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Discussione: Guerre Dimenticate

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    PROSEGUONO LE VIOLENZE. KADYROV SI INSEDIA



    25 Ottobre 2003


    24 Ottobre – Otto morti nelle ultime 24 ore: è il bilancio di una nuova giornata di violenze tra esercito russo e ribelli ceceni.
    In particolare, secondo ufficiali dell'amministrazione filogovernativa di Grozny, la guerriglia avrebbe sferrato almeno 20 attacchi contro le postazioni federali in tutta la regione, uccidendo 5 soldati e ferendone altri 12.

    Presso la capitale, altre due imboscate compiute con razzi e mine radiocomandate avrebbero provocato la morte di altri tre militari, mentre nella città di Gudermes, due ufficiali locali dei Servizi Segreti hanno perso la vita nello scoppio di un ordigno.

    Militare dell'esercito russo


    Ancora a Grozny, testimoni riportano che un gruppo di uomini armati e mascherati hanno aperto il fuoco contro un gruppo di civili all'interno di un bar, uccidendone uno e ferendone un altro; successivamente, altre due persone sono state condotte forzatamente a bordo di un veicolo.

    Stanotte, secondo l'agenzia russa Interfax, sei sminatori russi sono stati feriti in un attacco ad un convoglio avvenuto nel distretto meridionale di Achkhoi-Martan.

    Nei giorni precedenti, sempre secondo fonti cecene, nove soldati, tre sminatori ed un poliziotto locale sarebbero stati uccisi dai separatisti; inoltre, tre presunti ribelli avrebbero perso la vita durante diversi rastrellamenti, mentre altri due si sarebbero fatti esplodere con delle granate al momento della cattura da parte delle forze di sicurezza.

    Proseguono i bombardamenti da parte dell'aviazione sulle montagne a sud: l'agenzia russa Prima parla di "massicci raid" protrattisi per diverse ore del 21 ottobre sui distretti di Vedeno, Nozhai-Yurt ed Achkoi-Martan; al momento non si ha notizia di eventuali vittime tra la popolazione civile.

    I comandi militari di Mosca sostengono inoltre che, durante la scorsa settimana, le forze speciali avrebbero ucciso 14 guerriglieri nelle regioni di Grozny, Vedeno, Shali, Itum-Kale e Shatoi.

    Secondo il quotidiano Caucasus Times, nella confinante repubblica dell'Inguscezia la polizia russa avrebbe ucciso un presunto sequestratore che agiva per conto dei ribelli; nello scontro a fuoco con le autorità, avvenuto nel villaggio di Kantyshevo, sono rimasti feriti anche un agente ed un civile.

    Ancora in questa regione, una bomba radiocomandata è esplosa al passaggio di un treno postale che percorreva la linea Nazran-Mosca; lo scoppio ha investito un vagone a bordo del quale si trovavano due addetti al trasporto, ferendoli in maniera fortunatamente non grave.

    Kadyrov si insedia alla presidenza


    Il nuovo presidente ceceno Akhmad Kadyrov, eletto in seguito alla vittoria dello scorso 5 ottobre (a quanto pare raggiunta in seguito ad un larghissimo impiego di violenze, minacce ed irregolarità), si è ufficialmente insediato al governo dell'amministrazione filorussa.

    L'inaugurazione è avvenuta nella città di Gudermes, tra imponenti misure di sicurezza che hanno interessato praticamente tutti i centri settentrionali della Cecenia; il timore di possibili attacchi dei ribelli è ulteriormente aumentato in seguito alla morte, avvenuta il 17 ottobre, di un dirigente dei servizi segreti di Kadyrov a causa dell'esplosione di una bomba.

    "La mia principale ambizione - afferma il presidente durante il suo discorso - è quella di ristabilire la pace in Cecenia, e di portare lavoro e fiducia nel futuro al popolo ceceno [...] i risultati delle elezioni dimostrano le speranze della gente [...] intendo rispettare e proteggere i diritti del mio popolo, e di fare tutto il possibile per garantirne l'unità e la sicurezza".
    "Colpiremo le ramificazioni del terrorismo, e lo distruggeremo sul nascere".

    Le reazioni popolari alla vittoria di Kadyrov sono state però caratterizzate da profondo pessimismo; di fronte alla costante violenza dello Stato e dei ribelli, sono davvero pochi coloro che credono che il tempo necessario per la pace sia breve.

    "Hanno legalizzato un bandito", dicono a Grozny; "in precedenza, dopo che i soldati russi commettevano crimini, vedevamo nell'amministrazione cecena una speranza di protezione; ora, con gli uomini di Kadyrov, non c'è più nessuno a cui ci possiamo rivolgere".

    Oltre 300 persone sparite da gennaio


    Dall'inizio dell'anno in Cecenia si sono registrate oltre 300 sparizioni: per la maggior parte si tratta di civili, mentre i restanti sarebbero soldati e membri delle forze dell'ordine.

    I dati sono stati diffusi lo scorso lunedì da Movsur Khamidov, alto ufficiale dell'amministrazione cecena; tale bilancio è stato però contestato dalla responsabile della sede di Human Rights Watch a Mosca, Anna Neistat, che porta ad oltre 400 il numero degli scomparsi, "con un minimo di 60 per ogni mese".

    "Molti di questi episodi - denuncia la Neistat – sono stati compiuti dalle truppe russe, tramite esecuzioni sommarie, errori sull'identità degli arrestati, torture commesse in seguito ai rastrellamenti [...] sappiamo che anche Akhmad Kadyrov è stato coivolto in questi crimini".

    HRW parla di "totale impunità" da parte delle autorità federali che, una volta aperte le indagini, le chiudono invariabilmente dopo due mesi per "mancanza di prove"; solo durante gennaio e febbraio, sono stati compiuti 70 omicidi, 126 sequestri, mentre è stato segnalato il ritrovamento di 25 cadaveri.

    Uno degli ultimi casi di sequestro, stando a quanto denunciato dall'agenzia Prima, sarebbe avvenuto la scorsa settimana nel villaggio di Roshni-Chu (Urus-Martan): due ragazze sarebbero state "prelevate" da presunti militari russi, e non si hanno più loro notizie.

    Anche i ribelli hanno pesanti responsabilità riguardo ai rapimenti di civili, spesso effettuati per acquistare armi e munizioni con i soldi dei riscatti; violenze ed atrocità sono state inoltre subite da funzionari ed amministratori governativi locali, accusati di "tradimento e collaborazionismo".

    Vittime tra l'esercito russo


    La riorganizzazione della guerriglia in seguito alla sua sconfitta nelle prime battaglie della seconda guerra cecena (Grozny, Argun, Gudermes e gli altri centri principali) ha assunto i termini di una vera e propria strage di soldati russi.

    Un comunicato dell'International Institute for Strategic Studies sostiene che 4.749 federali avrebbero perso la vita nel periodo compreso tra l'agosto del 2002 e quello del 2003: un numero di vittime pari a quello del primo anno di conflitto.


    Gran parte dei soldati russi sono ragazzi privi di addestramento



    I motivi di questo massacro (il cui bilancio è confermato anche da numerose Organizzazioni Non Governative, inclusa l'associazione delle madri dei soldati) sono diversi; in primo luogo pesa la disastrosa condizione delle forze armate russe, soprattutto in termini di addestramento, dato che ad essere arruolati sono prevalentemente ragazzi poco più che maggiorenni, inviati al fronte senza neppure un minimo di esperienza.

    Inoltre figura la crescente capacità militare della guerriglia, dotata di tecniche ed armi sempre più avanzate, spesso provenienti da federali corrotti e dalle numerose organizzazioni integraliste che finanziano i "signori della guerra".

    I vertici dell'esercito russo smentiscono regolarmente i dati diffusi dalle citate agenzie, allo scopo di nascondere quanto avviene in Cecenia alla comunità internazionale; il Cremlino parla di 4.500 soldati uccisi dallo scoppio delle ostilità (1999), ma stime indipendenti sostengono che le vittime siano almeno 13.000.

    Tra i separatisti vi sarebbero non meno di 11.000 morti, mentre è estremamente difficile quantificare le enormi perdite sofferte tra la popolazione, per cui un numero di vittime pari a 200.000 sembra purtroppo riduttivo.

    La propaganda russa, nonostante le pesanti censure imposte, non riesce a nascondere l'entità di questa tragedia che continua sotto la totale indifferenza dei Paesi occidentali.
    E' il caso, ad esempio, dei tanto promessi "ritiri di gran parte del contingente dalla regione": al contrario, come afferma il Caucasus Times, negli ultimi giorni sono giunti in Inguscezia diversi treni carichi di soldati che dovranno essere successivamente dispiegati in Cecenia.

    D.Bertulu

  2. #72
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    NELLA CITTÀ DEI FANTASMI


    La storia e la vita quotidiana di un’anziana coppia di ceceni tra le rovine di Grozny. Il tentativo di tornare alla normalità cercando libri tra le macerie


    16 gennaio 2004 – Il vecchio dottor Sultan Magomadov ha 74 anni, gli occhi azzurri come il cielo e i capelli bianchi come la neve. Il suo passatempo preferito è andare in giro per Grozny a cercare libri tra le macerie delle case distrutte dalle bombe. Con le sue dita sottili, questo medico settantaquattrenne rovista tra calcinacci, tubature contorte e suppellettili di ogni genere facendo attenzione a non sporcare la sua camicia appena stirata e a non incappare nelle mine antiuomo che infestano la città. Se gli va bene dissotterrerà un vecchio libro di medicina, o una raccolta di novelle di Tolstoj. Nuovi pezzi per la sua libreria di casa. Per colpa della guerra, Sultan ha perso quasi tutto quello che possedeva e ora sta ricostruendo la sua vita, iniziando dalla propria libreria.



    Mescolate alla terra di Grozny ci sono le ceneri e la polvere del suo passato. Camminando per le strade non asfaltate, piene di buche e di sporcizia, Sultan calpesta quelli che erano tappeti e quadri, album di famiglia, bibbie e corani distrutti. Le vie attraversano campi coperti da erbacce e macerie che una volta erano biblioteche, musei, istituti di cultura. Oggi Grozny è una città spettrale, un immenso cumulo di macerie, una distesa di edifici diroccati e scalcinati, ridotti a tetri scheletri di cemento. Nella città non c’è acqua corrente e l’energia elettrica arriva solo in pochi quartieri. Andando in giro non si incontra quasi nessuno. L’unica presenza evidente è quella minacciosa dei soldati russi in mimetica armati fino ai denti. I loro posti di blocco sono ovunque e la gente ne ha paura. Nessuno lo direbbe, ma nei condomini diroccati di Grozny vivono, o meglio, sopravvivono, 200mila persone. Addentrandosi tra le rovine di cemento si scoprono tracce di vita del tutto inaspettate, insediamenti di persone che cercano di ricreare una parvenza di vita normale.


    Sultan e sua moglie Zainap sono tra questi. Da fuori il loro palazzo sembra deserto, abbandonato. Ma quattro dei dodici appartamenti di cui è composto sono di nuovo abitati dai vecchi inquilini scappati dopo l’invasione russa del ‘99. Quando, nel marzo 2000, sono tornati a casa da un campo profughi in Inguscezia, i coniugi Magomadov l’hanno trovata in uno stato pietoso. Due stanze erano distrutte da una missile che aveva centrato il loro piano: le hanno murate. Le altre pareti erano un colabrodo a causa dei fori dei proiettili d’artiglieria: le hanno ricoperte con una carta da parati a righe bianche e argento, l’unica che hanno trovato; ma almeno i buchi non si vedono più. I vetri alle finestre erano in frantumi: li hanno rimpiazzati con teli di plastica trasparente. Nella sala da pranzo campeggiano gli unici tre mobili sfuggiti agli sciacalli che imperversano nelle abitazioni abbandonate: un vecchio frigorifero, una sedia a dondolo di vimini e la libreria di legno, piena dei libri di Sultan. La finestra è ornata da una tovaglia usata come tenda e da un piccolo vaso di violette, fuori, sul davanzale. Sultan ha riparato le condutture del gas e dell’elettricità usando pezzi di tubi trovati in giro per la città. Ma l’acqua manca. Zainap, nonostante i suoi 66 anni, due volte al giorno va in un campo dietro casa, che una volta era un giardino e oggi è un fangoso acquitrino. Lì è rimasta intatta una fontanella pubblica. Zainap vi riempie un secchio d’acqua e lo porta su per le quattro rampe di scale che conducono al loro appartamento.


    Sultan è fortunato perché, nonostante la sua età, ha ancora un lavoro: un miraggio per il 70 per cento dei suoi concittadini. Lavora nel reparto di radiologia del Policlinico numero 7, dove funziona l’unica macchina a raggi X della città. Un vecchio pezzo da museo che solo lui sa usare. Nel magazzino dell’ospedale ce n’è una nuova di zecca ancora smontata dentro la cassa d’imballaggio, dono della cooperazione internazionale, che però nessun tecnico straniero ha mai avuto il coraggio di venire a montare. A fare le lastre da Sultan vengono soprattutto bambini feriti dall’esplosione delle mine (circa mille solo a Grozny nel 2003), da proiettili vaganti (le sparatorie per strada sono all’ordine del giorno) o da schegge di esplosivi (quotidiani anche gli attentati dinamitardi dei ribelli separatisti contro le pattuglie militari russe), o ancora quelli che si sono rotti un braccio o una gamba cadendo mentre giocano nei palazzi diroccati, luogo prediletto per i giochi di strada dei bambini di Grozny.
    Sultan e Zainap si sono conosciuti in Kazakistan, dove i loro genitori, assieme ad altri 600mila ceceni erano stati deportati nel 1937 da Stalin. Anzi, 400mila, perché 200mila morirono durante il viaggio, mentre erano stipati nei carri bestiame. Dopo essersi laureati, in medicina lui e in odontoiatria lei, e soprattutto dopo la morte di Stalin, alla fine degli anni Cinquanta sono tornati a Grozny, al tempo la più grande, moderna e cosmopolita città del Caucaso settentrionale. Sultan se la ricordava a mala pena: aveva solo sette anni quando l’aveva lasciata. Per Zainap era la prima volta: nel ’37 lei non era ancora nata. Dopo essersi sposati, lui ha trovato lavoro all’ospedale, lei in una clinica dentistica. Hanno avuto dei figli e vissuto una vita felice. Fino a quando, dopo il crollo dell’Urss e la proclamazione dell’indipendenza cecena, la città si è trasformata in un covo di malavita, crocevia di traffici illeciti di ogni genere. Poi, nel 1994, arrivò la guerra. Il 26 dicembre del 1994 l’aviazione russa iniziò a bombardare la città. Sultan e Zainap si rifugiarono con i figli nei sotterranei di un vicino palazzo assieme ad altre tredici persone. Vi rimasero fino all’ultimo dell’anno, primo giorno in cui non si sentivano più i boati delle bombe. Usciti trovarono la città distrutta, avvolta dal fumo nero e acre degli incendi, presidiata dai carri armati e dai militari russi. La loro casa era stata colpita da una bomba, ma era ancora abitabile.


    Venti mesi dopo, nell’estate del ’96, la guerra finì, ma la pace durò poco. Nel settembre del 1999 l’esercito russo occupò di nuovo Grozny, questa volta con uno scopo ben preciso: raderla al suolo, isolato per isolato, al fine di fare terra bruciata per i guerriglieri indipendentisti che si nascondevano nella città. E così è stato. Sultan e Zainap questa volta sono stati costretti a scappare. Si sono rifugiati in Inguscezia, dove hanno vissuto nelle tende di un campo profughi fino al marzo dell’anno dopo, quando hanno deciso di fare ritorno nella loro città. L’hanno trovata ridotta a un cumulo di macerie. L’ospedale di Sultan era danneggiato, ma per fortuna ancora aperto, cosicché lui ha subito ripreso a lavorare, anche se con una paga miserrima. La clinica odontoiatrica di Zainap, invece, era distrutta. Lei, assieme ai suoi colleghi e gli abitanti del quartiere, l’hanno ricostruita mattone per mattone e l’hanno riaperta. Ora lei guadagna ancor meno del marito, dato che per scelta non fanno pagare le cure prestate ai profughi rimpatriati, vale a dire la quasi totalità della clientela.


    Sultan ha iniziato a raccogliere libri, perché secondo lui “la cultura è la miglior cura, forse l’unica, per le sofferenze della Cecenia. Il mio Paese – dice Sultan – non è stato distrutto dalle armi, ma dall’ignoranza. Anche gli dèi – Sultan cita il poeta tedesco Friedrich Shiller – sono disarmati contro la stupidità

    Enrico Piovesana

  3. #73
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    UN ALTRO MESE DI SANGUE: QUASI 70 MORTI


    E' di undici morti il bilancio degli scontri esplosi solo ieri in diverse località della Cecenia; secondo fonti del governo filorusso di Grozny, sette soldati di Mosca sarebbero stati uccisi negli attacchi dei guerriglieri, mentre un poliziotto locale e tre ribelli avrebbero perso la vita in altri due distinti combattimenti nella capitale.

    Questa giornata di guerra è l'ennesima trascorsa dall'inizio dell'anno nella regione: finora infatti, sempre a detta dell'amministrazione locale, vi sarebbero state altre "49 vittime tra l'esercito russo, e 6 tra le milizie indipendentiste".

    La mattina del 12 gennaio, inoltre, diversi razzi sono stati esplosi contro il complesso degli edifici governativi di Grozny (più volte teatro di sanguinosi attacchi negli ultimi mesi), ferendo in modo serio due funzionari del Ministero delle Situazioni di Emergenza.

    Violenze e arresti tra i civili


    Poco si sa, ancora una volta, sulla sorte dei civili ceceni; agenzie indipendenti parlano di un contadino ucciso da una mina antiuomo nelle montagne meridionali, e del ritrovamento di due cadaveri nei pressi della capitale.

    Probabilmente, però, il numero delle vittime potrebbe essere ancora maggiore, in quanto si sono registrate incursioni quasi quotidiane delle forze speciali russe in numerosi villaggi, oltre che nei maggiori centri urbani della provincia; a seguito di questi raid decine di persone, soprattutto giovani, sarebbero scomparse senza lasciare traccia.

    "Stanno sterminando la gioventù cecena", avevano gridato diversi mesi fa alcuni operatori umanitari locali, che avevano accusato le truppe federali di assassinare una media di 80 civili al mese, per lo più di età inferiore a 30 anni.

    Questi raid (le famigerate "zachistkas" ) comportano spessissimo violazioni dei più elementari diritti umani e si risolvono in omicidi, pestaggi, torture ed arresti indiscriminati, compiuti anche con larga insufficienza di prove.

    Una non trascurabile percentuale di atrocità sulla popolazione pesa anche sui ribelli, come dimostra ad esempio la recente escalation di attacchi terroristici (probabilmente organizzati dalle frange più integraliste dei ribelli), che solo nel 2003 ha causato più di 300 morti nella Russia meridionale (Cecenia esclusa).

    Estremamente frequenti sono gli omicidi e gli agguati ai danni dei "traditori nazionali", vale a dire funzionari e collaboratori dell'amministrazione filorussa, come è accaduto lo scorso giovedì nel villaggio di Alleroy, dove il sindaco locale è stato ferito da presunti guerriglieri, secondo l'agenzia russa RIA Novisti.

    Il ruolo dei paramilitari di Kadyrov


    Se le truppe russe e gli indipendentisti offrono un pessimo esempio di rispetto dei diritti umani, non si può certamente dire altrettanto delle "milizie personali" (OMON) del presidente ceceno Akhmad Kadyrov.

    Tali gruppi paramilitari, composti da circa 4.000 locali, sono diretti da uno dei figli di Kadyrov, Ramzan, e farebbero parte di una strategia intrapresa dal Cremlino al fine di instaurare una "cecenizzazione" del conflitto, e favorire in tal modo il disimpegno delle truppe russe.

    Una tattica che, secondo Nick Paton Walsh, del quotidiano inglese Guardian, sta in realtà conducendo ad una ulteriore guerra civile, in cui "si prefigura uno scenario di famiglie e singoli abitanti dei villaggi opposti l'uno con l'altro".

    Pare infatti che la conduzione delle "zachistkas" stia lentamente passando di mano dalle truppe russe a queste milizie, come fra l'altro testimonia un'intervista effettuata da Walsh ad un guardiano di una installazione petrolifera, arrestato qualche settimana fa dalla polizia governativa con l'accusa di appartenere alla guerriglia.

    "Sono stato selvaggiamente picchiato da Razman Kadyrov in persona: (lui ed i suoi uomini) mi hanno colpito più volte sulla testa e mi hanno rotto il naso"; stessa sorte per altri tre prigionieri, il cui destino non è noto.

    "Si tratta di un errore- replicano le autorità – in tutta la Cecenia ci sono molti individui che somigliano fisicamente a Razman".

    "In seguito, mi hanno detto che mi avrebbero rilasciato solo dopo la consegna, da parte della mia famiglia, di tre fucili Kalashnikov come riscatto". Così è stato, ma "prima della liberazione ho subito violenze terribili in due diversi centri di detenzione: in particolare, sei uomini mi hanno colpito la schiena per 10-15 minuti con i calci dei loro mitra [...] una volta tornato a casa, i medici mi hanno detto che ho riportato gravi danni ai reni".

    Una situazione che, a quanto pare, è stata vissuta da centinaia di altre persone in numerose "prigioni-lager" di cui è disseminata la Cecenia; Walsh cita come esempio la scuola di Hosi-Yurt, dove "circolano voci secondo cui alcuni uomini sono stati colpiti con delle barre di metallo per 40 giorni".

    ”Giallo”su Maskhadov e Gelayev


    Intorno ai primi di gennaio, il presidente indipendentista ceceno Aslan Maskhadov sarebbe rimasto lievemente ferito in uno scontro con truppe speciali russe presso il villaggio di Shuani, nella regione meridionale di Nozhay-Yurt, dove sarebbe rifugiato.

    A diffondere la notizia, su cui non vi sono state conferme russe o indipendenti, sono state due agenzie della guerriglia (Kavkazcenter e Chechenpress), peraltro non nuove a "falsi" sfruttati a fine di propaganda.

    Secondo i ribelli, il campo sarebbe stato attaccato da un gruppo di "100 commandos russi e 50 traditori nazionali [...] dopo un'ora e mezza di intensi combattimenti, 30 nemici e 2 membri delle Forze Armate Cecene sono stati uccisi [...] Maskhadov è stato leggermente ferito, ed ha ucciso personalmente cinque soldati".

    Negli stessi giorni, fonti russe avevano riportato la morte di due militari federali ed il ferimento di altri otto, ma non è stato possibile verificare se si sia trattato dello stesso episodio.

    Altrettanto oscura è la sorte di uno dei principali "signori della guerra" ceceni, Ruslan Gelayev, che il Cremlino aveva dato per morto nell'incursione ribelle dello scorso dicembre nel Daghestan, "in seguito ad una valanga scatenata da un bombardamento aereo".


    Ruslan Gelayev (Foto: Kavkazcenter)


    Dopo iniziali conferme e smentite da parte dei russi e dei guerriglieri, il Ministero degli Interni ha precisato che Gelayev è stato "gravemente ferito", e che le operazioni alla ricerca dei corpi di altri ribelli uccisi nei raid stanno proseguendo.

    D.Bertulu

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    TERRORISTI


    La storia di Aslan, ceceno di 14 anni. Ha perso una mano e un occhio nello scoppio di un accendino esplosivo, creazione artigianale della follia della guerra. Vittima innocente di una guerra entrata nel suo quinto anno. Un bilancio tracciato da due suoi giovani protagonisti, un comandante della guerriglia separatista e un caporale dell’esercito russo. La provocatoria tesi di un analista ceceno


    22 gennaio 2004 – Aslan ha 14 anni. Vive nel villaggio di Kalinovskaya, nel distretto di Naur. Lo scorso 30 dicembre stava giocando per la strada con i suoi amici. Per terra ha visto un oggetto luccicante: un accendino Zippo. Ovviamente non ha resistito e lo ha raccolto. Lo ha aperto e gli è esploso in mano. Tutto il villaggio ha sentito l’esplosione correndo in strada. Aslan era a terra, steso in un lago di sangue. Sembrava morto. Sua madre non riusciva a fare altro che piangere. Suo padre non ha perso tempo: ha caricato Aslan sulla macchina di un amico ed è corso all’ospedale di Naur. Lì lo hanno operato d’urgenza, ma un’ora dopo il piccolo era steso sul lettino, senza una mano e senza un occhio.

    Poco dopo è arrivato in ospedale un ufficiale dell’esercito russo. E’ venuto dritto da Aslan, per spiegare a suo padre come erano andate le cose. “I]Suo figlio fa parte di una fazione armata ribelle ed è rimasto ferito mentre stava piazzando una mina. Quindi è in stato di arresto e ora lo portiamo via[/I]”. I genitori e i parenti di Aslan, arrivati nel frattempo, insorgono contro il militare, costringendolo a lasciare Aslan in ospedale. Il russo alla fine accetta, ma specificando che il ragazzino è comunque in stato d’arresto e che quindi rimarrà in ospedale piantonato dai militari.


    L’ufficiale se ne va, per ripresentarsi pochi giorni dopo, quando in ospedale arriva una bambina di sei anni, senza mani. Anche lei aveva raccolto un accendino. Questa volta il russo non ha avuto il coraggio di accusarla: era troppo piccola. Forse per vergogna, ha ordinato ai suoi uomini che stavano di guardia ad Aslan di venire via.

    Accendini, giocattoli, penne, palline da tennis. La fantasia assassina delle forze russe d’occupazione non ha limiti. Come la fatale curiosità dei bambini sulla quale fa affidamento. Nessun ordine dall’alto, nessun disegno lucidamente premeditato. Gli ufficiali chiudono un occhio e coprono i loro uomini. Ma sono questi ultimi che, dopo mesi e mesi di servizio sul fronte afgano, si trasformano in efferati assassini di uomini, donne e bambini.


    Sono questi atti, così come gli stupri delle donne, le torture e le esecuzioni e sommarie di civili che danno modo agli indipendentisti ceceni di accusare i russi di “genocidio” del loro popolo. E, quel che è peggio, sono queste cose che danno ai comandanti della guerriglia separatista il pretesto per giustificare il terrorismo contro i civili russi come legittimo strumento di resistenza. Occhio per occhio, dente per dente. Tra questi c’è, purtroppo, il comandante supremo della resistenza cecena, Shamil Basayev, principale sostenitore di questa strategia, come dimostrano gli ultimi attentati condotti anche in territorio russo. A questa linea si oppone il capo politico della guerriglia indipendentista, l’ex presidente ceceno Aslan Mashkadov, evidentemente con poco successo.

    Nonostante la propaganda russa sulla “pacificazione” e la “normalizzazione” della situazione cecena, e nonostante l’embargo totale imposto dal Cremlino alla stampa mondiale (le grandi agenzie internazionali non battono una riga sui combattimenti quotidiani ), la guerra in Cecenia entrata nel suo quinto anno (se non si calcola la guerra del ’94-’96) con la stessa intensità di sempre e con un bilancio di circa centomila morti, in maggioranza ceceni.


    Usman, 37 anni, comandante di una piccola cellula di guerriglieri nel distretto di montagna di Achkhoi-Martan, dà la sua visione della situazione. “L’esercito russo le ha provate tutte negli anni scorsi, ma ha fallito. Ormai c’è una postazione russa in ogni villaggio del paese, ma questo non ha cambiato niente. L’occupazione completa di un territorio non significa la vittoria sul nemico. La storia dimostra che mai nessun esercito è riuscito a sconfiggere un movimento partigiano. La nostra guerra di resistenza continua senza sosta nelle regioni montuose del sud e nelle principali città del nord, Grozny in testa. Il nostro bollettino della 227esima settimana di guerra parla di 56 invasori uccisi, di cui 11 traditori ceceni, cinque blindati, due camion e quattro veicoli russi distrutti. Con i miei uomini conduciamo ogni giorno operazioni contro i russi: imboscate, agguati con mine-anticarro, atti di sabotaggio”.


    Vitaly, 31 anni, caporale dell’esercito russo, conferma le parole di Usman, smentendo la propaganda del presidente Vladimir Putin. “La guerra non è finita. Non passa giorno senza un agguato o un attacco, senza che qualcuno di noi rimanga ucciso dai ribelli. Non ci sono più battaglie campali come prima del 2000 ma questo non significa che le cose vadano meglio. Anzi. Questa è diventata una vera e propria guerra partigiana condotta da piccoli gruppi, più pericolosi di un esercito regolare perché più imprevedibili e difficili da localizzare e neutralizzare. Questa situazione può andare avanti per anni, come è successo in Afghanistan”.


    Usman, il ceceno, sembra pensarla allo stesso modo. “La guerra durerà finché i russi non se ne andranno. Noi non abbiamo fretta”.
    Lui no, ma gran parte della popolazione cecena, stremata dalla guerra, non ne può più. Secondo Murad Mashkhoev, analista politico ceceno indipendente, “molti non capiscono più quello che succede e non pochi iniziano a pensare che tra comandi russi e comandanti ceceni vi sia una collusione, o almeno una convergenza d’interessi nel proseguimento della guerra, come spesso accade in tutte le guerre che durano da anni”.

    Enrico Piovesana

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    SCUOLA DI GUERRA


    I bambini della scuola numero 48 di Grozny hanno imparato a convivere con la quotidianità della guerra, ma presentano tutti i segni di un’infanzia vissuta nella violenza e nella paura. Segni che potranno sparire dai muri delle loro aule, ma non dalle loro menti


    1 aprile 2004 – Con la stessa normalità con cui al suono della campanella si alzano ed escono dalla classe, gli alunni della scuola materna, elementare e media numero 48 di Grozny, quando fuori dalla finestra iniziano a sparare, si nascondono diligentemente sotto il banco. Nessuna scena di panico: ci sono abituati. Da anni, che per un bambino significa da sempre. Così come per loro è normale rimanere chiusi in classe per un’intera giornata o non poter raggiungere la scuola quando nel quartiere l’esercito russo compie uno zachistki, un rastrellamento a caccia di guerriglieri indipendentisti.


    [B]I bambini della 48 non si scompongono. Ne hanno vissute ben di peggio. Soprattutto durante i bombardamenti e l’invasione russa della città, nel settembre del ’99, quando le bombe e le cannonate facevano tremare i muri e loro, i piccoli rannicchiati sotto i banchi, erano terrorizzati al pensiero che la prossima poteva colpire la scuola. Ma quella volta la 48 rimase miracolosamente illesa, contrariamente ad altre scuole del centro cancellate assieme ai loro alunni. Ciononostante, chiuse i battenti: insegnanti, alunni e familiari fuggirono in Inguscezia, assieme ad altri trecento mila ceceni.

    Nei mesi successivi, durante l’inverno di assedio a Grozny, gli indipendentisti ceceni fecero della scuola una loro base. Per questo l’edificio venne più volte preso di mira dalle forze russe.
    Quando, nel gennaio del 2000, le truppe russe riuscirono a conquistare la città, occupandola, alcuni insegnanti tornarono alla 48. Trovarono il tetto sfondato da una bomba e il secondo piano sventrato da un missile. Nelle aule, con le finestre distrutte, vetri, calcinacci e migliaia di bossoli coprivano i pavimenti. I muri esterni ridotti a un colabrodo dai buchi di proiettile. Ci vollero due mesi per risistemarla un po’. A marzo la scuola 48 riaprì, con soli dieci alunni. Oggi sono diventati novecento, perché nelle classi si affollano tutti gli studenti che prima andavano nelle scuole vicine, che oggi non esistono più.


    Questi bambini – dice Zaina Mumayeva, insegnante – non hanno idea di cosa sia una vita normale. Sono cresciuti con la guerra. E ne portano i segni. Hanno tutti grossi problemi emotivi. Quando ricordano i bombardamenti, molti di loro iniziano a tremare, e quando un aereo sorvola la scuola alcuni scoppiano a piangere”. “Un terzo di loro ha perso almeno un genitore a causa della guerra – spiega un’altra insegnante, Malina Elimkhanova –. Aver vissuto, e vivere ancora nella paura e nella violenza li ha fatti diventare molto aggressivi, sia tra di loro che verso noi insegnanti. Al minimo rimprovero, saltano in piedi come matti, mostrando un’ostilità che fa paura”.


    Molti hanno vissuto la guerra sulla loro pelle. Come Timur, 15 anni, che in classe racconta di quando un giorno stava giocando fuori dalla scuola con i compagni e un elicottero militare russo è spuntato dal nulla, cominciando a sparargli addosso. “Ci siamo buttati in un fosso, rimanendo nascosti finché l’elicottero non se ne è andato”. O di quando invece stava camminando per la strada con sua madre e un colpo d’arma l’ha ferito alla spalla.


    Ma la principale causa di morte di questi bambini è raccontata dai loro stessi disegni attaccati lungo il corridoio della scuola, rintonacato di fresco. Disegni in cui descrivono con immagini cruente i pericoli di raccogliere da terra e maneggiare per gioco oggetti che possono rivelarsi ordigni inesplosi o mine antiuomo, magari quelle camuffate da giocattoli colorati e invitanti.
    I lavori di ricostruzione della scuola numero 48, seppur a rilento, procedono. Quello che sarà difficile, forse impossibile, ricostruire è la psiche di questi bambini. I segni della guerra potranno sparire dai muri della loro scuola, ma non dalle loro menti.

    Enrico Piovesana

  6. #76
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    RUSSIA NERA (PRIMA PARTE)


    Si moltiplicano le aggressioni degli skinhead contro gli immigrati caucasici e centrasiatici. In Russia avanzano i movimenti neo-nazisti e i partiti della destra nazionalista e xenofoba. Un fenomeno fomentato dal governo e sfruttato dal presidente Putin, nuovo zar di un paese che secondo molti sta lentamente scivolando verso il fascismo


    13 febbraio 2004 – I russi li chiamano spregiativamente ciornie, ‘neri’. Sono i non-slavi, gli immigrati provenienti dalle repubbliche ex sovietiche del Caucaso e dell’Asia centrale, e gli zingari rom. Sono le vittime predestinate della violenza razzista degli skinhead russi, giovani balordi che girano in gruppo per le città russe compiendo impunemente aggressioni ai danni di chiunque abbia capelli, carnagione e occhi neri. L’ultimo episodio è di pochi giorni fa, quando una bambina tagica di nove anni, Khursheda Sultanova, è stata aggredita e accoltellata a morte nel centro di San Pietroburgo
    , la stessa città in cui nell’ottobre scorso una piccola rom di sei anni era stata picchiata a morte fuori da una stazione ferroviaria. Nella sola ex Stalingrado si calcola ci siano oltre 20 mila skinhead!


    Ma a Mosca le cose non vanno meglio. Nei mercati cittadini, dove le bancarelle sono gestite in gran parte da immigrati caucasici e centrasiatici, i raid degli skinhead armati di spranghe e bastoni sono la norma. La polizia non interviene mai, e quando lo fa è solo per difenderli in caso di reazione da parte degli aggrediti. Anche perché, quando non sono gli skinhead, è la stessa polizia a compiere retate e rastrellamenti. Le chiamano “operazioni di pulizia”. Anche queste avvengono nei mercati, ma soprattutto nei dormitori di periferia. Gli agenti mascherati o in tenuta antisommossa prelevano tutti gli immigrati e li portano nelle centrali: là li immobilizzano faccia a terra, e poi calci, pugni e manganellate.

    Questo fenomeno ha assunto dimensioni preoccupanti soprattutto in relazione alla guerra in Cecenia, o meglio agli attentati attribuiti ai separatisti ceceni (ma dietro ai quali molti intravedono lo zampino dei servizi segreti russi) che negli ultimi anni hanno causato centinaia di morti provocando un’ondata di xenofobia senza precedenti. Sentimenti nati sulla scia del terrore e dell’orrore, e rafforzati dai razzistici e vendicativi proclami delle autorità di governo che puntualmente fanno seguito a queste stragi. Dopo l’attentato alla metropolitana di Mosca del 6 febbraio la polizia ha tappezzato le città russe di identikit di improbabili sospetti dai tratti marcatamente caucasici, accompagnati dall’invito alla popolazione affinché venga segnalato alle autorità ogni caucasico dall’atteggiamento sospetto. Ma non è solo la polizia a spalleggiare gli skinhead, i quali sono organizzati e irrigimentati in vari movimenti paramilitari estremisti della destra neo-nazista ultranazionalista e xenofoba.


    Il principale partito neo-nazista russo è l’Unità Nazionale Russa (Rne) di Alexander Barkashov, che ha per simbolo una svastica rossa sovrapposta alla croce diagonale di Sant’Andrea, simbolo che spicca sulle fasce rosse che i suoi militanti portano al braccio in occasione delle manifestazioni pubbliche. E’ un movimento semiclandestino molto forte, con sedi in tutta la Russia e con un largo seguito tra i giovani disoccupati e poveri delle grandi metropoli russe. Il secondo movimento neo-nazista russo, in termini di seguito e strutture, è il Partito Nazional-Socialista Russo di Konstantin Kasimovsky, che si richiama apertamente all’ideologia hitleriana. Come simbolo ha una croce nera che richiama il labarum, l’anagramma cristico (PX), con la croce diagonale di Sant’Andrea sullo sfondo, nera su campo rosso. Sul fronte dell’ultradestra religiosa c’è poi il Fronte Nazional-Patriottico Pamyat di Dimitry Vasiliev, che si richiama alle radici cristiano-ortodosse della ‘Grande Madre Russia’ mischiando fondamentalismo religioso e nostalgie zariste. Il suo simbolo è infatti l’aquila bicefala dello Zar con al centro un’icona di Cristo circondata dai bracci di una svastica. Questa formazione predica l’antisemitismo e l’odio verso tutti i non-slavi. Sono le stesse accuse mosse ai nazional-comunisti dell’ambiguo Partito Nazional-Bolscevico di Eduard Limanov, anche se loro si professano anti-razzisti. Il loro simbolo è come la bandiera nazista, ma con falce e martello neri al posto della svastica.



    Tutti questi gruppi, per quanto diffusi sul territorio, non hanno un peso diretto nel gioco politico russo, non partecipano alle elezioni. [Color=Red]Ma hanno dei referenti nelle alte sfere della politica nazionale. A parte i nazional-bolscevichi, legati al Partito Comunista della Federazione Russa di Gennadij Zuganov, i movimenti neo-nazisti simpatizzano per il Partito Liberal-Democratico Russo (Ldpr) dell’ultra-nazionalista xenofobo Vladimir Zirinoskij, che alle elezioni della Duma dello scorso 7 dicembre ha preso quasi il 12 per cento dei voti, il doppio rispetto al 1999. Un’avanzata interpretata da molti come un evidente segnale della svolta a destra della società russa. Secondo alcuni, è molto preoccupante anche l’affermazione del nuovo partito social-nazioanlista Rodina (Patria) di Dimitrij Rogozin e Sergeij Glazyev, che dal nulla ha incassato il 9%. I parlamentari liberali russi hanno descritto Rodina come la nuova minaccia fascista che incombe sul paese. E forse hanno ragione, se si considera che dopo l’attentato alla metropolitana di Mosca, in una sessione della Duma Rogozin e Glazyev hanno auspicato la formazione di milizie volontarie per combattere la “delinquenza etnica” nelle città russe: un’esplicita legittimazione delle bande di skinhead che già imperversano liberamente.


    Enrico Piovesana

  7. #77
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    RUSSIA NERA (Seconda Parte)


    Si moltiplicano le aggressioni degli skinhead contro gli immigrati caucasici e centrasiatici. In Russia avanzano i movimenti neo-nazisti e i partiti della destra nazionalista e xenofoba. Un fenomeno fomentato dal governo e sfruttato dal presidente Putin, nuovo zar di un paese che secondo molti sta lentamente scivolando verso il fascismo


    16 febbraio 2004 - Per gli esperti di questioni russe, il vero riflesso di questo fenomeno, la vera cartina al tornasole che testimonia la rinascita di sentimenti ultranazionalisti e xenofobi tra i russi è l’inarrestabile consolidamento del potere del presidente Vladimir Putin. Il nuovo Zar è arrivato al Cremlino proprio sull’onda di un sentimento di revanchismo patriottico ispirato a una nuova politica di potenza sul piano internazionale e al principio di legge e ordine sul piano interno, il tutto condito da una retorica nazionalista, militarista e razzista nei confronti dei ceceni[/B]. Alle ultime elezioni il suo partito, Russia Unita ha sbancato con il 37 per cento delle preferenze, contro il 23 per cento del ’99. E alle elezioni presidenziali del prossimo 14 marzo, Putin è dato per vincitore con una maggioranza bulgara. I candidati concorrenti fanno da comparse in un copione elettorale già scritto.


    Prodotto e alfiere della cultura politica autoritaria e repressiva dei servizi segreti (l’Fsb, erede del Kgb), Putin, pur spacciandosi per liberale e democratico, negli ultimi anni ha trasformato la Russia in un’autocrazia che riesuma i metodi sovietici, sostituendo il collante ideologico del comunismo con quello del nazionalismo. L’opposizione politica (rappresentata principalmente dagli oligarchi e mafiosi legati alla famiglia dell’ex presidente Eltsin) è stata spazzata via: chi in prigione (come Kodorkosvkij) chi in esilio (come Berezovsky). La stampa indipendente è praticamente sparita: tutte le maggiori emittenti televisive e testate giornalistiche sono controllate direttamente o indirettamente dal governo e le nuove leggi sulla stampa (introdotte dopo il sequestro del teatro Dubrovka dell’ottobre 2002) hanno imposto una censura ferrea che rende reato ogni critica al governo. I poteri della polizia e dei servizi segreti sono aumentati a dismisura grazie alle leggi anti-terrorismo introdotte da Putin dopo le stragi del settembre 1999 (vissuto dai russi come l’11 settembre americano). E nei giorni scorsi, sull’onda dell’ultimo attentato alla metropolitana, i vertici dei servizi segreti hanno chiesto alla Duma di votare leggi che concedono ai servizi segreti “poteri senza precedenti” per combattere il terrorismo. Richiesta accolta con applausi scroscianti. Un clima politico del genere, a sua volta, fornisce l’humus culturale e psicosociale ideale alla crescita di movimenti ultranazionalisti e xenofobi.



    L’attrazione esercitata dal nazionalismo xenofobo è aumentata anche in ragione del peggioramento delle condizioni di vita dei russi. Povertà e disoccupazione dilagano assieme all’alcolismo, alla tossicodipendenza e a un'incredibile incidenza dei suicidi (la seconda più alta al mondo). Il 20 per cento della popolazione guadagna meno di 70 dollari al mese. L’aspettativa di vita è crollata a 72 anni per le donne e 59 per gli uomini, la più bassa dei paesi industrializzati. Tutto questo ha provocato un forte sentimento di delusione delle aspettative suscitate dalla fine del comunismo, che non ha portato alcun aumento del benessere, anzi. Né tanto meno la libertà e la democrazia. Da qui il ripiego, il rifugio in ideologie nostalgiche e giustificative che individuano la causa di tutti i mali negli immigrati (dalla disoccupazione alla delinquenza al terrorismo) e nell’abbandono di una politica di potenza (con conseguente asservimento ad interessi stranieri), proponendo una ricetta a base di nazionalismo e razzismo, che si traduce in una politica estera più aggressiva (un nuovo imperialismo eurasiatico a guida russo-slava) e nella creazione di un regime politico guidato da un uomo forte che usi il pugno di ferro verso la criminalità, gli immigrati, la corruzione, garantendo un migliore stile di vita ai russi veri, quelli di origine slava.
    Queste sono le idee degli skinhead e dei neo-nazisti russi, pericolosamente somiglianti alle linee di fondo del governo Putin. Una convergenza che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme nelle democrazie occidentali, i cui leader invece continuano a dichiararsi grandi amici e ammiratori dell’ex agente del Kgb.


    Enrico Piovesana

    -----------------------------------------------------------------

    Io mi chiedo come i governi sia italiano che americano
    possano dichiarsi amici di un criminale nazista come putin, e invece di intervenire gli lasciano fare i suoi porci comodi, uccidendo e torturando civili inermi (sopratutto bambini) senza che nessuno muova un dito.
    Putin andrebbe processato per crimini contro l'umanità.
    Ma quello che più mi stupisce della disgustosa e vomitevole assassina russia e che quì in Italia qualcuno ha il coraggio di dire che è meglio quello che sta succedendo adesso in russia.
    Tutto questo fonte di una mentalità becera e razzista


    VERGOGNA !

  8. #78
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    In effetti è molto deprimente che nella società dell'immagine in cui viviamo le guerre esistono solo se ci sono dei cameramen o dei fotografi a giro, altrimenti cadono nel dimenticatoio e nessuno ne parla.
    Putroppo la gente dovrebbe sapere che le guerre dimenticate di oggi daranno origine ai problemi di domani. Ad esempio la guerra in congo quanti profughi ha creato? Quante persone muoiono o moriranno per fame e malattie a cuasa di questa (ed altre guerre)? Se ci pre-occupassimo del resto del mondo prima che questo ci appaia sugli schermi del telegiornale sarebbe un bel passo avanti. Quando vediamo i cadaveri in TV è ormai troppi tardi..

  9. #79
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    In Origine Postato da fabbio2
    Putroppo la gente dovrebbe sapere che le guerre dimenticate di oggi daranno origine ai problemi di domani. Ad esempio la guerra in congo quanti profughi ha creato? Quante persone muoiono o moriranno per fame e malattie a cuasa di questa (ed altre guerre)? Se ci pre-occupassimo del resto del mondo prima che questo ci appaia sugli schermi del telegiornale sarebbe un bel passo avanti. Quando vediamo i cadaveri in TV è ormai troppi tardi..
    l'ultimo numero aggiornato a qualche mese fà del Congo è di 3.500.000 di morti tra fame e sterminio

  10. #80
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    UCCISO IL PRESIDENTE DELLA CECENIA





    09 maggio 2004
    Eletto presidente della Cecenia il 6 ottobre 2003. Morto il 9 maggio 2004, sette mesi dopo, mentre celebrava la sconfitta del nazismo. E' la parabola di Akhmad Kadyrov, riconfermato presidente dall'83% dei 462.000 votanti nelle elezioni più dubbie della storia della Cecenia. L'esplosione di un ordigno lo ha ucciso insieme a più di 30 persone. Con lui scompaiono anche il presidente del consiglio di stato Valery Baranov, capo delle truppe russe nel Caucaso del Nord e un corrispondente della Reuters, Aslan Khasanov.

    Akhmad Kadyrov era a capo dell'amministrazione filo-russa sin dall'occupazione militare del 1999, e oggi festeggiava insieme al suo popolo, nello stadio di Grozny, la sconfitta del nazismo durante la seconda guerra mondiale.

    Per l'agenzia di stampa Interfax, la tribuna centrale dell'impianto sportivo era stata minata con due ordigni dei quali solo uno sarebbe effettivamente esploso. Sconcertanti le immagini trasmesse dalla televisione russa. Il presidente senza sensi, coperto da un velo di sangue. La folla nel panico, in fuga tra le fiamme, il fumo e le macerie.

    Non sono ancora note rivendicazioni del gesto, ma tutti i sospetti si rivolgono alla guerriglia indipendentista cecena. Lo stesso Vladimir Putin, da Mosca, dando per scontata questa ipotesi, ha fatto subito sapere che proseguirà sulla strada della fermezza contro i terroristi, e ha ricordato il presidente ceceno con toni degni di un vero eroe.

    Già fissato per il 9 settembre prossimo l'appuntamento alle urne per eleggere il nuovo presidente della Cecenia. Nel frattempo, svolgerà le funzioni del defunto Kadyrov il premier in carica Serghiei Abramov.

    Akhmad Kadyrov


    Dario Morelli

 

 
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