora di più la spesa pubblica nei momenti di crisi, emettendo moneta a iosa.
    Stranamente, i Paesi scandinavi – con o senza Euro e UE – sono messi meglio dei P.I.G.S., pur avendo servizi più efficienti e uno stato sociale piuttosto consistente.
    Motivo n. 1: meno malversazione dell’ItaGlia. Le tasse confluiscono veramente nei servizi, anziché nelle tasche di politici, partiti, cooperative e grandi imprese (tipo Finmeccanica, Fiat ecc.).
    Motivo n. 2: tutti gli Stati dell’Europa Centro-Nord hanno una struttura veramente federale, basata sull’autonomia reale, sulla responsabilità e sul limite di debito per gli enti locali e per il governo centrale.
    La differenza tra “limite di debito” e “pareggio del bilancio” è sottile, ma sostanziale: per limitare il debito si taglia la spesa pubblica, prima di inventarsi nuove tasse.
    Ho già citato due leggi federali tedesche, che vale la pena ricordare:
    1) Ogni Land è responsabile delle proprie finanze e non deve dipendere dagli altri. Chiaramente c’è anche in Germania una disparità tra i Länder (in questo caso è il Sud a mantenere il Nord), ma non così abissale come in ItaGlia. In altri termini: io farei volentieri il cambio tra Campania e Nord-Reno-Westfalia.
    2) L’Ammontare dei debiti (al netto degli interessi) previsti con le banche non può (non deve) superare gli investimenti previsti nella legge finanziaria. In caso contrario, la legge finanziaria viene bocciata automaticamente in quanto anticostituzionale.
    Queste due regole esistono in tutta l’Europa Centro-Nord almeno dagli anni 50. Nell’Europa del Sud sono fantascienza pura. Ora si vede chi è messo meglio o peggio. La mentalità mediterranea (italianità compresa) era fallimentare ed è fallita. Parafrasiamo un po’ la canzoncina lagnosa di Fabio Concato: “I come ItaGliani, i come insolventi, i come i falliti, i come inaffidabili…”.
    Con che coraggio uno come Bossi o Maroni si presenta davanti a un lavoratore o piccolo imprenditore di Monza, Bergamo, Treviso, Trento, Udine ecc. e gli dice: “Caro elettore, devi tirare la cinghia, perché dobbiamo mantenere i soliti parassiti (noi compresi). Comunque non ti preoccupare: adesso il debito italiota se lo accollano i contribuenti di Austria, Baviera Baden-Württemberg ecc.”. È da malati mentali e da parassiti incalliti!
    Suggerirei a tutti in movimenti Lombardi di non seguire né la strada della Lega, né quella di un Monty-Python, che inventa tasse, sapendo che il debito pubblico italiota non è ripagabile. Il federalismo (vedi sopra) è realizzabile solo tra regioni con un cambiamento reale di mentalità, che si lasciano alle spalle la mentalità mediterranea, fatta di sotterfugi, di piccole e grandi illegalità, di malversazione ecc. Poi questi fanno gli oppressi e glorificano il Regno Delle Due Sicilie. Strano: chi ha fatto più “carriera” da parassita statale nell’ItaGlia unita? Se a questi va male l’ItaGlia, perché non chiedono a gran voce la secessione dal “Nord oppressore”? Semplice: perché perderebbero il vaglia lombardo.
    Concludendo in una sola frase, che vale sia in ItaGlia che in Europa: SE LA CICALA È FALLITA, NON È COLPA DELLA FORMICA.
    25 Aprile 2012

    SE LA CICALA E’ FALLITA, NON E’ COLPA DELLA FORMICA | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  4. #144
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    MONTI&BOSSI, SCERIFFO DI NOTTINGHAM E TECOPPA DI GEMONIO
    di GILBERTO ONETO

    25 aprile, giorno della liberazione. Da chi? Da cosa? Le comunità padane non sono affatto libere e festeggeranno solo quando lo saranno davvero.
    Oggi sono oppresse dall’Italia e dall’Europa ma sono due padani doc i personaggi che meglio (o peggio) di altri riescono a rappresentare la situazione di sudditanza: il capo del governo e il capo dell’opposizione, il vertice dell’esecutivo che rapina i padani e il capo supremo di chi fa finta di opporsi, quello che prosciuga le risorse e quello che ruba le speranze.
    Mario Monti è lo sceriffo di Nottingham che si inventa ogni giorno nuove tasse e balzelli, è quello che manda gli esattori a togliere il pane alla povera gente. Umberto Bossi dice di fare il Robin Hood ma in realtà tiene bordone ai gabellieri, si circonda di gente che appena può arraffa di suo ma – soprattutto – impedisce a chi voglia opporsi davvero alla rapina di farlo. É il Tecoppa di Gemonio.
    Vivono entrambi una situazione di monopolio e di strapotere.
    Pur senza alcuna legittimazione popolare, Monti gode di una maggioranza parlamentare bulgara, come non esisteva dai tempi di Mussolini ma – a differenza del Duce – non prende decisioni di nessun genere, riesce solo a inventarsi tasse, tasse, tasse e tasse.
    Bossi è diventato di fatto l’unico referente dell’autonomismo e dell’indipendentismo padano, ha fatto fuori tutti i concorrenti e si è inventato una serie di catenacci che impediscono ad altri di prenderne il posto o anche solo di fargli concorrenza. Non fa opposizione padanista ma impedisce a tutti gli altri di provarci, è un tappo ma anche una garanzia per lo Stato italiano che tutto resti così com’è. Strepita, urla ma non combina un tubo, tiene in frigorifero i voti e il malessere della sua gente. È la vera “guardia bianca” del regime.
    Alleati nella conservazione, i due non potrebbero però essere più diversi nella persona. Ingessato come uno stoccafisso uno, sbracato come un pescivendolo malgascio l’altro. Compassato come un becchino il primo, inutilmente sboccato il secondo.
    Fanno venire in mente una vecchia canzone di Gaber, “Barbera e Champagne”, se non fosse che uno è pure astemio (brutto segno per un padano): così finisce a “Coca-cola e Champagne”, un indigesto cocktail marroncino con doppie bollicine che è l’immagine perfetta del patriottico ambaradan in cui i due ci tengono. Uno ci imprigiona e l’altro ci impedisce di scappare, facendo finta di organizzare evasioni. Siamo di fronte a uno sciagurato gioco delle parti che ci priva delle libertà.
    Più che di liberazione, abbiamo però forse bisogno di disinfestazione.

    25 Aprile 2012

    MONTI&BOSSI, SCERIFFO DI NOTTINGHAM E TECOPPA DI GEMONIO | L'Indipendenza
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  5. #145
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Bravo Eridano a postare i santi scritti di persone come Oneto, uno dei pochi realmente "acculturati" della lega, insomma uno "imparato" e pertanto trombato dal direttorio

    tre birre sul Gottardo ti sono dovute.
    salut.:gluglu:
    Ultima modifica di verdi; 26-04-12 alle 21:06

  6. #146
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    CONFEDERAZIONE LIBERI INDIPENDENTISTI: UNA PROPOSTAdi LEONARDO FACCO

    Non raccontiamoci corbellerie: l’Italia è un paese irriformabile. Volendo usare una metafora, questo stivale appare come un corpaccione malato di tumore che, dopo attenta diagnosi medica, non può nemmeno essere operato, dato che le metastasi hanno pervaso ogni organo vitale. Per far risorgere la libertà, l’Italia – oggi tecnicamente fallita – va fatta morire.
    A novembre dello scorso anno, il Movimento Libertario – di cui sono il fondatore – ha avallato la nascita del “MLI”, ovvero la corrente indipendentista che, sulla scorta degli insegnamenti di un caro amico (Hans Hermann Hoppe) ha ben chiaro un concetto: contro il potere centralista qualsiasi azione separatista va considerata una scelta auspicabile e liberale. Insieme a Gianluca Marchi ho sostenuto con piacere la proposta di organizzare in Veneto una convention di tutti i partiti, i movimenti, le associazioni, le persone che si dichiarano indipendentisti. In veste di Amministratore del Movimento Libertario sarò a Jesolo non da giornalista de “l’Indipendenza”, ma da responsabile di un soggetto politico che vuol sottoporre a tutti gli altri “amici in battaglia” contro questo Stato un progetto.
    Prima di farlo, però, mi corre l’obbligo di evidenziare alcuni aspetti di cui dobbiamo tenere conto, rispetto ai quali fingere che si tratti solo di quisquilie sarebbe un tragico errore:
    1- Gran parte di coloro che si ritroveranno alla convention ha avuto a che fare – nel bene o nel male, prima o dopo – con la Lega Nord. Tutto ciò ha ripercussioni inequivocabili sul dibattito odierno.
    2- La frantumazione politica tra una moltitudine di soggetti sinceramente indipendentisti è un dato di fatto;
    3- La litigiosità – più o meno spiccata – tra i diversi soggetti politici è un altro dato di fatto. A volte, financo all’interno dei soggetti stessi gli attriti non mancano;
    4- Per alcuni di questi soggetti politici, l’idea di Padania rimane un punto di riferimento. Per altri, al contrario, è un orpello che rimanda al peggior leghismo;
    5- Ciascun soggetto politico ha proprie idee su come ottenere l’obbiettivo dell’indipendenza;
    6- La Lega Nord, piaccia o meno, è un partito politico dell’attuale panorama, che – peraltro – ha una visibilità enorme rispetto a tutti gli altri contendenti territoriali;
    7- Le centinaia di amministratori locali di cui si vanta il Carroccio, non hanno permesso di fare un solo passo avanti rispetto allo strapotere centralista. Molto spesso, essi sono stati semplicemente protagonisti della proliferazione di quel clientelismo amorale che caratterizza l’Italia.
    8- Tutti i soggetti sono d’accordo sul fatto che l’oppressione fiscale italiana è inaccettabile.
    Nonostante queste premesse, il momento che stiamo attraversando è propizio per dare una spallata definitiva a quest’Italia centralista, fondata sullo statalismo più becero e sull’oppressione economica, ovvero sulla negazione della libertà politica che giustamente reclamiamo, sia come comunità che come individui. Certo, la crisi economica – ma di questo ne sono sempre stato convinto, ce lo insegna la storia – gioca un ruolo determinante, anche perché non permette più ai “padroni del vapore” di nascondere le sostanziali differenze (anche culturali, ovvio) fra coloro che, in questa penisola, vivono di rendite parassitarie e coloro che, al contrario, fan parte dei “produttori di ricchezza”; per dirla con Oppenheimer fra chi vive di “mezzi politici” (la casta ed i suoi clienti) e chi vive di “mezzi economici” (imprenditori, lavoratori dipendenti del settore privato, liberi professionisti, qualche onesto dipendente pubblico).
    Sebbene siano molte le macerie di ogni tipo (politiche, culturali, economiche) lasciate dall’operato inqualificabile di Umberto Bossi (che è ed è sempre stato la Lega Nord, il resto della dirigenza è solo una “truppa di lacché”), si stanno ricreando tutte le condizioni che già nel 1992 lasciavano sperare in una sana “rivolta democratica” e che, comunque, avevano permesso ad un partito del Nord di dare voce agli oppressi da Roma.
    Ora, non serve a nulla rivangare il passato e perdere del tempo con le recriminazioni. Ciò che adesso conta è avere la consapevolezza che quest’Italia criminale non ha più ragione di esistere.
    A Jesolo dobbiamo prendere atto delle nostre differenze – che possono trasformarsi in forza, anziché in debolezza – per trovare quel “comune denominatore” che ci permetta di diventare “un sol uomo” solo, ed esclusivamente, per mettere in campo gli strumenti e le forze necessarie per dare la spallata finale a questo infame regime. Quantomeno, non dobbiamo farci trovare impreparati quando la gente infuriata, e gabellata, scenderà per strada per rincorrere gli esattori delle tasse e i suoi mandanti politici.
    In tal senso, il mio suggerimento – che avrò modo di illustrare il 26 maggio prossimo – si sostanzia in tre punti:
    1- La nascita della Confederazione dei Liberi Indipendentisti (con un portavoce con pochissime e precise mansioni);
    2- La scelta di una battaglia politica da condividere fra tutti coloro che aderiranno alla Confederazione;
    3- La scelta di una battaglia fiscale (resistenza e disubbidienza) anch’essa da condividere fra tutti coloro che aderiranno alla Confederazione.
    Ognuno di questi tre punti verrà dettagliatamente spiegato alla prima convention dell’Indipendenza. Chi riterrà il progetto meritevole di attenzione e di impegno, potrà sottoscriverlo apponendo la propria firma in calce ad un contratto, come fecero quei 55 gentiluomini (e rappresentanti) dei 13 Stati americani il 4 luglio del 1776, che ricordarono al tiranno Giorgio III (anche Napolitano si chiama Giorgio, un caso?) che “quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto ad un altro popolo ed assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata ed uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione”.
    Così faremo anche noi, da individui e popoli delle libere comunità italiche.

    27 Aprile 2012

    CONFEDERAZIONE LIBERI INDIPENDENTISTI: UNA PROPOSTA | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  7. #147
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    IMMIGRATI E DISOCCUPAZIONE, RAGIONIAMO SU QUESTI TEMI
    di GILBERTO ONETO

    Siamo tutti giustamente presi e preoccupati dalle continue invenzioni fiscali dei velociraptor che stanno al governo, e siamo tutti ugualmente distratti dalle continue notizie giornalistiche sulle malefatte vere, presunte o raccontate dei vertici leghisti. Tutto questo porta a perdere forse un po’ di vista altri problemi ugualmente drammatici sui quali lo Stato tende a fare calare una maliziosa cortina fumogena.
    Qualcuno si è accorto che di immigrazione quasi non si parla più? Sembra quasi che i soli immigrati che creino guai alla nostra gente siano Belsito e Rosi Mauro. Non si parla più di sbarchi, di centri di accoglienza e ormai anche la debordante criminalità extracomunitaria sembra passata fra le ineluttabili conseguenze dei cambiamenti climatici: ci dobbiamo fare l’abitudine e basta! Eppure ci sono due dati – fra i tanti – che non si dovrebbe mai perdere di vista: quello sulla disoccupazione e quello sull’immigrazione.
    La prima è in drammatico aumento. Dopo molti anni, è tornata ad avvicinarsi al 10%, con punte drammatiche nella situazione giovanile: quasi un ragazzo su tre non lavora, non trova un impiego o ha addirittura rinunciato a cercarlo. A questi si aggiungono i cosiddetti “esodati”, i licenziati, i lavoratori meno giovani che vengono espulsi dal mondo produttivo, la continua dolorosa chiusura di attività di ogni genere. Stiamo parlando di quasi quattro milioni di persone che – fatta la tara di chi non ha problemi, non gli interessa lavorare o è disoccupato per profonda vocazione – si aggirano in realtà attorno ai due milioni di cittadini in vera difficoltà. Insomma la comunità in generale non è in grado di fornire una attività e una vita dignitosa a una ragguardevole fetta dei suoi componenti che avrebbero invece voglia e bisogno di lavorare e guadagnarsi il pane.
    In compenso le statistiche ci consegnano delle informazioni preoccupanti sul numero di stranieri presenti nella penisola. Ufficialmente (ma in realtà l’ufficialità è monopolio di alcune associazioni piuttosto partigiane) nel 2011 i foresti regolari erano poco meno di cinque milioni, cui si aggiunge una folla di clandestini che fa lievitare la cifra a sei milioni circa. Di tutti questi ospiti gli iscritti ai ruolini Inps non superano i due milioni, di cui 500 o 600mila disoccupati, un po’ di cassintegrati e 300mila pensionati. Insomma quelli che lavorano davvero non superano un milione e 200 mila.
    Se si incrociano questi numeri con quelli della disoccupazione, si scopre che il numero dei lavoratori stranieri regolarmente occupati è di poco inferiore a quello dei disoccupati veri indigeni (i due milioni decurtati dei disoccupati foresti) e che, se si vanno a prendere quelli in nero, il numero complessivo degli stranieri che prendono uno stipendio è superiore a quello degli italiani che non lo prendono.
    Poniamoci alcune semplicissime domande.
    Prima: cosa ci stanno a fare stranieri che non lavorano, delinquono o vivono di espedienti?
    Seconda: cosa ci stanno a fare disoccupati stranieri se la loro presenza era giustificata solo dal bisogno di mano d’opera qui – si diceva – introvabile?
    Terza: che senso ha per la comunità che ci siano stranieri che lavorano e italiani disoccupati?
    Quarta: se non ci fossero stranieri, avremmo ancora disoccupati nostrani?
    Quinta: che paese è quello che spende per mantenere i propri disoccupati, che spende per pagare stipendi a foresti, che spende in welfare per mantenere i parenti dei foresti, compresi quelli che non fanno un tubo o delinquono?
    Sesta: non sarebbe arrivato il momento di cominciare seriamente a pensare a una robusta inversione di tendenza, mettendo i nostri al posto degli altri?
    Settima: perché dobbiamo continuare a svenarci per mantenere uno Stato ladro, un Meridione giocherellone e una folla di stranieri famelici?
    Ricominciamo a ragionare davvero su questi temi.

    28 Aprile 2012

    IMMIGRATI E DISOCCUPAZIONE, RAGIONIAMO SU QUESTI TEMI | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #148
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    La questione fondamentale è quella legata alla distruttiva invasione allogena che violenta e umilia la nostra gente.
    Un movimento indipendentista deve prendere posizione di fronte a questo problema, non ci si può nascondere dietro al discorso che intanto si lotta per l'indipendenza e poi decideranno i cittadini.
    Di questo passo non ci saranno più nostri connazionali per i quali valga la pena di lottare.

  9. #149
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Wimpffen Visualizza Messaggio
    La questione fondamentale è quella legata alla distruttiva invasione allogena che violenta e umilia la nostra gente.
    Un movimento indipendentista deve prendere posizione di fronte a questo problema, non ci si può nascondere dietro al discorso che intanto si lotta per l'indipendenza e poi decideranno i cittadini.
    Di questo passo non ci saranno più nostri connazionali per i quali valga la pena di lottare.
    Tu - come me - ragioni da identitario; i libertari considerano solo l'economia e la finanza, pertanto sono poco sensibili a queste tematiche.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  10. #150
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Un movimento indipendentista deve prendere posizione di fronte a questo problema
    Scusa, di chi stai parlando?

    L'articolo ultimo riporta le cose che dicono da anni tutti, anche il fruttivendolo, ma nulla cambia.

    Oggi l'economia e la finanza sono purtroppo, e ripeto purtroppo, a mio avviso le sole possibilità che rimangono, grazie agli enormi ed irrimediabili danni causati dalla Ladri Nord, per sperare in una divisione da chi continua a voler solo e sempre essere mantenuto.
    Ripeto per l'ennesima volta che certamente sarebbe meglio essere pronti con un qualcosa da proporre.
    Industriali del nord, prima di morire di Satana o di Becera, battete un colpo per voi e per il vostro popolo!
    Invece di pensare solo a pagare in nero i neri.
    Ultima modifica di ventunsettembre; 28-04-12 alle 11:24
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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