...terrore. E' arrivato il "grande capo" che non ci sta.
Oggi è l’ultimo giorno del 1992. Questa sera il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, ha pronunciato il tradizionale messaggio alla nazione. Il primo, per lui. Infatti era emozionato. O almeno ha detto di esserlo, subito, pochi secondi dopo l’inizio del collegamento. Ha detto, “mi emoziono nel presentarlo”, riferendosi all’augurio di buon anno. “Mi emoziono, quasi lo vedessi partire da me e giungere a voi, a tutti voi: a chi lo accoglie con bontà, e gli sono grato; a chi non lo gradisce e io me ne scuso; a chi rimane indifferente. E’ il mio augurio e il mio augurio si ferma alla vostra porta e attende, discreto, che vogliate aprire, se lo vorrete. Buon anno”.
“Una volta che cercavo una casa di vacanza all’Argentario, mi fu offerta quella di Armanini. Non lo conoscevo, non ci siamo mai parlati, nemmeno in quella occasione. Mi impressionò il fatto di dover trattare solo con gli avvocati, curatori, procuratori e altri personaggi del genere: Armanini non poteva disporre più di nulla di ciò che era stato suo. Diceva, d’altra parte, che entrare in carcere significa ‘sentirsi zero’.
Chiese la grazia a Scalfaro, protestando per la clamorosa disparità di trattamento che aveva subito. Il capo dello Stato, audace nel concedere la grazia ai terroristi, con Armanini non volle sporcarsi le mani”. Bruno Vespa, Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, Mondatori editore, 1999.
Oggi, ultimo giorno del 1992, prima che parlasse Scalfaro, prima che si emozionasse, abbiamo ingannato il tempo di una giornata oziosa facendo due conti. L’undicesima legislatura, in sette mesi di vita, ha batttuto tutti i record in fatto di autorizzazioni a procedere. I magistrati ne hanno avanzate duecentonove nei confronti di parlamentari.
Centoquarantacinque sono arrivate alla Camera, sessantaquattro al Senato.
Naturalmente sono partite le scommesse: il record sarà nuovamente battuto nel 1993? “Eppure quanta meritoria strada è stata compiuta dalla magistratura, dalle forze dell’ordine, per prevenire e per soffocare la violenza, per vincere silenzi e omertà, per ridare sicurezza”, ha detto stasera il presidente della Repubblica. Ha espresso una speranza. Un auspicio, per usare il suo linguaggio: “L’Italia, libera, democratica, deve vivere nella pienezza dei valori umani”.
“Gli inquisiti non si possono lasciare in libertà, altrimenti la gente si incazza”, Piercamillo Davigo, a un convegno dei Lions club Vigevano Colonne, 14 luglio 1993. Da Toga! Toga! Toga!, di Giancarlo Lehner, Mondatori editore, 1998.
“Per risorgere, ha detto Scalfaro in tv poco dopo le 20.30, occorre avere innanzitutto il coraggio della verità. I mali ci sono, eccome, e quanti. I mali dell’immoralità politica amministrativa tocca i responsabili, ma non tocca, non può toccare, le istituzioni. Le istituzioni sono vittime di questi atteggiamenti. E il giudizio politico è ben distinto, in un paese, in uno stato di diritto, dal giudizio penale. Il giudizio penale colpisce i singoli per responsabilità soggettive, non conoscendo la scienza giuridica penale la responsabilità oggettiva. Quest’ultima fa capo alle dittature che negano le garanzie giuridiche per scopi politici. Ma in uno stato democratico e di diritto il giudizio politico è del Parlamento. E cioè del popolo che lo ha demandato liberamente al Parlamento”.
“Non firmerò mai una legge contro il parere dei magistrati”, Oscar Luigi Scalfaro, a un convegno a Taormina, dal Giornale, 19 aprile 1997.
Però, che strano. Mentre lo ascoltavamo, ci era venuto il dubbio che Scalfaro non sapesse bene dove andare a sbattere la testa, lui, ex magistrato, e ultimo grande figlio della partitocrazia. Invece per il segretario del Movimento sociale, Gianfranco Fini, “il presidente della Repubblica, nel suo messaggio alla nazione, ha profuso ecumenismo a trecentosessanta gradi, da guardia svizzera piazzata a difesa del sistema”.
Al contrario il presidente dei deputati verdi, Francesco Rutelli, ha detto che “l’Italia deve risorgere e la guida istituzionale e morale del presidente Scalfaro è una garanzia per questo difficile cammino. Il capo dello Stato ha ragione poi nel richiamare tutti al rispetto delle regole, e dunque ad un garantismo effettivo. Nelle regole della nuova democrazia deve essercene una assai severa: chi ha governato male, chi ha recato danno alla Repubblica con la gestione immorale della cosa pubblica, ma anche dei partiti, deve uscire di scena, senza di che non c’è resurrezione, ma solo restaurazione della partitocrazia”.
Chissà chi dei due ha ragione. Meno male che anche questa notte passerà. Dopo che Scalfaro ha finito di pronunciare il suo messaggio, abbiamo letto un po’ un libro di Bruno Vespa, si chiama “I dieci anni che hanno sconvolto l’Italia”, uscirà fra sette anni, nel 1999. A pagina 162, c’è la ricostruzione di un interrogatorio di Antonio Di Pietro al presidente dell’Iri – e futuro presidente del Consiglio di centrosinistra – Romano Prodi.
“Di Pietro, domenica 4 luglio (1993, ndr), lo convocò in procura per chiedergli a quali partiti il suo istituto avesse dato i soldi. La data festiva era stata scelta per ragioni di riservatezza. Ma un ‘uccellino’ aveva allertato i cronisti, che sentirono uscire dalla porta dell’ufficio del magistrato urla che avrebbero annichilito un toro: ‘I soldi alla Dc chi glieli ha dati?’. L’indomani mattina si sparse così la voce (falsa) che il presidente dell’Iri stava per essere arrestato. La Borsa andò a picco, mentre Prodi, indignato e con le lacrime agli occhi, varcava la soglia dello studio di Scalfaro al Quirinale per sfogarsi contro i metodi usati dai procuratori di Milano”. Vespa chiude così: “Il racconto dovette essere convincente perché tre giorni dopo, intervenendo a un convegno, Scalfaro disse: ‘L’avviso di garanzia è diventato una condanna implacabile, il carcere deve essere l’eccezione e non la regola, e si debbono accelerare i tempi dei processi, perché gli inquisiti e l’opinione pubblica debbono avere certezze del diritto”.
Dopo aver letto questa paginetta, ci è venuto in mente un altro episodio. E’ un episodio successivo a quello di Prodi. E’ dell’ottobre del prossimo anno, del 1993.
Abbiamo un’agenzia dell’Ansa del primo ottobre: “ ‘Inammissibile. Se quel giorno tutti gli adempimenti relativi alla nuova legge elettorale fossero stati compiuti, non sarebbe giunta la sera senza che io sciogliessi il Parlamento’. Lo ha dichiarato il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, a proposito del voto con il quale la Camera ha respinto la richiesta della magistratura per l’arresto per corruzione dell’ex ministro della Sanità, Francesco De Lorenzo (…) Il presidente della Repubblica ha parlato di ‘crisi di credibilità’ degli attuali parlamentari…”.
“Ma in fin dei conti, è proprio così scandaloso chiedersi se lo choc della carcerazione preventiva non abbia prodotto dei risultati positivi nella ricerca della verità?”. Francesco Saverio Borrelli,
da La Repubblica, 19 febbraio 1995
Oggi, ultimo giorno del 1992, parlando alla nazione, Oscar Luigi Scalfaro ha detto che “i processi storici li fa la storia. A ciascuno il suo. E qui la mia rinnovata fiducia nella magistratura che ha saputo affrontare il terrorismo e la criminalità organizzata lasciando sul campo toghe insanguinate per la giustizia. Con l’augurio che la maggior celerità delle nuove procedure possa fare il punto per l’affermazione del principio costituzionale che nessuno può essere ritenuto colpevole se non dopo essere condannato con sentenza definitiva”. Ci è subito venuta voglia di andare a vedere che cosa dirà, fra un anno esatto, al suo secondo messaggio alla nazione, il nostro presidente.
C’è un passaggio, del messaggio del 31 dicembre 1993, che ci è rimasto impresso: “Occorre che la volontà e il coraggio continuino, fino a quando questo capitolo giungerà a conclusione con l’affermazione della responsabilità dei colpevoli e della innocenza di chi sarà trovato senza colpa, con il riconoscimento dell’opera delicata ed essenziale della magistratura”. Delicata ed essenziale.
“Si vede che c’è ancora qualcuno che per la vergogna si uccide”, Gerardo D’Ambrosio, a proposito del suicidio di Sergio Moroni, dal Corriere della Sera, 4 settembre 1992.
Oggi è l’ultimo giorno del 1992, ma noi non stavamo più nella pelle. Volevamo andare a vedere che cosa dirà, fra un anno, nel suo messaggio alla nazione, Oscar Luigi Scalfaro: “… con il riconoscimento dell’opera delicata ed essenziale della magistratura.
Ma anche con una ritrovata, costante serenità nei cittadini, non timorosi ma fiduciosi nella giustizia. Cittadini sereni, anche quelli imputati e parti lese, difesa, la giustizia stessa, da un tipo di politica che pare voglia contaminarla o servirsene…”.
“Non basterebbe certo… una folla oceanica raccolta sotto i nostri balconi. Ma a un appello di questo genere (accettare la guida del governo, ndr) del capo dello Stato, si potrebbe rispondere con un servizio di complemento…”, Francesco Saverio Borrelli, dal Corriere della Sera, 1 maggio 1994.
Oggi è il 31 dicembre 1992, e ascoltando Scalfaro abbiamo deciso di andare dritti al 31 dicembre 1994. Ha parlato come sa: “Ancora questo intenso lavoro dei magistrati a cui diciamo grazie per quello che fanno per i reati contro l’amministrazione dello Stato. Ancora interrogativi su come chiudere la fase più grave della corruzione politica e io devo dire con molta semplicità che pure
questa fase ha bisogno di essere chiusa (…) Né si possono tacere a proposito della giustizia le gravi preoccupazioni che si generano nell’animo dei cittadini di fronte ad atteggiamenti che possono dare la sensazione, o peggio, di contrasti fra mondo politico e magistratura…”
“… la classe politica responsabile di un sistema di tangenti ha deciso di assolvere se stessa”. Gerardo D’Ambrosio, sul decreto Conso (poi non firmato da Scalfaro), 7 marzo 1993. Da Toga! Toga! Toga!, di Giancarlo Lehner, Mondadori editore, 1998.
(10 - continua)
saluti




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