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  1. #21
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    Predefinito Re: La conversione di Spadolini

    Originally posted by Lepanto


    La scomparsa di Giovanni Spadolini, avvenuta il 4 agosto 1994, è stata occasione di polemiche per la sua supposta — e speriamo reale — conversione avvenuta sul letto di morte; lo storico di grande cultura, l’uomo politico militante in uno dei partiti italiani più laici, colui che ha dedicato la sua vita intellettuale e politica al servizio del riavvicinamento fra cattolici e liberali, cercando di smussare l’intransigentismo dei primi e l’anticlericalismo dei secondi, ha forse sperimentato al termine della vita come, almeno in un’occasione, si sia costretti a compiere una scelta radicale fra abbandonarsi nella fede nel Signore risorto oppure rimanere impantanati nello scetticismo di chi crede che tutto abbia avuto origine e si concluda su questa terra.
    Che ne pensate? Avete notizie in proposito?
    ho la notizia che Spadolini era un clericale infiltrato nel pri e quanto sopra è un'ulteriore conferma.

  2. #22
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    Predefinito Re: Re: La conversione di Spadolini

    Originally posted by Pasquin0
    ho la notizia che Spadolini era un clericale infiltrato nel pri e quanto sopra è un'ulteriore conferma.
    Nel fare memoria di un uomo, storico, giornalista e statista quale fù Giovanni Spadolini, come di qualunque altro, educazione e decenza impongono l' evitare battute da Bar, a puro scopo polemico e ridanciano, solo svilimento della figura di colui che viene ricordato, per puro strumentale scopo di polemizzare con altro che ne evoca la figura e la statura; in questo caso Lepanto.
    Convertito o nò e a quale Dio o deità, deista-illumininista, mi paiono supposizioni impertinenti; rese oziose da quanto Lepanto stesso aveva posto in premessa del suo intervento, forse non compreso. Dal suo intervento che apre questo thread non mi pare che desse annuncio dell' avviato Processo Canonico di Beatificazione.
    Un saluto.

  3. #23
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    Predefinito

    sai....io ho un orribbile difetto,

    non mi piace farmi prendere in giro.

  4. #24
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  5. #25
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    Ringrazio Pietro Abelardo per la corretta interpretazione del mio pensiero. Il mio intento era discutere della grandezza umana e politica di quest'uomo, che considero patrimonio di tutti, anche dei cattolici, con o senza conversione.

    P.S.
    Certe miserie che si leggono fanno apparire ancora più grande Giovanni Spadolini

  6. #26
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    Predefinito tratto da IL MATTINO Online 12 maggio 2004

    A Bologna una giornata per Spadolini nel decennale della morte

    «Il professore della politica», oppure «l’intellettuale prestato al giornalismo e alla politica»: come che lo si voglia chiamare, Giovanni Spadolini ha legato il proprio ricordo alla militanza nel segno dell’impegno culturale. Ha diretto «La Nazione», «Il Resto del Carlino», il «Corriere della Sera» e «La voce repubblicana». Oggi, per il decennale della scomparsa e per ricordare la lezione di impegno civile l’intreccio costante tra dimensione culturale ed attività giornalistica, la Scuola superiore di giornalismo dell’Università di Bologna, in collaborazione con la Fondazione «Nuova Antologia» e con il contributo dell’Ateneo e del Comune di Bologna, organizza il convegno sul tema: «Giornalismo e cultura: le prospettive dell’oggi» nell’ Aula Magna dell’ Università. Dopo il saluto di Angelo Varni, Umberto Eco terrà una relazione su «Dall’elzeviro alle pagine culturali» cui seguirà una tavola rotonda con Stefano Folli, Ezio Mauro, Mario Orfeo, Paolo Gambescia, Giancarlo Mazzuca, Luigi La Spina. La ripresa pomeridiana prevede un dibattito su «Nuovi giornalismi tra scienza e letteratura» con Stefano Bartezzaghi, Marco Belpoliti, Armando Massarenti. Alle 16,30, su «Le interpretazioni della storia e della politica» si confronteranno Edmondo Berselli, Riccardo Chiaberge, Concita De Gregorio, Giuseppe Galasso, Angelo Panebianco, Gianni Riotta, Giorgio Rumi.

  7. #27
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    Predefinito tratto da POLITIKON 12 luglio 2004

    PADRE DELLA PATRIA E GARANTE DELLE ISTITUZIONI

    di LUCA MOLINARI

    Giovanni Spadolini nasce a Firenze il 21 giugno 1925 in una famiglia borghese, il padre è un apprezzato pittore macchiaiolo amico di Soffici. Nella biblioteca di famiglia a soli dodici anni il giovane Giovanni vede sbocciare il suo più grande amore della sua vita, quello per il libri e per la cultura. Non si può, infatti, concepire la biografia politica di Giovanni Spadolini separatamente dall’azione intellettuale e dalla formazione di un innovativo pensiero personale atto ad inserirsi ed a rilanciare l’ideologia (da lui ritenuta e definita “un fiume carsico che riemerge in determinati momenti della Storia d’Italia”) laica, liberaldemocratica e radicale del nostro Risorgimento.

    È in quest’ottica che fioriscono tutte le sue principali pubblicazioni storiche, a partire dal quel primo “Il Papato socialista” degli anni ’50 fino a giungere al recente “Gobetti: un’idea dell’Italia” dei primi anni ’90, passando attraverso la monumentale biografia “Gli uomini che fecero l’Italia”. !

    Fu proprio Gobetti, apostolo della Rivoluzione liberale e martire del Fascismo, a diventare suo punto di riferimento in quella difficile opera di mediazione e di tentata convivenza tra laici, cattolici e marxisti che ha caratterizzato la sua vita politica diventando un programma politico mai scritto, ma sempre attuato. Uomo di veloci e rapidi successi a soli 25 anni è professore (senza mai essere stato assistente) di Storia Contemporanea all’Università degli studi di Firenze, incarico che manterrà fino al 1970, anche durante il periodo in cui sarà direttore (senza essere mai stato redattore) del quotidiano bolognese Il Resto del Carlino (1955-68) e de Il Corriere della Sera (1968-72).

    Nel 1972 inizia la seconda parte della vita di Giovanni Spadolini, quella più propriamente politica: viene eletto, nella circoscrizione di Milano, al Senato della Repubblica nelle liste del Partito Repubblicano Italiano (Pri) di Ugo La Malfa, suo grande amico ed acuto uomo politico che voleva far assumere al piccolo partito mazziniano un ruolo chiave, nella difficile situazione politica ed economica del momento, facendone il ponte per il dialogo tra i maggiori partiti di massa, i particolar modo tra la Democrazia Cristiana (Dc) ed il partito Comunista (Pci).

    Anche nella nuova veste di uomo politico Giovanni Spadolini non abbandona la sua naturale vocazione a bruciare le tappe: nel luglio del 1972 (due soli mesi dopo l’elezione alla carica di Senatore della Repubblica) è eletto Presidente della Commissione Pubblica Istruzione del Senato, nel 1974 diventa il primo Ministro dei Beni Culturali e Ambientali della Storia d’Italia (dicastero istituito per sua volontà attraverso un decreto legge) nel IV Governo presieduto da Aldo Moro (Dc) e nel 1979 è il primo Ministro della Pubblica Istruzione non democristiano nel V Governo Presieduto da Giulio Andreotti (Dc).

    Insieme all’impegno politico prosegue quello intellettuale e culturale: nel 1976 è Presidente del consiglio di amministrazione dell’Università degli Studi di Milano Bocconi e nel 1980 crea la “Fondazione nuova antologia”. Nel 1979 muove il leader repubblicano Ugo La Malfa e Spadolini, che si era iscritto al partito dell’Edera solo sette anni prima, ne diviene segretario dichiarandosi fautore del proseguimento lungo la linea “Moro-La Malfa”, ossia la linea della Solidarietà Nazionale e dell’incontro di tutte le forze democratiche con il Partito Comunista di Enrico Berlinguer.

    È proprio in qualità di segretario del PRI che il Senatore Giovanni Spadolini otterrà il suo massimo risultato politico: nel 1981, dopo la scandalo della P2 che aveva travolto il reticente Governo presieduto da Arnaldo Forlani (Dc), il Presidente della Repubblica Sandro Pertini (Psi) gli affida l’incarico di formare il nuovo governo: il primo guidato da un non democristiano nella storia dell’Italia repubblicana.

    Dal 10 giugno 1981 al 30 novembre 1981 Spadolini guiderà due successivi governi di pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli) che, nonostante le reticenze del partito di maggioranza relativa e le divisioni tra democristiani e socialisti (non può non tornare alla memoria lo scontro tra le “comari” Nino Andreatta, Ministro del Tesoro democristiano in carica, e Rino Formica, Ministro delle Finanze socialista in carica nel medesimo esecutivo) riesce a dare un’idea di novità nella vita politica del Paese (quella che Indro Montanelli definirà “Odore di pulizia”) soprattutto con l’onestà e la forza con cui Spadolini affronterà e risolverà il problema della P2 e delle sue infiltrazioni negli apparati dello Stato, servizi segreti e di sicurezza in primis.

    Ma il clima politico, nonostante il buon risultato del Pri ottenuto nelle elezioni del 1983, in cui i repubblicani, grazie al cosiddetto effetto Spadolini, riusciranno a capitalizzare gli ottimi risultati d’immagine e d’azione derivati dai mesi di presenza del loro segretario a Palazzo Chigi ed a superare per la prima volta nella loro storia la soglia del 5 % (5,1 % alla Camera e 4,7 % al Senato) e diventando il terzo partito cittadino (alle spalle di Dc e Pci e superando il Psi) in grandi città del nord come Milano e Torino.

    Gli anni ’80 sono caratterizzati dalla diarchia democristiano-craxiana e dal CAF (l’asse Craxi-Andreotti-Forlani) e ogni iniziativa avanzata e sostenuta dal Pri viene cassata. Spadolini sarà Ministro della Difesa nei due Governi Presieduti da Bettino Craxi (4 agosto 1983 – 18 aprile 1987) e poi, nella X legislatura (1987-92) sarà eletto a grandissima maggioranza, coi voti contrari delle sole destre, Presidente del Senato della Repubblica, carica in cui verrà riconfermato nella XI legislatura repubblicana (1992-94) e sarà nominato a Senatore a vita dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel maggio del 1991, la più travagliata in cui si assisterà al dissolvimento dei tradizionali assetti politici e partitici sotto l’onda degli scandali delle inchieste per corruzione e per intrecci tra la politica e la criminalità organizzata.

    Spadolini, uomo irreprensibile e di alta e cristallina statura morale, non sarà nemmeno sfiorato dal sospetto di essere minimamente collegato a nessuna tipologia di reati e saprà svolgere un ruolo di guida in questa difficile fase della storia italiana da perfetto uomo delle istituzioni, insieme ad altri statisti del calibro di Oscar Luigi Scalfaro (Dc, Presidente della Repubblica nel 1992-99), Giorgio Napolitano (Pds ex Pci, Presidente della Camera 1992-94), Giuliano Amato (Psi, Presidente del Consiglio dei Ministri 1992-93) e Carlo Azeglio Ciampi (già Governatore della Banca d’Italia e poi successore di Amato a Palazzo Chigi dal 1993 al 1994) seppe evitare un’involuzione autoritaria e antidemocratica della crisi italiana.

    Già sul finire degli anni ’80 dalla privilegiata postazione della presidenza di Palazzo Madama aveva potuto assistere alla crisi del pentapartito e aveva invitato a porre rimedio a ciò attraverso le riforme istituzionali da farsi con un ampio consenso tra democristiani, comunisti e socialisti. Sfuggitogli il Quirinale (sarà eletto il democristiano Scalfaro) nel 1992 per l’offensiva del morente duopolio Dc-Psi, nel 1994, l’anno della vittoria di Berlusconi e della sua eterogenea alleanza e instabile (durerà solo nove mesi - 226 giorni di permanenza del Cavaliere a Palazzo Chigi) con la Lega Nord di Umberto Bossi (al Nord) e con il Movimento Sociale Italiano – Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini (al Sud), viene eletto alla Presidenza del Senato (al ballottaggio e per un solo voto di un senatore passato eletto nelle fila dell’opposizione, ma prontamente passato alla maggioranza) il berlusconiano Carlo Scognamiglio che, nell’ultima decisiva votazione, sconfigge proprio il Presidente uscente Giovanni Spadolini sul cui nome avevano fatto convergere il proprio voto i senatori del centro, della sinistra e delle minoranze linguistiche che, sconfitti nelle elezioni del 27-28 marzo 1994 a causa di una mancata reciproca alleanza elettorale, hanno potuto, con l’appoggio all’anziano senatore a vita, preannunciare quel comune accordo a dare vita a quella coalizione dei democratici e di centrosinistra che ha portato Romano Prodi alla vittoria elettorale del 1996.

    Umiliato dall’arroganza della nuova classe dirigente che pur professandosi liberale, non lo ha lasciato, lui che liberale era davvero e da più tempo, come ha scritto Indro Montanelli, “morire sulla poltrona più alta di Palazzo Madama “, perché pochi mesi dopo quello sgradevole evento il male che da mesi lo tormentava lo ha privato all’affetto dei suoi cari giovedì 4 agosto 1994.

    Nel momento suprema della dipartita, triste e dolorosa, ci piace ricordarlo come fece il suo amico Indro Montanelli sulla prima pagina de La Voce: uno Spadolini istituzionale, monumentale e monumento vivente a se stesso, ma con quel piglio da ragazzo timido che lo ha sempre contraddistinto (e contribuito a rendere popolare), che sale una lunga scala fatta di libri che scompare fra le nuvole sormontata dal seguente titolo “Buon viaggio professore”.

    Luca Molinari

  8. #28
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    Predefinito tratto da IL CORRIERE DELLA SERA 2 agosto 2004

    GIOVANNI SPADOLINI
    A dieci anni dalla morte, l’attualità della sua lezione su Stato e Chiesa

    Se il «Tevere più largo» rompe gli argini

    «Il Tevere più largo». Questo il titolo del «fondo» di Spadolini sul Resto del Carlino del 13 settembre 1958. Quindici giorni prima, Giovanni XXIII aveva sostituito Eugenio Pacelli sul trono papale e l’allora direttore del quotidiano bolognese prendeva lo spunto da un telegramma di risposta del nunzio apostolico agli auguri di Malagodi e della direzione del Pli per il pontefice, nel quale Roncalli non aveva esitato a impartire loro la «benedizione apostolica». Per Spadolini quel segnale significava «il superamento dei fossati del Sillabo , la vittoria sui rancori e sui risentimenti del passato». Anche altri sintomi segnalavano, a suo avviso, il revirement della politica vaticana, che egli da storico ricollegava alla svolta «conciliatorista» di Pio X. Un revirement che battezzò, appunto, con la formula che ha avuto larghissima fortuna: «Un Tevere sempre più largo e profondo tra le due Rome». Ripubblicando quel testo nel 1967 in una raccolta di scritti così intitolata, richiamava una serie di altri interventi giovannei sulla medesima linea (rispondendo all’indirizzo di Fanfani in occasione del centenario post unitario, il Papa aveva parlato del Risorgimento come evento «provvidenziale») insieme al discorso dell’allora cardinale Montini in Campidoglio su Roma capitale. Si augurava, anche, che nessuno dovesse più dire quanto De Gasperi aveva scritto a Spadolini nel 1954: «Quanti, quanti steccati ancora da abbattere». Quarant’anni dopo, intervenendo sul Corriere del dicembre 1995, il cardinale Ruini, presidente della Cei, tornerà ancora ad auspicare il superamento degli steccati storici.
    Singolare ventura quella di Giovanni Spadolini: studioso profondo e storico di «prima mano» dei rapporti tra le due rive del Tevere, si trovò da leader repubblicano, prima, da presidente del Consiglio, poi, a essere, con Bufalini, Arfè, Andreotti e Gonella, uno dei principali attori della lunga vicenda della riforma dei Patti Lateranensi - iniziata nel lontano 1965 - nella quale il governo Moro-La Malfa, che lo vide ministro, e il governo da lui stesso presieduto, nel 1981-82, ebbero un ruolo decisivo. Una vicenda tormentata, però, al di là degli steccati «storici», da non poche nuove occasioni di scontro tra le due Rome: divorzio e aborto, con i relativi referendum, riforma del diritto di famiglia, incidente Ior e altre minori tensioni.
    I molti scritti di Spadolini con i documenti dell’ambasciatore Pompei, consigliere di Moro, e con le «agende» di monsignor Bartoletti, segretario della Cei, consentono una ricostruzione sufficiente e una valutazione complessiva di quella difficile fase della politica italiana, durante la quale le due rive del fiume si erano pericolosamente riavvicinate. Quello che va, peraltro, sottolineato, a dieci anni dalla sua scomparsa, è la rilevanza del progetto di nuovo concordato che il presidente del Consiglio Spadolini fece predisporre, tra il febbraio e il giugno 1982, da una commissione governativa di esperti (uno dei quali, però, espressamente indicato dal cardinale Casaroli) e che egli si proponeva di negoziare conclusivamente e personalmente con la Santa Sede. L’inasprirsi dei contrasti tra governo e Vaticano per la questione del Banco Ambrosiano/Ior rese impraticabile questo percorso. Ma, quando, all’indomani della firma dell’accordo concordatario del 1984 da parte di Bettino Craxi e del cardinale Casaroli, Spadolini decise di rendere pubblico il suo progetto, tenne a sottolineare che, senza il passaggio del 1982, «sarebbe stato impossibile arrivare alle conclusioni ratificate il 18 febbraio 1984» e che «le linee principali indicate dal presidente Craxi ricalcano spesso testualmente le linee delle conclusioni» raggiunte durante il suo governo.
    Certo, senza le riforme del decennio 1974-84 e senza la modifica dei Patti del 1929, sarebbe oggi impossibile alla sinistra democratica incorporare forze laiche e cattoliche ed elaborare programmi comuni in quello spirito dialettico senza confusioni che Spadolini aveva immaginato fin dal 1958, battendosi per un «Tevere più largo» contro la «Repubblica conciliare».
    Ma, di fronte alla situazione odierna della vita pubblica, verrebbe da chiedersi se, in ultima analisi, non sia stata proprio la caduta degli steccati a depotenziare, su tutte e due le rive del Tevere, la tensione etica e intellettuale che il grande scontro e le reciproche scomuniche tra Chiesa e liberalismo laico avevano prodotto e perpetuato fino al terz’ultimo decennio del secolo scorso. A quasi centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, si può, forse, avere qualche nostalgia dei tempi dei forti, aperti e leali contrasti, gestibili con il rispetto reciproco e la necessaria dialettica. Gli è che il Tevere sembra aver rotto gli argini e che i suoi rivoli corrono ormai senza controllo al di fuori dell’alveo, con il rischio di compromessi e confusioni che non giovano a nessuna delle due sponde del fiume che divide, da più di un secolo, le due Rome.

  9. #29
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    Sarebbe stato qualcuno anche senza la politica

    di Giulio Andreotti

    Giovanni Spadolini, a differenza di molti di noi, sarebbe stato qualcuno anche se non avesse avuto incarichi politici. Studioso di storia del Risorgimento; giornalista di spicco alla guida del "Resto del Carlino" e poi del "Corriere della Sera"; direttore della prestigiosa "Nuova Antologia": tutti risvolti di una vita intellettuale prestigiosissima.

    Ma anche la sua attività politica si caratterizzò con un taglio culturalmente molto marcato. E per lui fu fatto quello che per altri sarebbe stato impensabile; e cioè la creazione per decreto legge del Ministero dei Beni Culturali. Nei dicasteri tradizionali, del resto (Pubblica Istruzione e Difesa), e nei due turni di Presidenza del Consiglio fu molto attento alla buona amministrazione, ma mai attratto dalla ordinaria amministrazione.

    Dell'Alleanza Atlantica il suo partito era stato fermissimo sostenitore fin dagli inizi e non occorrevano davvero rettifiche di tiro. La preoccupazione di Moro che gli americani sarebbero stati perplessi per le mani tese a Nenni (Premio Stalin) si sarebbe del resto molti anni dopo dimostrata priva di fondamento perché proprio a Washington i socialisti italiani avevano trovato allora a nostra insaputa concreta com prensione.

    Spadolini fu fermissimo nell'indirizzo della apoliticità dei militari e del non sconfinamento dei Servizi dai loro compiti (l'ombra di una interferenza contro Pacciardi in un congresso repubblicano).

    Per una strana congiuntura, Spadolini fu il primo presidente non democristiano dopo trentasei anni, a causa delle polemiche insorte attorno alla loggia P2 che avevano messo in crisi il Ministero Forlani. Ora, per quanto si potesse considerare anomala la loggia del signor Gelli, alla Massoneria non era certamente più vicina la Dc rispetto al Partito Repubblicano (non parlo di Forlani e di Spadolini come persone).

    Il pentapartito di Giovanni durò undici mesi e andò in crisi per il rigetto da parte della Camera di un decreto fiscale del ministro Formica, ma entro lo stesso mese di agosto del 1982 si ebbe la fotocopia del Gabinetto precedente: identico. Ma quella che fu chiamata la lite delle comari, e cioè un chiassoso contrasto tra Andreatta e Formica, portò dopo ottantuno giorni alla crisi dello Spadolini Due, cui successe - in attesa di Craxi - il richiamo in servizio per quattro mesi del Presidente Fanfani.

    Craxi chiamò me agli Esteri e Spadolini alla Difesa. Furono due anni di buon governo, sbilanciati solo da un dissenso di fondo sul rapporto con gli Stati Uniti (la mia formula era: "amici", ma sul riposo e non sull'attenti) e sul problema palestinese.

    Craxi ed io eravamo per il dialogo (Dichiarazione Europea di Venezia del 1980), mentre Spadolini era un israeliano di ferro: tanto da non criticare nemmeno il non rispetto della legge del taglione (occhio per occhio, ecc.) quando per tre israeliani uccisi a Larnaca un bombardamento a Tunisi provocò un massacro.

    La tempesta però venne per la questione del dirottamente dell'Achille Lauro e per la ferma opposizione a consegnare i responsabili agli americani, piombati con prepotenza nell'aeroporto di Sigonella. Circostanza curiosa. Chi ci aveva consigliato di chiedere l'intervento di Arafat era stato il Dipartimento di Stato!

    Il Pri si dissociò dal governo provocando la crisi, tuttavia rappezzata fino al giugno 1986, quando il governo fu battuto su un provvedimento di finanza locale.

    Craxi rimase in sella per altri dieci mesi (il nostro trio evitò sussulti), ma gli scontri tra Craxi e De Mita, segretario della Dc, portarono a nuovi approdi dopo centododici giorni di commissariamento Fanfani.

    Si inserisce qui la fase senatoriale di Spadolini, con anni di splendida presidenza che avrebbe voluto continuare e non fu così solo per un voto di scarto, a favore del candidato di centrodestra Carlo Scognamiglio. Quel giorno Giovanni pronunciò autentiche invettive contro i colleghi; e all'indomani illudendosi su un appoggio dei comunisti pose invano la candidatura alla presidenza della Commissione Esteri.

    Non credo sia una forzatura attribuire la sua morte al doppio trauma della mancata elezione. Il male che silenziosamente lo minava da tempo fece crollare le sue resistenze interne.

    In clinica ricevette una delegazione dell'Università Cattolica di Santiago del Cile, che gli aveva conferito la laurea ad honorem.

    Il "laico" Giovanni Spadolini riceveva l'omaggio di una università cattolica. Non certo immeritato e neppure contraddittorio.

  10. #30
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    Mantenere fede ai suoi principi ideali

    di Oddo Biasini

    Il decimo anniversario della morte di Giovanni Spadolini ha ispirato ricordi e rievocazioni della sua grande figura di storico, statista, politico; gli aspetti della sua esemplare attività in tutti i campi sono stati rievocati e messi nella luce dovuta. Qualche tempo fa, a Bologna, in un Convegno che registrava la presenza e l'intervento di noti studiosi - ed in particolare di illustri direttori di giornali - tema dominante era lo stretto legame tra cultura e giornalismo, materia di cui Giovanni Spadolini fu maestro e guida nelle pagine del "Carlino" e del "Corriere". Questa resta ancora oggi l'eredità universalmente riconosciuta di Giovanni.

    E il "Corriere", che Giovanni diresse, ha sottolineato, lo scorso 1° agosto, la sua grande capacità di intuizione, la sua figura legata per altro a vincoli di profonda, fraterna amicizia con studiosi di alto respiro e capacità, da Claudio Magris a Gaetano Afeltra, da Cosimo Ceccuti a Giuseppe Galasso, a Giovanni Sartori, quest'ultimo stretto a Spadolini da particolare, affettuosa amicizia.

    Ma schietti e profondi sentimenti di amicizia e di affetto, il grande statista sapeva suscitare in chi aveva la fortuna di vivere al suo fianco. La sua giovinezza esemplare lo vide a soli venticinque anni in cattedra all'Alfieri; seguirono la lunga direzione del "Carlino" prima e quella più tormentata, ma non meno magistrale, del "Corriere"; la segreteria nazionale del Pri; i due Governi del 1981 e 1982, la Presidenza del Senato, la nomina a senatore a vita, ed infine la morte prematura e dolorosa che privava l'Italia di uno dei suoi più grandi studiosi e statisti.

    Poco resta dunque da richiamare e da ricordare in chi, come chi scrive, ebbe la ventura di vivere al suo fianco, di collaborare alla sua attività e soprattutto di trarre prezioso profitto dalla collaborazione con lui.

    Resta certamente in chi visse al suo fianco la pagina di un'amicizia profonda e fraterna che mai conobbe l'alternarsi con sentimenti diversi a quelli che ci legarono fin dall'inizio dell'incontro con lui.

    Spadolini seppe rinnovare il partito nella struttura, nella storia, nell'attività quotidiana ad ogni livello di impegno, con quell'azione profondamente premiata da una sensibile crescita di consensi.

    Noi che gli fummo discepoli al di là di ogni limite di età, lo ricordiamo nei particolari che ci legarono a lui nella intimità della nostra attività comune: chi scrive queste righe commosse ritorna al primo incontro con Giovanni su di un treno affollato che portava da Roma a Firenze; avevo al mio fianco un caro amico scomparso - Libero Gualtieri - e ponemmo (così abbiamo sempre pensato) le prime pietre dell'adesione di Giovanni al Pri.

    Ricordo quella giornata di caldo luglio a Cesenatico, l'incontro con Giovanni (fu la prima ed unica volta, credo, che vidi Giovanni togliersi la giacca) quando insieme delineammo la forma del passaggio della segreteria nazionale del Pri da chi scrive all'intelligenza e alla passione di Giovanni Spadolini.

    Ricordo la collaborazione stretta - che con lui continuò fino alla sua scomparsa - quando venivo richiamato alla responsabilità della segreteria del Pri dalla quale si allontanava nei tempi che lo portavano ad incarichi e responsabilità di prestigio nazionale.

    Ricordo gli ultimi giorni della sua vita, le ultime parole che da lui mi fu dato di ascoltare. Il vuoto che egli avvertiva e la dolorosa consapevolezza di quanto stava precipitando nel Paese.

    E spero ancora che nel nome di Giovanni Spadolini, in una rinnovata fedeltà ai principi a agli esempi che egli ci ha lasciato, si possa ricostruire il lascito dei suoi insegnamenti.

 

 
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