Giochi pericolosi con l'orso
di GIANCARLO DILLENA - Ben venga l'accordo di Minsk 2. Sperando che regga meglio del primo
e soprattutto che disinneschi il disegno strategico occidentale (o meglio americano-tedesco-francese) che fin dall'inizio allunga la sua ombra sulla questione ucraina e che ha avuto le sue manifestazioni più vistose nell'offerta di adesione alla UE e poi addirittura alla NATO (poi ritirata).
Il problema dei grandi disegni strategici è che si fondano sulla presunzione di riuscire a controllare, se non tutte le variabili, quantomeno quelle determinanti. Nella convinzione di poter accelerare, rallentare e se del caso fermare l'ingranaggio secondo necessità.
Il guaio è che spesso il marchingegno finisce con lo scoppiare fra le mani di chi lo manipola.
È quanto successe nell'estate del 1914, dopo l'assassinio di Sarajevo. Una febbrile attività diplomatica caratterizzò il mese di luglio, con un alternarsi di pressioni e allentamenti condotto dalle cancellerie europee con l'idea di trarre il massimo vantaggio possibile dalle circostanze, senza varcare il limite dello scontro militare. E se proprio si fosse varcata tale soglia, la convinzione era che il conflitto sarebbe stato circoscritto geograficamente e nel tempo, per essere poi risolto con la solita conferenza di pace, che avrebbe sancito i benefici per i vincitori e le perdite (territoriali e di posizione sulla scena internazionale) per gli sconfitti.
Sappiamo come poi andò a finire effettivamente.
Quanto sta avvenendo oggi nell'Ucraina orientale e il balletto diplomatico che l'accompagna ricorda per più di un aspetto la dinamica di quell'estate di cento anni fa. Il disegno strategico, pilotato da Washington e assecondato da Berlino e Parigi, è di indebolire la Russia facendo leva sul caso Ucraina. Il che significa innanzitutto assegnare ai russi la parte degli aggressori della giovane democrazia vicina all'Occidente (confondendo le carte sulle circostanze e sugli «aiuti» che hanno permesso l'arrivo al potere dell'attuale dirigenza di Kiev).
Il che è curiosamente simile all'atteggiamento della Russia zarista nel 1914, fattasi campione dei «fratelli slavi» di Serbia, minacciati dalla prepotenza dei «cattivi» austro-ungarici (mettendo così in secondo piano l'atteggiamento aggressivo e nel contempo ambiguo di Belgrado, teso a cercare lo scontro con Vienna per innescare quello fra i due imperi, dal quale trarre poi il massimo profitto possibile ai danni della già declinante duplice monarchia asburgica).
I ruoli oggi sono cambiati. Ma con alcune analogie significative. A cominciare dalla «solidarietà» russa nei confronti dei «fratelli» d'oltre confine. Che non sono più solo «slavi», ma addirittura «russi».
E la posta non è più il rafforzamento delle sfere di influenza, ma la difesa della stessa «nazione» russa (in senso etnico-territoriale) da quella che si configura come una minaccia diretta alle sue porte (se non già oltre). Se nella rappresentazione veicolata in Occidente l'orso russo è il cattivo occupatore della Crimea e fomentatore della ribellione sul territorio ucraino, nell'ottica dell'orso si tratta di difendere con le unghie e con i denti l'ingresso della sua stessa tana. Una percezione che non può essere banalizzata come «propaganda putiniana», perché è profondamente radicata nella visione russa, corroborata dalle sanguinose esperienze della storia.
Con queste premesse stuzzicare l'orso è quindi un gioco molto rischioso. A maggior ragione in una situazione che non è quella del 1914, in cui si duellava essenzialmente fra cancellerie. Se già allora bastarono poche revolverate su un ponte bosniaco per innescare un processo divenuto presto incontrollabile, a maggior ragione c'è da inquietarsi quando, come oggi, il confronto procede parallelo sulla scacchiera diplomatica e sul terreno. E ad ancora maggior ragione se nello stesso momento un'altra guerra sta dilagando in Medio Oriente, area cruciale non solo per gli interessi occidentali, ma per gli equilibri globali.
Immagino l'obiezione: l'Occidente dovrebbe forse «lasciar fare a Putin ciò che vuole»?
Non si tratta di questo. Si tratta, da parte occidentale, di evitare un avventurismo espansionista e provocatore – poiché tale appare agli occhi della parte avversa – rivalutando con maggiore accortezza le proprie priorità strategiche. Per evitare che, nel nome della retorica della «difesa della democrazia e della sovranità» ucraine si metta nell'angolo l'orso, creando le premesse per reazioni dalle conseguenze imprevedibili e incontrollabili.
E non mi si venga a dire che la Grande guerra era destinata a scoppiare comunque, anche senza Sarajevo e i passi falsi diplomatici. È solo un modo per mascherare gli errori commessi. E avere così un alibi per ricaderci.