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Discussione: Mattia nel....

  1. #11
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    Predefinito Mattia nel....

    ...terrore. E' arrivato il "grande capo" che non ci sta.


    Oggi è l’ultimo giorno del 1992. Questa sera il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, ha pronunciato il tradizionale messaggio alla nazione. Il primo, per lui. Infatti era emozionato. O almeno ha detto di esserlo, subito, pochi secondi dopo l’inizio del collegamento. Ha detto, “mi emoziono nel presentarlo”, riferendosi all’augurio di buon anno. “Mi emoziono, quasi lo vedessi partire da me e giungere a voi, a tutti voi: a chi lo accoglie con bontà, e gli sono grato; a chi non lo gradisce e io me ne scuso; a chi rimane indifferente. E’ il mio augurio e il mio augurio si ferma alla vostra porta e attende, discreto, che vogliate aprire, se lo vorrete. Buon anno”.

    “Una volta che cercavo una casa di vacanza all’Argentario, mi fu offerta quella di Armanini. Non lo conoscevo, non ci siamo mai parlati, nemmeno in quella occasione. Mi impressionò il fatto di dover trattare solo con gli avvocati, curatori, procuratori e altri personaggi del genere: Armanini non poteva disporre più di nulla di ciò che era stato suo. Diceva, d’altra parte, che entrare in carcere significa ‘sentirsi zero’.
    Chiese la grazia a Scalfaro, protestando per la clamorosa disparità di trattamento che aveva subito. Il capo dello Stato, audace nel concedere la grazia ai terroristi, con Armanini non volle sporcarsi le mani”. Bruno Vespa, Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, Mondatori editore, 1999.

    Oggi, ultimo giorno del 1992, prima che parlasse Scalfaro, prima che si emozionasse, abbiamo ingannato il tempo di una giornata oziosa facendo due conti. L’undicesima legislatura, in sette mesi di vita, ha batttuto tutti i record in fatto di autorizzazioni a procedere. I magistrati ne hanno avanzate duecentonove nei confronti di parlamentari.
    Centoquarantacinque sono arrivate alla Camera, sessantaquattro al Senato.
    Naturalmente sono partite le scommesse: il record sarà nuovamente battuto nel 1993? “Eppure quanta meritoria strada è stata compiuta dalla magistratura, dalle forze dell’ordine, per prevenire e per soffocare la violenza, per vincere silenzi e omertà, per ridare sicurezza”, ha detto stasera il presidente della Repubblica. Ha espresso una speranza. Un auspicio, per usare il suo linguaggio: “L’Italia, libera, democratica, deve vivere nella pienezza dei valori umani”.

    “Gli inquisiti non si possono lasciare in libertà, altrimenti la gente si incazza”, Piercamillo Davigo, a un convegno dei Lions club Vigevano Colonne, 14 luglio 1993. Da Toga! Toga! Toga!, di Giancarlo Lehner, Mondatori editore, 1998.

    “Per risorgere, ha detto Scalfaro in tv poco dopo le 20.30, occorre avere innanzitutto il coraggio della verità. I mali ci sono, eccome, e quanti. I mali dell’immoralità politica amministrativa tocca i responsabili, ma non tocca, non può toccare, le istituzioni. Le istituzioni sono vittime di questi atteggiamenti. E il giudizio politico è ben distinto, in un paese, in uno stato di diritto, dal giudizio penale. Il giudizio penale colpisce i singoli per responsabilità soggettive, non conoscendo la scienza giuridica penale la responsabilità oggettiva. Quest’ultima fa capo alle dittature che negano le garanzie giuridiche per scopi politici. Ma in uno stato democratico e di diritto il giudizio politico è del Parlamento. E cioè del popolo che lo ha demandato liberamente al Parlamento”.

    “Non firmerò mai una legge contro il parere dei magistrati”, Oscar Luigi Scalfaro, a un convegno a Taormina, dal Giornale, 19 aprile 1997.

    Però, che strano. Mentre lo ascoltavamo, ci era venuto il dubbio che Scalfaro non sapesse bene dove andare a sbattere la testa, lui, ex magistrato, e ultimo grande figlio della partitocrazia. Invece per il segretario del Movimento sociale, Gianfranco Fini, “il presidente della Repubblica, nel suo messaggio alla nazione, ha profuso ecumenismo a trecentosessanta gradi, da guardia svizzera piazzata a difesa del sistema”.
    Al contrario il presidente dei deputati verdi, Francesco Rutelli, ha detto che “l’Italia deve risorgere e la guida istituzionale e morale del presidente Scalfaro è una garanzia per questo difficile cammino. Il capo dello Stato ha ragione poi nel richiamare tutti al rispetto delle regole, e dunque ad un garantismo effettivo. Nelle regole della nuova democrazia deve essercene una assai severa: chi ha governato male, chi ha recato danno alla Repubblica con la gestione immorale della cosa pubblica, ma anche dei partiti, deve uscire di scena, senza di che non c’è resurrezione, ma solo restaurazione della partitocrazia”.
    Chissà chi dei due ha ragione. Meno male che anche questa notte passerà. Dopo che Scalfaro ha finito di pronunciare il suo messaggio, abbiamo letto un po’ un libro di Bruno Vespa, si chiama “I dieci anni che hanno sconvolto l’Italia”, uscirà fra sette anni, nel 1999. A pagina 162, c’è la ricostruzione di un interrogatorio di Antonio Di Pietro al presidente dell’Iri – e futuro presidente del Consiglio di centrosinistra – Romano Prodi.
    “Di Pietro, domenica 4 luglio (1993, ndr), lo convocò in procura per chiedergli a quali partiti il suo istituto avesse dato i soldi. La data festiva era stata scelta per ragioni di riservatezza. Ma un ‘uccellino’ aveva allertato i cronisti, che sentirono uscire dalla porta dell’ufficio del magistrato urla che avrebbero annichilito un toro: ‘I soldi alla Dc chi glieli ha dati?’. L’indomani mattina si sparse così la voce (falsa) che il presidente dell’Iri stava per essere arrestato. La Borsa andò a picco, mentre Prodi, indignato e con le lacrime agli occhi, varcava la soglia dello studio di Scalfaro al Quirinale per sfogarsi contro i metodi usati dai procuratori di Milano”. Vespa chiude così: “Il racconto dovette essere convincente perché tre giorni dopo, intervenendo a un convegno, Scalfaro disse: ‘L’avviso di garanzia è diventato una condanna implacabile, il carcere deve essere l’eccezione e non la regola, e si debbono accelerare i tempi dei processi, perché gli inquisiti e l’opinione pubblica debbono avere certezze del diritto”.
    Dopo aver letto questa paginetta, ci è venuto in mente un altro episodio. E’ un episodio successivo a quello di Prodi. E’ dell’ottobre del prossimo anno, del 1993.
    Abbiamo un’agenzia dell’Ansa del primo ottobre: “ ‘Inammissibile. Se quel giorno tutti gli adempimenti relativi alla nuova legge elettorale fossero stati compiuti, non sarebbe giunta la sera senza che io sciogliessi il Parlamento’. Lo ha dichiarato il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, a proposito del voto con il quale la Camera ha respinto la richiesta della magistratura per l’arresto per corruzione dell’ex ministro della Sanità, Francesco De Lorenzo (…) Il presidente della Repubblica ha parlato di ‘crisi di credibilità’ degli attuali parlamentari…”.

    “Ma in fin dei conti, è proprio così scandaloso chiedersi se lo choc della carcerazione preventiva non abbia prodotto dei risultati positivi nella ricerca della verità?”. Francesco Saverio Borrelli,
    da La Repubblica, 19 febbraio 1995

    Oggi, ultimo giorno del 1992, parlando alla nazione, Oscar Luigi Scalfaro ha detto che “i processi storici li fa la storia. A ciascuno il suo. E qui la mia rinnovata fiducia nella magistratura che ha saputo affrontare il terrorismo e la criminalità organizzata lasciando sul campo toghe insanguinate per la giustizia. Con l’augurio che la maggior celerità delle nuove procedure possa fare il punto per l’affermazione del principio costituzionale che nessuno può essere ritenuto colpevole se non dopo essere condannato con sentenza definitiva”. Ci è subito venuta voglia di andare a vedere che cosa dirà, fra un anno esatto, al suo secondo messaggio alla nazione, il nostro presidente.
    C’è un passaggio, del messaggio del 31 dicembre 1993, che ci è rimasto impresso: “Occorre che la volontà e il coraggio continuino, fino a quando questo capitolo giungerà a conclusione con l’affermazione della responsabilità dei colpevoli e della innocenza di chi sarà trovato senza colpa, con il riconoscimento dell’opera delicata ed essenziale della magistratura”. Delicata ed essenziale.

    “Si vede che c’è ancora qualcuno che per la vergogna si uccide”, Gerardo D’Ambrosio, a proposito del suicidio di Sergio Moroni, dal Corriere della Sera, 4 settembre 1992.

    Oggi è l’ultimo giorno del 1992, ma noi non stavamo più nella pelle. Volevamo andare a vedere che cosa dirà, fra un anno, nel suo messaggio alla nazione, Oscar Luigi Scalfaro: “… con il riconoscimento dell’opera delicata ed essenziale della magistratura.
    Ma anche con una ritrovata, costante serenità nei cittadini, non timorosi ma fiduciosi nella giustizia. Cittadini sereni, anche quelli imputati e parti lese, difesa, la giustizia stessa, da un tipo di politica che pare voglia contaminarla o servirsene…”.

    “Non basterebbe certo… una folla oceanica raccolta sotto i nostri balconi. Ma a un appello di questo genere (accettare la guida del governo, ndr) del capo dello Stato, si potrebbe rispondere con un servizio di complemento…”, Francesco Saverio Borrelli, dal Corriere della Sera, 1 maggio 1994.

    Oggi è il 31 dicembre 1992, e ascoltando Scalfaro abbiamo deciso di andare dritti al 31 dicembre 1994. Ha parlato come sa: “Ancora questo intenso lavoro dei magistrati a cui diciamo grazie per quello che fanno per i reati contro l’amministrazione dello Stato. Ancora interrogativi su come chiudere la fase più grave della corruzione politica e io devo dire con molta semplicità che pure
    questa fase ha bisogno di essere chiusa (…) Né si possono tacere a proposito della giustizia le gravi preoccupazioni che si generano nell’animo dei cittadini di fronte ad atteggiamenti che possono dare la sensazione, o peggio, di contrasti fra mondo politico e magistratura…”

    “… la classe politica responsabile di un sistema di tangenti ha deciso di assolvere se stessa”. Gerardo D’Ambrosio, sul decreto Conso (poi non firmato da Scalfaro), 7 marzo 1993. Da Toga! Toga! Toga!, di Giancarlo Lehner, Mondadori editore, 1998.

    (10 - continua)


    saluti

  2. #12
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    Oggi è sabato 2 gennaio 1993, e stamattina abbiamo letto gli oroscopi, sperando di capire come andrà quest’anno nuovo. Un po’ ci hanno aiutato le divinazioni del Messaggero, a cura di Luciano Violante, pidiessino, presidente della Commissione antimafia.
    Quest’anno ci saranno risultati positivi nella lotta alla mafia, ha scritto, “a patto di mantenere i nervi a posto”. Contro la mafia si può vincere, ha scritto, “non in pochi mesi, ma in pochi anni”.
    Se manteniamo i nervi a posto. E contro la mafia si può vincere, ha scritto, con l’aiuto dei pentiti.
    A patto di mantenere i nervi a posto e di evitare “polemiche sterili sui pentiti”.
    Visto che, ha scritto, “l’utilizzo dei pentiti avviene secondo norme ormai codificate dalla Cassazione”. Il mesi venturi ci diranno che lo sguardo di Violante è molto lungo. Ma noi, dopo aver letto il Messaggero, abbiamo pensato di rivolgerlo indietro, il nostro sguardo. Ci sono alcune cose, successe da poco, che negli anni verranno dimenticate, o rimosse, e che vogliamo registrare qui, per quanto possa servire.

    “Il giudice Domenico Signorino, accusato da un pentito di essere vicino alla mafia, si è ucciso. Secondo la prima notizia, il magistrato si è sparato”. Agenzia Ansa, 3 dicembre 1992, ore 11,26.

    Quella mattina di un mese fa, del 3 dicembre 1992, prima di spararsi, Domenico Signorino scrisse una lettera alla moglie, per chiederle perdono.
    Le chiese perdono. Si disse innocente. Era in casa, a Palermo, in piazza Bellissima, prossima a via Mater Dolorosa, la principale della borgata Pallavicino. Vi era appena rientrato, mancavano pochi minuti alle 11. Prima era stato in tribunale. Aveva lavorato. Aveva preso un caffé al bar con i colleghi. Anziché risalire, aveva chiesto agli uomini della scorta di ricondurlo a casa. Aveva detto loro: “Per ora lei e la scorta siete liberi, eventualmente ci vediamo più tardi”. In casa c’era soltanto la domestica. Scrisse sei, sette righe su un foglietto di bloc notes. Si sparò alla tempia in camera da letto.
    Poco più tardi, nel pomeriggio, nei corridoi di Montecitorio, qualcuno chiese a Violante se anche lui ritenesse che “questo suicidio impone di rendere pubblico in modo diverso le dichiarazioni dei pentiti”. E se, dunque, “ciò comporta un modo diverso di lavorare anche per la commissione Antimafia”. E Violante disse: “C’è un grande interesse a che non si faccia la lotta alla mafia. Certamente ci vuole il massimo di equilibrio nell’affrontare le dichiarazioni dei pentiti che sono strumenti utilissimi nella lotta contro la mafia. Dunque ci vuole la massima prudenza, ma non andrei oltre questa considerazione”.
    In Senato, per il Pds, disse la sua Ugo Pecchioli: “Questa nuova tragedia significa l’estendersi della ramificazione diffusissima della presenza mafiosa, che non ha risparmiato, oltre che ambienti politici anche settori di apparati dello Stato. Il momento è gravissimo, occorre una mobilitazione e un impegno di massa perché i pentoloni dentro i quali sono stati ben coperti tanti misteri vengano finalmente scoperchiati”.
    Il deputato palermitano della Rete, Gaspare Nuccio, disse: “Sicuramente adesso si scatenerà la vandea contro coloro i quali in questi anni si sono battuti per chiedere verità e giustizia”.
    Pietro Folena, altro pidiessino, intravide similitudini fra le inchieste di mafia e la caduta del muro di Berlino: “Anche allora suicidi e drammi personali. Ciò conferma tragicamente il grado di internità
    (testuale, ndr) della mafia dentro un pezzo consistente delle istituzioni. La prima lettura del fatto sembra portare verso un gesto che ammette indirettamente i fatti”. Folena, fra un paio d’anni, nel 1995, diventerà responsabile per la giustizia del Pds.

    “Non so nulla del giudice Signorino. Nulla più di quanto si è letto e si legge sui giornali, che è poi quanto ne ha detto un pentito e che è tutto da verificare.
    Ma so che con Signorino siamo a sei. Sei sono gli uomini che travolti dagli scandali di tangenti o di mafia, hanno preferito la morte alla galera o al disonore…
    Per spirito di equità azzardiamo una proposta. Che i nomi di questi morti d’onore siano iscritti in un albo d’onore (nel senso nostro, non in quello della mafia) che, avendo comunque pagato più del dovuto, l’onore se lo sono riguadagnato sul campo, e con esso il diritto al rispetto di tutti”. Indro Montanelli, da Il Giornale, 4 dicembre 1992.

    Oggi, sabato 2 gennaio 1993, abbiamo letto che si faranno molti passi in avanti, nella lotta alla mafia. Abbiamo pensato che ne stanno succedendo, di cose strane. Una volta il simbolo della lotta alla mafia era Giovanni Falcone, il primo grande gestore di pentiti. Fu lui a far parlare Tommaso Buscetta, e fu lui a istruire il maxiprocesso.
    Uno dei pm, al maxiprocesso, era proprio Domenico Signorino. Un magistrato che indagò sugli ammazzamenti di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il giorno in cui Signorino si sparò, Alfonso Giordano, che era stato giudice proprio del maxiprocesso, si chiese se non vi fosse “una regia preordinata, in tutto questo”. E si chiese: “Se Signorino ha avuto delle implicazioni in ambienti mafiosi mi chiedo come abbia accettato di fare il maxiprocesso, dove la posizione del pubblico ministero non poteva dare luogo a debolezze o incertezze e dove chiese pesanti condanne soprattutto per i componenti della Cupola”.
    Che avesse avuto implicazioni in ambienti mafiosi, lo ha detto un pentito, Gaspare Mutolo.
    Quando gli chiesero se conoscesse Mutolo, Signorino rispose: “Certo che si. Mi occupai di lui durante il primo maxiprocesso”. Oggi sono passati anni, dal maxiprocesso. Ma pensando a Signorino, a Falcone e Dalla Chiesa, ci è venuta alla memoria una cosa importante.
    Il 12 novembre 1986, Giulio Andreotti, ministro degli Esteri, fu chiamato a testimoniare al maxiprocesso. Doveva commentare una frase del diario di Dalla Chiesa, in cui il generale disse che Andreotti si era interessato, per motivi elettorali, del suo lavoro a Palermo. Andreotti negò davanti a Falcone nella fase istruttoria e davanti a Signorino in udienza. Signorino respinse le richieste delle parti civili di avviare nei confronti di Andreotti un procedimento per falsa testimonianza, e si guadagnò qualche insulto.
    Con i ricordi abbiamo fatto avanti e indietro, oggi. E poi il garbuglio ci è sembrato meno confuso.

    “I miei convincimenti sono stati purtroppo drammaticamente confermati. Ho sempre cercato di far capire che la confessione di un pentito non è una prova, ma solo un punto di riferimento da cui far partire le indagini. Rendere pubblico un avviso di garanzia è voler indicare un colpevole. E’ dunque necessario mantenere segreto l’avviso di garanzia che non è indizio di reato, ma solo la volontà del magistrato di approfondire i fatti. L’avviso di garanzia deve essere protetto dal segreto istruttorio”.
    Giovanni Galloni, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, 4 dicembre 1992.

    Oggi, 2 gennaio 1993, sono trascorsi nove giorni dall’arresto del funzionario del Sisde, Bruno Contrada. Ed è trascorso quasi un mese dalla pistolettata che Signorino s’è tirato alla tempia. Ci sono alcune coincidenze.
    Una su tutte: sia Contrada sia Signorino sono stati tirati in ballo, molto recentemente, dal pentito Gaspare Mutolo. Abbiamo subito pensato a una notizia che leggeremo fra poco, fra meno di tre mesi, alla fine del marzo del 1993: “Nelle motivazioni della richiesta di autorizzazione a procedere per Andreotti, i magistrati fanno riferimento anche alla vicenda di Bruno Contrada…
    Un altro elemento a sostegno della credibilità dei pentiti, è stato rintracciato dalla Cassazione nel fatto che Mutolo ha indicato un appartamento in via Jung, nel centro di Palermo, del quale Contrada aveva la disponibilità insieme con il giudice Domenico Signorino. Il particolare avrebbe rivelato, a giudizio dei magistrati, una conoscenza diretta dei rapporti tra lo stesso Contrada (e quindi Signorino, ndr) e la cosca di Rosario Riccobono: l’appartamento sarebbe stato infatti procurato al funzionario su interessamento del boss”.
    Oggi, 3 gennaio 1993, in questo diario ci sembra necessario aggiungere un’altra di quelle notizie che vengono seppellite sotto le macerie che gli uomini giusti stanno accumulando.
    Pochi giorni prima che Signorino si ammazzasse, lo stesso fece a Caltanissetta l’avvocato Salvatore Mentana, indicato dal pentito Leonardo Messina. E allora oggi ci stiamo semplicemente chiedendo chi siano questi nuovi pentiti, questi signori così spremuti in commissione Antimafia, che oggi tirano dentro un avvocato, poi un magistrato, poi uno dei servizi segreti, poi un politico, poi un giudice di Cassazione, poi un ex presidente del Consiglio. Ci chiediamo: ma che sta succedendo?

    “… la profonda perplessità sul metodo di gestione e sul sistema di utilizzazione delle propalazioni dei pentiti, tratte indiscriminatamente a sostegno di verità solamente da loro affermate…”.
    Documento degli avvocati della Camera penale di Palermo, 25 novembre 1992.

    Oggi è il 2 dicembre 1993, e noi ci siamo arrovellati a lungo sulle profezie di Violante.
    E ci siamo ricordati che la profezie si avvererà in parte fra cinque settimane soltanto, il 9 febbraio 1993. Quel giorno, Gaspare Mutolo deporrà in commissione Antimafia.
    Ventiquattro ore più tardi, i giornalisti avranno il privilegio di ascoltare la deposizione di Mutolo nella sala stampa di San Macuto: “… ha riferito dei legami che la mafia avrebbe tenuto con i politici, fra cui Salvo Lima; con magistrati; con esponenti delle forze dell’ordine… ha detto di aver fatto ai giudici il nome di Signorino e di qualche altro magistrato… ha definito il giudice Carnevale una garanzia per noi in Cassazione… ha riferito che Contrada era molto vicino a Riccobono ma aveva rapporti anche con Stefano Bontade…”

    “Il giornalista Mino Pecorelli, aveva detto Buscetta, è stato ammazzato per ordine di Bontade e Badalamenti, su richiesta dei cugini Salvo, ‘nell’interesse di Andreotti’”; da Il processo del secolo, di Lino Jannuzzi, Mondadori editore, 2000.

    (11 - continua)

    saluti

  3. #13
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    Ma a chi saluti sempre?


  4. #14
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    Predefinito Le breve persone che leggono...

    ...senza rompere, se non hanno niente da dire.

  5. #15
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    Mattia nel.... mustang 13post (meno quelli censurati) 83 visite21-08-2003 10:02
    by mustang


    Tolte le tue entrate e le mie (una ventina) e quelle di Pieffebi per censurare i miei post (una decina); ne resteranno "buone" si e no un 15/16.

    Il che dovrebbe far RADDOPPIARE la quota lettori del Foglio!


  6. #16
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    Oggi è domenica 3 gennaio 1993, e di domenica, quasi tutte le domeniche, i magistrati riposano. Abbiamo avuto piccole notizie qua e là. Hanno arrestato un assessore e due consiglieri comunali, tutti e tre democristiani, a Leverano, provincia di Lecce. Tangenti sulla nettezza urbana. Robina, ma tanto per non perdere l’abitudine. E siccome lo scatto d’orgoglio e d’onestà di questo paese non risparmia nessuno, smaschera tutti, ladro dopo ladro, i giusti non si concedono un giorno di riposo. Bisogna fare, fare, fare. E dire. I giusti, che non partecipavano, che non sapevano, che non sospettavano, adesso hanno finalmente il diritto al palcoscenico.
    “I Verdi si batteranno perché si passi in Italia dal finanziamento diretto ai partiti al sostegno all’attività politica con il finanziamento dei servizi a disposizione dei cittadini, secondo il sistema più coerente con il dettato della Costituzione. Se si tenterà qualsiasi pasticcio ci batteremo in Parlamento perché la decisione assi direttamente al popolo, con il referendum abrogativo. La giustizia deve fare il suo corso fino in fondo e compito della politica sarà di portare al governo una nuova classe dirigente dopo l’uscita di scena dell’attuale nomenklatura”. Questa è una nota di oggi pomeriggio della segreteria deiVerdi.
    Una segreteria che ha annunciato, oggi, che non si presterà ad alcun “compromesso sull’abolizione del finanziamento pubblico né sul tentativo di passare la spugna sopra le responsabilità di Tangentopoli”. Arrivano i giusti. I tempi dei soldi ai partiti pare stia finendo. Anche dei soldi presi legalmente. Nei prossimi mesi il referendum ci sarà. E il finanziamento pubblico sarà abolito.

    “… la Camera dice sì alla nuova legge sul finanziamento ai partiti… favorevoli maggioranza (compresi i Verdi, ndr) più Lega, Rifondazione e Ccd… Il provvedimento aumenta il rimborso
    elettorale a quattromila lire da moltiplicare per ogni cittadino avente diritto al voto”. Nota Ansa, 19 marzo 1999.

    Oggi, domenica 3 gennaio 1993, in un’intervista alla Stampa, Mario Chiesa ha detto di aver restituito il 160 per cento di quello di quello che aveva rubato. Testuale. Non ha negato di essere colpevole. “Sono salito sulla giostra e ne ho accettato le regole”.
    Abbiamo pensato che non servono davvero a nulla certi discorsi. Quando ci sono le rivoluzioni, ci sono i morti. E ci sono i predicatori.

    Puzza di soldi chiama informazione corretta
    Oggi è stato il momento di Franco Servello, deputato e coordinatore della segreteria politica del Movimento sociale italiano: “C’è da restare sconcertati di fronte alle manovre dei partiti sul finanziamento pubblico. Chi più sente sul collo il disprezzo della pubblica opinione è alla ricerca di espedienti per salvarsi e per strangolare l’opposizione. Il finanziamento pubblico ai partiti era impopolare prima di Tangentopoli, figuriamoci ora”. Servello ritiene che “emerge la vecchia questione dei diritti e dei doveri di tutti i partiti e soprattutto di quelli di opposizione.
    Questi non possono fruire dei privilegi di cui si sono appropriati finora i partiti di governo e di potere, compreso lo stesso ex Pci, in tema di informazione televisiva e radiofonica, sicché l’abrogazione totale di ogni forma di finanziamento pubblico rappresenterebbe indirettamente un vantaggio e non un danno per la partitocrazia. Si abolisca pure il finanziamento pubblico, si ricorra se possibile alla messa a disposizione di servizi alle forze politiche e culturali, ma il problema dell’informazione, dell’uso distorto ai fini dell’aggregazione del consenso del servizio pubblico radiotelevisivo rimane centrale e ineludibile”. Lo sarà ancora a lungo.

    “In Italia c’è stato il tentativo di restringere alle sole televisioni la questione della libertà di accesso ai sistemi di produzione culturale e di informazione. Una versione riduttiva, alimentata dalla polemica sul conflitto di interessi”, Gianfranco Fini, da Bologna, congresso di Alleanza nazionale, 4 aprile 2002.
    (12 –continua)

    saluti

  7. #17
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    Oggi è giovedì 7 gennaio 1993. Oggi è stata una giornata frenetica. Oggi siamo stati ricoperti di notizie e c’era qualcosa di strano. Notizie di poco conto, tante, una dietro l’altra. Prosegue l’inchiesta a Parma, ci hanno detto; si è dimesso il sindaco perché due suoi assessori, socialisti, sono in galera. Prosegue l’inchiesta a Rimini, prosegue a Verona. Ci hanno detto che a Roma il sindaco Franco Carraro querela, perché c’è un’inchiesta sull’amministrazione, ma per reati d’abuso d’ufficio, e non per corruzione e concussione. Massimo D’Alema, del Pds, è contrario alla depenalizzazione del finanziamento illecito, e il movimento giovanile democristiano è contrario al finanziamento pubblico, e basta.
    A Milano, Antonio Di Pietro s’è sdoppiato e triplicato, fra udienze per le tangenti all’Ipab, quelle sui corsi professionali, e gli interrogatori agli imprenditori sulle tangenti al depuratore di Nosedo. E’ sembrata una giornata di semina, quella di oggi. Un fermento trattenuto.
    Achille Occhetto, segretario del Pds, ha annunciato che domani il suo partito deciderà a proposito della mozione di sfiducia al governo di Giuliano Amato. Occhetto ha confidato a Italia Radio di essere molto preoccupato per l’andamento dell’economia. “Non sa difendere la lira per motivi che non sono solo economici, ma politici”.
    Al Gr1, il segretario repubblicano, Giorgio La Malfa, poco prima dell’ora di pranzo, ha detto che la lira sta attraversando “una crisi di sfiducia”.
    Tutta colpa della politica del governo.

    Leggendo queste dichiarazioni, ci sono venute in mente parecchie cose. Ci sono venute in mente le giornate di agosto e settembre dell’anno scorso, la tremenda svalutazione della lira, l’uscita della nostra moneta dallo Sme, il sistema monetario europeo.
    Ci è venuto in mente che cosa disse Craxi, lo scorso 18 settembre. Parlò di “intreccio di forze e circostanze diverse”, di “quantità di capitali speculativi provenienti sia da operatori finanziari che da gruppi economici”, di “potenti interessi che pare si siano mossi allo scopo di spezzare le maglie dello Sme”, di “avversari dell’Unione europea, che è un evento di grande portata”.
    Ci è venuto in mente un bel libro, che uscirà fra non molto, nel 1995. Un libro di Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono, “L’anno dei complotti”. Nelle primissime pagine c’è qualche riga che, letta oggi, un pochino fa pensare: “Da qualche mese, lo notano in molti, Moody’s si accanisce particolarmente contro l’Italia: nel settembre ’92 un suo declassamento dei Bot italiani ha addirittura avviato una gigantesca speculazione che ha portato alla svalutazione della lira”.

    “Questa storia, si è detto, comincia nel giugno ’92 anche se quei pochi che hanno voluto accorgersene l’hanno potuto fare solo sei mesi più tardi… Il 2 giugno 1992, lo yacht della famiglia reale inglese, il Britannia, si trova in acque territoriali italiane… un nutrito gruppo di banchieri e finanzieri inglesi, una pattuglia di alti dirigenti di enti pubblici italiani e qualche politico…
    Che ci faceva tutta quella gente sul Britannia? Semplice: discuteva. Di che cosa? Di privatizzazioni di aziende pubbliche italiane. Perché? Dopo tanti anni di ottimismo, la classe politica italiana era alle prese con una crisi economica e di credibilità internazionale senza precedenti. Una crisi aggravata dal terremoto di Tangentopoli…”. Da L’anno dei complotti, di Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono, edizioni Baldini& Castoldi, 1995.

    Oggi, giovedì 7 gennaio 1993, sentendo Occhetto e La Malfa, ci sono venute in mente un bel po’ di cose. Alla rinfusa. Una dietro l’altra. Ci è venuto in mente che proprio questi giorni è uscito – ma chi l’ha visto? un documento di varie pagine. E’ un documento redatto dalla rivista “Eir”, una rivista economica americana. Il titolo del documento è questo: “La strategia anglo-americana
    dietro la privatizzazione in Italia: saccheggio dell’economia nazionale”. Ci è venuto in mente che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, in un modo o nell’altro, comunque in un modo mai ben approfondito, sono entrati spesso nello squasso italiano di questi mesi. Ci è venuto in mente che fra poco, il 15 giugno, il nuovo ambasciatore amerciano a Roma sarà Reginald Bartholomew. Ci è venuto in mente che il giugno successivo, quello del ’94, Bartholomew dirà: “Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di
    proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri”.
    Ci è venuto in mente delle molte strette di mano fra Bartholomew e Leoluca Orlando, sindaco di Palermo. Dei viaggi in America di Orlando, alla fine delle 1992, per la “lotta alla mafia”. Ci è anche venuto in mente che nel marzo del 1998, fra poco più di cinque anni, Bartholomew diventerà
    presidente di Merril Lynch Italia.

    “Il corollario è che ‘l’operazione Britannia’ ha avuto pieno successo se è vero che i soli anglo-americani si sono accaparrati quasi il 50 per cento (precisamente il 48 per cento: 34 per cento agli americani e il 14 per cento agli inglesi) delle aziende finite in mano straniera”. Da L’anno dei complotti, di Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono, edizioni Baldini&Castoldi, 1995.

    Oggi è giovedì 7 gennaio 1993, e stavamo rimuginando di queste fatali coincidenze, e di quanto prima o poi dovremo approfondirle, quando ci è arrivata la notizia del secondo avviso di garanzia a Bettino Craxi. Non glielo hanno recapitato oggi. Glielo recapiteranno domani, anche se lo sapremo prima dai giornalisti, dai telegiornali.
    Uscirà domattina, venerdì 8 gennaio, alle 12,40, un lancio dell’agenzia Ansa: “Una seconda informazione di garanzia per l’on. Bettino Craxi è stata emessa dai magistrati che indagano sulle tangenti a Milano… I reati ipotizzati sono quelli di concorso in corruzione e violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti… Tra coloro che i magistrati della procura hanno risentito ultimamente, figurano l’ex cassiere del Psi, Sergio Redaelli, l’ex segretario regionale dello stesso partito, Loris Zaffra, e l’ex segretario cittadino della Dc, Maurizio Prada… riguardarebbe, secondo quanto si è appreso, una somma di trecento milioni pagata dalla Cogefar Impresit nell’ambito dei lavori per la centrale nucleare di Montalto di Castro…”.

    “Che tutti conoscessero i meccanismi del sistema partiti-imprese è noto a tutti, magistratura compresa… ho ricordato già come su metropolitana, Atm, Comune esistessero istruttorie e processi a iosa, solo che i giudici, magari gli stessi di Mani pulite, si comportavano diversamente… Ora smentirebbero, indignati. Direbbero di non aver appartenuto in nessuna misura al sistema che ora criminalizzano… Niente spartizioni, maneggi, pranzi pro questo o quello. Perché, vede, loro non c’erano. Prima del 5 aprile 1992 erano distaccati alla procura di Saturno”. Da "Io li conoscevo bene", libro-intervista di Filippo Facci a Paolo Pillitteri, socialista, ex sindaco di Milano, edizioni Newton Compton, 1994.

    Domani, venerdì 8 gennaio 1993, dopo aver saputo del nuovo avviso di garanzia a Craxi, vedremo i soliti planare, volando in circolo. Avranno sentito odore di sangue.
    Giacomo Mancini è un socialista rivaleggiante con Craxi. Dirà la sua: “Craxi avrebbe dovuto fare al Parlamento un discorso diverso da quello che ha fatto. Anziché dire, come ha detto, che tutti i membri del Parlamento o gran parte di essi erano responsabili di ciò che era avvenuto, meglio avrebbe fatto a dire che era disponibile a presentarsi davanti ai magistrati di Milano per spiegare quello che era in grado di spiegare non essendo assolutamente immaginabile che in rapporto a flussi finanziari di quell’entità ci possa essere qualcuno che pensi che il segretario amministrativo agisse senza mai dire o senza informare il segretario politico”.
    Ecco, non poteva non sapere. E’ ora di fare piazza pulita.

    Questo paese deve diventare uno specchio, e ci sono volontari. Giovanni Pellegrino, senatore del Pds, presidente della giunta delle immunità parlamentari a Palazzo Madama, dirà: “Il nuovo avviso di garanzia all’onorevole Craxi pone in luce un problema gravissimo: gli appalti all’Enel, fino a ora gestiti in forma privatistica. Sulla logica perversa di tali appalti non penso che i giudici milanesi abbiano bisogno di suggerimenti. Tuttavia mi dichiaro a loro
    disposizione”.

    “Chiarisco subito un punto. Esisteva una separazione netta tra le funzioni di segretario politico e quella di segretario amministrativo… Ero comunque al corrente, e non solo quando fui segretario politico del partito, della natura non regolare dei finanziamenti ai partiti e al mio partito. L’ho cominciato a capire quando portavo i pantaloni alla zuava… da decenni il sistema politico aveva una parte del suo sostentamento economico irregolare o illegale e non lo vedeva solo chi non lo voleva vedere… il partito comunista non è mai stato un partito povero… per questo si avvaleva di una finanziamento che proveniva in gran parte da fonti illegali…”. Craxi depone davanti a Di Pietro, processo Cusani, 17 dicembre 1993.

    Oggi, 7 gennaio 1993, il processo Cusani è ancora lontano. Ma ci sono giornalisti che hanno saputo apprezzare già il Di Pietro che in aula prende gli indagati per la collottola.
    Fra due giorni leggeremo Giorgio Bocca sulla Repubblica: “Un uomo antico, questo Di Pietro in processo, un uomo dell’Italia comunale, un popolano eletto a una delle cariche pubbliche, ingenuo e consapevole della sua democratica autorità. Forte, timido, violento, appassionato con quel suo italiano ancor pieno di sapori contadini.
    Trovare ancora uomini così è una fortuna che ci riconcilia con questo paese…”.

    “… perché se è vero che anche un politico è innocente fino a prova contraria, è anche vero che questa vicenda non è un giallo e non si tratta di aspettare l’ultimo capitolo per capire chi è
    l’assassino”. Vittorio Feltri su Craxi, dall’Indipendente, 9 gennaio 1993.

    (14 - continua)

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  8. #18
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    Oggi, sabato 9 gennaio 1993, abbiamo saputo di primo pomeriggio che cosa leggeremo sull’Espresso di lunedì, 11 gennaio. Quelli dell’Espresso ci tengono ai loro scoop, e li divulgano. Lo scoop è la pubblicazione dei verbali dei tre socialisti che hanno inguaiato Bettino Craxi: l’ex segretario dell’Inadel, Nevol Querci, l’ex segretario regionale, Loris Zaffra, e l’ex componente del direttivo socialista, Sergio Radaelli.
    Ah, ecco, su questo Radaelli, questo buon amico di Antonio Di Pietro, ce ne sarebbero da raccontare, e prima o poi lo faremo, ma le anticipazioni dell’Espresso non ce ne hanno dato il tempo. Craxi di qui, Craxi di là, mazzette, milioni, nomine.
    Querci, anticipa l’Espresso, ha detto di essere stato messo all’Inadel da Craxi: “Sapevo e so che nei posti chiave di determinati enti, tra cui l’Inadel, vengono messe delle persone in cui il partito ha fiducia, anche perché in grado di farsi carico di far pervenire contributi al partito stesso”.
    Il poverino, sappiamo oggi, dunque era lì, con la canna del fucile alla schiena: “Sapevo che un mio eventuale voltafaccia avrebbe comportato la mia immediata emarginazione e la revoca del mio incarico”. E Bettino? Ma certo, Bettino non poteva non sapere: “L’on. Balzamo non poteva non mettere a conoscenza il responsabile politico dell’entità e provenienza dei finanziamenti”.
    Gli avvocati di Craxi hanno parlato di finalità politiche. Poco prima dell’ora di pranzo, il procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli, ha dovuto esprimere tutta la sua amarezza: “Queste attribuzioni di finalità politiche sono frutto di una distorsione culturale”.

    “A Cernobbio in maniera un po’ imprevista venne preannunciata dal giudice Antonio Di Pietro la presentazione di una bozza di legge… Non so dire se questo sia l’inizio di una nuova era nei rapporti tra magistratura, politici e mondo dell’imprenditoria… Mi riesce difficile accettare l’idea che per precisare e dettare le nuove regole del gioco siedano allo stesso tavolo sia le guardie che i ladri”. Da “Lo Stato violato”, di Felice Casson (magistrato di Venezia), editore Il Cardo, 1994.

    Oggi, sabato 9 gennaio 1993, è stato un giorno importante per Antonio Di Pietro. Il suo implacabile braccio della legge ha piegato anche quello da superculturista di Arnold Schwarzenegger, l’attore di Hollywood.
    Ieri sera, venerdì 8, su RaiTre, è andata in onda la seconda puntata di “Un giorno in pretura”. Si vedeva Tonino alla prese con un processo per omicidio, e sono rimasti davanti allo schermo, popcorn e coca cola, sei milioni e 180 mila spettatori. I modi spicci eppure straordinariamente giusti di Di Pietro tirano più degli effetti speciali in cinemascope.
    “Danko”, il film di Schwarzenegger trasmesso da Canale 5 si è fermato a 5 milioni e 236 mila spettatori. Mentre noi oggi annotiamo i nuovi successi, stavolta di audience, di Di Pietro, c’è un giornalista che sta preparando il suo nuovo libro. Il giornalista è Giorgio Bocca. Il libro si chiamerà “Metropolis”, lo pubblicherà fra qualche mese Mondadori. Bocca è un uomo generoso, pieno di slanci e di amori. E proprio in questi giorni, proprio in questo inizio di 1993, sta incontrando Di Pietro per il libro.
    Ne abbiamo trovato copia, e a pagina 157 leggiamo: “Antonio Di Pietro è più alto di quanto immaginassi e più bello, più robusto, una bella faccia italica piantata su un fusto muscoloso, da condottiero di ventura, una intelligenza viva, spesso imprevedibile dietro quel suo essere, quel suo fare popolano. Uno di quelli un po’ fuori misura che si incontrano fra la gente comune, quelli che hanno qualcosa in più e di diverso, che vengono fuori dai luoghi comuni e che ti fanno capire che in questo nostro paese ci sono ancora linfe vitali che passano per le generazioni, talenti ereditari, lampi di civiltà trasmessi da padre in figlio e ai figli del figlio. Di Pietro fa pensare al Giotto del cerchio, il contadino geniale con un orgoglio che non si vergogna delle sue origini”.

    “Ascolto il giudice poliziotto e mi viene in mente il Lenin rivoluzionario”. Da “Metropolis”, di Giorgio Bocca, editore Mondadori, 1993.

    Come alle popstar, gli arrivano un sacco di lettere a questo nostro guerriero. Ce ne sono di belle, davvero, ne raccoglierà qualcuna Filippo Facci, nella sua “Biografia non autorizzata”, che sarà in libreria per Mondadori fra quattro anni, nel 1997. Carla, 41 anni, gli scrive: “Caro Di Pietro, sei mitico- fantastico-fortissimo-super… Quando arringhi sei insuperabile coinvolgente ipnotico”.
    Il prossimo Natale, quello del ’93, Elena e Rossana prenderanno carta e penna: “Avendo ormai scoperto che Babbo Natale non esiste, io e Rossana, due studentesse liceali, abbiamo deciso di scrivere una letterina proprio a lei”.
    Chiara B.: “Tu sei forte, sei unico, sei un mito… Oltre a Spazzali si è messo anche Tarantola contro di te… Non sto qui a descriverti i vari momenti di odio che provo ogni volta che quei due cercano
    di bloccarti… l’intelligenza del presidente (o giudice) dovrebbe essere quella di portare acqua al tuo mulino nell’interesse dell’Italia… Ogni lunedì e venerdì rinuncio ai miei impegni e mi piazzo davanti alla tv per guardarti. A volte mi incanto nel guardarti senza seguire i vari intrecci, mi basta sapere che sei lì, che li stai braccando”.

    “Perché non mi vogliono”, titolo di un articolo di Antonio Di Pietro, l’Unità, 8 gennaio 2003.

    Oggi, sabato 9 gennaio 1993, siamo rimasti incantati a guardare quest’Italia che tira fuori la testa dalla melma. Oggi un consigliere comunale del Msi, Amedeo Laboccetta, ha consegnato alla Digos di Napoli una videocassetta in cui si vede il sindaco, Nello Polese, socialista, che alla festa dei Gigli, nel quartiere Barra, si accompagnava con l’ex presidente di circoscrizione, Salvatore
    Minichini. Costui, abbiamo saputo, è stato arrestato un paio di mesi fa con l’accusa di collusioni con la camorra.

    “Se una persona ritiene di avere informazioni importanti da dare alla giustizia e non se la sente di esporsi, ebbene dobbiamo tenere presente che esiste la categoria degli informatori di polizia”. Francesco Saverio Borrelli, alla Stampa, 9 maggio 1993.
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    Oggi è domenica 10 gennaio 1993, e per passare la giornata – di quiete, finalmente – ci siamo indaffarati a immaginare, anzi, a ricostruire che cosa uscirà domani con l’Espresso.
    Questo settimanale poderoso, che fucina di scoop, ne ha promesso giustappunto uno per domani, 11 gennaio. Usciranno, in esclusivissima, i verbali d’interrogatorio dei socialisti milanesi Nevol Querci, Loris Zaffra e Sergio Radaelli. Tanto lo sanno tutti, già adesso, che i due avvisi di garanzia a Bettino Craxi sono arrivati per via delle tangenti prese dai tre, e di cui Craxi non poteva non sapere. Lo abbiamo letto, nelle anticipazioni, nelle parole di Querci. Quanto a Radaelli, da quello che l’Espresso concede prima dell’avvento in edicola, avrebbe detto: “Per quanto riguarda le nomine ai vertici della Metropolitana milanese, l’indicazione del nome del presidente Claudio Dini venne cooptata direttamente dal segretario nazionale del Psi, Bettino Craxi, e l’indicazione del referente del Psi tra sistema delle imprese operanti nella Mm e sistema dei partiti, nella persona di Silvano Larini, venne pure fatta dall’on. Craxi”.
    Ci è parso tutto chiaro. Per essere certo che non gli sfuggisse un tallero, Craxi ha piazzato uomini di fiducia ovunque. Questo ha detto Radaelli. Noi a ripeterci tutti questi nomi – Radaelli, Dini – ci siamo chiesti quale fosse il Natale della famosa cena. Ci siamo sforzati un po’, e ci è venuto in mente che il Natale della famosa cena lo racconterà Filippo Facci, nella sua biografia non autorizzata di Antonio Di Pietro.

    “E’ il 19 dicembre 1991. Sono tutti a casa di Dadone (l’imprenditore Antonio D’Adamo, ndr), nei due grandi appartamenti di 300 metri quadri tra il primo e il secondo piano di via De Amicis 47.
    L’atmosfera è più raccolta del solito. Regali, regalini, orologi, sciocchezze, cosucce d’oro e d’argento. Tonino stringe in mano un librone con dedica: Buon Natale dal tuo amico Claudio Dini. Radaelli beve Dom Perignon… Si è fatto tardi, è l’ora del brindisi con discorsetto politico di Pillitteri e applausi di circostanza. Di Pietro alza il calice e inneggia al migliore dei sindaci possibili, ‘il più bravo, il nostro amico Paolo!’ ”. Da Di Pietro, la biografia non autorizzata, Filippo Facci, editore Mondadori, 1997.

    Oggi, domenica 10 gennaio, abbiamo avuto tutto il tempo per rinfrescarci la memoria su Radaelli. Era uno del giro. Il giro delle cene, della nostra bella vita. C’era lui, c’era Eleuterio Rea, che era il capo della Digos. C’era D’Adamo, che aveva la lira, ed era amico anche di Silvio Berlusconi. C’erano gli altri socialisti, Dini, Pillitteri. C’era qualche democristiano, talvolta: magari il presidente dell’Atm, Maurizio Prada. C’era il giovane magistrato Antonio Di Pietro. E il suo compare, Giuseppe Lucibello. Ai tempi lo chiamavano Geppino, ma non è che godesse di gran considerazione: in fondo era un avvocaticchio squattrinato. Tutte queste cose non si sanno ancora, adesso che siamo all’inizio del 1993. Ma se ne comincerà a parlare presto, molto presto.
    Il 17 luglio di quest’anno, del ’93, quando il settimanale Il Sabato infilerà una lunghissima inchiesta sull’eroe dei nostri tempi: Tonino Di Pietro.
    Il “Dossier Di Pietro”, si chiamerà. Lo scriverà Roberto Chiodi. Noi, ovvio, lo abbiamo già, e ce lo siamo sfogliato e risfogliato. C’erano alcuni punti che ci interessavano. Uno va riproposto.
    Parla di fatti antichi. Del 1988. Di Pietro conduce l’inchiesta sulle “carceri d’oro”. Ecco il brano: “… il magistrato, grazie alle sue conoscenze informatiche, riesce a decrittare l’elenco dei tangentomani pagati dall’imprenditore Bruno De Mico. L’elenco dei corrotti è contenuto in un floppy disk e celato da un codice alfanumerico relativamente facile. A ogni nome corrisponde una
    sigla composta dalle ultime due lettere del cognome, da un numero e dalle prime due lettere del cognome. E dove il numero indica le lettere del nominativo mancanti…”. E’ un bel giochino. Craxi sarebbe XI1CR. Facilissimo. Per altri nomi sarebbe appena più difficile. Per esempio, Di Pietro sarebbe RO4DI. Siamo subito tornati a quello che scriverà Chiodi: “Di Pietro è uno dei pm. Né lui né altri esperti informatici riescono a scoprire chi poteva celarsi dietro la sigla DA1PR. Preda? Proda? O magari Prada? E quel mistero celato dietro la sigla SA2CH? Chi si nascondeva? Chiusa? Chiosa? O Chiesa?”. Uno spasso, questo gioco. Il Sabato ci ricorderà anche che nel floppy c’era un’altra sigla: MI PSI SEGR. Mah.

    “Da due anni studiavo, diciamo che ero abbastanza preparato in materia di tangenti… eravamo pronti a compiere il grande viaggio”. Antonio Di Pietro, da Mani pulite & bocche aperte, di Paolo Cucchiarelli e Ferdinando Regis, editore Mondadori, 1993.

    Oggi, in questa domenica d’inizio gennaio del 1993, ci siamo voluti sbizzarrire con Radaelli.
    Rieccoci a cinque anni fa, 1988. Oltre che all’inchiesta sulle “carceri d’oro”, Di Pietro si stava dedicando all’inchiesta su certe tangenti – perché ne giravano anche allora, lo sappiamo bene – all’azienda dei trasporti di Milano. Gli inquirenti scoprirono, ce lo siamo ricordati oggi, che il collettore delle mazzette era un certo Carlo Provini. E Di Pietro, che già era un segugio col naso a radar, rintracciò il libretto con riportato tutto, cifre, pagatori, incassatori.
    Purtroppo, altre sigle. Di nuovo ci siamo letti il numero del Sabato che sarà in edicola il 17 luglio: “Compaiono sigle niente affatto indecifrabili: ‘Eleut.’ (Eleuterio?). ‘Riv.’ (Riva?). ‘Rad.li’ (Radaelli?). Il buon Di Pietro chiede aiuto alla squadra mobile, sezione reati finanziari. Dirigente è il suo amico Rea (Eleuterio)”. A questo punto, abbiamo ritirato fuori la Biografia non autorizzata, di
    Facci: “… il nome ‘Radaelli’ compare in chiaro due volte per l’anno 1978, poi diviene ‘Rada’ e ottantun volte ‘Rad’… Il 23 maggio Tonino chiede a Rea di identificare i cognomi evinti dal quadernetto. Il 2 giugno Rea gli risponde in maniera blanda, identificando alcuni cognomi ma non altri. Mancano, per la precisione, Radaelli…”. Ma, insomma, è anche vero che di Radaelli, o Redaelli, all’Atm ce n’era una decina buona. Magari Sergio, l’amico nostro, era un po’ più importante, un po’ più socialista, un po’ più attiguo a Pillitteri. Ma…

    “Abbiamo adottato il metodo del dentro-fuori, pochi arresti mirati ogni giorno e ottenuta la confessione subito la libertà o gli arresti domiciliari. Non volevamo ripetere gli errori dei giudici di Napoli, i loro arresti in massa dei camorristi, tutti quei casi di omonimia”.
    Antonio Di Pietro parla di Mani pulite, da Metropolis, di Giorgio Bocca, editore Mondadori, 1993.

    C’è un’altra vicenda, con Radaelli, Di Pietro e Rea, di cui nessuno di noi si è dimenticato. Anche perché i fatti di quest’ultima vicenda si incastrano perfettamente nei giorni dell’inchiesta sull’Atm.
    Dunque, Rea ci teneva tanto a diventare capo dei vigili urbani. Di Pietro aveva bisogno di un appartamento. Lo cercava da un po’. Ma in centro sono tutti così costosi. Radaelli, su questo non ci piove, non vedeva l’ora di uscire da quella imbarazzante inchiesta. Pillitteri, che era sindaco di Milano, non ebbe nulla in contrario quando Radaelli gli sottopose la candidatura di Rea. Di Pietro ottenne l’ok da Francesco Saverio Borrelli per entrare nella commissione, e poi si ritirò per le proteste di alcuni consiglieri comunali. Senza tenerla tanto lunga, tanto è roba nota e stranota, o quantomeno lo diventerà: Rea vinse il concorso e divenne capo dei vigili. Di Pietro ebbe dalla Cariplo – di cui Radaelli è consigliere d’amministrazione – un bell’appartamento in via Andegari. Radaelli, pochi giorni dopo, venne prosciolto.
    Però ci siamo anche detti che forse si trattava di un caso, di uno di quegli ingarbugliatissimi casi della vita, poiché ora Radaelli è di nuovo nei guai, guai seri. Lo sta indagando di nuovo Di Pietro.

    “Certo, contribuii forse per risolvere uno dei tanti problemi di un amico (Di Pietro, ndr), in un periodo per lui non facile. C’eravamo impegnati un po’ tutti perché potesse rimanere a Milano di
    sera”. Paolo Pillitteri, da Io li conoscevo bene, intervista con Filippo Facci, Newton Compton editore, 1994.

    Oggi, domenica 10 gennaio 1993, siamo ansiosi di leggere, domani sull’Espresso, con quali parole Radaelli avrà inguaiato, oltre che Craxi, anche Pillitteri e un altro sindaco della Milano socialista, Carlo Tognoli. Radaelli è stato pure arrestato, il 6 maggio dello scorso anno, il 1992. Che storia complessa, anche questa. C’è di mezzo ancora un trio: Di Pietro, Radaelli, e stavolta, anziché Rea, l’avvocato Lucibello. Che intanto ha fatto fortuna, difende un bel po’ degli indagati di Mani pulite. Per venire a capo di questa storia ci abbiamo messo un po’. Abbiamo anche usato dei tabulati della Telecom.
    Ecco, secondo i tabulati, il primo maggio ci sono quattro telefonate fra Di Pietro e Lucibello. Il due maggio, una fra Di Pietro e Lucibello e una fra Lucibello e Radaelli. Il tre maggio, una fra Radaelli e Lucibello e tre fra Lucibello e Di Pietro. Il quattro maggio una fra Di Pietro e Lucibello. Il cinque maggio, giorno cruciale, due fra Lucibello e Radaelli e due fra Lucibello e Di Pietro. L’epilogo è nella Biografia non autorizzata di Facci: “Il 5 maggio Tonino verga la richiesta d’arresto per Radaelli. La sera stessa, tra centomila telefonate che qui vengono tralasciate, l’avvocato Pezzotta deposita una provvidenziale memoria con dichiarazione di ampia collaborazione. La mattina del 6 Lucibello avverte Radaelli alle 10,05. I militi lo prelevano e lo portano nella caserma di via Moscova dove sono a immediata disposizione Antonio Di Pietro e il gip Italo Ghitti”. Per fortuna, e per la sua buona disponibilità, Radaelli avrà gli arresti domiciliari il giorno stesso.

    “La logica dell’onorevole Craxi a volte mi sfugge. Credo alludesse al fatto che arrivato alla procura di Milano avevo fatto conoscenza di alcuni politici fra cui il democristiano Prada e il socialista Radaelli. Mi sembravano due persone per bene e quando ho capito che per bene proprio non erano li ho fatti arrestare. Lui dice che a Radaelli davo del tu. Non capisco la differenza, invece di dire lei Radaelli è in arresto avrò detto Radaelli ti arresto”. Antonio Di Pietro, da Metropolis, di Giorgio Bocca, editore Mondadori, 1993.
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    Oggi, lunedì 11 gennaio 1993, ci hanno dato dentro, in tutta Italia. E andranno avanti. Un mascalzone via l’altro, tutti in gattabuia. Pare non esserci procura senza scatto d’orgoglio e senza rigurgito di giustizia. Chissà, ci siamo chiesti, su quali montagne erano rimasti rintanati questi partigiani del bene. Stasera, alle 20, abbiamo saputo che i giusti fra i giusti hanno firmato la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi. Centodieci pagine, scritte dal pubblico ministero Piercamillo Davigo. Non ci sono stati commenti. Abbiamo saputo che ce ne saranno pochi anche nei giorni a venire, ma un paio, del democristiano Sergio Mattarella e del verde Mauro Paissan, ci hanno inchiodati alla brezzolina di questo inverno.
    Domani, Mattarella dirà: “Io non aspetto di vedere le carte. Voterò per l’autorizzazione a procedere in quanto ritengo che in questo momento sia necessario favorire il rapido accertamento della verità, così come abbiamo fatto con i nostri esponenti di partito coinvolti nell’inchiesta giudiziaria di Milano”. Mattarella non le guarderà nemmeno, le carte. Chi invece le guarderà è Paissan, componente della giunta per le autorizzazioni a procedere. Le guarderà di corsa e dopodomani, mercoledì 13, si pronuncerà:
    “Senza venir meno al dovere di riservatezza cui sono tenuti i membri della giunta per la autorizzazioni a procedere, posso affermare che la richiesta inviata dai magistrati milanesi a carico dell’onorevole Craxi appare basata su fatti dettagliati e circostanze precise e non su teoremi…”. Uno non le guarderà, l’altro non viene meno.

    “La verità è che il Psi è la trave, la trave marcia, del sistema politico italiano”. Rina Gagliardi, dal Manifesto, 13 gennaio 1993.

    Oggi, lunedì 11 gennaio, abbiamo impegnato il pomeriggio nella redazione di un mattinale.
    A Trevi, in provincia di Frosinone, è stato arrestato il sindaco socialdemocratico, Paolo D’Ottavi, perché pare abbia intascato una tangente. A Roma, per una mazzetta da novanta milioni sulle
    pulizie dell’ente Eur, Fausto Del Turco, fratello di Ottaviano, attende a Regina Coeli di essere interrogato dal giudice delle indagini preliminari. A Campobasso, stamattina, la procura ha emesso avvisi di garanzia per certe bustarelle pagate sulle concessioni alberghiere; fra i nove c’è l’ex presidente della giunta regionale, il democristiano Enrico Santoro; gli altri otto sono albergatori. Questo, oggi.
    Domani si proseguirà. A Foggia saranno firmati gli avvisi di garanzia per tre parlamentari, due socialisti (Pasquale Diglio e Domenico Romano) e un democristiano (Franco Di Giuseppe); stesso regalino per tre consiglieri regionali: il socialdemocratico Giuseppe Affatato e i socialisti Roberto Paolucci e Angelo Ciavarella; l’indagine è sugli appalti per l’ammodernamento del porto di Manfredonia. A Mantova l’avviso di garanzia, domani, raggiungerà un imprenditore accusato di aver versato illegalmente dei quattrini al deputato democristiano Bruno Tabacci. A Terni finirà in galera l’assessore regionale del Psi, Giampaolo Fatale; la vicenda, ovvio, riguarda un giro di tangenti, che aveva già portato alla reclusione due assessori, uno comunale, l’altro provinciale, entrambi socialisti. La prigione, a Verona, sarà decisa per il presidente democristiano dell’Azienda generale servizi municipalizzati, Pietro Albertini. E’ accusato di concorso in corruzione.

    “Ci fu anche un lungo sonno, o almeno un pigro sonnecchiare, della magistratura: che infatti s’è svegliata d’improvviso, nel resto d’Italia, dopo che era scoppiato il bubbone milanese”. Da L’Italia
    degli anni di fango, di Indro Montanelli e Mario Cervi, Rizzoli, 1993.

    (18 continua)

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    Di EnricoBua nel forum Squadre Siciliane
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  3. Benvenuto a un altro Mattia!
    Di Mati777 nel forum Aviazione Civile
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  4. Mattia....
    Di mustang nel forum Centrodestra Italiano
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  5. Ecco un Mattia Feltri da oscar...
    Di Stonewall nel forum Padania!
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