Solo nella tua testa c'è tutta questa differenza tra shale oil e gas, del resto i fatti e i fallimenti parlano da soli, la bolla è pronta a scoppiare.
Leggi qualcosa di serio ognitanto
La socializzazione delle perdite dell'industria dello shale oil
Prezzi del petrolio ai minimi e rischio imminente di una bolla finanziaria visto che nel ventre delle grandi banche di Wall Street ci sono circa 1.100 miliardi di dollari di titoli legati all'industria del fracking incapace di reggersi con questi prezzi. Il governo Obama allora approva un eventuale salvataggio delle banche con le tasche dei contribuenti.
Leonardo Berlen
13 gennaio 2015
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Abbiamo parlato spesso del rischio di una
bolla finanziaria collegata al collasso dell’industria delle fonti fossili e dello
shale gas e oil in particolare. Collasso che, si ipotizza, potrebbe essere causato da un eventuale futuro accordo sul clima che imponga una forte limitazione delle emissioni. La crisi potrebbe però essere anche molto più imminente e il pericolo di insolvenza per il sistema finanziario avere ripercussioni devastanti.A dare una interessante chiave di lettura è un articolo di Ben Ptashnik, ex senatore democratico americano e oggi imprenditore nell’energia solare. L’articolo apparso su
Truthout è stato ripreso e tradotto da
Effetto Risorse, il blog di Ugo Bardi, cosa vi dice in estrema in sintesi?I
prezzi del petrolio da sei mesi in diminuzione, pilotati dall’Opec e soprattutto dall’Arabia Saudita per distruggere l’offerta di shale oil e sabbie bituminose, creeranno uno shock finanziario di proporzioni enormi. E visto che il settore finanziario, Wall Street per intenderci, ha investito finora ingenti somme nelle
obbligazioni spazzatura (almeno il 15% è basato su energia fossile) e l’industria per proteggersi dall’oscillazione dei prezzi ha stipulato con le banche
‘contratti derivati’ (una sorta di polizze assicurative) per proteggersi dalle fluttuazioni del costo di vendita dei combustibili, il sistema potrebbe andare a breve in default con insolvenze per circa 1.100 miliardi di $.Le obbligazioni, vendute anche recentemente a ignari investitori, potrebbero diventare
carta straccia, in quanto non sostenute, come si dice, dalle realtà contabili: proprio a causa del netto crollo dei prezzi petroliferi (oggi sui 46 $), troppo basse per mantenere la produzione di shale gas and oil.Come si spiega nell’articolo di Ptashnik, e come abbiamo scritto su Qualenergia.it, il gap tra il denaro ricevuto dall'industria del fracking e gli introiti delle operazioni realizzate, pari a circa 110 miliardi di dollari già prima del calo del prezzo del barile iniziato sei mesi or sono, potrebbe ora creare
perdite più ingenti, per centinaia di miliardi di dollari che ricadrebbero sul sistema finanziario (sempre le grandi banche di Wall Street) che hanno venduto questa scommessa al mercato.Si è usato il condizionale, non tanto perché il prezzo del barile potrebbe risalire rapidamente. Secondo alcuni i
sauditi fanno sul serio e non molleranno la presa anche perché hanno dalla loro un sostanzioso ‘cuscinetto’ accumulato negli anni di vacche grasse (i prezzi elevati dell’oro nero), ma solo perché le grandi banche, al solito, non subiranno il colpo:
too big to fail, come si dice, ‘troppo grandi per fallire’.
Chi pagherà allora questo buco, che ripetiamo alcuni stimano in circa 1.100 mld di dollari? Avete indovinato: i consumatori americani.La
lobby finanziaria si è mossa con urgenza, forse proprio perché il rischio di crisi sembra imminente. I gruppi di pressione hanno portato il governo Usa ad inserire all’ultimo minuto una perfida
postilla nella legge finanziaria che potrebbe obbligare i contribuenti a pagare il default nel caso in cui la bolla del mercato dell'energia implodesse (si esentano le istituzioni finanziarie dalle loro responsabilità sui derivati), un evento probabile anche con un prezzo del barile un po’ più alto dell’attuale; e le previsioni non danno segnali di grandi significativi rialzi entro il 2015.Il
salvataggio delle banche con i soldi dei cittadini, ventilano alcuni, potrebbe avvenire ‘legalmente’ con prelievi forzosi dai conti correnti
, dando eventualmente loro in cambio titoli azionari della banca (di valore dubbio), extrema ratio che prima del blitz di fine anno, consentito dall’amministrazione Obama, era fortemente limitata.Alcuni, come Larry Elliott su The Guardian, parlano di ‘
contrappasso’
per gli Usa, che avrebbero voluto, in accordo con i sauditi, un calo del prezzo del barile per mettere fuori gioco Russia e Iran (esportatori di petrolio), ma ora con la probabile chiusura di diversi giacimenti da fracking e il rischio bolla finanziaria si sarebbero messi in un bel ginepraio.Per uscirne si confida sempre nella solita alleanza tra politica e big industriali-finanziari:
scaricare le perdite sulla collettività e mandare a quel paese il mercato che si esalta invece solo quando si fa profitto.C’è un altro risvolto della medaglia al centro dell’articolo di Ptashnik. Quando parte dell’industria del fracking verrà smantellata quali saranno
i responsabili che verranno additati al pubblico ludibrio? Gli squali di Wall Street, gli investitori e gli ‘alleati’ sauditi oppure gli ambientalisti che, "spinti da Putin" (alcuni questo affermano), sono ostili alla fratturazione e all’oleodotto di Keystone che trasporta petrolio da sabbie bituminose del Canada e che avrebbero potuto rendere finalmente gli States indipendenti?Domanda retorica. Che verrà, ne siamo certi, ben gestita ad arte dalla stampa asservita che confermerà ancora una volta la prima strategia del decalogo indicato da Noam Chomski per la manipolazione delle persone attraverso i mass media: la “
distrazione”. La distrazione dai problemi importanti e dai veri responsabili per capire realmente cosa accade e che è necessaria per impedire di interessarsi delle cose essenziali che accadono nelle vite delle personeUn motivo di più per comprendere che i profondi
cambiamenti dei nostri sistemi dovranno comunque essere
spinti dal basso, dalle comunità, dalla conoscenza indipendente. Delegare alla politica e alle élite economiche la tutela dell’ambiente, della salute, della pace, o al limite del portafoglio dei cittadini, così come pure la lotta ai mutamenti climatici è da ingenui.
Crollo del petrolio e debito spazzatura, la bolla dello shale oil rischia di esplodere - Il Sole 24 ORE
Shale gas, il miraggio sta già svanendo - Il Fatto Quotidiano
Shale gas, il miraggio sta già svanendo
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Fabio Scacciavillani | 25 settembre 2014
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Fabio Scacciavillani
Chief Economist Fondo d'investimenti dell'Oman
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Il successo dell’estrazione di petrolio e gas da giacimenti non convenzionali, in particolare le formazioni di scisti (in inglese shale), è uno dei rari raggi di luce negli anni bui di Grande Recessione. L’impatto è stato impressionante. Da quattro anni
gli Usa sono il maggior produttore di gas al mondo e da inizio 2014, con l’equivalente di 11 milioni di barili di petrolio al giorno, sono in testa alla produzione globale di idrocarburi. Il prezzo del gas naturale negli Usa, che a giugno del 2008 aveva superato i 12 dollari per milione di Btu (British thermal units, l’unità di misura più diffusa per il prezzo del gas), piombò a meno di 3 dollari a settembre 2009 e poi fino a un minimo di 2 dollari nell’aprile del 2012. Oggi il prezzo si aggira intorno ai 4 dollari per mBtu. Gli Usa un tempo rassegnati a massicce importazioni di gas liquefatto dal Qatar ora pianificano di
esportare verso l’Europa (dove il gas vale 10 dollari per mBtu) e il ricco mercato asiatico (in Giappone il prezzo è circa 15 dollari) e addirittura verso il Medio Oriente.
In taluni settori manifatturieri, inclusi quelli che avevano trasferito le fabbriche in Asia o Messico, ora i costi energetici contenuti (e l’inflazione salariale nei Paesi emergenti) rendono gli Stati Uniti una localizzazione competitiva. L’ottimismo generato da questa manna energetica ha indotto a prevedere che gli Usa possano raggiungere
l’autosufficienza energetica nel 2020. Tale epocale inversione non ha sconquassato solo l’economia, ma ha anche accentuato l’istinto isolazionista dell’America profonda e di Barack Obama.
Il presidente infatti ha trascurato Libia, Siria, Iraq e teatri di guerra che un tempo avrebbero acceso l’allarme rosso alla Casa Bianca e si è ridestato lentamente dal torpore geopolitico solo di fronte agli sgozzamenti. Sull’approvvigionamento energetico classe politica,
Pentagono, società petrolifere e Wall Street (che ha riversato cascate di dollari su progetti targati shale) dopo decenni di patemi e tensioni
sono convinti di potersi rilassare.
Tuttavia da questo altare di certezze si odono mandibole di tarli in piena attività: i successi iniziali sono stati inopinatamente proiettati nel futuro per
attirare capitali e gonfiare l’ennesima bolla. Una serie di studi del
Bureau of Economic Geology (BEG) all’Università del Texas – una tra le più autorevoli think tank in campo energetico – ha rielaborato le previsioni iniziali sulla produzione di shale gas alla luce dei dati fin qui rilevati nei maggiori giacimenti. Tali studi condotti da geologi, economisti e ingegneri forniscono un’analisi, disaggregata per singolo pozzo, fino al 2030 sulla base di diversi scenari di prezzo (che determinano la convenienza economica dell’estrazione). Emerge che, in contrasto con le iniziali proiezioni, la produzione nel
bacino texano di Barnett (il più vecchio) segue un
declino esponenziale: la produzione raggiunge un picco nei primi mesi di attività, per poi crollare, invece di stabilizzarsi.
Per compensare il rapido declino dei primi pozzi (più promettenti e meno costosi) si deve
trivellare più intensamente e con tecnologie più sofisticate e i costi si impennano. Piani di investimento e aspettative di profitti rischiano di trasformarsi in perdite per azionisti e finanziatori incauti.
Da altri grandi giacimenti di shale gas sfruttati da minor tempo, come
Haynesville e Marcellus, si temono analoghi dispiaceri. Oltre al gas, anche i dati dai pozzi di petrolio da scisti di Eagle Ford in Texas, elaborati da Arthur Berman indicano un preoccupante declino. La Shell ha iscritto a bilancio perdite per 2, 1 miliardi di dollari dall’investimento in Eagle Ford. Un altro colosso mondiale delle materie prime, BHP Hilton, che aveva scommesso 20 miliardi di dollari sugli idrocarburi da scisti ha annunciato di voler vendere metà dei suoi bacini. Una doccia gelida è anche arrivata dall’Energy Information Administration (EIA) del governo Usa che ha tagliato del 96 per cento (da 13, 7 miliardi di barili ad appena 600 milioni) le stime di petrolio estraibili dal bacino Monterey lungo circa 2500 chilometri in California e considerato (ormai erroneamente) il più grande degli States con due terzi delle riserve petrolifere non convenzionali. Insieme alle stime sono evaporati
2,8 milioni di posti di lavoro attesi entro il 2020, oltre a 24, 6 miliardi di dollari introiti fiscali e un 14 per cento di aumento del Pil californiano.
L’epopea dei combustibili fossili oscilla da due secoli tra presagi di esaurimento imminente ed esaltazione da scoperte di giacimenti giganteschi. Lo shale gas ha alimentato aspettative mirabolanti probabilmente destinate ad ridimensionarsi. Il miraggio dello shale aveva colpito
dalla Polonia al Regno Unito, dall’Argentina alla Cina. Ma al di fuori del Nord America al momento non si registrano successi di rilievo. In Polonia si sono accumulate perdite e dispute tra governo società petrolifere, mentre Oltremanica il governo sembra scettico. In Italia – dove comunque non si segnalano sostanziali giacimenti non convenzionali e la Strategia Energetica Nazionale esclude espressamente estrazioni da scisti – la
Commissione Ambiente della Camera ha approvato da pochi giorni un emendamento che proibisce il fracking, cioè la tecnologia per estrarre lo shale gas.
di Fabio Scacciavillani e Alexis Crow