C'è stato un periodo che gironzolavo per letti diversi in quel di Firenze, in casa di amici e amiche, valigia sempre pronta allo scattar del terzo giorno per evitar di esser guardato come un pesce maleodorante. Ché va bene che l'omo ha da puzzà, ma un gentiluomo come me non può certo tramutarsi in sarago. Il giorno frequentavamo insieme un corso, poi tiravo a sorte per dove andare a dormire. Il bello è che avevo una casa, ma vuoi mettere?
Ho visto una casa vecchissima che sembrava un basso napoletano, dipinto con colori che nemmeno i villaggi tirolesi, un misto tra Rione Sanità e Vipiteno, con un ampio cortile luminoso e desolato davanti e un retro antico, un corridoio con mura altissime, un retro così antico che mi pareva di vederci i fantasmi dei guelfi o ghibellini che andavano a pisciare sui muri. Diciamo un misto tra Rione Sanità, Vipiteno e il Bronx. Vicini di casa, una coppia di artisti cileni new-age che evidentemente facevano yoga con foga, considerate le grida e i rumori di cose spaccate. Il delizioso bivani a piano terra era abitato da una quarantenne milanese pubblicitaria divorziata che si nutriva d'orzo e voleva iniziare daccapo. Ha insistito tanto per vedere non so quale film turco o rumeno, ora non ricordo, avevo metaforicamente dipinto gli occhi sulle palpebre, come nei fumetti. Ho visto poi una casa dominata da un enorme gatto bianco, gelosissimo e guardingo, che mi guardava in cagnesco, un gatto-cane bellissimo, che di notte luccicava come fosse fosforescente, e un'intera famiglia a lui totalmente asservita, come fosse un episodio di Twilight Zone.
Ho visto anche la solita casa di universitari, ché son tutte uguali, dappertutto, un 5 vani che racchiudono 5 mondi diversi, e la convivenza è solo in una cucina spelacchiata, in cui i cartoni di latte hanno su scritto il nome della proprietaria, e i bicchieri sono quelli della Nutella, in cui ci sono cessi mai più puliti perché qualcuno, ormai non si sa nemmeno più quando, ha disatteso alla rigidissima scaletta delle pulizie, di solito attaccata con un magnete dei puffi al frigorifero.
Ma la mia casa preferita era un'altra e lì praticamente mi stabilii, forte dell'amicizia con una delle ragazze che vi abitava e dell'assenza di un'altra coinquilina, che tornava al paesello. Era al primo piano: al secondo stava un hotel per turisti e al pianterreno un ristorante per turisti, ed era come se quel appartamento resistesse stoicamente per non essere schiacciato, inglobato, frantumato da giapponesi sorridenti e con le gambe sghembe e americani con i calzoncini corti. Come se fosse una casa in gabbia. La finestra dava sulla bellissima p.za del Mercato Vecchio, da cui guardavamo giovani uomini dell'est giocare a dadi accanto alla cabina telefonica e ad un paio di alberi frondosi, e i bancarellari tornare la sera con i loro carretti a rimettere tutto nei garage di una strada laterale. Bisogna fare anche attente manovre, che i carretti entrano nei loculi al millimetro, per il giusto riposo notturno. Pian piano quella casa divenne un centro di raccolta di variegati figuri. La sera, insieme ad un amico, chi diavolo lo sa perché, danzavamo con le panze finte davanti alla finestra illuminata, entrando e uscendo dalla visuale come fantasmi buffi, come irridenti uccellini. La finestra era perfettamente visibile dalla piazza, di tanto in tanto ci sdraiavamo sul cornicione, alla guisa di sordidi tamarri, per scandalizzare i turisti di passaggio e i mangiatori di pizza sottostanti, che nemmeno il coraggio di far foto avevano. Peccato: l’avrei comprata per tutti i soldi che mi ritrovo nel portafoglio.
Ci sono ripassato qualche giorno fa e le finestre erano chiuse, come un sipario.




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