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Discussione: Veleni laicisti

  1. #251
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    Il Giornale di Vicenza





    Lunedì 22 Settembre 2008

    PORTA PIA «Una data importante»

    Anche un solo morto è già troppo, ma i 68 caduti (48 italiani; 20 papalini) di quel martedì 20 settembre 1870 a Roma bisogna convenire che non sono molti. Dopo cinque ore di combattimento, dalle 5 alle 10 di mattina, le forze del gen. R. Cadorna ebbero ragione di quelle del gen. H. Kanzler, e attraverso la Breccia (di 30 m.) di Porta Pia penetrarono nella capitale. Insieme con il proprio giorno di nascita e con quello di Cristo è questa la data più importante di tutta la nostra storia; è quella, la Breccia (nei pressi della Stazione Termini), il luogo romano da visitare per primo; è questa la ricorrenza politico-militare-civile che dovremmo inchiodare a spartiacque fra la vecchia e la nuova Italia. Avremo noi il coraggio e la volontà di festeggiare degnamente un simile appuntamento?

    Gianfranco Mortoni




  2. #252
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    Predefinito "Quando i musulmani erano cristiani"


    E' difficile, in un solo scritto, accumulare tante enormità quante ne ha accumulate Gilberto Muraro nel suo articolo "Quando i musulmani erano cristiani" ("Mattino di Padova" del 21 ottobre 2008).
    Il primo sfondone è il concetto di "separazione fra Stato e Chiese" (chissà perché al plurale: la Chiesa è una), che il Muraro fa risalire nientemeno che all' "insegnamento di Cristo", quando è noto financo agli studenti delle scuole medie (cattolico integrali) che la "separazione" cavourian-giolittiana, notoriamente di matrice protestante, è la caricatura e la contraddizione della cattolica "distinzione nella collaborazione" tra le due sfere, con lo Stato autonomo dalla Chiesa ma a essa subordinato come il corpo all'anima, concordemente insegnata per quasi due millenni dal Magistero e riflessa financo nella dantesca "Monarchia", pure come si sa finita all'Indice. Concezione di cui non si hanno più tracce nella realtà almeno dalla caduta dell'Impero asburgico (1918), non a caso fermamente voluta dalla massoneria, ma che nondimeno rimane l'unica dottrina cattolica sui rapporti Stato-Chiesa. Il Muraro vorrebbe invece che le parole di Cristo sul "dare a Cesare quel che è di Cesare" fossero il fondamento di tale "separazione" (sempre condannata dai Papi, vedi per esempio la "Pascendi" di S. Pio X e la "Libertas praestantissimum" di Leone XIII). E vorrebbe che tale protestantissimo concetto fosse pacifico per i cattolici, i quali quindi dovrebbero accettare lo "Stato laico", nato proprio in contrapposizione a quello cattolico e alla dottrina della Chiesa!
    Il paragone fra i cattolici nello Stato liberale e gli islamici oggi, che vorrebbe essere illuminante (non a caso a esso è ispirato il titolo stesso dell'articolo) è invece quanto mai fuorviante, dato che non tiene conto del piccolo particolare che...il cattolicesimo è l'unica religione rivelata, e quindi vera! (Non a caso, quando ancora ragionava, anzi quando era tale, la Chiesa non ha mai rivendicato la libertà "per tutte le religioni", ma sempre i diritti dell'unica religione rivelata, anche laddove fosse minoritaria).
    Non so poi chi siano i "cattolici che si riconoscono nella dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti", notoriamente ispirata ai principi massonici e giudeoprotestanti: certamente non i cattolici veri, come ben spiegato da Luigi Copertino anche di recente in una relazione al convegno di studi cattolici di Rimini, e come ampiamente illustrato da molti studiosi tradizionalisti.
    Con buona pace di Joseph Ratzinger, non esiste infatti, come ha ricordato nello stesso convegno Matteo D'Amico, una "laicità positiva", la "laicità" moderna essendo tutta sotto il segno della gnosi, quindi dell'anticristianesimo più radicale (basti pensare che il concetto di libertà religiosa nesce nell'ambito dell'antitrinitarismo sociniano).
    Del pari falso è che "il Risorgimento non abbia creato problemi spirituali", come sarebbe dimostrato dal fatto che lo (scomunicato) re Vittorio Emanuele mantenne la definizione di cattolicesimo come religione di Stato: questo semmai dimostra il contrario, cioè che nemmeno un liberale scomunicato si sognava nell'Ottocento che tutte le religioni, l'unica vera e tutte quelle false, potessero essere messe nello stesso calderone, come oggi "insegna" persino il Vaticano (apostata)!
    Che la Conciliazione riguardasse solo "questioni mondane" è ugualmente convinzione totalmente infondata, del che il Muraro potrebbe sincerarsi se solo avesse la pazienza di leggersi i diari di don Davide Albertario, che per quelle "questioni mondane" spese la vita e soffrì anche il carcere, nonché la congerie di scritti del cattolicesimo intransigente (a lungo rappresentato dall'Opera dei Congressi), così ben studiate da uno storico di pur diversissima estrazione come Giovanni Spadolini. Per molti quella "separazione" fu un vero dramma spirituale, perché scindeva il credente dal cittadino.
    Veniamo a un'altra "bomba" dell'articolo. Muraro parla di una "conciliazione nei cuori e nelle menti che ha portato i cattolici (non propri tutti, ma quasi) a condividere l'idea, espressa nell'anzidetta Dichiarazione, che la sovranità popolare è un dono di Dio, non una trasgressione al potere divino, poiché il Creatore ha fatto gli uomini uguali e liberi, e li ha dotati del diritto di scegliere il governo che ritengono più adatto ad aiutarli nella ricerca della sicurezza e della felicità".
    Qui è bene parlar chiaro. Quei sedicenti "cattolici" sono tali solo di nome, perché Dio non ha affatto dotato gli uomini del diritto di scegliere il governo che ritengono più adatto ad aiutarli nella ricerca della sicurezza e della felicità, qualora questo governo violi i diritti di Dio stesso e della Chiesa (come avviene in tutti gli Stati moderni, che legiferano contro la legge naturale e contro quella divina per esempio in tema di aborto, divorzio, pornografia, omosessualità ecc.). Ancora una volta si parla subdolamente, giocando con le parole, per ingannare i semplici.
    Sulla stessa linea si legge il blasfemo invito "a lasciar perdere il Sillabo e a leggere il Vangelo", come se un documento del Magistero pontificio potesse essere in contrasto con il Vangelo, idea del tutto bislacca (e protestante). Inutile aggiungere poi che questo sarebbe, nel più puro stile luterano, un "tornare alle fonti" (quando mai gli eretici non hanno detto altrettanto?).
    Ancora:"Occorre che si affermi un'interpretazione evolutiva delle fonti, che riesca a conciliarle con i principi di dignità della persona, di libertà religiosa, di parità tra uomo e donna, di reciproca tolleranza, su cui si fonda lo stato liberale.
    L'"interpretazione evolutiva delle fonti" è stata da oltre cento anni condannata da S. Pio X nella Pascendi e poi di nuovo da Pio XII nella Humani generis: ma qui la novità esilarante è che i cattolici dovrebbero rinnegare la dottrina rivelata per rientrare nei canoni liberal-democratici, ossia di una concezione che è la negazione stessa della fede che professano ("Il liberalismo è un peccato" scrisse nell'Ottocento, con calda approvazione pontificia, il teologo Sarda y Salvany). La Chiesa ha sempre insegnato che è il mondo che deve convertirsi a Cristo. Qui invece si pretende che sia la Chiesa a convertirsi al mondo e a obbedire ai suoi (satanici) dogmi. E si presenta questo come fedeltà al cattolicesimo!
    Soluzione (inevitabile a questo punto): "bisogna favorire i fermenti liberali dell'Islam".
    Soluzione cattolica: bisogna che l'Islam si converta a Cristo (l'Islam non spaventa perchè poco liberale, al contrario perché anticristiano).
    Quindi da premesse così radicalmente sbagliate non poteva che derivare una soluzione ancor più sbagliata.
    Il Muraro è ordinario di scienza delle finanze alla facoltà di giurisprudenzxa di Padova, nonchè (incomprensibilmente, per uno che a quanto pare fa professione di cattolicesimo) presidente di sezione dell'associazione mazziniana.
    Perché non si occupa (glielo chiesi già una volta, naturalmente senza risposta) della materia di sua competenza, senza pretendere di veleggiare in mari a lui così largamente sconosciuti, con rischio pressochè certo (lo si è visto) di naufragio?


    Franco Damiani



    QUANDO I MUSULMANI ERANO CRISTIANI

    Gilberto Muraro

    Il Mattino di Padova, 21 ottobre 2008

    Non vorrei sembrare il politico italiano creato da Guareschi, quello che per non scontentare nessuno gridava «viva la Repubblica, viva il Re», ma sulla questione delle moschee mi sento di dar ragione sia a Camon che a Zanonato. Ha ragione Camon a sostenere che l'Islam è per noi un grave problema, con la sua posizione sulla donna e sulla supremazia in generale della legge religiosa rispetto a quella civile. E ha ragione Zanonato a chiedere: e allora, che facciamo? Sarebbe bello se tutti i residenti in Italia e in Europa fossero rispettosi della separazione tra Stato e Chiese, sull'orma dell'insegnamento di Cristo - date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (Matteo 22) - che è, a mia conoscenza, la migliore sintesi dello stato laico. Ma così non è, né si pu pensare di far marcia indietro. Allora bisogna convivere, cercando di parare il peggio e di trarre il meglio dalla diversità. Personalmente ribadisco la ricetta già esposta su queste colonne (il 3 dicembre 2006): mantenere fermi i urincini dello stato liberale ma tendere la mano per primi anche in assenza di reciprocità, in particolare per ci che concerne i luoghi e i modi di culto. Ad avvalorare tale ricetta, non sicura ma valida per mancanza di alternative, invitavo e invito a ricordare che per oltre un secolo negli stati cristiani e liberali dell'Occjdente i cattolici soflo, stati quelli che sono gli islamici oggi. All'origine dello stato liberale, chi avrebbe potuto pensare che un giorno anche i cattolici si sarebbero riconosciuti nella Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti del 1776? Se fossero stati a Roma anziché a Filadelfia, i Padri fondatori sarebbero probabilmente finiti sul patibolo pontificio, aggiungendosi alla lista dei liberali italiani che su quel patibolo li avevano preceduti e li seguirono. E quasi un secolo dopo, Vittorio Emanuele Il, reo di avere abbattuto lo Stato della Chiesa, veniva scomunicato a dispetto della sua profonda fede cattolica. Eppure sappiamo che alla fine la conciliazione è avvenuta. Non parlo ovviamente della Conciliazione formale del 1929. che riguardava questioni mondane dato che il Risorgimento non aveva mai creato problemi spirituali (lo scomunicato re Vittorio volle anzi mantenere il testo costituzionale che dichiarava il cattolicesimo religione di Stato, mentre le altre religioni erano «tollerate»). Parlo della conciliazione nei cuori e nelle menti che ha portato i cattolici (non propri tutti, ma quasi) a condividere l'idea, espressa nell'anzidetta Dichiarazione, che la sovranità popolare è un dono di Dio, non una trasgressione al potere divino, poiché il Creatore ha fatto gli uomini uguali e liberi, e li ha dotati del diritto di scegliere il governo che ritengono pi adatto ad aiutarli nella ricerca della sicurezza e della felicità. Con l'Islam il percorso e pi difficile e aleatorio. Non c'è nel Corano un'affermazione perentoria sulla separazione delle sfere simile a quella di Cristo; e quindi non si pu semplicemente dire agli islamici di tornare alle fonti, come si è fatto con i cattolici invitati a lasciar perdere il Sillabo e a leggere il Vangelo. Occorre che si affermi un'interpretazione evolutiva delle fonti, che riesca a conciliarle con i principi di dignità della persona, di libertà religiosa, di parità tra uomo e donna, di reciproca tolleranza, su cui si fonda lo stato liberale. Certezze non ci sono, in questo campo. Ma elementi di speranza, sì. Ci sono nel passato - i lunghi periodi di Islam moderato ricordati da Jori - e ci sono oggi e in prospettiva. Si pensi alla recente legislazione matrimoniale in Marocco, non ancora identica alla nostra, ma già molto lontana da quella vigente in stati islamici tradizionalisti. Si pensi alla larga rappresentanza di studentesse nelle università egiziane e iraniane, che non potranno non farsi sentire in futuro nelle loro comunità. Riprendo allora il «che facciamo?» di Zanonato e non ho dubbi che l'unica via da seguire sia quella di aiutare la crescita di questi fermenti liberali, non di affossarli negando diritti fondamentali come la libertà di culto o addirittura attuando volgari e dissennate provocazioni, tipo la passeggiata con il maiale sul luogo destinato alla moschea, che darebbero ragione e alimento agli estremisti. ***

  3. #253
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    Interessante l'articolo di Luca Orsenigo sull'Inquisizione a Venezia (a proposito del libro di Federico Barbierato "La rovina di Venetia in materia di libri prohibiti")..
    E intrigante il finale:
    "Al di là infatti delle discutibili motivazioni insite in ogni divieto di leggere questo o quello e dei relativi roghi di pagine stampate (con i quali vanno a nozze le dittature), la domanda intorno a chi sia chiamato a controllare i controllori, qualsiasi sia l'epoca e luogo, resta infatti aperta. E lo stesso vale per l'ipocrisia della doppia morale, una pubblica e una privata, come ben dimostra fra' Bonaventura inquisitore mai inquisito. Per non parlare poi dell'inutilità della stessa proibizione (dei libri in questo caso) volta più a sollecitare domanda e interesse che a debellare un'insana e peccaminosa attività (la lettura, qui). Il primo capitolo dei Promessi Sposi, laddove si parla di gride e bravi, potrebbe aiutare a far chiarezza senza far polemica, ma appunto, «così va spesso il mondo».
    Intrigante e molto attuale: è vero, "la domanda intorno a chi sia chiamato a controllare i controllori, qualsiasi sia (sic) l'epoca e il luogo, resta infatti aperta". Oggi, per esempio, vanno al rogo i libri o anche i semplici opuscoli del cosiddetto revisionismo olocaustico. I cui autori, però, incorrono in pene ben altrimenti pesanti di quelle del libraio de' Negri: carcere duro, esilio, estradizione, "democratiche" botte (Faurisson), licenziamenti, morte civile.
    "Lo stesso vale per l'ipocrisia della doppia morale": perfetto anche questo. "Democratici e pluralisti" all'esterno, implacabilmente intolleranti contro chi non si adegua al totalitarismo giudeocentrico: sembra un ritratto dell'epoca contemporanea.
    Quanto all'"inutilità della stessa proibizione, volta più a sollecitare domanda e interesse che a debellare un'insana e pericolosa attività (la lettura, qui)" si potrebbe pure concordare, se non vivessimo in un'epoca assai più totalitaria di quella della blanda Inquisizione veneziana. L'industria culturale può oggi distruggere un libro e un autore senza bisogno di bruciarli fisicamente: basta che non ne parli e sarà come se non esistessero.
    Invito quindi Orsenigo a proseguire nelle sue ricerche, magari attualizzandole un pochino.

    Franco Damiani

    Subject: "Venezia, l'Inquisizione, i libri: la doppia morale della censura"


    A un certo punto sembra quasi che questo Salvatore de' ...A un certo punto sembra quasi che questo Salvatore de' Negri, di professione libraio a san Rocco, proprio dietro ai Frari, sia al centro del più incredibile traffico di libri proibiti che si sia mai visto. Tanto che c'è chi lo ritiene la rovina di Venetia in materia de' libri prohibiti.
    Correva il XVII secolo al tempo dei fatti narrati da Federico Barbierato, ricercatore di storia moderna all'Università di Verona, e il suo libricino, appunto "La rovina di Venetia in materia de' libri prohibiti" (Marsilio, pagine 82 10,00), se da una parte rimette in scena la scure censoria del Sant'Uffizio veneziano, ripercorrendo fedelmente gli atti processuali a carico di Salvatore de'Negri dal 1628 al 1661, dall'altra ci offre un vivido spaccato della società lagunare di quel tempo e dà materia a ripensare i rapporti tra libertà di pensiero e censura ora e sempre. La vicenda, emblematica di un tempo tutto dedito a stabilir regole e divieti, è quella di un pover uomo che commercia anche in libri proibiti nel tentativo forse di vivere meno miseramente di quanto già non fosse. Ma i suoi acquirenti, vuoi per paura, vuoi per senso di colpa, vuoi per furbizia lo hanno spesso denunciato dopo averne goduto i servigi. E fin qui tutto chiaro. E pur se di Inquisizione non si moriva ormai quasi più, e a Venezia poi men che meno, l'Inquisizione era sempre l'Inquisizione e tra multe e carcere (domiciliare anche soltanto) poteva ben rovinare un'esistenza.
    I fatti, tutti da leggere, come un giallo d'invenzione, si complicano quando nel corso delle deposizioni processuali fa il suo ingresso fra' Bonaventura Perinetti da Piacenza, un commissario del Sant'Uffizio di Belluno, un collega dei giudicanti insomma, lui stesso dedito al commercio di libri proibiti che di volta in volta sottraeva ai tanti ritirati ai letterati peccatori. Come finisce la faccenda? In questo caso, ovviamente, con un nulla di fatto, infine, parecchi anni dopo, con un'abiura e nient'altro. «Così va spesso il mondo voglio dire così andava nel secolo decimosettimo» chiosava già argutamente il Manzoni nel narrare le vicende dei Promessi Sposi, guarda caso proprio nel 1628, gli stessi anni del libraio Salvatore de'Negri.
    Ma il lavoro di Barbierato dà materia a pensare ben più a fondo il rapporto tra potere e cultura. Al di là infatti delle discutibili motivazioni insite in ogni divieto di leggere questo o quello e dei relativi roghi di pagine stampate (con i quali vanno a nozze le dittature), la domanda intorno a chi sia chiamato a controllare i controllori, qualsiasi sia l'epoca e luogo, resta infatti aperta. E lo stesso vale per l'ipocrisia della doppia morale, una pubblica e una privata, come ben dimostra fra' Bonaventura inquisitore mai inquisito. Per non parlare poi dell'inutilità della stessa proibizione (dei libri in questo caso) volta più a sollecitare domanda e interesse che a debellare un'insana e peccaminosa attività (la lettura, qui). Il primo capitolo dei Promessi Sposi, laddove si parla di gride e bravi, potrebbe aiutare a far chiarezza senza far polemica, ma appunto, «così va spesso il mondo». Luca Orsenigo

    http://www.ilgazzettino.it/Visualizz...0-31&Pagina=18



  4. #254
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    Secondo Camon l'amore di Dio esclude quello per l'uomo: significa che non ha capito nulla della religione. "Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso": in questo duplice comandamento si racchiude tutta la dottrina cristiana. Solo in Dio si può amare il prossimo, perché solo Dio sa qual è il vero bene di ognuno di noi: nemmeno noi stessi lo sappiamo. Quanta finta saggezza e quanta presunzione in chi scrive quelle cose su Eluana..

    Franco Damiani

  5. #255
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    Mattino di Padova 3 novembre 2008

    L'Islam "brutto, sporco e cattivo"

    di Giulio Rizzoli*

    L'Islam: brutto, sporco e cattivo. Intervenendo nel dibattito sull'Islam, il prof. Giuseppe Zaccaria giustamente nota che nel definire le regole della convivenza civile, all'incrocio di diverse culture, "vediamo molto spesso entrare in azione le deformazioni incrociate dello sguardo". Nel caso in questione, "lo sguardo dell'occidente viziato da un senso di superiorità e di dominio, quello dell'Islam da complessi di inferiorità o di vendetta".
    La rappresentazione a cui parte degli italiani hanno semplicisticamente aderito è quella di un Islam, parafrasando un titolo di Sergio Leone, "brutto, sporco e cattivo". Che l'Islam sia "brutto" è facilmente confutabile pensando ai dioielli architettonici e ai tesori che esso ha lasciato nella sua lunga storia europea a Cordoba, Siviglia, Granata e Palermo e ha disseminato nel suo gigantesco bacino di influenza, che raccoglie ormai un bilione di uomini.
    Che sia "sporco" è contraddetto dal Corano in cui si afferma che "la pulizia fa parte della professione di fede", che "chiunque va a dormire e le sue mani non sono ripulite dal grasso e da ciò ne ricava nocumento non deve rimproverare nessuno se non se stesso", che "lavarsi i denti purifica la bocca ed è gesto gradito a Dio" (Il profeta comandava di "lavarsi le mani prima di mangiare" e ha ordinato: "proteggete sempre gli utensili per cucinare e proteggere sempre i cibi e le bevande").
    Il Corano va oltre le le semplici misure igieniche e prescrive ai suoi fedeli moderne misure epidemiologiche. E' prescritto ad ogni mussulmano di "lavarsi la testa e il corpo ogni settimo giorno", è prescritto l'obbligo di "cercare di curarsi, poiché Dio crea le malattie assieme alla loro cura" e "per ogni malattia c'è una medicina: se la medicina giusta viene data, ci sarà la possibilità di cura".
    Il profeta ha ordinato: "Non fate del male a voi stessi o agli altri, non lasciate che coloro che sono infetti trasmettano la loro malattia agli altri, se sapete che una malattia colpisce una regione specifica, evitate di andarvi e se viceversa essa imperversa nel vostro territorio, non cercate di lasciarlo". (fonte: Islamic Global Health network). Quindi l'Islam è talora molto povero, ma non sporco né privo di dignità.
    L'Islam è "cattivo"? I principi enunciati dai versetti del Corano apertamente contraddicono questa possibilità. Le religioni sono dettate da Dio ma interpretate dagli uomini e, proprio come nel caso in questione, interpretazioni estremiste, razziste, faziose ed irrazionali di principi universalistici sono sempre latenti.
    Prendiamo il caso della "fatva", cosa altro era in origine la "scomunica" emanata dal papa cattolico.(così, senza alcun punto di domanda, n.d.r.)
    Enrico IV dovette recarsi a Canossa e inchinarsi a Gregorio VII poiché all'epoca la scomunica rendeva lo scomunicato un "frei vogel (uccello libero)" che chiunque poteva fiswicamente eliminare senza subire alcuna conseguenza legale, a differenza dell'uccisione di un volatile di proprietà feudale.
    La Jihad islamica è una manifestazione dell'integralismo religioso, di cui non discutiamo filosofia, ragioni e cause, ma come giustamente afferma il prof. Zaccaria "alimentare il sospetto verso il vicino di casa islamico ha come effetto di accrescere difficoltà di convivenza in realtà dettate da causa di natura diversa".
    Oltre a quelle economiche e sociali tra queste cause vi sono tanti cattivi maestri che diffondono il seme della paura invece di predicare quello dell'amore e della tolleranza.

    * ricercatore
    Università di Padova


    Mia risposta

    Anche il 3 novembre il "Mattino di Padova" non ha voluto privare i lettori della sua quotidiana lezioncina di civiltà, affidata questa volta al prof. Giulio Rizzoli, "ricercatore dell'università di Padova", e intitolata "l'Islam: 'brutto, sporco e cattivo' ". (1)

    Si tratta naturalmente dell'ennesimo rozzo attacco al cattolicesimo, sferrato, sotto l'apparenza della cultura e della scientificità, da uno specialista di ...chirurgia cardiotoracica (non sto scherzando: http://www.ctsnet.org/home/grizzoli).

    L'assunto di partenza è che chi è contrario all'Islam lo sia perché crede l'Islam stesso "brutto, sporco e cattivo". Altre motivazioni non vengono prese in considerazione. Non si chiama questo fabbricarsi un avversario di comodo? Ora, anche se appare incredibile, tutto il resto dell'articolo (o quasi, come vedremo) è dedicato a smontare una per una queste critiche. Sulla base di un'approfondita conoscenza di sure del Corano, dunque, il prof. Rizzoli dimostra inconfutabilmente (almeno così crede lui) che l'Islam non è né brutto né sporco né cattivo.
    I primi due scopi vengono raggiunti facilmente con una minuziosa elencazione delle opere d'arte musulmane e dei precetti coranici sull'igiene personale. Centro! l'Islam è, dunque, bello e pulito.
    Ma è anche buono? Qui le argomentazioni cominciano a scricchiolare. La loro chiave di volta è la seguente lapidaria affermazione:

    Le religioni sono dettate da Dio ma interpretate dagli uomini.

    (Cioè sono quei cattivoni degli integralisti che interpretano il Corano in senso violento: esattamente come gli integralisti cattolici interpretano in senso violento il Vangelo).

    E' scritto proprio "le religioni": tutte, dunque, par di capire. Anche il voodoo? Anche quella dello scarabeo sacro? Anche quella deglla dea Kalì e dei suoi strangolatori? Anche il culto di Satana, che per i suoi adepti è una vera religione? Il nostro ricercatore non ci dà elementi per capire: "le religioni", quindi "tutte le religioni".
    Qui uno dovrebbe come minimo prendere il giornale che pubblica queste bestemmie e buttarlo nel ces..tino. Perché è inconcepibile che nell'anno del Signore 2008 un quotidiano, per giunta di una delle regioni e delle province un tempo più "bianche" d'italia, pubblichi questa volgare bestemmia senza che nessuno, prete o laico, reagisca sdegnato.
    Catechismo elementare, a beneficio del Rizzoli: UNA è la religione rivelata da Dio, le altre non sono che idolatrie organizzate, non "religioni" ma peccati contro la virtù di religione: dopo l'omicidio volontario sono OGGETTIVAMENTE il peccato più grave.
    Ma non è finita: per integrare ed esemplificare il suo assunto il Rizzoli non trova di meglio che paragonare ... la fatwa musulmana alla scomunica cattolica, sostenendo senza tema di ridicolo che quest'ultima rendeva lo scomunicato passibile di uccisione da parte di chicchessia: Enrico IV di Franconia, quindi, come un Salman Rushdie qualsiasi. Ripeto che chi scrive queste amenità si definisce "ricercatore dell'università di Padova". Già alle elementari il sottoscritto studiò che la scomunica dell'imperatore lo faceva decadere dal trono e scioglieva i sudditi dal vincolo di fedeltà; sapevo che in genere essa esclude dai sacramenti ma mai avevo sentito nessuno, neanche il più esagitato anticlericale, sostenere che essa renda passibili di assassinio. Siamo, dunque, al delirio.
    In realtà la vera, seria opposizione all'Islam prescinde totalmente dal fatto che esso sia brutto o bello, sporco o pulito. Cattivo sì lo è certamente, ma perché è falso, essendo negatore della divinità di Gesù. "Era questo l'aspetto dell'Islam che ripugnava alla Cristianità, e che motivava ad esempio i combattenti di Lepanto o di Vienna" (don Francesco Ricossa, La politica della Chiesa, l'Islam e l'Occidente, Torino, CIDAS, 2004, p. 11). E di questo, che è l'unico aspetto che conti, l'articolista non dice una parola.
    Nel finale del suo articolo il Rizzoli (non me la sento proprio di attribuirgli il titolo di professore) lamenta che vi siano "tanti cattivi maestri che diffondono il seme della paura invece di predicare quello dell'amore e della tolleranza".
    Io aggiungerei che tra questi "cattivi maestri" un posto di primo piano spetta proprio a lui, che scrivendo queste miserabili falsità alimenta il clima di odio e di violenza anticristiana che è il vero grande problema di oggi, e a chi gliele pubblica condividendone la responsabilità.


    Franco Damiani


    (1) Gli autori di questi testi capitali, che si succedono senza soluzione di continuità, hanno alcune caratteristiche comuni che ormai balzano all'occhio: a) non rispondono mai alle critiche (né in pubblico, dato che i quotidiani che li ospitano si guardano bene dal pubblicare le confutazioni delle loro tesi, né in privato), chiudendosi in un silenzio fra sdegnato e infastidito (chi è il plebeo che osa attentare alla loro autorità?)
    b) dopo qualche tempo ritornano come niente fosse sullo stesso tema aggiungendo altri carichi da otto;
    c) i contenuti dei loro scritti sono tutti riconducibili ai binari del "politicamente corretto" che più corretto non si può;
    d) si esprimono di solito su argomenti lontanissimi dalle loro competenze specifiche.

    I quotidiani che li ospitano si assumono così la gravissima responsabilità di contribuire alla disinformazione e alla diseducazione di massa, anche perché chi dovrebbe reagire (si tratta di solito di volgari attacchi alla morale a alla religione tradizionali) se ne sta zitto e quieto, in tutt'altre faccende affaccendato, e non trova nemmeno un minuto del suo preziosissimo tempo da dedicare alla sana apologetica. Come sarebbero necessari oggi i fratelli Scotton o un don Albertario! Purtroppo non se ne vedono in giro e dobbiamo arrangiarci da soli noi laici, con le nostre scarse conoscenza teologiche sia pur sorrette da tanto entusiasmo e da tanta buona volontà.










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    Predefinito Ferdinando camon sul testamento biologico

    http://mattinopadova.repubblica.it/dettaglio/I-due-testamenti-biologici-di-Mozzi-e-Camon/1488687#commenta

    Quando il malato irrecuperabile, in coma vegetativo, vien tenuto in vita perché non c'è una Legge che ne autorizzi la morte, tenendolo in vita non si ama il malato, si ama la Legge. Quando la Chiesa, di fronte a un malato che non ha più alcun rapporto con noi, è perso nell'incoscienza da un decennio e mezzo, dice che va tenuto in vita perché la vita è di Dio, la Chiesa non ama il malato, ama Dio. Quando il medico dice che la sua Scienza gli insegna come tenere in vita e non come far morire, e che perciò lui terrà in vita anche l'incosciente irrecuperabile, quel medico non ama il malato, ama la Scienza. Ma allora chi ama il malato? Chi vorrei che venisse in mio aiuto, se mi trovassi in quelle condizioni, privo di ogni speranza? Uno che amasse me. E che, vedendomi perduto in una morte-che-non-finisce-mai, mi desse l'unico aiuto possibile: non col lasciarmi morire in cinque giorni, ma spegnendo in me in un istante la coscienza, l'esistenza e la sofferenza. Quest'uomo non amerebbe né la Scienza né la Legge, così come sono oggi. Né Dio, così com'è. Ma aiuterebbe a cambiarli. Dio, per esempio (soffermiamoci un attimo, visto che la Chiesa è la più ferma oppositrice della cessazione della vita), è chiaro che ha deciso che quella vita deve finire, solo che noi, con le nostre macchine, le diamo un prolungamento artificiale che dura all'infinito. E così ci ribelliamo alla sua decisione. Una rivolta crudele e inutile. Se il mio cervello si scollega dalla corteccia, e io non sento, non capisco, non vedo, non rispondo, non ho e non avrò mai più coscienza, il vero amico è colui che mi fa cessare di esistere in un amen.

    Ferdinando Camon

    Accanimento terapeutico, eutanasia e testamento biologico: qual è la vostra opinione? E cosa pensate dell'intervento della magistratura nel caso di Eluana Englaro? Siete d'accordo con l'iniziativa di Giulio Mozzi? Dite la vostra




    Secondo Camon l'amore di Dio esclude quello per l'uomo: significa che non ha capito nulla della religione. "Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso": in questo duplice comandamento si racchiude tutta la dottrina cristiana. Solo in Dio si può amare il prossimo, perché solo Dio sa qual è il vero bene di ognuno di noi: nemmeno noi stessi lo sappiamo. Quanta finta saggezza e quanta presunzione in chi scrive quelle cose su Eluana..

    Franco Damiani

  7. #257
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    Predefinito Il crocifisso "simbolo laico"?

    Il prof. Sergio Benetti approva e loda la sentenza del Consiglio di Stato che definisce il crocifisso nelle aule un "simbolo laico".
    Addirittura arriva a sottoscrivere l'affermazione secondo cui esso rappresenterebbe e richiamerebbe "quei valori che
    stanno alla base ed ispirano il nostro intero ordinamento costituzionale, ovvero il fondamento del nostro convivere civile". Se poi ci si mette anche Margiotta Broglio, secondo cui "l'ordinamento concordatario in Italia è uno dei migliori in Europa", non resta che dire "ipse dixit".
    Tuttavia, dal basso della nostra pochezza di "quidam de populo", proviamo a ragionare un momento: il crocifisso dunque simboleggerebbe la Costituzione? quella Costituzione che afferma, contro il Primo Comandamento, la parità di tutti i culti? Quella Costituzione alla cui ombra è possibile abortire, divorziare, bestemmiare?
    Non ci siamo proprio: meglio gli atei e agnostici razionalisti che almeno parlano chiaro. Meglio i nemici dichiarati che i falsi fratelli, meglio i lupi che gli agnelli travestiti da lupi. Che un cattolico, quale si qualifica il prof. Benetti, arrivi a "giustificare" (?) il crocifisso non già per ciò che esso è, ossia come il simbolo di Colui che ha vinto la morte ed è Re delle Nazioni, ma come un "simbolo" di pseudovalori che con il cristianesimo fanno a pugni, è segno della deriva spirituale e culturale cui il neomodernismo ha spinto le masse un tempo religiose nonchè del patetico complesso di inferiorità da loro patito nei confronti di pseudo "autorità" brave solo a usare le parole per confondere le cose. Che è mai questa "laicità" senza la quale pare che non si possa fare nulla? Diciamolo chiaro, è un disvalore, un feticcio da combattere, nato nelle conventicole più radicali del protestantesimo del '500 proprio in odio al cattolicesimo romano (i sociniani antitrinitari, inventori della "libertà religiosa"). Adesso Ratzinger ha lanciato la parola d'ordine della "laicità positiva" (una truffa bell'e buona) e tutti (il sig. Bertacche, ora Benetti, che pateticamente si sente tanto "politically uncorrect" mentre è correttissimo) vi si buttano a pesce. Il tutto è poi naturalmente un alibi per esimersi dal dovere di battersi perché la scuola e l'educazione tornino integralmente cattoliche: ci si accontenta di aver difeso il simbolo sui muri e del resto ci si lava le mani.
    Basti pensare che sulla base di questi bei principi è possibile insegnare, sotto quel "simbolo laico", le dottrine più opposte alla dottrina cattolica, come avviene regolarmente nelle aule scolastiche in tutte le materie, dalla storia alla filosofia alle scienze e persino all'italiano e alla matematica, per non parlare dell'"educazione sessuale" e di altre simili amenità. Povero Gesù, costretto da quei muri a sentir bestemmiare il Tuo nome.
    Per puro promemoria mi permetto di inviare in allegato al prof. Benetti un brano dell'enciclica di Pio XI "Divini Illius Magistri" sull'educazione cattolica, ripassando la quale egli potrà constatare quale distanza abissale di dottrina e di cultura separi il cattolicesimo di soli 80 anni fa dalla sua pallida e truffaldina controfigura di oggi.

    Prof. Franco Damiani
    docente al liceo scientifico "Newton" di Camposampiero



    Lettera al "Giornale di Vicenza" del 7 dicembre 2008

    La vicenda spagnola sul crocefisso illegittimo sulle pareti pubbliche, ci porta ad alcune considerazioni che riguardano il nostro Stato. Uno: come già affermato da Margiotta Broglio in un bel (sic) elzeviro sul Corriere (8.10.98), l'ordinamento concordatario in Italia è uno dei migliori in Europa. Due: con la decisione n. 556 del 13 febbraio 2006, il Consiglio di Stato ha messo la parola fine alla lunga querelle sul crocifisso nelle aule scolastiche. La sentenza afferma infatti che il segno cristiano deve restare nelle aule scolastiche non perché sia un (sic) "suppellettile" o un "oggetto di culto", ma perché "é un simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili" che hanno un'origine religiosa ma "che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato".
    La lunga ed articolata sentenza si sofferma anche sul concetto di laicità, specificando come "la laicità, benchè presupponga e richieda ovunque la distinzione tra la dimensione temporale e la dimensione spirituale e fra gli ordini e le società cui tali dimensioni sono proprie, non si realizza in termini costanti e uniformi nei diversi paesi, ma, pur all'interno della medesima civiltà, è relativa alla specifica organizzazione istituzionale di ciascuno Stato. In sostanza il concetto di laicità italiano è differente da quello britannico, da quello francese o spagnolo".
    Ancora si legge: "E' evidente che il crocifisso è esso stesso un simbolo che può assumere diversi significati e servire per intenti diversi; innanzitutto per il luogo in cui è posto". Se si trova in un luogo di culto il crocifisso è propriamente ed esclusivamente un simbolo religioso, mentre invece, prosegue la sentenza, "in una sede non religiosa, come la scuola, destinata all'educazione dei giovani, il crocifisso potrà ancora rivestire per i credenti i suoi accennati valori religiosi, ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata ed assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare valori civilmente rilevanti". Quei valori che stanno alla base ed ispirano il nostro intero ordinamento costituzionale, ovvero il fondamento del nostro convivere civile, "ed in tal senso il crocifisso potrà svolgere, anche in un orizzonte laico, diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica, altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni".
    Chi vorrà far traghettare l'ondata Zapatero in Italia, per ecumenico politically correct, dovrà fare i conti con questa laica e lungimirante sentenza.

    Sergio Benetti
    docente istituto Remondini
    Bassano del Grappa

 

 
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