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Discussione: Mattia nel....

  1. #81
    Me, Myself, I
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    In origine postato da mustang
    -----------------------
    Quando m'affaccio qui mi basta sapere che siete bamboccetti, innocui e noiosetti.


    Wè!!
    "Cavallo pazzo"; il mondo è in fermento, è in evoluzzzzzzzione!!!
    Sei te quello che "tiri avanti" 'sto 3d.

    Dice che il Banana ha inanellato l'ennesimo successo in politica estera; un fallimento.
    Dice che hanno condannato per l'ENNESIMA volta una delle pubblicazioni che, nel tuo autismo, continui a leggere.

    Dice che ha calunniato.

  2. #82
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    Oggi è martedì 20 luglio 1993. Stamattina, alle 10.48, l’Ansa ha stampato una notiza:
    “Tangenti Milano: Cagliari morto in carcere”.
    Abbiamo letto le tre righe di testo: “L’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, è morto stamani nel carcere di San Vittore, dove era detenuto dal 9 marzo scorso”.
    Dopo dieci minuti, un nuovo dispaccio. C’era scritto che a dare la notizia era stato l’avvocato di Cagliari, Vittorio D’Aiello. L’avvocato, stamane, è uscito da San Vittore.
    Un giornalista l’ha avvicinato e gli ha chiesto se la richiesta di scarcerazione fosse stata accolta. Allora l’avvocato D’Aiello ha detto: “La notizia è che Cagliari è morto”. Poi è scoppiato a piangere.

    “E’ un fatto naturale. Aveva la sua età…”. Francesco Speroni, capogruppo della Lega al Senato, su Gabriele Cagliari,
    20 luglio 1993.

    Oggi, 20 luglio 1993, non abbiamo dovuto aspettare molto per saperne di più. Poco prima di mezzogiorno si è sparsa la voce che Cagliari è stato trovato con un sacchetto di cellophane in testa. Nemmeno un quarto d’ora, e la notizia è stata confermata dal procuratore Francesco Saverio Borrelli. Questa sera, alla Camera, il ministro della Giustizia, Giovanni Conso, ha dato i ragguagli: “Poco dopo le 9,40 un altro detenuto si è avvicinato alla cella per avvertire Cagliari che era atteso in sala colloqui dal suo avvocato. Non avendo ottenuto risposta ha chiesto l’intervento dell’agente di servizio. Due agenti di servizio hanno aperto il cancello della cella e hanno constatato che la porta di accesso al bagno di servizio era stata bloccata dall’interno. La porta è stata immediatamente forzata e all’interno è stato rinvenuto Cagliari riverso in terra con un sacchetto di plastica infilato in testa e legato al collo con una stringa di scarpa da tennis. Il sacchetto di plastica è stato immediatamente strappato dalla testa di Cagliari.
    Il medico di guardia ha constatato l’assenza di parametri vitali. Nonostante ciò per venti, trenta minuti è stato praticato il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale senza però ottenere alcuna ripresa dell’attività cardio-respiratoria”.

    “La morte merita rispetto, ma non può prestarsi a strumentalizzazioni politiche e men che meno essere utilizzata per ostacolare l’azione dei magistrati impegnati a far luce su Tangentopoli. Mettere in collegamento un possibile suicidio con i tempi lunghi della carcerazione preventiva può essere un modo per affiancare il tentativo di attenuare l’azione della magistratura in un momento in cui invece è necessario andare fino in fondo”. Gianfranco Fini, segretario del Msi, 20 luglio 1993.

    Oggi, 20 luglio 1993, è stato il centotrentatreesimo e ultimo giorno di carcerazione preventiva per Gabriele Cagliari. Sono quattro mesi e mezzo di galera per un uomo di sessantasette anni, presunto innocente, secondo le leggi.
    Abbiamo fatto una piccola ricerca. Ora possiamo dire che, in questi centotrentatré giorni, sono state respinte cinque richieste di scarcerazione. La sesta, avrebbe dovuto esaminarla proprio oggi il giudice delle indagini preliminari Maurizio Grigo; tre giorni fa, prima di partire per le vacanze, il pm Fabio De Pasquale aveva espresso il suo parere negativo. Cagliari era stato arrestato il 9 marzo di quest’anno, del 1993, con l’accusa di corruzione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti; è la grande inchiesta sui fondi neri dell’Eni. C’è qualche altra data che deve essere ricordata. Il 24 aprile, Cagliari, già detenuto, è stato raggiunto da un nuovo ordine di carcerazione. Sui fondi neri, appunto. Cagliari non li ha negati, ha detto di aver ereditato la situazione. Il 29 maggio, dieci giorni prima che scadessero i termini di detenzione preventiva, e cioè dieci giorni prima di essere liberato, Cagliari ha ricevuto un terzo ordine di carcerazione, stavolta per certi affari illeciti fra l’Eni e la Sai del gruppo Ligresti.
    Dopo aver verificato queste date, abbiamo preso un libro che uscirà fra nove anni, nel 2002.
    E’ Mani Pulite, di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio. Alle pagine 145 e 146, c’è scritto: “De Pasquale spiega che la decisione sulla libertà di un indagato non è discrezionale, ma riposa su precisi fondamenti giuridici: le esigenze di custodia cautelare cessano quando una persona ha reso una effettiva confessione”.

    “Ho sempre pensato che le regole che presiedono alla custodia cautelare non sono dirette a ottenere elementi di prova, e noi infatti non le applichiamo per ottenere questi elementi, ma per evitare il pericolo di inquinamento delle prove, di fuga e, soprattutto di reiterazione del reato”. Gherardo Colombo, a un dibattito a Palermo, 21 luglio 1993.

    Oggi, 20 luglio 1993, molti uomini politici hanno manifestato il loro dolore, la loro costernazione eccetera. Qualcuno, come il liberale Alfredo Biondi, ha detto che la carcerazione preventiva non è stata pensata per sfinire e tormentare gli indagati, e “non deve essere un mezzo per ottenere confessioni”.
    Il vicepresidente del Pli, Raffaello Morelli, ha parlato di “strumento di tortura”.
    Molti altri hanno soltanto barcollato. Soltanto per un momento. Il socialista Enrico Manca ha detto che “sarebbe sbagliato mettere sulle spalle dei magistrati un avvenimento così doloroso”. Il socialdemocratico Antonio Pappalardo ha detto che il problema è la lentezza, semmai, e dunque “è ormai venuto il tempo che a Tangentopoli subentri in tempi brevi Condannopoli”. Pietro Ingrao si prepara a “respingere la campagna che probabilmente ci sarà di quelli che non vogliono rendere conto alla giustizia delle loro malefatte”. Un altro pidiessino, Cesare Salvi, ha detto che “le condizioni carcerarie sono un problema che esiste da decenni”. Il leghista Gianfranco Miglio ha detto che “un evento come questo spinge in senso opposto a quello della carità, della pietà e conferma che la politica è una cosa seria. La politica è rischiare la vita fin dai tempi di Adamo ed Eva. Bisogna andare avanti nella pulizia e va adoperata la spada della punizione”. Per il capogruppo alla Camera del Pds, Massimo D’Alema, “sarebbe sbagliato cogliere un pretesto per interventi impropri e velleitari”. Il procuratore aggiunto di Torino, Marcello Maddalena, ha detto che “rischi di questo tipo ci sono sempre, ogni volta che si prendono provvedimenti giudiziari”.
    Il leader della Rete, Leoluca Orlando, ha detto che “è la conferma che il regime sta crollando”. Fra due giorni, il 22 luglio, i consiglieri comunali di Milano si alzeranno in aula per un minuto di silenzio; sette consiglieri leghisti resteranno seduti, uno abbandonerà l’aula.

    “Noi stiamo ricevendo dei fax in continuazione, che per noi hanno lo svantaggio di non rilevare la provenienza, nei quali c’è scritto che sperano che noi ci suicidiamo tutti e che di questo hanno voglia di godere”. Mino Martinazzoli, segretario della Dc, 20 luglio 1993.

    Oggi è il 20 luglio 1993. Stamattina, prima che Cagliari si ammazzasse, avevamo letto la Repubblica.
    In prima pagina c’era il seguente titolo: “Ferruzzi allo sbando, ora tremano i big”. A pagina quattro, un altro titolo:
    “Cinque ‘eccellenti’ nel mirino di Mani pulite”. Si riferivano alle confessioni di Giuseppe Garofano, l’ex presidente di Montedison. C’erano le foto e le biografie, fra gli altri, di Raul Gardini e di Carlo Sama.
    In quella di Gardini abbiamo letto: “Chi l’ha incontrato negli ultimi tempi, descrive Raul Gardini come un uomo provato, logorato dall’attesa… Nei giorni scorsi ha bussato alle porte dei giudici informandoli di essere pronto a fornire ogni spiegazione. ‘Vedremo’, è stata la risposta che ha ancor più rattristato il romagnolo…”.
    “Tangenti, Garofano accusa Gardini”, titolo in prima pagina della Repubblica, venerdì 23 luglio 1993.
    Oggi è venerdì 23 luglio 1993. Le notizie, oggi, dovevano essere queste: stamattina c’è stato il funerale di Gabriele Cagliari. La funzione si è tenuta nella chiesa di piazza San Babila.
    Il sindaco di Milano, il leghista Marco Formentini, ha rifiutato di prendervi parte.
    Quando la moglie di Cagliari, Bruna, e i figli Stefano e Silvano hanno raggiunto il sagrato dietro al feretro, si è sentito l’estremo saluto di alcuni rappresentanti della società civile, in attesa fuori dalla chiesa: “Ladri!”. “Vergogna!”. “Nessuna pietà”. Molti i fischi. Le notizie dovevano essere queste. Ma alle 9,40 l’Ansa ne ha battuta una nuova: “Gardini si è suicidato”. Abbiamo poi saputo che le cose sono andate così: alle sette di mattina, il maggiordomo Franco Brunetti ha portato a Gardini la colazione e i giornali.
    Il maggiordomo intorno alle 8,45 ha cercato di girare una telefonata a Gardini, che però non ha risposto. Poco dopo il maggiordomo è andato a controllare, e ha visto Gardini sul letto, indosso aveva solamente le mutande e un accappatoio bianco intriso di sangue. Sul letto c’erano i giornali e un biglietto, con scritti i nomi della moglie e dei figli e un “grazie”. Niente altro. Alle 9,01, il centro di coordinamento delle ambulanze di Milano ha ricevuto una richiesta di soccorso, per un certo Verini vittima di un infarto in piazza Belgioioso. Quel Verini era Gardini, l’infarto era un colpo di proiettile alla tempia destra, uscito poi dalla tempia sinistra. L’indirizzo era giusto. Gli operai che stavano lavorando in piazza, hanno raccontato di avere visto un ragazzo uscire dalla porta e urlare. Si è poi scoperto che si trattava di Francesco, figlio di Gardini. Gli altri parenti erano a Ravenna. Si è pensato che sia stato il frastuono dei martelli pneumatici a coprire quello della pistolettata. Gli operai hanno anche raccontato di avere visto, più tardi, gli infermieri portare fuori di casa il corpo di Gardini. Un lettighiere cercava di tamponare le ferite alle tempie con due cuscini. Gardini è morto in ambulanza.

    “In fondo è un bene, vuol dire che c’è gente che, di fronte alla prospettiva della casacca a righe, preferisce togliersi la vita”. Gianfranco Miglio, ideologo della Lega, 23 luglio 1993.

    Oggi, 23 luglio, i giornali avevano in prima pagina i resoconti delle deposizioni di Garofano. Il Messaggero ha titolato: “Tangenti, da Garofano accuse a Raul Gardini”. Nell’articolo abbiamo letto: “Il colpevole dei buchi Montedison per Giuseppe Garofano, l’ex presidente della società di Foro Bonaparte in carcere da venerdì scorso, è Raul Gardini. Fu lui a ordinare di creare fondi extrabilancio attraverso complicate operazioni finanziarie e immobiliari. Fu lui a patteggiare, sempre secondo Garofano, il pagamento di tangenti in relazione all’affare Enimont… Così almeno sembra di capire da alcuni stralci – pubblicati dal settimanale Il Mondo – degli interrogatori a cui i giudici Di Pietro e Greco, insieme con il gip Ghitti, hanno sottoposto Garofano”. Abbiamo pensato che Garofano è in carcere da una settimana, che è stato interrogato da meno di una settimana e che già i verbali sono in edicola. Domattina, leggeremo la Repubblica. Il cronista Piero Colaprico comincerà così il suo pezzo:
    “Antonio Di Pietro cammina curvo, a testa bassa, così giù di corda che percorre il lungo corridoio della procura strisciando per decine di metri una spalla sul muro. Il volto terreo. Non guarda nessuno, ha un atteggiamento tale che nessuno gli si avvicina.
    Francesco Greco nasconde le lacrime dietro rotondi occhiali scuri, piange e un collega gli fa coraggio… Nell’arco di una manciata di minuti la procura cambia aspetto: questi stessi giudici, che sembravano storditi dalla morte di Raul Gardini, coordinano con la semplicità che viene dalla lunga esperienza la guerra lampo che s’abbatte sul Gruppo Ferruzzi, che fa spiccare gli ordini di arresto per il cognato di Gardini, Carlo Sama…”. Gli altri arrestati sono Vittorio Giuliani Ricci, altro cognato di Gardini, e il finanziere Sergio Cusani.
    Fra un anno, intervistato da Panorama, il gip Ghitti dirà:
    “Eccezionalmente, su quei provvedimenti ho indicato l’ora. Le 9 del mattino. Pochi minuti dopo il dramma. Per testimoniare che, nonostante il dolore, la giustizia deve andare avanti”. La giustizia è dunque andata avanti. Sono stati arrestati i superstiti, come era in programma. Poco prima delle nove si è ucciso Gardini. Poco dopo le nove sono partiti gli ordini di custodia cautelare. In questa mattinata, Di Pietro ha trovato il modo di andare in piazza Belgioioso, a manifestare il suo cordoglio.

    “Di Pietro è sceso dall’auto ed è stato riconosciuto da un gruppo di una trentina di persone che si trovavano in piazza Belgioioso e che lo hanno salutato applaudendo”. Ansa, 23 luglio 1993.

    Oggi è il 23 luglio 1993. Quando si è saputo della morte di Gardini, è partito il dibattito politico. Oggi, i politici hanno scoperto grandi doti da analisti. Molti di loro sanno perfettamente perché Gardini si è sparato in testa.
    Per Diego Novelli, della Rete, dietro alla decisione di Gardini “non c’è la rivelazione del verbale, ma il contenuto dell’interrogatorio”. Luciano Violante, del Pds, ha formulato la sua teoria: “Credo che la linea comune sia il crollo delle condizioni in cui hanno vissuto e operato questi personaggi.
    Il deputato democristiano Nino Cristofori ne ha formulata una simile: “No, non credo che abbia pesato in lui la paura del carcere. Anzi, lo escludo. Nella disperazione del suo suicidio, c’è più probabilmente la disperazione del suo fallimento”.
    La Voce Repubblicana, il giornale del Pri, si è sentita in dovere di divulgare nel pomeriggio la diagnosi che proporrà domattina in prima pagina: “Il suicidio di Gardini è la reazione tragica all’emergere in pubblico, senza più infingimenti dopo le confessioni di Garofano, delle regole vere e gli aggiramenti di legge perpetuati anche da grandi imprese private”. La segreteria politica della Lega Nord ha diffuso un comunicato:
    “… Si registrano vittime di quella stessa classe politica che persiste arrogantemente nel restare a Palazzo”. La conseguenza di questa riflessione è una proposta:
    “La magistratura e i cittadini, ognuno per la loro parte, devono perseguire con rigore i politici e i loro compagni di strada anche a costo di applicare loro l’articolo 580 del codice penale, l’istigazione al suicidio, oltre ai capi di imputazione già iscritti”.
    Il presidente dei senatori della Rete, Carmine Mancuso, ha interpretato la morte di Gardini come “il suicidio di un intero regime che non riesce a sostenere le responsabilità dei crimini commessi”.
    Il segretario della Dc, Martinazzoli, pare essersi già dimenticato dei fax di cui si lamentava pochi giorni fa: “Il suicidio di Gardini riguarda soprattutto un esame di coscienza che la grande imprenditoria deve farsi rispetto a degli anni che anche per lei sono stati di dissipazione”.

    “Questa gente che con una certa dignità, con una dignità certa, conclude una vicenda e ne sottolinea un’altra. In realtà Gardini e gli altri sapevano di agire secondo la legalità partitocratica dettata dall’ordine giudiziario in questi anni. In loro c’è lo sgomento e lo scandalo; la legge ladra era la legge imposta dall’ordine giudiziario italiano… E’ in questo contesto che uomini come Moroni, Gardini, Cagliari sentono insopportabile lo scandalo che li colpisce… e si sentono indifesi perché i loro persecutori furono i loro complici, se non i loro ispiratori, e oggi sono i loro giudici… Si assiste a un crollo di un regime, di una cultura, di una storia, ma nello stesso tempo si fanno avanti badogliani e bottaiani…”. Marco Pannella, ai giornalisti, 23 luglio 1993.

    Oggi, 23 luglio 1993, ci sono stati i funerali di Cagliari, il suicidio di Gardini e gli arresti di Sama, Cusani e altri ancora del Gruppo Ferruzzi. Sama e Cusani, questa sera, sono nel carcere di Opera. A Cusani i magistrati contestano di essere stato l’artefice di una plusvalenza di cento miliardi di lire necessari per pagare le tangenti ai partiti sull’affare Enimont. Già nei prossimi giorni si capirà che Cusani non intende collaborare.
    Intende essere giudicato, subito.
    Il suo processo sarà fulmineo e fulminante. Comincerà il prossimo ottobre. Si concluderà sei mesi dopo, a fine aprile del 1994. Lo vedremo tutto in tv. Sarà il gran finale di questo film con gli eroi, i prepotenti schiacciati, il popolo coi forconi, i cadaveri.
    Innanzi a Di Pietro e alle telecamere, vedremo immagini che diventeranno simboli: la bava di Arnaldo Forlani, l’orgoglio di Bettino Craxi. Il giudice Giuseppe Tarantola infliggerà a Cusani otto anni di prigione e centosessantotto miliardi di lire per risarcimento.
    Di Pietro commenterà soddisfatto: “Ammazza che botta”.
    Ci chiederemo spesso, negli anni a venire, che ne è di tutto il resto, di tutto quell’altro groviglio di mazzette, di fondi neri, di finanziamenti occulti che hanno avuto il loro centro nell’Eni e poi nel supertangentaro Pierfrancesco Pacini Battaglia, e che hanno provocato questi morti e decine di arresti e tutto il rinnovamento – ma forse “ricambio” è più giusto di “rinnovamento” – dei dirigenti dell’Eni. Ci sarà un’interminabile udienza preliminare, anni e anni, e poi stralci, rinvii. La velocità del processo a Cusani, o processo Enimont, è un’esclusiva di questi nostri giorni che dopodomani, sull’Unità, Paolo Villaggio definirà così: “… parlo a nome di tutta le gente comune come me, che ha vissuto e sta vivendo questo grande momento, questo grande cambiamento, quelli lì non sono morti e sepolti, sono tutti asserragliati, barricati nel loro bunker di Montecitorio…”.
    Però qualcuno, dal bunker di Montecitorio, fa sentire la voce giusta per chi sta vivendo questo grande momento. Per esempio Gianfranco Fini: “Il suicidio di Gardini è la fine del regime. A questo punto è difficile credere che certi suicidi siano motivati solo dalle compromissioni nelle inchieste sulle tangenti. Bisogna verificare se c’è altro e di ben più grave. Se la politica sia alleata con mafia e camorra, chi può escludere compromissioni e patti di sangue tra finanza e malavita? E’ necessario indagare a fondo sul piano giudiziario”.

    “Abbiamo un barometro per misurare la sincerità dei magistrati italiani: dopo aver chiamato in causa uomini politici e uomini d’affari, vedremo se chiameranno in causa, nella società delle pastette generalizzate qual è diventata l’Italia, il ruolo svolto dalla magistratura stessa, senza la cui complicità nulla di tutto ciò sarebbe avvenuto”. Libération, 24 luglio 1993.

    (74 continua)

    saluti

  3. #83
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    Oggi è giovedì 5 agosto 1993. Fra le notizie di oggi, ce n’è una che ci ha colpito, non tanto per la rilevanza dell’avvenimento, ma per i ricordi che ci ha suscitato.
    Si tratta di un incontro, a Milano, fra il pm Gherardo D’Ambrosio e il procuratore aggiunto di Torino, Marcello Maddalena. Probabilmente si sono scambiati informazioni sulla Fiat.
    Ma del resto sappiamo benissimo che si tratta di uno dei filoni di Mani Pulite che saranno definiti, e ben presto, in una maniera non troppo dolorosa.
    La notiziola ci ha semmai riportato alla lettura di un libretto, “Meno grazia, più giustizia”, una lunga intervista a Maddalena curata dal giornalista Marco Travaglio e con l’introduzione di Piercamillo Davigo.
    Il libro uscirà fra quattro anni, nel 1997, dalla casa editrice Donzelli. Sarà un libro che avrà qualche notorietà per una frase piuttosto cruda del procuratore: “Quello immediatamente successivo all’arresto è un ‘momento magico’ ”.
    Maddalena cercherà di spiegarsi: “L’arrestato si preoccupa meno della solidarietà nei confronti dei correi e più della rapida conclusione della sua disavventura”.
    L’argomento è quello della carcerazione preventiva. Travaglio chiederà: “Ma è vero o no che le manette sono usate per estorcere confessioni?”. Maddalena risponderà: “E’ vero esattamente il contrario. Non è che il giudice incarcera perché l’imputato confessi. E’ l’imputato che, di fronte a indizi di colpevolezza schiaccianti, non vede altra strada che confessare. E, confessando, fa venir meno le esigenze cautelari”.
    Ci chiederemo a lungo quali “esigenze cautelari” siano necessarie “di fronte a indizi di colpevolezza schiaccianti”.

    “… prevede (il codice, ndr) il divieto di custodia in carcere per le ‘madri di prole di età inferiore ai tre anni’ e per i ‘padri vedovi o con prole a carico della stessa età’… può essere un invito all’uxoricidio per i mariti con figli piccoli: se si rendono vedovi, non rischiano più le manette”. Da “Meno grazia, più giustizia”, intervista di Marco Travaglio a Marcello Maddalena.

    Oggi, giovedì 5 agosto 1993, siamo andati a riprenderci il libro che leggeremo fra quattro anni. Non c’è soltanto il momento magico. Ci sono riflessioni di carattere politico: “Nei casi di rilevanza penale che hanno riguardato l’ex Pci, la richiesta di utilità… assumeva forme più soft… I finanziamenti illeciti erano finalizzati a sostenere un partito… il che, a livello giudiziario, non è un’attenuante; ma nel comune sentire indubbiamente sì”.
    Altre riflessioni sulla custodia cautelare: “… un piccolo anticipo sul conto finale… Non vedo perché dovremmo dolerci per certi effetti indotti dallo stato di detenzione… qualunque conseguenza positiva ai fini della ricerca della verità… è benvenuta”.
    Riflessioni di carattere quasi filosofico: “Nessuno dice mai che l’errore giudiziario non è solo l’ingiusta condanna dell’innocente. Ma anche l’ingiusta assoluzione del colpevole”. Riflessioni sui rapporti fra i pubblici ministeri e i gip. Non è vero, dirà, che i gip sono appiattiti sulle richieste dei pm; semmai “a nessuno viene in mente che i giudici diano ragione al pm semplicemente perché il pm ha ragione”.
    Riflessioni più universali: “Siamo il paese più garantista del mondo? Che io sappia, sì”. Troverà, Maddalena, anche spazio
    per l’autocritica: “Anche i magistrati hanno le loro colpe: i pm chiedono pene troppo lievi”. (continua)

    saluti

  4. #84
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    Predefinito Il caso Stefanini, quando....

    .....l Pool scoprì la diversità del Pci-Pds

    Oggi è sabato 28 agosto 1993. Stamattina, sui giornali, abbiamo letto varie interviste a Tiziana Parenti, pubblico ministero del pool Mani pulite della procura di Milano. Tiziana Parenti sta indagando sulle tangenti al Pci e al Pds.
    Qualche giorno fa, il 24 agosto, abbiamo saputo che la signora Parenti ha inviato un avviso di garanzia a Maurizio Stefanini, che è tesoriere del Pci-Pds dal 1989, quando prese il posto di Renato Pollini. La vicenda di Stefanini, si è saputo e meglio si saprà nei prossimi tempi, è strettamente legata a quella di Primo Greganti. Che non porterà a nulla, lo abbiamo già visto e scritto. Il pool di Milano, nelle settimane e nei mesi a venire, accerterà che Greganti prese tangenti per il proprio tornaconto, non per quello del partito.
    Fu un millantatore. Si attribuì aderenze coi vertici delle Botteghe Oscure per avere dagli imprenditori denaro che altrimenti mai avrebbe avuto. Aprì conti in Svizzera per depositarvi il denaro senza che il suo partito ne sapesse nulla né tantomeno potesse attingervi. Questo risulterà al pool di Milano.
    Risulterà che Greganti riuscì a fare becco uno come Lorenzo Panzavolta, forse il massimo manager della Ferruzzi. Gli spillò oltre un miliardo in cambio di promesse, intorno a lavori dell’Enel, che si concretizzarono forse per puro caso. E dunque si accerterà, senza dubbio, che il tesoriere Stefanini non c’entrava e dunque non c’entrava il partito.
    Ma sono cose, queste, che ci siamo ripetuti mille volte. Come mille volte abbiamo ricordato che fra molti anni, nel 1998, il pm Paolo Ielo dirà: “Anche se Greganti nega, lui i soldi li ha dati al partito”. Ma è altro che ci preme, oggi.

    “Oppure Greganti è un gran bugiardo e dopo aver detto di prendere i soldi per il partito, se li è spesi in donne e in champagne”. Gerardo D’Ambrosio, ai giornalisti, 26 agosto 1993.

    Oggi, 28 agosto 1993, molti giornali hanno pubblicato un’intervista a Tiziana Parenti.
    L’Indipendente vi ha dedicato il principale titolo della prima pagina: “Mi hanno lasciata sola contro il Pds”. Nell’intervista, la
    signora Parenti ha detto che era tutto pronto per spedire l’autorizzazione a procedere nei confronti di Stefanini, che l’indagine è già parecchio avanti, che le prove non le fanno difetto, ma che la procura è, stavolta, molto più prudente che non in passato.
    E che l’hanno lasciata col fiammifero acceso in mano. Questo ha detto. Noi ci siamo fatti l’opinione che sarà di Ielo, e sarà anche di
    Antonio Di Pietro quando dirà di aver seguito le tangenti sin sul portone delle Botteghe Oscure, senza però riuscire a capire chi le avesse infine intascate.
    Quando si è saputo dell’avviso di garanzia a Stefanini, il 24 agosto, qualche cosa è cambiato, qualche tono, qualche presa di posizione, qualche condotta che sembrava consolidata dopo oltre un anno e mezzo di Mani pulite.
    Quel giorno, per esempio, siccome il procuratore capo, Francesco Saverio Borrelli, era in vacanze, in nome del pool ha parlato il procuratore aggiunto, Gerardo D’Ambrosio.
    Quando a Palazzo di giustizia i cronisti gli hanno chiesto una conferma alla notizia, egli ha detto: “No comment”. Poi: “Non confermo e non smentisco”. Ha spiegato così una riservatezza che ci è parsa inedita: “Specie quando si tratta di parlamentari sarebbe il caso di mantenere il più stretto riserbo, perché se l’avviso di garanzia poi non si concretizza in una richiesta di autorizzazione a procedere…”.
    E’ una gentilezza, questa, che non si ritenne di dover usare a molti altri, anzitutto a Bettino Craxi.
    Il giorno successivo, il 25 agosto, D’Ambrosio si sentirà di aggiungere: “Sulla richiesta di autorizzazione a procedere sarà fatta una valutazione collegiale, perché non si può correre il rischio del fumus persecutionis”.
    Un altro giorno ancora, ieri l’altro, giovedì 26 agosto: D’Ambrosio si è intrattenuto di nuovo con i giornalisti. Ha detto quanto sia delicato il lavoro degli inquirenti. Quanto sia necessario procedere con cautela e circospezione:

    “La giustizia è questo, il lavoro del magistrato è pieno di dubbi e quando finalmente si trovano le prove che confermano le ipotesi avanzate, c’è un vero e proprio senso di liberazione. Ora la collega Tiziana Parenti, che indaga su questo filone dell’inchiesta, si è formata determinate convinzioni e ha deciso di iscrivere Stefanini tra gli indagati. Poi l’avviso di garanzia è stato discusso e firmato dalla nostra squadra… Abbiamo deciso che una parte delle accuse della Parenti poteva andare, una parte no”.

    Dunque prudenza: l’avviso di garanzia sì, la richiesta di autorizzazione a procedere no. D’Ambrosio ha poi creduto di dover specificare che il 22 luglio 1993, quando Stefanini è stato iscritto nel registro degli indagati, lui era in ferie. Ha chiesto agli amici cronisti d’aver pazienza, che c’è un dovere di riservatezza, per “evitare che le persone siano linciate prima del tempo”. Non abbiamo capito se, dopo, possono essere linciate.
    Non abbiamo capito se certi linciaggi più recenti, per esempio a Craxi, abbiano scosso le coscienze dei magistrati.
    Abbiamo invece capito che idea si stia facendo D’Ambrosio di questa storia:

    “Certo, stupisce che di fronte a tanti miliardi pagati per le tangenti si faccia tutto questo chiasso per 621 milioni. Resta un fatto grave, soprattutto perché, se fosse vero, l’opposizione avrebbe perso una grande occasione per denunciare il sistema e magari far cominciare l’inchiesta Mani pulite qualche anno fa. Oppure Greganti è un gran bugiardo…”
    e si è bevuto i quattrini in donne e champagne.

    “Dovrebbero farle una perizia psichiatrica”. Gerardo D’Ambrosio, su Tiziana Parenti, al Corriere della Sera, 22 novembre 1994.

    Oggi, 28 agosto 1993, Tiziana Parenti si è sfogata. Si è sfogato anche il numero due del Pds, Massimo D’Alema, che rispetto a D’Ambrosio sembra aver compiuto il percorso inverso, abbandonando l’atteggiamento di distaccato appoggio alla magistratura: “Non c’è alcun elemento di accusa contro Stefanini. Nessuno. Dal punto di vista giudiziario, questo avviso di garanzia è un atto sconcertante… Mi pare indiscutibile che da tempo ci sia una campagna violentissima, campagna politica e di una parte dei mezzi di informazione”.
    Abbiamo letto questa frasi sull’Unità, la mattina del 25 agosto. Oggi, invece, D’Ambrosio ha avuto il solito uditorio di cronisti con cui commentare le frasi di Tiziana Parenti: “Se ci si occupa di un settore autonomo rispetto agli altri, si partecipa di meno al lavoro collettivo”.
    Abbiamo controllato. Passeranno dei giorni prima che il pool, finalmente ricompattato dalla conclusione delle villeggiature, discuterà sull’opportunità di chiedere l’autorizzazione a procedere. Il 6 settembre, il summit nella stanza del procuratore Borrelli sarà protetto dalle orecchie-radar con delle trincee: “Per evitare che i giornalisti si avvicinassero… i carabinieri di servizio hanno posto alcune scrivanie di traverso sul corridoio”, leggeremo in una nota dell’Ansa.
    Poi Borrelli rassicurerà su una “assoluta unità di intenti”.
    Sugli intenti, non reputerà suo dovere dare ragguagli.
    Tuttavia i giornali continueranno a scrivere.

    “Ritengo deplorevole la diffusione di notizie non solo non certe ma addirittura infondate”. Francesco Saverio Borrelli, ai giornalisti, 27 settembre 1993.

    Oggi, 28 agosto 1993, sappiamo che il 4 ottobre la procura maturerà una decisione: chiedere al gip l’archiviazione per Stefanini. Poi il gip la respingerà, ordinando altri quattro mesi di indagini. Nella richiesta di archiviazione, il segretario del Msi, Gianfranco Fini, forse disorientato, troverà la conferma del “dimostrato rigore della magistratura milanese”, rigore attraverso il quale, molto presto, sarà possibile appurare “i traffici della partitocrazia, cui il Pci-Pds non è estraneo”.
    Dopo l’opposizione del gip, D’Alema cercherà di mantenere freddezza: “E’ una questione che riguarda gli avvocati, non mi occupo di queste cose”.
    Proprio in quei giorni, però, il settimanale Panorama stamperà altri verbali, quelli di Angelo Simontacchi, imprenditore arrestato nell’aprile del 1992. Abbiamo recuperato quel numero di Panorama. I verbali si riferiscono a un interrogatorio del settembre scorso, del 1992. Simontacchi racconta di essere stato convocato alle Botteghe Oscure, nel 1991, da Stefanini:

    “Mi resi conto che Stefanini era ben informato del fatto che io versavo denaro anche alle segreterie della Dc e del Psi… Mi fece intendere che in futuro avrei dovuto intrattenere rapporti con il Pds sostanzialmente identici a quelli che avevo con le segreterie della Dc e del Psi… Stefanini mi disse in quell’occasione, chiaramente, che noi imprenditori avremmo dovuto per il futuro abbandonare il sistema della contribuzione locale ai partiti (e quindi nella fattispecie avremmo dovuto evitare di continuare ad avere rapporti con i rappresentanti locali e milanesi del Pds) e trattare le contribuzioni al sistema dei partiti direttamente con il fiduciario nazionale e cioè con la sua persona. Quanto poi si è verificato nei primi mesi del 1992 (con l’inchiesta Mani pulite) non ha permesso che si concretizzassero ulteriori incontri”.

    Ora abbiamo recuperato un’ulteriore notizia dell’Ansa. E’ del 10 ottobre 1993: “Una circolare nella quale si chiedono spiegazioni scritte su come siano finiti ai giornalisti, che poi li hanno pubblicati, alcuni documenti relativi all’inchiesta su presunte tangenti al Pci-Pds, è stata inviata dal procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli, ai sei sostituti che compongono il pool Mani pulite…”. Borrelli si riferirà alla bozza di richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Stefanini, che conteneva i verbali di Simontacchi. Quello stesso 10 ottobre, Borrelli spiegherà: “La ragione per cui ho scritto questa lettera riservata, che tale doveva restare, è che era uscita una bozza di documento che non è mai diventato documento ufficiale”. Due giorni più tardi, Borrelli riterrà utile sottrarre il caso a Tiziana Parenti, che lascerà prima il pool e poi la magistratura. D’Ambrosio dirà che “non è allineata con la procura” e le impartirà una lezione deontologica:

    “Questo non è il processo al Pds, ma a Greganti e a Stefanini”.

    Lo resterà fino alla fine.
    “Il senatore Marcello Stefanini, ex tesoriere del Pds, è morto alle 6,20 nella clinica Nuova Latina di Roma… Era stato colpito da ictus”. Notizia Ansa, 29 dicembre 1994. (75. continua)

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    Oggi è sabato 25 settembre 1993. Oggi è giorno di pausa, per il Consiglio superiore della magistratura; ma già da lunedì dovrà rimettersi al lavoro per decidere della sorte di Claudio Vitalone, democristiano, ex ministro per il Commercio con l’estero, da poco rientrato nei ranghi della magistratura.
    Una settimana fa, il ministro della Giustizia, Giovanni Conso, ha chiesto al Csm “la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio” di Vitalone, che è indagato – come Giulio Andreotti – nell’inchiesta per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
    Noi, che abbiamo buoni archivi, abbiamo già oggi trovato il primo documento in cui si parla di Vitalone a proposito dell’assassinio.
    E’ arrivato al Senato cinque mesi fa, il 14 aprile del 1993.
    Si tratta di cartelle integrative alla richiesta di autorizzazione a procedere per Andreotti: i verbali degli interrogatori di Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia condotti dal procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, negli Stati Uniti.
    Il passaggio che abbiamo trovato appartiene alla testimonianza di Buscetta, il quale seppe dei solleciti rivolti dalla Dc alla mafia per intercedere nella liberazione di Aldo Moro. A parlargliene fu un uomo della malavita milanese, un certo Ugo Bossi, sodale del boss Francis Turatello.
    Ecco, per la prima volta, il nome di Vitalone. Tutto, per Vitalone, è cominciato da lì, da quella frase, da quella intuizione di Buscetta.

    “Mi ricordo in particolare una telefonata di Bossi con un politico che diceva: ‘Questi non lo vogliono liberare a Moro’. Questo politico era Vitalone. Io non so se oltre al giudice Vitalone esiste un altro Vitalone. Certo è che il Vitalone della telefonata parlava come un politico della Dc”. Tommaso Buscetta, a Gian Carlo Caselli.

    Oggi, 25 settembre, ci siamo ricordati che due mesi fa, il 27 luglio, Vitalone si è presentato alla procura di Roma per una deposizione spontanea. E’ stata giudicata insufficiente e reticente.
    Otto giorni fa, venerdì 17 settembre, Vitalone è stato interrogato dal pm Giovanni Salvi, finalmente in qualità di indagato.
    I reati che gli si contestano sono quelli di falsa testimonianza e favoreggiamento.
    Secondo Salvi, Vitalone non ha detto la verità sui suoi rapporti con i cugini Ignazio e Nino Salvo.
    Sostiene di non conoscerli, al contrario di quanto hanno detto “numerosi testimoni”, come hanno fatto sapere dalla procura. Altri testimoni spiegheranno, nel tempo, che Vitalone aveva rapporti anche con i delinquenti della banda della Magliana, e cioè, nelle ipotesi degli inquirenti, gli esecutori materiali dell’omicidio voluto da Andreotti.

    Ecco, l’interrogatorio davanti a Salvi è del 17.
    Il 18, il ministro guardasigilli si è rivolto al Csm per la “sospensione dalle funzioni e dallo stipendio”.
    La richiesta, naturalmente sarà accolta.
    Poi, comincerà il lungo processo. Fra due anni e un mese, il 26 ottobre 1995, si inizierà l’udienza preliminare, a Perugia, dove nel frattempo verrà trasferito il processo.
    Gli imputati saranno Andreotti e Vitalone come mandanti, i boss mafiosi Tano Badalamenti e Pippo Calò come organizzatori, e come esecutori i picciotti Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati, uno della banda della Magliana.
    Vitalone verrà assolto in primo grado fra sei anni esatti, il 24 settembre del 1999, e con lui Andreotti. Fra sei anni e un mese, il 22 ottobre 1999, Vitalone rientrerà in magistratura.
    Fra nove anni e due mesi, il 17 novembre 2002, Vitalone sarà assolto anche dalla Corte d’assise d’appello. Con lui saranno giudicati innocenti l’organizzatore Calò e gli esecutori La Barbera e Carminati.
    Colpevoli, il mandate Andreotti e l’organizzatore Badalamenti. Resteranno sconosciuti, nei prossimi dieci anni, gli esecutori.

    (76. continua)

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  6. #86
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    Oggi è venerdì 1 ottobre 1993. Questa mattina, in un’intervista concessa al Giornale di Indro Montanelli, il ministro democristiano Giovanni Prandini, ha detto di nuovo la sua verità.
    Questo delle tangenti e delle indagini è un mare opaco, noi come tutti ne siamo immersi fino al collo e galleggiamo per come ci si riesce.
    Ma Prandini, che ha sul groppo accuse e accuse, non si è nemmeno oggi nascosto dietro un dito.
    Ha craxianamente detto che il sistema era quello, e che nel sistema c’erano dentro pure le Cooperative: “Sarebbe ormai necessario ammettere che le ‘segnalazioni’ che pervenivano a nome della segreteria nazionale del Pci-Pds non erano per nulla ‘diverse’ dalle segnalazioni delle altre segreterie nazionali dei partiti”. Poi:

    “I due capigruppo Pci-Pds delle commissioni Lavori pubblici di Camera e Senato, onorevole Sapio e senatore Lotti, si sono sempre rivolti a me quali referenti politici della segreteria nazionale del loro partito”. Chiedevano appalti per le Cooperative.
    Alla fine dello scorso anno, del 1992, è stato arrestato Mario Zamorani, importante dirigente della società Autostrade. E’ uno che ha pagato tangenti ai partiti.
    Zamorani ha fatto anche il nome di Prandini.
    Pochi giorni fa, il 23 settembre, Zamorani è stato nuovamente interrogato dal pm Antonio Di Pietro.
    Nei prossimi giorni, il settimanale Panorama pubblicherà stralci dei verbali:
    “Fin dalla fine degli anni 70 e per tutti gli anni 80 accordi non scritti fra i partiti destinavano una quota tra il 10 e il 20 per cento, più spesso tra il 15 e il 20 per cento, alle Cooperative”.
    A maggio, abbiamo conosciuto anche i verbali degli interrogatori di Di Pietro a Giulio Caporali, ex consigliere di nomina comunista alle Ferrovie:
    “L’allora segretario amministrativo del Pci, Renato Pollini, mi disse che l’Unità aveva quasi 20 miliardi di debito e bisognava trovare qualche soluzione per il risanamento. Inoltre vi era l’ulteriore esigenza di avere liquidità per affrontare le spese derivanti da convegni, elezioni e più in generale nelle varie campagne di promozione dell’immagine del Pci… (ebbi l’indicazione, ndr) di realizzare insieme con esponenti della Lega delle cooperative un meccanismo per cui alle cooperative amiche fosse riservata una fetta degli appalti che le Ferrovie avrebbero concluso per una quota proporzionale al peso politico della Lega e cioè circa il venti per cento… Insomma, io sono stato solo una rotella dell’ingranaggio di quello che oggi viene chiamato il sistema alternativo di finanziamento dei partiti”.
    Caporali è stato espulso dal Pci nel’88 per lo scandalo delle lenzuola d’oro. I fatti di cui parla sono già coperti dall’amnistia. Pollini entrerà in varie inchieste, ne uscirà per prescrizione.

    “Tocca alla magistratura dire se ci sono state tangenti… In molti casi le Coop dovevano stare dentro questo mercato… non sentivano odore di violette, quando andavano a operare in quelle piazze… Escludo che sia esistito un rapporto di tipo tangentizio con il Pds”. Lanfranco Turci, presidente della Lega cooperative dall’87 al ’92, a Cuore, 22 dicembre 1995.

    Prandini finirà in carcere fra poco più di un anno, il 5 novembre
    ’94, su ordinanza di custodia cautelare del Tribunale dei ministri. Ci resterà 3 mesi. Il 18 settembre ’97 verrà prosciolto a Brescia per le tangenti sugli appalti al palazzo di giustizia.
    Il 20 giugno 2000, per le tangenti sui lavori della A4, il tribunale di Venezia stabilirà prescritto il reato; in primo grado, Prandini era stato condannato a 5 anni e 6 mesi.
    Il 22 giugno 2001, per tangenti sulle costruzioni navali, il
    tribunale di Milano stabilirà prescritto il reato.
    Il 22 aprile 2002 la corte d’appello di Roma lo assolverà per le forniture al porto di Savona; in primo grado aveva preso 2 anni.
    Il 16 giugno 2003, la corte d’appello di Roma annullerà la condanna a 6 anni e 4 mesi per le tangenti dell’Anas: il gup che
    lo rinviò a giudizio, poi vestì i panni di pubblico ministero
    nel dibattimento.
    (77. continua)

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    Oggi è venerdì 3 ottobre 1993. Da qualche giorno, la procura di Milano si è rimessa a lavorare di lena sulle tangenti milanesi, e in particolare, ci è parso evidente, sul ruolo nello spartimento della torta ricoperto dal Pci-Pds.
    Molti, in questi giorni, pensano che sia arrivato il momento in cui si dimosterà che la questione morale, la diversità dei comunisti, e tutte quelle cose lì sono soltanto sciocchezze.
    Ma noi sappiamo quale sarà la verità, quella ufficiale, quasi sempre quella processuale, che sarà mostrata a tutti.
    E’ la verità che ieri, giovedì 2 ottobre, il vicepresidente del Senato ed ex segretario della Cgil, Luciano Lama, ha detto ai giornalisti:

    “Schizzi di fango possono aver colpito il Pds anche se la classe dirigente del partito è monda dal peccato di tangentopoli”.

    Sono due righe, facili da ricordare, facili da ripetere. Una di quelle verità che restano scolpite su tutti i muri. Non passerà, invece, la verità di un altro pidiessino, meno frenetico nella difesa d’ufficio, Emanuele Macaluso:

    “Si è detta anche questa infamia, si è detto che il partito non c’entrava, semmai solo qualche migliorista”.

    I miglioristi sono, lo diciamo semplificando, la corrente di destra del Pds. A Milano sono molti, e forti. Forse, ormai, si può dire che lo erano. Molti di loro sono finiti sotto inchiesta.
    Per il partito sono la pecora nera. Da due giorni, da mercoledì 1 ottobre, è sotto inchiesta anche il deputato Barbara Pollastrini, ex segretario della Federazione milanese. Anche lei era migliorista. Poi divenne occhettiana. Andrà a processo per concorso in corruzione, il pm Paolo Ielo ne chiederà la condanna, sarà assolta perché accusata soltanto da un coimputato, con ragioni di inimicizia verso di lei.

    “Le assoluzioni di Pollastrini… sono la migliore dimostrazione che il pool non è affatto un covo di toghe rosse. La procura ha raccolto elementi d’accusa… il tribunale non li ha ritenuti sufficienti”, Piercamillo Davigo, da Mani pulite, di Barbacetto, Gomez, Travaglio, Editori Riuniti, 2002.

    Oggi è il 3 ottobre 1993, ma la verità di domani sarà quella della doppia eccezione. L’eccezione del partito a Milano e l’eccezione dei miglioristi dentro il partito a Milano. Avrà meno successo la

    verità del cassiere milanese del Pci-Pds, Luigi Carnevale:
    “Pizzarotti, per quanto riguardava le quote di contribuzione di spettanza del Pci, aveva definito direttamente con la segreteria amministrativa nazionale di Roma e quindi con Stefanini… E infatti successivamente mi confermò che vi era stato un chiarimento fra di loro, nel senso che si è raggiunto il seguente accordo: a partire dal 1991 avanzato, era intervenuta una codificazione della spartizione delle contribuzioni, nel senso che laddove i finanziamenti per le opere provenivano dal sistema nazionale… sarebbe stata direttamente la direzione amministrativa nazionale del Pds a trattare le relative contribuzioni con il sistema delle imprese…”.

    Leggendo questa testimonianza di Carnevale abbiamo pensato al povero Stefanini, che morirà fra poco più di un anno, il 29 dicembre del 1994.
    Con Stefanini, il segretario amministrativo, se ne andranno le inchieste sui vertici nazionali del partito. E abbiamo pensato a quello che ha detto, quattro mesi fa, Guido Caporali, ex rappresentante del Pci nel cda delle Ferrovie, a Famiglia cristiana: “C’è del fariseismo. Un segretario non può dire onestamente di non conoscere la situazione finanziaria del partito: o è un ingenuoo è bugiardo”.
    Abbiamo pensato a quando il pm Paolo Ielo dirà che, almeno a Milano, il Pci-Pds era integrato in pieno nel sistema delle tangenti. E abbiamo pensato, sempre a proposito di Carnevale, a quello che dirà fra dieci anni, nel 2003, l’inviato del Sole 24Ore, Lodovico Festa, oggi funzionario del Pds di Milano.
    Un giornalista gli chiederà se c’era dibattito, nel partito, sul finaziamento parallelo. Festa dirà:

    “Tutti ne discutevano, ma anche subito prima di Mani pulite nel Pci si discuteva molto se la fetta di Roma non dovesse essere maggiore di quella di Milano”.

    (78. continua)

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    Predefinito Giacomo Mancini scopre di essere....

    ....anche lui un appestato del Psi. Poi però ritornerà sindaco

    Oggi è sabato 9 ottobre 1993. Stamattina, sui giornali, abbiamo letto le nuove accuse degli investigatori calabresi contro Giacomo Mancini, vecchio socialista, ex segretario del Psi. Uno schema che oggi ci sembra sempre più consolidato, dice che i leader del pentapartito garantivano floridezza a sé e alla propria fazione per il mezzo delle tangenti al Nord, e intrattenendo rapporti con la criminalità organizzata al Sud. Mancini – che ha settantasette anni e ne vivrà altri otto e mezzo, i primi da presunto mafioso, poi da sindaco di Cosenza e da malato terminale – da qualche giorno ha trovato il suo spazio in questo schema.
    La notizia ha cominciato a circolare tre giorni fa, mercoledì 6 ottobre. Nel primo pomeriggio si era saputo che la procura distrettuale di Reggio Calabria aveva chiesto l’arresto di Mancini per via dei suoi rapporti con la cosca Iamonte di Melito Porto Salvo. La richiesta di arresto spiegava che Mancini “abusando della qualità di parlamentare della Repubblica… si faceva promettere da Natale Iamonte l’appoggio elettorale della consorteria mafiosa da lui diretta come prezzo della propria mediazione nei confronti dei magistrati della Corte d’appello di Bari che avrebbero dovuto giudicare il figlio di Iamonte, a nome Giuseppe, imputato dell’omicidio in pregiudizio di Domenico Artuso”.
    Gli inquirenti hanno individuato una “inquietante connessione mafiosa tra l’ex parlamentare Giacomo Mancini e la consorteria dei fratelli Iamonte”.
    Il giudice per le indagini preliminari ha detto di no all’arresto, ma Mancini resta sotto tiro. Giovedì mattina, Mancini ha scritto una lettera al procuratore della Repubblica di Reggio.

    “Non ho ricevuto avvisi di garanzia né comunicazioni di alcun genere, benché dalla stampa apprendo con sbigottimento di essere stato oggetto di una richiesta di arresto in relazione a reati prescritti, amnistiati o addirittura inverosimili”.
    Giacomo Mancini, 7 ottobre 1993.

    Oggi è il 9 ottobre, e Mancini riceverà l’incartamento completo delle accuse a suo carico fra dieci mesi, il 13 agosto 1994. Vi saranno spiegati con dettaglio – e con la fondamentale collaborazione dei pentiti – i suoi rapporti ormai almeno pluriventennali con la ’ndrangheta. Quantomeno, dal 1972 in poi. Il reato è naturalmente quello di concorso esterno in associazione mafiosa.
    Frequentava latitanti, partecipava a strane cene con notori boss locali, si faceva eleggere coi voti della mafia in cambio di sostegno.
    Il 25 marzo del 1996, dopo cinque giorni di camera di consiglio, il tribunale di Palmi, cui nel frattempo il processo sarà stato trasferito, lo condannerà a tre anni e sei mesi di reclusione e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, che gli impedirà di mantenere la carica di sindaco di Cosenza.
    E’ un “soggetto organico della cosca”, scriveranno i giudici. Nell’aprile del 1997, Catanzaro archivierà una seconda inchiesta, sempre per il reato di concorso esterno.
    Il 24 giugno dello stesso anno, la corte d’appello di Reggio Calabria annullerà la condanna di Palmi per incompetenza territoriale.
    Il 28 ottobre, sarà chiesto un nuovo rinvio a giudizio; “un atto dovuto”, dirà il pm. Il 19 novembre 1999, il gip di Catanzaro, al termine di un rito abbreviato, assolverà Mancini: alcuni addebiti verranno dichiarati prescritti, altri verranno valutati “generici ed indefiniti e, comunque, penalmente irrilevanti”.

    “E’ morto a Cosenza Giacomo Mancini, sindaco della città. L’uomo politico, 86 anni, per anni esponente di primo piano dell’ex Psi e più volte ministro, era ammalato… Pur essendo ammalato e con problemi in particolare alla deambulazione (era costretto su una sedia a rotelle) non ha rinunciato fino all’ultimo alla sua attività amministrativa”. Agenzia Ansa, 8 aprile 2002.

    Oggi, 9 ottobre, Mancini sa di avere un ruolo in quello schema. E’ uno schema in cui ha creduto anche lui, e al quale, ora crede molto meno. Pochi mesi fa, ad aprile, disse:

    “Avrei la curiosità di conferme precise sul ruolo dell’Eni in una serie di operazioni non pulite nel periodo della strategia della tensione. I giudici di Palermo stanno indagando per fare luce sui rapporti mafiapolitica…
    L’indagine iniziata dai giudici milanesi può evitare giudizi circoscritti nel tempo e concentrati su poche persone.
    Sarebbe ora che emergessero le responsabilità effettive, che non sono individuali ma di interi partiti”.
    (79. continua)

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    Oggi è venerdì 22 ottobre 1993. Stamattina sono circolate le anticipazioni di un’intervista che il segretario del Pds, Achille Occhetto, ha concesso a Panorama. Una bella intervista.
    Ce la aspettavamo proprio così. Ci aspettavamo di vedere brividi correre fra le righe, come lungo la schiena.
    “Né guerra né scontro”, ha detto Occhetto parlando dell’atteggiamento del suo partito nei confronti dei giudici. Però, “sconcerto”.
    E’ sconcertato, Occhetto, perché a Milano e in altre procure si indaga su Primo Greganti, su Marcello Stefanini, sulle cooperative.
    E’ sconcertato, ce lo immaginavamo, anche per via di Bettino Craxi: un esame delle storture, ha detto Occhetto, “non può avvenire solo attraverso il rapporto fra il superinquisito della politica, Craxi, e il giudice Di Pietro… La cosa andrebbe affidata a una commissione di indagine parlamentare”.
    Bisogna leggerle e rileggerle, queste parole. Ma prima vogliamo ricostruire quello che è successo negli ultimi giorni.

    Due settimane fa Craxi e Di Pietro si sono incontrati. E’ stato Craxi a volere quell’incontro. Ne seguiranno altri due, l’ultimo ieri, 21 ottobre. Una deposizione spontanea, è stata definita. Negli anni a venire ci si chiederà se Craxi stia cercando un rapporto più mite con i magistrati, dopo tante asprezze, oppure se, vedendosi perduto, abbia l’intenzione di inguaiare quelli che, come lui, hanno vissuto nel sistema di cui ora si scandalizzano.
    Fra sette anni, nel settembre del 2000, uscirà un libro, “Intervista su Tangentopoli”, per Laterza.
    L’intervistato sarà Di Pietro, l’intervistatore Giovanni Valentini.
    Di Pietro dirà: “Con Craxi ebbi quattro o cinque colloqui
    investigativi… Craxi mi rende note le sue informative sui finanziamenti dell’Unione Sovietica al Pci… Io utilizzo le informazioni di Craxi per procedere contro gli esponenti del Partito comunista, ma la documentazione ‘sovietica’ faceva riferimento a finanziamenti lontani nel tempo e tutti irreversibilmente prescritti… Me lo ricordo ancora questo Craxi… girava e rigirava intorno a questi argomenti come un falco sulla preda, senza però mai abbassarsi per catturarla; senza mai scendere sul concreto; senza mai riferire nomi, dati circostanze;
    senza mai fornire prove, salvo che non riguardassero questioni tanto lontane nel tempo da non poter essere più considerate come reati”.

    “Aveva ragione (Craxi, ndr), i soldi li prendevano tutti”, Gerardo D’Ambrosio, alla Repubblica, 27 ottobre 1999.

    Oggi, 22 ottobre 1993, il pensiero di Di Pietro non lo conosce nessuno. Certo, sarà curioso analizzarlo, fra sette anni. Sarà curioso pensare che toccava a Craxi portare le prove, e non agli inquirenti portarle; sarà curioso pensare che le uniche prove portate da Craxi dimostravano reati ormai prescritti; e sarà curioso ripensare alla carriera politica di Di Pietro, che conosceva
    le prove dei reati del Pci, per quanto prescritti.
    Oggi, invece, abbiamo fra le mani qualche strisciante polemica, anche del Pds, per voce di Cesare Salvi, sull’irritualità degli incontri (le deposizioni spontanee) di Craxi con Di Pietro.
    Non è stato Craxi ad andare a Milano da Di Pietro, è stato Di Pietro ad andare a Roma da Craxi.
    E abbiamo fra le mani quello che dice Occhetto, e cioè che deve essere il Parlamento, e non il tribunale, a ricostruire la storia dei finanziamenti illeciti.
    E’ una teoria che, nel tempo, sarà cara soprattutto ai partiti di centrodestra.
    Di Pietro e Craxi si ritroveranno in tribunale, fra un paio di mesi, al processo Enimont.

    “Con Craxi, Di Pietro fece lo sparring partner, l’allenatore-stimolatore rispettoso: non una domanda fuori posto, nessun atteggiamento inquisitorio, nessun tentativo di approfondire i segreti finanziamenti del Psi… Parlò dei contributi al Psi della Fiat e della Ferruzzi, ricordò di aver vietato a Balzamo di accettare un contributo elettorale della Olivetti in cambio di affari con l’Iri… Poco mancò che se ne andasse fra gli applausi”.
    Bruno Vespa, da Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, Mondadori, 1999.

    Oggi, 22 ottobre 1993, i tre incontri fra Craxi e Di Pietro hanno provocato qualche angoscia. Oggi anche Salvi ha detto che per certe cose ci sono le commissioni parlamentari.
    Sono preoccupazioni inutili. A noi viene da sorridere, perché solo noi, forse, oggi sappiamo quanto lo sono. (80. continua)

    saluti

 

 
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