....Manipulite
E’il 26 febbraio del 1993, una mattina abbastanza fredda. Mi riscaldo con un cappuccino al bar di piazza Navona, angolo corso Rinascimento, prima di entrare in Senato e vado all’edicola, a comperare i giornali. Prima ancora di farlo, un titolo, fra quelli, esposti, attrae la mia attenzione. Una morte macabra e misteriosa sulla collina di Sacrofano, la scorsa notte. Che sia la saga di Tangentopoli che continua, con nuove, assurde sorprese? Apro il Messaggero. Il titolo e i sottotitoli dicono che il cadavere, con la testa parzialmente erosa, forse da cani, è stato identificato. E’ Sergio Castellari, direttore generale del ministero delle Partecipazioni statali. Un mio amico da vari anni (sono stato consulente economico dell’Eni dal 1955, ai tempi di Mattei e ho partecipato alla costruzione delle regole di quel ministero).
Provo un brivido e leggo. Non era morto quella notte, ma qualche giorno prima, gli animali avevano fatto a tempo a sfigurarlo, prima che fosse casualmente rinvenuto. Le ricerche, dopo la sua scomparsa dall’ufficio e da casa, il 18 febbraio, erano state indirizzate altrove. Lo si pensava fuggito, forse all’estero, perché doveva essere interrogato dal pm Orazio Savia, sul caso Enimont. E – avevano detto i suoi avvocati – non voleva sottostare al diktat “o parli o vai in cella e butto la chiave”.
Sulla collina aveva, a fianco, una bottiglia di wiskhy, la “sua marca preferita”. Non si sa (e non si chiarì dopo) quanto ne avesse bevuto. Forse un po’ era colato sul terriccio erboso e i sassi che gli animali da preda avevano rimosso, aggirandosi attorno a lui. Era stato ucciso da un colpo di pistola.
Ma la rivoltella non era a fianco del corpo riverso sulla collina, era alla sua cintura.
Nell’inchiesta, che fu chiusa cinque anni dopo, senza poter determinare se fosse stato un omicidio o un suicidio, ma propendendo per la prima ipotesi, è scritto che probabilmente era stata spostata, una manomissione.
Di solito, però, sono gli omicidi che simulano il suicidio. E’ strano l’opposto.
C’erano, è vero, lettere, che Sergio aveva scritto ai familiari, manifestando il proposito di togliersi la vita. Ma forse voleva solo fingere di farlo, per non farsi ricercare all’estero.
Quando era stato trovato, la testa rivolta alla luna, aveva con sé il passaporto, come se volesse fuggire. Ma allora non mi sono soffermato su questo rebus mentre scorrevo, oramai distratto, altri giornali, per trovare ulteriori dettagli.
Mi venivano alla memoria ricordi intensi, di quando lo avevo visto, nel mio ufficio, ove era venuto, appunto, più volte, per parlarmi dell’affaire chimico Eni-Mont. Cioè della (progettata) fusione fra il gruppo chimico dell’Eni e il gruppo chimico della Montedison, un gigante polisettoriale che apparteneva oramai al gruppo Ferruzzi, colosso agroalimentare, su cui regnava Raul Gardini, cognato di Serafino fondatore dell’impero che da Ravenna si era esteso a Parigi e a Chicago.
Le visite di Castellari erano state frequenti, fra l’88 e il ’91. Poi si erano diradate. Sergio era molto esperto di imprese, nonostante che non fosse, d’origine, un economista. Era un ex commissario
di pubblica sicurezza che, entrato alle Partecipazioni statali con compiti di sicurezza, era poi passato ai ruoli amministrativi.
Prima di chiamarsi Castellari, il suo cognome era stato Cacchione. Forse lo aveva cambiato, per acquistare un tono più aristocratico. In effetti, da quando era Castellari e, gradino dopo gradino, era diventato direttore generale, usava andare a cavallo, aveva una villa elegante. Amici, ma non intimi.
Riandavo, nella memoria, tutta la vicenda e i suoi protagonisti, in cui mi ero imbattuto.
Sergio mi aveva portato molte fotocopie dei preliminari del progetto di fusione.
C’erano le stime delle società oggetto di fusione, con i valori ufficiali del progetto e, accanto, quelli dei capi della Snam e dell’Agip, di altre società dell’Eni, azioniste del suo gruppo chimico oggetto di fusione con Montedison. Le loro valutazioni degli impianti che dovevano essere conferiti dalle due parti per formare Enimont erano più basse di quelle ufficiali per le aziende Montedison, secondo i loro appunti troppo benevole. Spesso, diceva Sergio, riferendo ciò che aveva sentito, si trattava di impianti obsoleti quelli che Eni conferiva. Invece, per le aziende petrolchimiche Eni oggetto della fusione, apparivano troppo basse, in particolare per gli impianti moderni, che Eni
aveva ereditato dalla Sir di Rovelli. Ma la società Enimont doveva essere paritaria. A dare retta a quelle stime, Gardini avrebbe dovuto dare qualche altra impresa o l’Eni tenere per sé alcune che stava per conferire nella nuova pax chimica. Perché sino ad allora fra Eni e Montedison vi era stata laguerra chimica.
Sui campi di sci a Cervinia
La mia memoria così andava indietro agli anni 70, quando ero vicepresidente dell’Eni (da cui poi mi ero dimesso perché non gradivo l’assenza dal bilancio del gruppo di fondi che erano in Svizzera). Allora la guerra chimica era fra tre gruppi, la grande Montedison – sorta dalla fusione fra Edison e Montecatini, che era stata fatta con la regia di Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca
– l’Eni e la neonata ma già vigorosa Sir, di Nino Rovelli, in forte espansione grazie ai finanziamenti della legge del Mezzogiorno e dell’Imi, in cui comandava Giorgio Cappon, che però era anche presidente del comitato degli azionisti di controllo di Montedison.
Rovelli l’avevo conosciuto sui campi di sci a Cervinia, non alto ma atletico, agile, sguardo vispo, coi baffetti alla Clark Gable, parlava con l’accento lombardo della Brianza di vetroresina e di chimica fine in cui progettava di entrare. Ciò muovendo dai suoi impianti di etilene, appena aperti in Sardegna e dai brevetti che nel frattempo aveva acquisito. La guerra era soprattutto con Montedison, perché l’Eni non considerava la chimica come prioritaria, essendo focalizzato su petrolio e metano.
Nel 1976 Montedison era in perdita. Al presidente Cefis fu presentato un piano finanziario, con cui veniva rimessa in sesto. Ma in cambio doveva dimettersi. Cosa che accadde, anche perché, lo ricordo bene, lui era già deciso a farlo. Qui, mi aveva detto in uno dei nostri colloqui nel suo ufficio a Milano, a Foro Bonaparte, ci si diverte come a succhiare un chiodo. Tornata nel grembo di Mediobanca e sotto la protezione dei protagonisti del compromesso storico, Dc e Pci, alla Montedison era stato riassegnato, in sede politica, lo scettro della chimica.
Tre imprese chimiche erano troppe. Il destino della Sir, pur cara a Cappon, presidente dell’Imi, era segnato. L’Imi strinse i freni dei finanziamenti alla Sir, cresciuta in fretta mediante un eccesso di debiti sul capitale proprio; e Sir nel 1978 traversava un periodo di crisi. Presumibilmente momentaneo, se è vero che il presidente dell’Imi, Cappon, banchiere esperto e avveduto, aveva detto nel 1975 a Gianni Baldi, direttore del mensile economico “Successo”: “Mai finanziamenti bancari hanno premiato l’imprenditorialità pura come quelli concessi a Rovelli”.
Di questo lungimirante giudizio il potente banchiere s’era evidentemente dimenticato.
Siamo così arrivati al ’79. Il compromesso storico sta scricchiolando, ma il senatore Nino Andreatta, acuto economista e politico di punta della Dc, nell’area bancaria e industriale di linea catto-comunista, e il senatore Giuseppe D’Alema, (Pci, padre di Massimo), presidente della Commissione finanza e tesoro del Senato, fanno in tempo a far varare un Consorzio bancario di salvataggio, appositamente costituito con la guida dell’Imi, che assorbe la Sir coi suoi 13 mila addetti, in gran parte in Sardegna fra Porto Torres, Ottana, Sarroch, Assemini.
La Sir, data l’insolvenza, era stata da poco commissariata ai sensi di una legge Prodi sulle ristrutturazioni industriali ed era gestita tramite l’apposito Consorzio bancario di salvataggio, Cbs, pilotato dall’Imi.
Questo esautorò Rovelli in cambio di un contratto in cui si impegnava a riconoscergli un lauto indennizzo (i famosi 500 miliardi della causa Imi-Sir, diventati 980 con gli interessi composti nel ’94).
Con delibera del Cipe (Comitato ministeriale di programmazione economica) dell’8 agosto ’83, Cbs passò in gestione tutte le aziende Sir all’Eni. Cefis, nelle nostre riunioni periodiche, mi aveva spiegato che le delibere importanti ma arrischiate vanno prese in agosto, poco prima delle ferie, quando le Camere stanno per chiudere o sono già chiuse e la gente che conta è al mare o in
montagna o all’estero (allora erano in voga i safari in Tanzania).
Poco dopo (Andreatta ministro del Tesoro) anche la proprietà delle aziende Sir passò all’Eni. Nel 1984 la Montedison scaricò all’Eni alcuni suoi impianti chimici, per far cassa. E fu così costituita
Enichem, oramai la maggiore impresa chimica italiana.
Intanto Montedison era migliorata. Nel 1987 Gardini, giovane capo del gruppo Ferruzzi, astro emergente dell’industria italiana, l’aveva scalata. E, instancabile, nel 1988 aveva proposto all’Eni la fusione fra i due grandi gruppi chimici. Un’idea grandiosa, che poteva portare alla razionalizzazione, eliminando i doppioni, e al rilancio di quella che era allora l’industria di maggior sviluppo tecnologico della nostra economia.
Avevo conosciuto Gardini, tutto visto di lino bianco, impeccabile, a Santa Margherita, quell’anno, in un convegno di giovani industriali. E mi aveva catturato, per una gita sulla sua “barca”, a Portofino. Aveva parlato tutto il tempo, con lo sguardo levato verso il mare, spiegando che voleva collegare la chimica e l’agro business, passando per la chimica, per l’agricoltura e le biotecnologie, ma tenendo anche la chimica di base, che voleva razionalizzare.
Intanto in Parlamento si era discusso il regime tributario per questa fusione, che dava luogo a enormi plusvalenze, derivanti dalla differenza fra il valore delle imprese, così come registrato nei bilanci delle società di provenienza e la stima del valore effettivo, che veniva fatta per il bilancio di Enimont.
Questa differenza di valore era quasi tutta apparente, perché le cifre registrate nelle società di provenienza erano in lire dei primi anni 70 e nel frattempo la lira aveva subito un grande deprezzamento. In realtà, in alcuni casi, il valore non in lire 1989, ma in lire di identico potere di acquisto a quello dei primi anni 70, era minore di quello segnato nei bilanci delle società di provenienza. Il fisco, così, tassava un utile apparente. E perciò vi fu la proposta di emanare una legge di esonero o attenuazione dell’imposta sulle plusvalenze, che fu bocciata fra le urla dei parlamentari comunisti. Poi era iniziata l’Enimont, con liti e manovre finanziarie sotterranee dei due gruppi, quello Eni e quello di Gardini, per l’egemonia.
Il giudice di Milano, Diego Curtò, il 9 novembre 1990 sequestrò le azioni Enimont di Montedison. Il 19 novembre il ministro delle Partecipazioni statali, Franco Piga, le passò all’Eni. La decisione fece molto discutere. Il giorno di Santo Stefano, il 26 dicembre, colpito da infarto, Piga morì, portando seco le ragioni di quella decisione. Oramai la guerra chimica era terminata.
Lo scatolone scomparso
Non c’era sto bisogno di un tratto di pace. Il gruppo Eni stava entrando nel mirino della magistratura. Era iniziata Tangentopoli, il presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, che proveniva dalla chimica e ambiva a ristrutturare e rilanciare Enichem, probabilmente scorporata dall’Eni e poi privatizzata, nel 1993 era stato incarcerato. Il 20 luglio, nel carcere di Milano, fu trovato
soffocato entro un sacchetto di plastica. Anche nel suo caso, vi erano lettere ai familiari, che potevano far pensare al suicidio.
Ma anche indizi contrari. Quel giorno Gardini era indicato dai giornali per le (presunte) tangenti dell’affaire Enimont. Il 23 luglio fu trovato esanime, sul letto, per un colpo di rivoltella. Un bigliettino di saluti ai familiari sul comodino poteva far pensare al suicidio. L’arma però era un po’ lontana da lui.
L’impero Ferruzzi-Montedison crollò. Il tutto era passato di nuovo a Mediobanca, parte delle imprese alimentari vendute ai francesi, la Edison sempre più convertita al settore elettrico. Un dannato lavoro di ristrutturazioni e cessioni, per la banca d’affari milanese. L’Eni chiuse la chimica e la privatizzò (altro lavoro per le banche). Da tre grandi della chimica, ora l’Italia non ne aveva più neanche una.
Avevo finito di pensare alla storia e stavo entrando in Senato. Giunto nel mio ufficio di presidente della Commissione finanze e tesoro, era il 24 febbraio, chiesi alle segretarie di portarmi il fascicolo con le carte di Castellari: non si trovavano, non c’erano.
Ma non erano in quelle due casse di documenti che avevo fatto spedire dal Partito socialista quando ero passato da Via del Corso alla presidenza della Commissione del Senato? Una segretaria arrossì e mi disse che solo una delle due casse era giunta, ma non piena di documenti, ma di cartacce.
E non me lo avevano detto, per “non farmi arrabbiare” con chi avrebbe dovuto controllare le casse, al momento del loro invio o del loro arrivo.
Un altro mistero, pensai.
E mi domandai, ma in tutto questo, chi ci avrà guadagnato?
Francesco Forte
Su il Foglio di lunedì 21 luglio 2003
saluti




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