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Discussione: l'Indipendensa

  1. #201
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Leoni (ex PRI) tuona: [...] «di ricordare al sindaco di rileggersi lo Statuto perchè i fondatori della Lega sono divinità, come i santi per la Chiesa: non si possono toccare. [...]

    Qualcuno sa indicarmi quale è l'articolo che parla di santità e intoccabilità dei fondatori?
    Ultima modifica di Eridano; 26-05-12 alle 09:40
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #202
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    in una sette, questo e altro ...

  3. #203
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    SVIZZERA, IL MODELLO PER I NOSTRI PROGETTI DI LIBERTA’
    di GILBERTO ONETO

    L’Associazione “Terra Insubre” ha fatto un lavoro straordinario: una settimana di dibattiti, mostre, manifestazioni e incontri sul rapporto fra l’Insubria e la Svizzera. Anche l’ultima giornata, dedicata a temi di più stretta pertinenza “politica”, ha avuto sviluppi piuttosto interessanti. Si sono incontrati quattro amministratori locali (il ticinese Giordano Macchi e i lombardi Dario Galli, Attilio Fontana e Matteo Bianchi) che hanno confrontato situazioni decisamente – e drammaticamente – diverse. Uno stesso popolo, con identiche cultura, lingua e attitudini sociali è attraversato da una frontiera politica che vale un oceano per quanto riguarda i suoi effetti concreti sul modo di vivere della gente: un paese ordinato, civile, prospero e democratico a nord, un pezzo di Italia a sud.
    Naturalmente i due interventi più attesi erano quelli dei due politici “nazionali”, il Consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi Vais e Roberto Maroni.
    Il primo ha fatto una esposizione impeccabile delle vicende storiche che hanno portato alla formazione della Confederazione ma si è soprattutto soffermato su come vengono gestiti potere e risorse in Svizzera, come è strutturato il sistema fiscale e quale sia l’effettivo potere popolare nel determinare le decisioni e nel verificarne gli effetti. La ramina di confine segna uno iato spazio-temporale superiore a quello percorso da tutti gli Shuttle nella loro storia.
    Si è anche intrattenuto sulle varie proposte che periodicamente emergono di allargamenti dei confini per inglobare comunità confinanti che magari ambiscono a diventare svizzere, ricordando però il caso emblematico del Voralberg. Subito dopo la Prima Guerra mondiale, questa provincia austriaca aveva votato a larga maggioranza la richiesta di annessione che però la Confederazione aveva cortesemente rifiutato con la scusa di non turbare gli esistenti equilibri religiosi fra i Cantoni. Si è trattato di un esempio il cui ricordo dovrebbe mettere fine alle speranze che emergono sempre più di frequente di “fughe in Svizzera” di brani di territori oggi italiani.
    Maroni si è soffermato sulla possibilità di elaborazione di progetti di collaborazioni transfrontaliere, riprendendo l’idea di Regio Insubrica (che esiste già per alcuni obiettivi settoriali) e prospettando di aumentarne le competenze fino a farla diventare un organismo politico e amministrativo “reale”.
    Pur suscitando la calorosa approvazione del pubblico, l’idea è però parsa poco più che un espediente dialettico, un ulteriore obiettivo intermedio per rinfocolare dibattiti ed entusiasmi, ma privo di una vera consistenza ideale. La cosa è parsa un pochino debole, quasi sminuente, rispetto alla costruzione culturale che “Terra Insubre” ha messo in piedi e arricchito di argomenti e di “ciccia” in questi giornate di studio ma anche in una decennale opera di costruzione culturale. Quello che si è voluto con forza rimarcare anche in questi giorni è infatti lo straordinario ruolo di esempio che la Svizzera può dare, la sua insostituibile funzione di modello per ogni lotta per la libertà, l’autonomia e le identità. Anche tutte le iniziative (raccolte di firme, lanci di progetti di annessione eccetera) che occupano la cronaca delle ultime settimane sono finalizzate a questa opera di evidenziatura della Svizzera come ideale da seguire e imitare: nessuno crede naturalmente che possano avere esito politico, ma si tratta di straordinari strumenti di creazione di consenso e di “sveglia” per troppe coscienze autonomiste assopite.
    Forse da Maroni ci si aspettava una presa di posizione più coerente con questo tipo di impegno, tutto rivolto alla ricerca di libertà, autonomia e indipendenza delle nostre terre e non certo a inseguire impossibili sogni annessionistici. Alla Svizzera ci si deve ispirare nella lotta padanista, alle sue istituzioni si deve fare riferimento per disegnare i nostri progetti di libertà. Con gli svizzeri, soprattutto con la Lega dei Ticinesi, si devono studiare tutte le forme di collaborazione possibili e utili al raggiungimento dei nostri obiettivi. Maroni dovrebbe vedere nella Confederazione un forziere di idee buone a cui attingere per un progetto molto chiaramente federalista ma soprattutto indipendentista.
    Questo fa una radicale differenza rispetto alla visione dei suoi avversari “cerchiobottisti” che della Svizzera hanno una visione più tradizionale, di forziere tout-cour, una Tanzania più vicina. Se vuole batterli, deve abbracciare idee più forti e meno politicamente corrette: non serve una regione transnazionale ma una comunità padana che sia una Svizzera un poco più grande. E magari anche più ricca.

    28 Maggio 2012

    SVIZZERA, IL MODELLO PER I NOSTRI PROGETTI DI LIBERTA’ | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  4. #204
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    DA JESOLO L’IDEA DI UNA “TAVOLA ROTONDA” DE L’INDIPENDENZA
    di GIANLUCA MARCHI

    La Convention dei movimenti e delle associazioni indipendentiste svoltosi a Jesolo sabato e domenica e organizzato dal nostro giornale ha avuto un esito oltremodo positivo, consentendo a circa una trentina di formazioni provenienti da Veneto, Lombardia, Friuli, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Marche e Campania di conoscersi e confrontarsi, senza toni polemici, su linee e strategie che possano condurre al risultato auspicato da tutti i partecipanti, l’indipendenza delle rispettive comunità.
    Nella giornata conclusiva chi scrive ha elaborato una bozza di documento conclusivo che ora è al vaglio di tutti i movimenti partecipanti, che presenteranno le rispettive osservazioni allo scopo di predisporre un documento definitivo sottoscritto dal numero più vasto possibile di movimenti.
    Questo il testo della bozza ora all’esame delle singole organizzazioni:
    I movimenti firmatari sono accomunati dalla volonta’ di perseguire e raggiungere l’indipendenza delle comunita’ e dei territori in cui operano con tutti gli strumenti non violenti messi a disposizione dal diritto e soprattutto sensibilizzando la propria gente che questo e’ l’unico modo per salvarsi dalla catastrofe sempre piu’ evidente dello stato italiano.
    Al fine di perseguire tale risultato in tempi non biblici i movimenti firmatari si impegnano a creare entro trenta giorni la “tavola rotonda de L’Indipendenza” dove i propri rappresentanti, appositamente delegati, possano riunirsi sistematicamente per consultarsi, scambiarsi informazioni ed esperienze, concordare azioni comuni e strategie che possano favorire il raggiungimento dell’obiettivo fondamentale, ognuno preservando totale autonomia sul proprio territorio.
    La “tavola rotonda de L’Indipendenza” indichera’ un “portavoce” allo scopo di parlare a nome della stessa e limitatamente alle decisioni che la stessa assumera’ e per favorire la diffusione, verso l’opinione pubblica piu’ vasta possibile, degli intendimenti e delle battaglie comuni. tale portavoce dovra’ essere a rotazione con incarico non superiore a un anno.
    La “tavola rotonda de L’Indipendenza” si ripropone la redazione di una bozza di costituzione confederale che consenta a ciascun soggetto di sciogliere qualsiasi contratto nel momento in cui i propri cittadini decidano liberamente di non piu’ condividerne le condizioni, bozza da sottoporre alla valutazione di una successiva adunanza dei movimenti firmatari. inoltre si propone di mettere a punto un vademecum di disobbedienza e resistenza fiscale da diffondere e sostenere in tutte le rispettive comunita’.
    I movimenti firmatari favoriscono la creazione sul territorio dei “comitati de l’Indipendenza” (o club de L’Indipendenza” allo scopo di ottenere dalle amministrazioni comunali, provinciali e regionali di riferimento l’indizione di referendum per l’indipendenza o l’adozione di delibere di iniziativa popolare con l’obiettivo di imporre ai livelli superiori l’indizione di tali referendum. i comitati dovranno inoltre favorire il coinvolgimento delle singole comunita’ di riferimento in tutte le scelte importanti che li riguardano attraverso la promozione dello strumento fondamentale del voto.
    I “comitati de L’Indipendenza” avranno anche lo scopo, nelle realta’ di riferimento, di riunire gruppi di imprenditori al fine di individuare opportunita’ e strategie che consentano alle nostre imprese di uscire dalla crisi che le attanaglia e di tornare a essere il motore di benessere e di affermazione delle nostre comunita’ che sono sempre state. in questa specifica funzione si potranno rapportare con il quotidiano “L’Indipendenza” che si impegna a favorire tali scambi e l’individuazione di tali percorsi.
    La tavola rotonda e i comitati de L’Indipendenza si impegnano a favorire, in tutti i modi possibili, la diffusione e il consolidamento del quotidiano online L’Indipendenza come strumento base per veicolare e diffondere idee, programmi, iniziative legati alle rispettive attivita’.

    28 Maggio 2012

    DA JESOLO L’IDEA DI UNA “TAVOLA ROTONDA” DE L’INDIPENDENZA | L'Indipendenza
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  5. #205
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    NON POSSIAMO PIÙ MANTENERE DEBITO PUBBLICO E MEZZOGIORNO
    di MARCO BASSANI

    Sintesi dell’intervento svolto alla Convention di Jesolo dal prof. Marco Bassani, docente di Storia del pensiero politico contemporaneo alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano.

    Come Catone il censore finiva ogni suo discorso al Senato con un Carthago delenda est, io ripeterò ogni tanto un “non possiamo più mantenere debito pubblico e Mezzogiorno”. Si tratta di una verità fattuale che tutti sanno, ma della quale nessuno vuole parlare.
    Nel 1993, in quello che era l’annus mirabilis della Lega, ad Assago un amico mi disse: “Se falliamo anche questa volta, ci sotterreranno e poi butteranno calce viva su tutte le nostre aspirazione federaliste, autonomiste, indipendentiste”. Non so se la calce sia già arrivata e noi non ce ne siamo accorti, oppure esiste ancora una qualche speranza.
    Il guaio è sempre quello: la politica, romana, costosissima, ma inaggirabile. Siamo stritolati da un patto di ferro fra capitale parassitario del Nord e plebi del Sud che, mallevadore il governo di Roma, da circa sessant’anni ha impoverito enormemente le nostre terre.
    Gli oltre cinquanta miliardi di euro che ogni anno vanno ad aumentare artificiosamente i consumi delle popolazioni del Sud distruggono il Nord (lo dimostra Luca Ricolfi, non propriamente un sovversivo, nel suo Il sacco del Nord) e drogano l’intera economia del Mezzogiorno.
    Non possiamo più mantenere debito pubblico e meridione.
    I cittadini odiano ormai la politica, la sentono lontana, la considerano un gioco di puro potere che costa moltissimo. Il 2% di fiducia nei partiti è un dato che non ha paragoni al mondo. Odiano la politica perché ne sono stati a lungo innamorati, vi hanno riposto troppe speranze. La politica è tutta centralizzata e lontana, ma produce reddito per milioni di nostri concittadini.
    La politica rende e nomina oltre la metà dei vertici dell’economia. Solo una piccolissima parte del Paese crede che il problema sia la liberazione dal peso dello Stato (al Sud ritengono che la ricchezza la crei lo Stato e la redistribuisca il governo, ma anche da noi superstizioni di questo genere sono ben diffuse).
    La Lega e il dibattito lungo un quarto di secolo sul federalismo hanno cambiato la retorica politica, ma non la realtà delle cose. In questo Paese i problemi si consumano, non si affrontano, né si risolvono. Consumare tutto il federalismo/autonomismo/indipendentismo possibile è stato il compito storico della Lega, che ci ha lasciato in braghe di tela ideologiche, a dover ripercorrere sentieri impervi, usando termini logori e consunti.
    La Lega ha posto il vero problema: la frattura Nord/Sud e non destra/sinistra dell’asse politico, ma poi si è persa in mille tatticismi senza giungere a nessuna proposta vera. Il problema è però generale: il ceto politico è sempre chiamato ad auto-riformarsi, ma ne è incapace. Lo abbiamo visto venti anni fa, sono spariti piuttosto che metter mano a una qualunque riforma. Fidarsi dei politici è come affidare l’organizzazione del manicomio ai malati stessi.
    La situazione è mille volte peggio di come appare. Non siamo sul crinale di un declino (quella è storia di 30 anni or sono), ma ai bordi di un precipizio. L’Italia è solo all’avanguardia del declino dell’Europa.
    Non possiamo più mantenere debito pubblico e Meridione.
    Forse le persone che producono ricchezza avranno un sussulto e lanceranno una nuova lotta: “productivos contro indignados”, produttori contro consumatori di tasse, rivolta degli schiavi fiscali contro i loro padroni. Ma ormai i produttori sono un’esigua minoranza, un manipolo a fronte degli eserciti di sfruttatori legalizzati. Se non ci liberiamo del parassitismo politico la bestia muore e noi con essa.
    La divisione Stato Mercato non trova canali politici, ma esiste di fatto nel Paese.
    Non possiamo più mantenere debito pubblico e Meridione.
    Debito pubblico e Mezzogiorno sono il nostro burro o cannoni. Dobbiamo scegliere: o si disfa l’Italia o si muore. I sovietici sono crollati negli anni Ottanta del Novecento perché non hanno potuto scegliere.
    Ma in Russia almeno sapevano da chi era stato causato il disastro: da 70 anni di comunismo. Non circolavano bizzarre ipotesi di “signoraggio”, usurai, massoni, banchieri. Il nostro problema si chiama Roma, Stato, governo, politica.
    In breve elencherò fattori di speranza, pochi, e di pessimismo, molti.
    La decomposizione della Lega toglie un equivoco dalla politica romana: è la fine del partito di Roma nel Nord. L’euro è stata un’operazione illuminista, ma è benedizione, ha reso il debito pubblico non aggirabile dalle politiche monetarie. Deve essere ripagato e noi non possiamo pagare il debito e mantenere il Mezzogiorno. Il sacco del Nord è sotto gli occhi di tutti. I martirologi civili e le formule politiche sono finiti: i martiri di Belfiore, le icone patriottarde di una non nazione stanno finendo subissate dai fischi e dal generale attacco all’autorità. Da anni nessuno ripete il mantra “la repubblica è una e indivisibile” (forse Scalfaro fu l’ultimo a crederci veramente).
    Nella lunga sequela dei meno si può cominciare col dire che qui vedo molti ex, post leghisti incapaci di cambiare registro. Ma anche il fatto che il nostro è un paese di vecchi e per vecchi e questi ultimi sono pavidi e difficilmente decideranno di agire. L’analisi è oltremodo deficitaria, si continua a ripetere che massoni e banchieri hanno causato la crisi del debito sovrano: come se fossero loro a poter decidere spese e fabbisogni. In inglese si dice “se sembra un’anatra, nuota e starnazza come un’anatra, probabilmente è un’anatra”. Smettetela di sprecar tempo e risorse mentali nel cercare il complotto che ci ha portato sull’orlo del baratro: fallitalia fallisce per la politica e lo statalismo esasperato.
    Agli amici veneti innamorati della loro bellissima storia dico solo che cercar di attrarre l’interesse delle istituzioni internazionali sulla triste sorte della Repubblica nel 1797 non sarà molto facile. Lasciano massacrare i siriani, difficilmente si occuperanno dei torti subiti dai veneti. Prendano il loro destino nelle loro stesse mani.
    Non possiamo più mantenere debito pubblico e Meridione.
    Il vero punto di forza del Veneto è il ricordo recente della povertà: il benessere potrebbe non superare la seconda generazione. Un territori senza centro né metropoli è poi naturalmente federale.
    Che fare? 1) Cercate di capire cosa ha causato la crisi. 2) Create un soggetto politico credibile per gestire l’unica proposta ragionevole: le regioni del Nord si assumono l’intero debito in cambio di libertà e autogoverno. Ogni mattina i tedeschi si sveglieranno chiedendosi a quanto è lo spread con i nostri buoni del tesoro ed entro 13 anni saremmo al 60% del PIL. 3) Create contenziosi legali con Roma su tutto e rispettando la legalità: come i dissidenti sovietici utilizzavano la costituzione comunista in modo strumentale, cercate le falle del sistema della vostra schiavitù fiscale. 4) Abbandonare qualunque forma di razzismo di nessun genere, assumere un atteggiamento reale di assoluta correttezza politica. I nostri concittadini meridionali e i nostri fratelli extraeuropei dovranno essere persuasi che gli uni vivranno e bene dei frutti del loro lavoro e gli altri entreranno a casa vostra solo in modo ordinato e se invitati. Ma senza neanche una patina di velato e odioso razzismo.
    Un terzo mondo indifferenziato nel quale la perdita del benessere è solo il preludio alla perdita della libertà non aspetta altro che fagocitarci. Milano è ancora fra le aree urbane più ricche del pianeta, ma in breve perderà ogni suo primato, in pochi anni passerà dall’undicesimo al centesimo posto. Senza che un barlume di classe dirigente lanci un lamento o un grido, il tutto sembra destinato a finire not with a bang, but a whimper. Eppure il “deposito di fatiche” avevamo il dovere di trasferirlo almeno com’era ai nostri figli.
    Non possiamo più mantenere debito pubblico e Meridione.

    28 Maggio 2012

    NON POSSIAMO PIU’ MANTENERE DEBITO PUBBLICO E MEZZOGIORNO | L'Indipendenza
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  6. #206
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    già. è proprio così.

  7. #207
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    sempre ottimo il Marco Bassani

  8. #208
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    sempre ottimo il Marco Bassani
    onestamente l'ho avuto come professore, e sebbene mi trovi spesso d'accordo con lui non mi ispira fiducia.
    in questo caso devo dire lucidissimo, magari avesse tenuto lezioni del genere
    Ultima modifica di ziomaio; 29-05-12 alle 00:07

  9. #209
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    250MILA EURO PER INGIUSTA DETENZIONE A CASA. MA E’ UN GIUDICE
    di GILBERTO ONETO

    La vicenda è molto italiana: una indagine su una gabola di intercettazioni “strane” e sull’attività di “investigatori” e “maggistrati” è stata oggetto di una sentenza annullata dalla Cassazione. Fino a qui niente di diverso dall’ordinaria amministrazione pelasgica della giustizia. Non è strana neppure la rapidità (meno di un anno) con cui la macchina si è mossa trattandosi di questioni riguardanti “servitori dello Stato” e – in particolare – membri dell’intoccabile sodalizio delle toghe. In verità non è strano neppure il risarcimento per il “danno morale” subito da uno di loro, visto che si tratta, appunto, di “uno di loro”: quello che merita attenzione (e indignazione) è la modalità. Al presidente di sezione del Tribunale civile di Messina, Giuseppe Savoca, è stato riconosciuto un risarcimento di 250mila Euro per due mesi di “ingiusta detenzione ai domiciliari”. Si, avete letto bene, 250 mila Euro, 125 mila Euro al mese, 4.166 Euro al giorno, 173,58 Euro all’ora, 2,89 Euro al minuto: quasi 6.000 lirette e cioè 100 lire al secondo per essere stato costretto a rimanersene chiuso in casa propria. Pör nano! E c’è da scommettere che tutti quei soldi glieli daranno alla svelta, non come i rimborsi o i risarcimenti ai poveri diavoli di cittadini contribuenti. Non come il colonnello Amos Spiazzi – tanto per fare un esempio noto – che per 7 anni di galera (in gattabuia e non a casa sua) da innocente, con innocenza riconosciuta con sentenza di Tribunale, non ha mai visto un soldo, neppure dopo che la Corte europea aveva obbligato l’Italia a pagare. Di esempi se ne potrebbero fare a tonnellate.
    La morale è la solita: i sudditi devono lavorare, pagare e tacere, gli “altri” no.
    Pensate cosa accadrebbe se lo stesso criterio di risarcimento fosse applicato a tutti, se lo Stato (e cioè Pantalone) dovesse ripagare ogni ingiusta detenzione, arresti e fermi ingiustificati, arresti domiciliari e misure di restrizione date a pera.
    Pensate se le centinaia di migliaia di cittadini maschi che sono stati “sequestrati” in passato sotto le armi per 12, 15 o 18 mesi di naja (anche di più per gli sfigati finiti in Marina) dovessero essere risarciti con gli stessi criteri del signor Savoca. Un giorno tutti quelli di noi che hanno più di trent’anni e che non avevano a disposizione qualche scusa patriottico-pelasgica (deficienza toracica, nonna indigente, parente importante…) sono stati rinchiusi in caserme che spesso somigliavano a carceri (altro che “domiciliari”…), rasati, allontanati da scuola, famiglia, lavoro, morosa e cavoli nostri, e costretti a subire le angherie che superiori “temporanei e innaturali” ci infliggevano in tutte le varianti dialettali parlate dal Fosso del Chiarone in giù. Cosa dovremmo ricevere come risarcimento? Si potrebbe organizzare una class action di fregati e derubati dallo Stato italiano con la scusa che la “difesa della Patria è sacro dovere, bla, bla”.
    Anche per questo però possiamo arrivare a una conciliazione: lo Stato italiano non ci rimborsa nulla ma si leva dalle palle.
    Indipendenza!

    8 Giugno 2012

    250MILA EURO PER INGIUSTA DETENZIONE A CASA. MA E’ UN GIUDICE | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 08-06-12 alle 18:55
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  10. #210
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    IL PIU’ COSTOSO CAPO DI STATO DEL MONDO GODE DI POCA STIMA
    di GILBERTO ONETO

    L’altro giorno Giorgio Napolitano è stato fischiato e contestato a Mirandola. Solo qualche telegiornale ha fatto un furtivo cenno allo spiacevole contrattempo. Fra i maggiori giornali, quasi solo Libero e Il Fatto Quotidiano ne hanno parlato attribuendone la responsabilità ai soliti “ragazzi dei Centri sociali”. Se non è censura di regime questa, molto poco ci manca. E per fortuna che esiste Internet, che ha diffuso le immagini della vicenda, dalle quali si percepisce chiaramente che gli arrabbiati non erano due gatti, che erano terremotati e che il tono delle contestazioni suonava più da autonomista che da centro-socialista, con richiami al 2 giugno, agli sprechi e – ad un certo punto – anche alla Padania.
    Sono anni che le veline di regime accreditano il signor Napolitano come straordinario depositario di tutte le simpatie popolari – “il più amato dagli italiani”, come una nota cucina -, come il “buono” da contrapporre al “cattivo” rappresentato dai politici cialtroni. La costruzione a tavolino dell’immagine del “buon nonno d’Italia” (la stessa che era stata cucita addosso a Ciampi) non regge però alla verifica dei fatti.
    Si deve portare rispetto al signor Napolitano ma nulla può obbligare la gente a mostrargli una stima che non merita.
    Gli si deve rispetto per l’età e perché così impongono almeno due articoli del Codice Rocco che puniscono il “vilipendio”, che è una sorta di rudere archeologico della “lesa maestà” che riporta al Medioevo e all’Ancien Regime. Roba che fa quasi più tenerezza antiquaria che incazzare.
    Ma la stima no! La stima la si deve meritare e c’è una sfilza lunga così di motivi per cui il signor Napolitano non passa l’esame.
    É il Capo di uno Stato foresto e oppressore delle liberta delle comunità padano-alpine.
    É il Capo di Stato più costoso del mondo. Il Quirinale costa ai contribuenti 235 milioni di Euro l’anno, di cui 218.407 Euro per il suo stipendio. Ci “lavorano” più di 1.800 persone: la regina Elisabetta ha 310 “inservienti”, la Casa Bianca 466, il re di Spagna 543 e l’imperatore del Giappone un migliaio. A servizio della Corte ci sono 35 auto blu, 274 corazzieri, 254 carabinieri, 213 poliziotti, 77 finanzieri, 21 vigili urbani e 16 guardie forestali.
    Ha un curriculum personale terrificante: giovane universitario del Guf poi comunista stalinista, sostenitore della sanguinosa repressione della rivolta ungherese, grigio e ubbidiente funzionario di partito, dal 1953 parlamentare comunista per decenni, europarlamentare pizzicato a fare la cresta sui voli low cost, ministro degli Interni nei giorni dell’incursione in Via Bellerio e della vicenda dei Serenissimi, senatore a vita. Né aiuta il fatto che abbia firmato con Livia Turco una devastante legge sull’immigrazione.
    Nel 150° ha dato il meglio di sé rovistando fra la peggior paccottiglia patriottarda risorgimental-fascista (roba da fare rivoltare nella tomba Turati, Gramsci e la quasi totalità delle teste pensanti della sinistra seria) e assumendo toni grevemente insultanti nei confronti di tutti i giornalisti, gli storici e gli studiosi che hanno espresso opinioni non allineate con la vulgata di regime.
    Più di recente si è lanciato con il recupero unitarista del 2 giugno e si è dedicato alle sfilate militari e a paturnie da “Fori Imperiali”. Memoria della gioventù guffina.
    Ma, ultimo ma non ultimo, si è inventato una riforma istituzionale della Repubblica in personalissima chiave presidenziale e monarchica, ha incaricato un governo di predoni che nessuno ha mai eletto della tosatura dei cittadini (con particolare attenzione per quelli padani) e non perde occasione per tracimare dai limiti costituzionali del suo ruolo, per esternare, predicare, indirizzare, giudicare e ordinare.
    Lo fa per passare alla storia? Un modo ce l’avrebbe per riuscirci e per conquistarsi davvero l’affetto dei popoli della penisola: essere l’ultimo Presidente della Repubblica italiana. Tirare giù la clèr del Quirinale, dare il “rompete le righe” e andarsene in pensione. Come il compagno Gorbaciof.

    9 Giugno 2012

    IL PIU’ COSTOSO CAPO DI STATO DEL MONDO GODE DI POCA STIMA | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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