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    Predefinito Bossi: la devolution non basta...

    Il senatur affida alla Padania i suoi progetti sulla devolution. "Un nuovo accordo di maggioranza sulla Camera delle Regioni e sui giudici della Consulta".



    ROMA - Se qualcuno si illudeva di convincere Bossi a ammorbidire la sua posizione sulla devolution dovrà ricredersi. Non solo la versione del disegno di legge uscita dal Senato dovrà essere confermata parola per parola, ma lo Stato maggiore della Lega intende ora allargare il campo e aggiungere anche la Camera delle regioni e la nomina di giudici regionali nella Consulta alla già difficile intesa raggiunta con le altre forze della Casa delle libertà.

    Insomma, Bossi non demorde. E affida il rilancio alla Padania, con un corsivo che riferisce il suo pensiero (attribuibile al direttore) e con una intervista-fiume al suo capo di gabinetto Francesco Enrico Speroni. Bossi prende spunto dalle critiche - ma anche dalle lodi - che il politologo Panebianco gli aveva rivolto sul Corsera per non aver previsto nel progetto "una contestuale riforma federalista del Senato". Il leader leghista sta al gioco, e mentre fa dire a Speroni che un conto è scrivere sui giornali e un conto sono gli accordi che passo dopo passo devono essere raggiunti da chi fa politica, lui aggiunge contestualmente che "sono tutte cose che verranno e che sono previste dall'agenda dei lavori".

    Alla Lega, aggiunge poi Speroni, basterebbe in realtà anche la devolution così com'è uscita dal Senato. Sarebbe già un bel risultato, anche perché la Camera delle Regioni - se si guarda agli altri stati federali "non è un obbligo": gli usa e la Svizzera, per esempio, non ce l'hanno. Bisogna poi fare i conti fra i programmi del Carroccio - "Nel progetto della Lega c'è sia la Camera rappresentativa delle Regioni sia la magistratura locale", aggiunge Speroni - e quello che in realtà è possibile ottenere da una maggioranza di centrodestra in cui figura anche il più strenuo oppositore della devolution che è Domenico Fischella.

    "Quello che oggi in tema di riforma pare possibile, quantomeno all'interno della coalizione, è il federalismo come base di partenza, poi la Camera delle Regioni - elenca Speroni - e una composizione della Corte Costituzionale che tenga conto delle possibili modifiche costituzionali che sembra trovino la possibilità di essere attuate da parte della Cdl". Non c'è invece spazio per l'istituzione della magistratura regionale: "Per ora è un'idea solo della Lega di cui non si è molto parlato all'interno della coalizione. Per il momento non vedo grosse possibilità di attuazione".

    Ma il resto sì, quello dovrà procedere anche in virtù di un nuovo accordo che la Lega proporrà alla maggioranza. "Noi, all'interno della Casa delle libertà abbiamo portato a casa come programma le devoluzione così come è stata approvata dal Senato", prosegue Speroni. Camera delle Regioni e giudici regionali della Consulta dovranno essere aggiunti "con un accordo ulteriore che deve essere perfezionato".

    Ma ce la si farà a lasciare intatto il testo anche nel passaggio alla Camera? ""Fino a pochi giorni fa il Quirinale sosteneva l'opportunità di riforme passo dopo passo, oggi invece sembra che dal Colle giunga un'indicazione del tutto opposta per fare una riforma globale". E su questo ora Bossi e il governo stanno riflettendo, anche se Bossi e la Lega restano convinti che la riforma vadano fatte "passo dopo passo". E lanciano un segnale ad An sul presidenzialismo: "Non fa parte del programma della Cdl, ma considerato che all'interno della coalizione ci sono forze che lo sostengono, è uno dei temi in discussione. Bisogna discutere...". Come a dire: se appoggiare la devolution, che è nel programma, forse noi riusciremo a farvi spuntare il presidenzialismo, di cui invece nel programma non c'è traccia.

    (28 DICEMBRE 2002; ORE 10:45)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito lo avevamo detto....

    La rivincita degli euroscettici
    Da Martino a Bossi: «Siamo più poveri»

    Roma Pochi giorni fa aveva quasi esultato, con la sicumera di chi poteva dire: l’avevo detto. Il ministero della Difesa Antonio Martino , esperto economista di scuola liberale; di fronte ai primi bilancio sull’effetto-euro, aveva ricordato come un anno fa, di questi tempi, aveva messo in guardia. E così ora ripete: «L’euro ci ha impoverito». Adesso a dargli ragione arriva uno dei suoi bersagli preferiti, uno dei suoi oppositori storici, quel Wim Duisenberg che regge la Banca europea. Ma l’elenco degli euroscettici è lungo, o almeno lo era fino a qualche anno fa. Adesso la pattuglia si è un po’ ridimensionata, anche perchè - se non per i consumatori - ma per i mercati e le economie nazionali la stabilità indotta dalla moneta unica sono fattori di successo innegabili. Un altro molto freddo con la moneta continentale era stato l’attuale Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio , per la verità più critico verso la politica della Bce che non nei confronti delle banconote e i famigerati cents. Qualche mese fa, comunque, Fazio aveva significativamente evidenziato che «l’impatto sull’inflazione al consumo è stato moderato e comunque in linea con le attese». Ma la schiera degli euroscettici era più larga: oltre a Martino, anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti non aveva brillato per entusiasmo. E poi i leghisti, dal ministro Umberto Bossi al suo collega Roberto Maroni . E anche Roberto Castelli , il Guardasigilli, in campo giudiziario, non ha mai nascosto di non essere del tutto favorevole a una piena integrazione fra i Paesi del Vecchio Continente. E fra gli euroscettici, però su opposte postazione politiche, si devono contare anche verdi come Carlo Ripa di Meana e i Rifondatori, con Bertinotti in testa, secondo i quali i costi della moneta unica sarebbero ricaduti sui lavoratori. Tuttavia nelle perplessità sull’euro, prima dell’introduzione, si ritrovarono, in qualche modo, accanto a Bertinotti anche personaggi di tutt’altra estrazione e mestiere, un nome per tutti, Cesare Romiti . Ma anche il presidente di Confindustria, Antonio D’Amato , in tanti casi, è stato iscritto d’autorità nell’elenco degli euroscettici. Anche se poi si ripiegò su posizioni ancora più sfumate preferendo motivare i dubbi con lo stato e l’organizzazione del sistema-Italia.

 

 

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