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Discussione: Non c'è pace tra....

  1. #21
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    Predefinito Il "pierino" nei

    ....guai

    Piero Fassino si sente assediato. C’è una manovra contro la lista unitaria, continua a ripetere, e a essa ascrive tutte le espressioni di contrarietà alle sue scelte (che cominciano a essere piuttosto numerose).
    L’Unità, secondo lui, conduce una campagna di disinformazione sulle posizioni dei Ds sull’Iraq.
    Con il presidente dei deputati ds Luciano Violante – che non vuole “ripetere l’errore del gruppo del Senato” nel voto sulle missioni italiane all’estero – la tensione è altissima.
    Intanto, da Londra, il nuovo direttorio della sinistra europea, cui Fassino non è stato invitato, sparge sale sulle ferite, spiegando che la sinistra italiana, divisa all’opposizione, non convincerà gli elettori su un punto cruciale: trovare l’intesa necessaria per governare.
    Per sormontare le difficoltà Fassino ha imboccato la strada della demagogia sulle questioni sociali. Da una parte dipinge la situazione economica secondo gli schemi vetusti dell’impoverimento assoluto, dall’altra si lancia in promesse mirabolanti, come quella di dare un assegno di 700 euro mensili a tutti i giovani senza occupazione, una specie di pensione “a 18 anni” simile a quella che rivendicava Fausto Bertinotti e la cui ripulsa portò alla crisi del governo di Romano Prodi.

    Almeno su questa proposta, lanciata alla conferenza meridionale dei Ds di lunedì scorso, ci si aspettava il consenso più ampio. Invece il segretario della Cgil Guglielmo Epifani, abituato ad attaccare Fassino “da sinistra”, per una volta ha deciso di criticarlo “da destra”. Si tratta, dice, di ipotesi “un po’ estemporanee, casuali, non ben riflettute” e aggiunge che bisognerebbe “capire come queste proposte si tengono insieme al principio di equità, alla sostenibilità finanziaria, al rapporto con i redditi bassi dei pensionati, ai redditi bassi di chi lavora, alla serie di ammortizzatori sociali, ai redditi dei lavoratori che perdono il posto, altrimenti diventano solo parole”.
    Epifani che, pur di dar contro a Fassino, riscopre la “sostenibilità finanziaria”, è una novità che fa riflettere.

    saluti

  2. #22
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    Predefinito Sinistra = demagogia

    Torino. Oggi l’assemblea nazionale dei lavoratori diessini avvierà la campagna di primavera contro l’Italia di Berlusconi.
    Al centro, la condizione sociale del paese.
    Molti nei Ds sanno che indulgere, come pur si fa, a letture pauperistiche della società italiana non porta lontano, e non ha fondamento nei numeri. Per molte famiglie si profila certamente un quadro di crisi reddituale, che risulta aggravato da un sistema di welfare incompleto e inefficace.
    L’Italia, tuttavia, non sta sprofondando nel terzo mondo. Non per questo le prospettive sono più rassicuranti.
    La base industriale si restringe. Le difficoltà competitive delle imprese si accentuano. La produttività ristagna. Il costo del lavoro per unità di prodotto aumenta.
    E anche per questo salari e stipendi non tengono il passo dei prezzi.
    Per la sinistra le responsabilità del governo sono evidenti.
    Ma nessuna forza politica dell’opposizione ha ancora messo in campo un progetto di sviluppo della nazione. Mentre si delineano per il futuro, a causa in primo luogo della transizione demografica, esigenze crescenti di solidarietà sociale e di più equilibrata distribuzione del reddito, le politiche correnti continuano a rimuoverle. Come continuano a rimuoverle le proposte anticipate da Fassino. Il segretario dei Ds in sostanza chiede: una politica dei redditi basata sull’inflazione attesa e non su quella programmata; un’articolazione dell’indice Istat per fasce di reddito; un innalzamento del livello di reddito esente da imposte; un aumento delle pensioni minime. Un po’ poco per immaginare una svolta nelle politiche salariali e nel conflitto distributivo tra percettori di redditi da capitale e da lavoro. Poco, e anche discutibile. Non è chiaro, infatti, cosa significhi sostituire l’inflazione programmata con quella attesa. Se è un pudico eufemismo per indicare quella effettiva, allora bisogna avere il coraggio di rimettere apertamente in discussione l’impianto tradizionale della politica dei redditi (disegnato dal Protocollo Ciampi) e il modello contrattuale vigente. Guido Rey, economista tra i più autorevoli a sinistra, ha spiegato, che, quando era presidente dell’Istat, provò a elaborare diversi indici dei prezzi, per i pensionati e le famiglie più povere. Risultato: in media d’anno non c’erano differenze significative con l’indice che misura l’aumento medio dell’inflazione. Alzare la soglia di reddito esente da imposte, inoltre, è sempre una buona idea. E’ necessario però precisare il costo dell’operazione, e se essa è alternativa alla riduzione dei contributi sociali sui bassi salari. Obiettivo prioritario, se si intende favorire l’occupazione dei lavoratori a bassa qualifica, elevandone il salario a parità di costo del lavoro. L’idea di aumentare le pensioni minime, ancora, è ottima.
    C’è da interrogarsi soltanto sul perché non sia stata proposta, e anzi sia stata perfino osteggiata, sul finire della passata legislatura, facendo un bel regalo elettorale al Polo. Colpisce, infine, il silenzio di Fassino sul problema principale: la revisione degli assetti contrattuali.
    Si incalzino i sindacati a uscire allo scoperto su questo punto, abbandonando ogni forma di subalternità politico-culturale.
    Non è irragionevole considerare il criterio della salvaguardia del potere d’acquisto su due livelli: quello del contratto nazionale e quello integrativo a livello territoriale laddove si manifesta un costo della vita più elevato.
    Se ci si candida a guidare il paese, e non una confusa rivolta di un indistinto ceto medio, serve, da parte di Fassino, più chiarezza e decisione.

    saluti

  3. #23
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    Predefinito Bianco, vecchio cuore Dc....

    ...elogia Rutelli ma non va al Congresso

    Roma. Gerardo Bianco mette nelle mani di sant’Alfonso Maria de’ Liguori il congresso della Margherita che si apre oggi.
    “E’ il santo della comprensione e dell’indulgenza, sarà indulgente pure con la Margherita”, dice.
    Per il resto, l’ex segretario del Ppi a Rimini non ci sarà. Francesco Rutelli è andato personalmente a invitarlo, ma lui spiega: “Non è il mio posto… la Margherita non è il mio posto”.
    Democristiano storico (e incorreggibile), proprio a Rutelli Bianco riconosce i meriti maggiori: “Ha fatto un grosso sforzo per inserire qualcosa di più sostanzioso nella cultura un po’ insipida del partito, al quale hanno tolto ogni sapore, come un prodotto geneticamente modificato. Ma attenti: in politica i prodotti geneticamente modificati non funzionano. Bisogna zappare, seminare, concimare…”.
    E qui sta un altro aspetto curioso della curiosa mistura che ha dato vita al partito rutelliano: un democristiano al cubo che se qualcuno deve lodare – proprio per la pratica di quelle virtù e di quei valori del Biancofiore – loda l’antico leader radicale. Ben più coraggioso e ben più determinato, fa intendere, di tanti “amici” che nello scudocrociato sono stati per anni.
    “Rutelli ha fatto molti sforzi in questo senso – dice Bianco – anche se lo trattengono per la giacca”. Chi? “Quelli che pensano alla lista Prodi, ipotesi che mi lascia molto perplesso. Del resto, continuo a essere perplesso pure sulla Margherita”.
    Parisi e gli altri? “Più che a un partito pensano a un seguito, alla Margherita come a una specie di zatterone di passaggio dove uno si colloca per approdare altrove. Un ulteriore elemento di confusione per il partito, che non è ancora riuscito a darsi un ruolo e un’identità”.
    Un sospiro: “Io sono stato un sostenitore accanito di Prodi, e per questo mi sono scontrato pure con Franco Marini. Prodi è essenziale, i seguaci invece fanno sempre pessimi servizi”. Rutelli, paradossalmente, come il più democristiano di tutti? “Incarna un filone, un metodo, una scelta. Sulla politica estera, per esempio. Lo stesso in vicende come quella sulla fecondazione, dopo l’unico a parlare chiaro, oltre a me e a Fioroni, è stato proprio Rutelli, che alla fine si è mostrato il più vicino alla nostra cultura. Gli altri si sono eclissati, nascosti, impegnati nella tutela delle alleanze. Sono rimasti fermi alla metodologia, si preoccupavano della libertà di voto. Rutelli si è esposto, e per questo è stato anche contestato all’interno del partito”.

    Sta dicendo che parecchi degli ex democristiani nella Margherita mostrano pavidità politica? “Diciamo un eccesso di prudenza. Più preoccupati delle alleanze che della sostanza. Ma un’alleanza non si fa nascondendo se stessi. Per quanto riguarda i Ds, ad esempio, il guaio è che in loro si sono insinuati virus radicali. Si è visto sulla questione della fecondazione: le loro, erano tesi che esprimevano un radicalismo classico”.
    Meglio i vecchi comunisti di un tempo? “Almeno i comunisti di una volta avevano delle concezioni etiche più vicine alle nostre”. Sostiene Gerardo Bianco che tante, troppe differenze nella lista unica sono venute fuori non solo sulla fecondazione, ma pure sulle pensioni, pure –ed è faccenda delle ultime ore – sulla politica estera.
    “E’ apparso chiaro con la storia della nostra missione in Iraq. E’ stata la cartina di tornasole. Si è cercato di coprire con modalità procedurali diversità di vedute che attraversano la coalizione. Il congresso chiarirà questi aspetti? Io lo spero davvero, ma non credo”.
    Quindi non andrà al congresso.
    “No, non vado. Ritengo di non poter dare nessun contributo. Faccio parte del gruppo parlamentare della Margherita, ma non sono iscritto alla Margherita. Ci sono entrato come popolare, e tale rimango. Diciamo: popolare e per l’Ulivo, ma quello classico”. Anche se i popolari… Altro sospiro:
    “Rutelli al congresso mi ha invitato. Altri, alla cena organizzata la scorsa settimana per tutti i deputati popolari, non lo hanno fatto”.
    Perché? “Sarà che non appartengo a qualche scuderia, a nessun gruppo. Magari invitavano per correnti…”.
    E quindi, questo fine settimana, Bianco andrà a Napoli, a un convegno. Su sant’Alfonso? “No, ma troverò il modo di citarlo”.

    saluti

  4. #24
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    Predefinito



    ...mbeh???

  5. #25
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    Predefinito Tutti hanno amici....

    ...delinquenti

    Chissà che Fassino, Rutelli e gli altri non conoscano il significato della parola “nemesi”.
    Hanno accompagnato per mano Gino Strada, il medico umanitario che straparla di politica, per mesi.
    In ogni piazza hanno sventolato con lui la bandiera arcobaleno, simbolo di sottomissione all’autocrazia islamica di Saddam Hussein.
    Pensavano di tenerselo buono, con la sua compagnia di giro, e di far dimenticare oggi, per avidità di consenso pacifista, la guerra del Kosovo di ieri.
    Pensavano di mettersi al riparo dai dilemmi della storia e della morale politica, mescolando al suo primitivo e fanatico manifesto “senza se e senza ma” le loro idee un tempo complesse e razionali, la loro un tempo viva cultura di governo.

    Oggi Strada li ripaga di una buona moneta: li definisce in piazza “delinquenti politici”, esorta a negare loro il voto, gli ricorda la missione Arcobaleno (non quella pacifista ma i bombardamenti della Serbia), e li definisce uguali o peggiori dell’aborrita destra.
    I nostri eroi si sono trovati in una situazione complicata in Parlamento, a un anno dalla guerra di liberazione dell’Iraq. Votare “no” significava dare l’addio non tanto e non solo a un elementare patriottismo italiano, ma a quell’internazionalismo democratico che ha abbattuto una feroce dittatura e l’ha sostituita con un governo ispirato a principi costituzionali e a libere elezioni, strenuamente combattuto dall’esercito d’ombra del terrorismo.
    Votare “sì” avrebbe significato separarsi per sempre dalla demagogia di Strada. Hanno pasticciato nel modo che si sa, e ora è Strada che si separa da loro: anche lui non tollera amici delinquenti.

    saluti

  6. #26
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    Predefinito Re: Tutti hanno amici....

    In origine postato da mustang
    ...delinquenti


    saluti
    Queste cose le affermano, in mondovisione, gli amici degli amici.
    Tipo il Tony, l'Adriano e la Ventura.

    Cosa Vostra.

    CANTANDO SOTTO LA MAFIA
    Corrado Stajano

    Ma sa davvero che cosa è la mafia chi ne parla divertito, motteggia, ride, scherza? Sa che cosa significa l’odore del sangue e della morte che in certi anni, decenni, ha pesato come una nuvola nera su Palermo, città d’Italia e d’Europa dove sono stati assassinati tutti gli uomini dello Stato e delle istituzioni, il presidente della Regione, il prefetto, i magistrati, i commissari di polizia, gli ufficiali dei carabinieri, i medici legali, il procuratore della Repubblica, il Consigliere istruttore.
    Senza contare i mafiosi, migliaia, che sono anch’essi uomini e dei quali uno Stato di diritto non può cavarsela dicendo: «Che si ammazzino tra loro».
    E non ci sono soltanto i morti di Cosa nostra a Palermo. C’è lo snaturamento del vivere civile, c’è l’accettazione di un costume corrotto ritenuto normale. Disse una volta Giovanni Falcone: «Bisogna tener conto del tessuto sociale sostanzialmente ambiguo di Palermo. Cosa nostra non è un bubbone, è la degenerazione a livello criminale di uno stato d’animo diffuso in tutti i ceti e in tutte le classi». Con soprassalti di speranza e di volontà di liberazione.
    E il sostituto procuratore Antonio Ingroia, uno dei giudici ragazzini di Borsellino, che in vent’anni ne ha viste tante di nequizie e ne ha contati tanti di morti, parla oggi di Palermo con l’apparente freddezza che smaschera la passione. Qual è lo spirito della città? Stagnante. È lontana la stagione degli slanci, della febbre. I palermitani onesti si sono chiusi nelle case come in un guscio, si dedicano ai problemi personali e familiari. Altri, isolate avanguardie, pezzi della società civile, intellettuali, non hanno mollato. E le forze dell’ordine. Ma ci vuol altro per dar vita a un movimento di massa. La mafia approfitta del disincanto. Ha scelto la strategia della sommersione, più volte usata nel corso degli anni. Si mimetizza, non spara e così fa prosperare i suoi affari.
    Anche perché quello della mafia è diventato un problema infinitamente lontano, i giornali non ne parlano, il marketing forse non gradisce. E per questo silenzio è parsa commovente e insieme angosciante la lettera inviata all’«Unità» da Elisabetta Caponnetto e da Salvatore Calleri della Fondazione Caponnetto, il magistrato che fino all’ultimo respiro si è battuto nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche per far capire quale mostro è la mafia. La lettera chiedeva di non dimenticare, di parlare della mafia. L’«Unità», l’ha fatto. Con un’intervista di Sandra Amurri a Pietro Grasso, il procuratore capo di Palermo e con un articolo di Vincenzo Vasile. Gli altri giornali? Tutti zitti.
    Compiacenti, conniventi anzi con quell’«Anch’io ho amici criminali» di Celentano, in supporto a Tony Renis al Festival di Sanremo e con quel consimile grido della Donna Ideale 1988 (Simona Ventura) che ha usato tutta la sua finezza per dire: «E chi non ha amici criminali?».
    Che paese è mai questo in cui si gioca in modo sinistro su un simile problema sanguinoso? E dove ci si permette di adontarsi perché l’«Economist» ironizza pubblicando con amara beffa una lettera finta firmata dal capomafia Provenzano, contento perché gli affari vanno bene, il governo ha depenalizzato il falso in bilancio e questo ha favorito il riciclaggio: Governo Berlusconi, grazie. Solo in apparenza la butta in ridere l’«Economist». È comica invece la reazione dei signorini di certi giornali punti sul vivo della loro italianità, come dicono. Siano più sobri. Dimostrino che le cose dette non sono vere. La satira giova alla mafia, ne sono convinti. Alla mafia giova piuttosto che i magistrati, come accade, siano offesi, screditati e che quella legge sul falso in bilancio resti in vigore. Non è questa la linea governativa, del resto? Ha detto o non ha detto il ministro Lunari che bisogna convivere con la mafia? E il presidente Berlusconi non tuonò dieci anni fa a Mosca contro i film sulla mafia che danneggiano l’immagine dell’Italia? «Signor presidente del Consiglio, disse durante un’audizione alla Commissione antimafia l’allora deputato Giuseppe Ayala, è la mafia che danneggia l’immagine dell’Italia, non i film».
    A Palermo non esiste l’ordinaria amministrazione. Il 5-6 aprile i pubblici ministeri inizieranno le requisitorie contro Marcello Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza dovrebbe arrivare entro l’estate. Centinaia di testimoni, una quantità di prove assai superiore al processo Andreotti. Dell’Utri ammette certi rapporti: le intercettazioni sono come atti notarili. A carico del presidente della Regione Cuffaro sono in corso due indagini. Dopo Siino e Brusca sono scomparsi i «pentiti».
    Proseguono i lavori per la revisione dello Statuto regionale. Nel preambolo si vuole inserire un articolo in cui si dice che la religione cattolica è la religione di tutti i siciliani. Qualcuno si ribella. «Segno», per esempio, un mensile intelligente diretto dal padre Nino Fasullo. La redazione ha diffuso una lettera aperta al presidente della Regione e ai deputati regionali: «Fate una cosa cristiana. Al posto del riferimento al cristianesimo (che non costa nulla ) introduce nello Statuto la frase (che costa molto): «La Sicilia ripudia la mafia e impegna le sue istituzioni a combatterla senza tregua. Sarebbe un evento di portata storica davvero cristiano. Il più alto segnale che potreste dare per la costruzione di una Sicilia nuova finalmente sulle vie della giustizia e della libertà».

 

 
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