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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #101
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    AGGIORNAMENTO R.D. CONGO



    KIVU E ITURI IN FIAMME: I CASCHI BLU RISPONDONO AL FUOCO



    8 Maggio 2004


    Un'imboscata di miliziani del FNI contro una pattuglia dei peacekeepers della Monuc nei pressi di Bunia, nell'Ituri: 10 morti tra gli assalitori, lo riferisca la BBC. Un raid di ribelli ruandesi contro il villaggio di Kingi, nel Kivu, ha generato uno scontro con le truppe congolesi. Ancora violenze nell'est della Rep. Democratica del Congo, mentre i caschi blu sotto tiro su tutti i fronti indagano gli abusi del proprio personale sulla popolazione e il ministro dell'energia di Kinshasa [Size=4]accusa la World Bank di volere "prendere il controllo delle risorse minerarie".

    Giorni di fuoco per il Congo "pacificato". Ieri circa 350 ribelli hutu ruandesi del FLDR (Forze Democratiche per la Liberazione del Randa) hanno attaccato e saccheggiato il villaggio di Kingi, nella provincia del Kivu. Almeno 5 persone sono rimaste uccise negli scontri ingaggiati con l'esercito congolese accorso a protezione del villaggio.
    Il leader dei guerriglieri hutu, il Comandante Serge, afferma che la sua soldataglia non se ne andrà via dal congo finché il governo ruandese non accetterà di spartire il potere.




    Altri scontri a fuoco nell'Ituri, nel nord est del Paese. Alcuni miliziani del FNI (Fronte nazionalisti integrazionalisti) hanno teso un'imboscata a Kombokabo, 25 km sud ovest da Bunia, al contingente bengalese dei caschi blu della Monuc (Missione dell'organizzazione delle Nazioni Unite in Rd Congo).

    Lo riferisce in un comunicato la Monuc stessa precisando che 10 ribelli sono rimasti uccisi e due peacekeepers feriti. Due campi ribelli, a Ngaju e Kombokabo, sono stati distrutti.

    A tamponare l'assalto del FNI sono arrivate due sezioni nepalesi della Monuc e un elicottero MI 25. La brigata Onu dell'Ituri ha operato - specificata una nota del comando di Bunia - all'internto del capitolo 7 del suo mandato che l'autorizza a utilizzare la forza "se necessario, per proteggere la popolazione".

    Abusi della Monuc sulla popolazione


    Un'indagine è stata lanciata dalla stessa Monuc su presunti abusi commessi dal suo personale (oltre 5000 uomini) sui civili. Lo riferisce l'United Press International.

    Fred Eckhard, portavoce della missione Onu in Congo, ha detto che ci sarà tolleranza zero sulla condotta sessuale dei caschi blu: "Applicheremo tutte le sanzioni previste contro il personale riconosciuto colpevole".

    Banca Mondiale sotto tiro


    Accuse pesantissime contro la Banca Mondiale. Da Kinshasa il capo del registro del settore minerario congolese, Ambroise Mbaka Kwaya Swanaha, ha affermato che la World Bank vuole impossessarsi dell'industria estrattiva del Paese.

    "Le e-mail che ci avete inviato sono un disonore per la vostra istituzione e rappresentano uno scandalo pari al Watergate" ha risposto con una condanna senza appello Mbaka alla lettera del consulente della Banca Mondiale Paolo de Sa che chiedeva la chiusura del registro delle miniere congolesi.

    Secondo Mbaka, la WB minaccia di tagliare fondi al Congo se non si adeguerà alla procedure richieste: ossia delegare le nomine dei direttori alla concessioni mineraria alla Banca Mondiale stessa.

    "Il registro minerario è un ente pubblico - osserva Mbaka – e la sua funzione è determinata da un decreto presidenziale"

    Christian Benna

    Per le altre notizie sulla Repubblica democratica del Congo Cliccare qui

  2. #102
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    Predefinito Guerre Dimenticate 7 - Uganda

    SOLDATI FANTASMA: SCANDALO TRAVOLGE L'ESERCITO



    7 Dicembre 2003



    Scandalo nelle Forze per la difesa del popolo ugandese (UPDF ), l'esercito che dovrebbe occuparsi della tutela e protezione della popolazione soprattutto nei distretti del nord del Paese, nei quali spadroneggiano liberamente gli uomini della LRA (Armata di resistenza del Signore).

    Circa sessanta ufficiali sono stati costretti a lasciare velocemente l'arma per aver mantenuto nell'elenco dell'organico delle proprie unità i nomi di soldati scomparsi anche da un decennio, allo scopo di intascarne le paghe.

    Nel 1990 era avvenuta una fronda dall'esercito ugandese: circa quattromila soldati avevano disertato per formare l'Armata patriottica ruandese; molti dei nomi dei disertori, insieme a quelli di soldati defunti, erano ancora negli elenchi degli organici attivi. Alcuni ufficiali avevano tra i cento ed i trecento cosiddetti "soldati fantasma" per i quali ricevevano ed intascavano lo stipendio.

    In un'intervista radiofonica il Presidente Museveni si è dichiarato "schoccato" per lo scandalo ed ha promesso che verrà fatta pulizia con la maggior velocità ed efficienza possibile; le indagini sui soldati fantasma proseguono e non è detto che alcuni di questi ufficiali non ricevano presto l'invito a comparire davanti alla Corte marziale.

    Secondo il quotidiano di Kampala Ugandan Monitor, questa vicenda di corruzione va inscritta in un'operazione di pulizia più ampia all'interno dell'esercito; il Presidente Museveni si trova a dover affrontare pesanti accuse sia da parte della popolazione che della Comunità internzionale sulla condotta delle Forze armate ugandese: sul fronte interno l'incapacità di contrastare la LRA di Joseph Kony è talmente smaccata da far sospettare che vi sia una convenienza, da parte di frange dell'esercito stesso, a voler mantenere un clima di insicurezza e destabilizzazione.

    Infatti sono molti gli episodi di saccheggi ed omicidi, avvenuti soprattutto nei campi profughi nei distretti del nord, che ospitano più di un milione di rifugiati ugandesi e provenienti dal sud del Sudan, per i quali forti sospetti ricadono sui militari che in teoria dovrebbero proteggere i civili dai ribelli.

    Sul fronte internazionale l'esercito ugandese è sotto accusa per i saccheggi di materie prime in Repubblica Democratica del Congo, durante la terribile guerra durata cinque anni alla quale l'Uganda partecipò sia direttamente, sia indirettamente finanziando i ribelli del Movimento di Liberazione del Congo ostili al Presidente Cabila.

    A giugno scorso il Governo ugandese aveva sacrificato il proprio capro espiatorio dimettendo il Comandante in capo dell'esercito, James Kazini, indicato come il responsabile dei saccheggi di minerali in RD Congo ed accusato, inoltre, di voler formare un "esercito nell'esercito", nominando come ufficiali amici e persone a lui fedeli.
    Secondo alcuni commentatori il recente scandalo dei soldati fantasma sarebbe quindi un'ottima scusa per poter completare l'allontanamento degli ufficiali fedeli a Kazini; molti di questi sono tra gli accusati, infatti.

    Dalle province del nord tenute sotto scacco dagli Olum ("erba" in lingua Acholi) della LRA, arrivano, inoltre, ulteriori pesanti accuse: l'esercito ancora oggi sconfinerebbe per delle razzie in RDCongo invece di compiere il proprio lavoro di difesa contro i ribelli. E l'ONU si è recentemente associata a queste accuse in un documento in cui viene evidenziato come il Governo di Museveni finanzi ancora milizie che nella RD Congo, molto poco pacificata, proseguono le razzie nelle regioni orientali: Ituri e Kivu.

    E, appunto, la guerra di Kony per instaurare in Uganda un regime basato sull'applicazione dei dieci comandamenti cristiani prosegue indisturbata o addirittura favorita dalle polemiche e gli scandali in seno all'esercito: negli ultimi tre giorni gli Olum hanno ucciso altre sette persone in un paese a circa diciassette chilometri da Lira, capoluogo dell'omonimo distretto settentrionale.

    Insomma: Museveni è impegnato a costruire un'immagine internazionale credibile per l'Uganda, proponendosi come figura diplomatica di riferimento nella regione; un esempio è il suo ruolo nella gestione della crisi in Burundi. Ma il suo lavoro rischia di essere travolto dai problemi interni del suo Paese: come può avere l'accredito ed il prestigio internazionale un Governo incapace di gestire corruzione, scandali ed una guerra civile che dura ormai da diciassette anni?

    Fulvio Poglio

  3. #103
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    MUSEVENI E "DEMOCRAZIA ALTERNATIVA" SOTTO GIUDIZIO



    18 Gennaio 2004



    I ribelli della LRA (armata di resistenza del Signore) hanno attaccato un campo di accoglienza per i rifugiati nel distretto di Lira uccidendo almeno 18 persone, la maggior parte delle quali donne. Lo riferisce il portavoce ufficiale dell'UPDF (l'esercito ugandese) Joseph Bantariza; l'attacco sarebbe avvenuto giovedì scorso.

    L'LRA, fondata dallo pseudo-santone Joseph Kony 17 anni fa, prosegue i propri attacchi nel nord del Paese a dispetto dei tentativi dell'esercito di fermarli e nonostante che, sempre nella passata settimana, i militari abbiano dichiarato di aver avuto alcuni scontri con i ribelli nei tre distretti più "caldi", Lira, Pader e Kitgum nei quali sono morti una ventina di ribelli e, sempre secondo le fonti governative, un soldato.

    Alle promesse del Governo di proseguire con sempre maggior efficacia nella caccia agli Olum ("erba" in dialetto Acholi, il nome con il quale i ribelli vengono chiamati), dopo le critiche per l'inefficenza piovute sia dall'estero che internamente, fa seguito un'altra decisione: quella di estendere ancora per 3 anni l'amnestia per i ribelli che si arrendono e decidono di seguire un programma di reinserimento sociale.

    Il programma di amnestia e di recupero sarebbe dovuto terminare sabato, dopo che negli anni scorsi almeno 11.000 ribelli, stando alle dichiarazioni del Ministro dell'Informazione Nsaba Buturo, ne avrebbero usufruito. L'amnestia però non si applica a Kony ed i suoi luogotenenti, che si pensa si riparino ancora nel sud Sudan e che hanno sempre rifiutato qualunque contatto con il Governo di Museveni.

    E proprio in Presidente Museveni, in carica ininterrottamente da 17 anni, ed il suo Governo sono stati in questi giorni oggetto di un sondaggio per verificarne il gradimento dell'operato, la democraticità e l'efficacia della repressione attuata contro gli Olum.

    Il sondaggio, commissionato ad una agenzia svizzera, la Gallup International, rivela come la stragrande maggioranza degli intervistati, circa il 65%, appoggi generalmente Museveni ed il suo operato.

    Ma le cose vanno peggio quando è stato chiesto di giudicare la bontà nella lotta contro l'LRA e contro la corruzione che dilaga nel Paese: solo il 15% giudica bene l'operato del Governo e dell'esercito nella guerra contro Joseph Kony e solo il 28% ritiene che Museveni si stia comportando rettamente nel reprimere i comportamenti disonesti.

    Ancora peggio è il giudizio sulla democraticità di Museveni, che dichiarò tempo fa che la sua era una "forma alternativa di democrazia"; le prossime elezioni sono previste per il 2006 e, alla domanda se sarebbero da rimandare, il 66% degli intervistati ha risposto di no.

    La mazzata arriva dall'ultima parte del sondaggio: il Presidentissimo dovrebbe ricandidarsi? Per il 64% è ora che si faccia da parte e che permetta un rinnovamento vero alla guida istituzioni, magari passando ad un forma vera di democrazia.

    Insomma: un generico gradimento, ma la richiesta che i quasi 18 anni di "democrazia alternativa" finiscano. Stessa richiesta, peraltro, rivolta al Governo ugandese dalla Comunità internazionale: dall'Olanda, paese finanziatore, qualche settimana fa, ed ora anche dal nuovo partner al quale l'Uganda, dopo la visita di George Bush di quest'estate, è sempre più legata: gli Stati Uniti.

    Riferisce il giornale di Kampala "New Vision" della richiesta fatta dell'Ambasciatore USA in Uganda di "accelerare il dibattito sul futuro politico prima del 2006, incrementando la qualità della democrazia nel Paese in senso pluralista e multipartitico".

    Nella democrazia alternativa di Museveni, infatti, solo dal 2001 è permessa la creazione di movimenti politici, sebbene con limitazioni molto strette: è vietato fare attività politica fuori dalla capitale Kampala e non è permesso contestare i risultati delle elezioni.

    Fulvio Poglio

  4. #104
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    NUOVE VIOLENZE, AMNESTY CHIEDE: UPDF ALLA SBARRA



    4 febbraio 2004



    Un incendio ha devastato domenica scorsa il campo profughi di Pabbo nel distretto di Gulu, uno dei più grandi costituiti in Uganda per accogliere le centinaia di migliaia di sfollati dai distretti del nord del paese per sfuggire alle atrocità dei ribelli della LRA (Armata di resistenza del Signore) guidata dal fanatico Joseph Kony, forza ribelle che lotta contro il Governo per instaurare in Uganda un regime basato sull'applicazione dei 10 biblici comandamenti.

    Pabbo ospita almeno 62.000 persone assiepate in precarie baracche e l'incendio ne avrebbe distrutte circa 4.000, lasciando almeno 20.000 senzatetto[/Red].

    Ma è sulle cause del rogo che rimpallano le accuse. Domenica mattina presto era in atto una perquisizione dei soldati dell'esercito ugandese (UPDF, forze di difesa del popolo ugandese) alla ricerca di eventuali sospetti ribelli o fiancheggiatori degli Olum ("erba", così vengono chiamati in Acholi gli uomini della LRA) e secondo molti testimoni avrebbero intenzionalmente dato alle fiamme le baracche.

    Le testimonianze dicono che circa 6.000 persone fossero state costrette fuori dalle loro baracche e radunate per essere arrestate con l'accusa di essere simpatizzanti dei ribelli. E proprio dalle baracche vuote sarebbe partito poi l'incendio, appiccato dai militari.

    L'esercito ugandese rigetta le accuse ai mittenti, affermando che la perquisizione avrebbe portato al sequestro di 800 cartucce, prova quindi del fatto che nel campo fossero presenti dei ribelli armati, e che l'incendio sarebbe stato appiccato proprio dai ribelli come diversivo per potersi dare alla fuga.




    L'UPDF, Forze di difesa del popolo ugandese, in azione nel nord dell'Uganda ove operano i ribelli delle LRA



    Violenze e violazioni dei diritti umani: sul banco degli imputati devono salire tutti


    Rimane il fatto che troppo spesso gli sfollati dei campi profughi, mal in arnese ed indifesi, sono oggetto di violenze sia da parte degli Olum, che li considerano dei vivai per le razzie e dai quali rapire i bambini che finiranno ad ingrossare le fila della LRA come piccoli soldati, ma anche da parte di chi dovrebbe difendere i campi; le violenze e gli stupri da parte dei militari regolari sarebbbero all'ordine del giorno, secondo i rapporti di Organizzazioni non governative come Amnesty International.

    Ed un rapporto della parlamentare ugandese Margaret Zziwa, che guida una Commissione per le indagini sui crimini commessi dai militari, rincara la dose: moltissime ragazze verrebbero rapite dai campi profughi e stuprate, in parecchi casi proprio dai soldati, tanto che nei distretti del nord la percentuale di infetti da HIV sarebbe di ben 3,5 punti percentuali in più (9,5%) della media nazionale (6%).

    L'esercito ugandese è nella bufera e l'imperturbabile Presidente Roweri Museveni sabato scorso a Londra ha chiesto ufficialmente che la Corte penale internazionale (CPI) cominci ad occuparsi dei crimini commessi da Joseph Kony e dai suoi, rendendo, tra l'altro, l'Uganda il primo paese a chiederne l'intervento da quando è stata costituita, sulla base del Trattato di Roma (luglio 1998 ), entrato in vigore a luglio 2002 ed adottato da 139 stati nel mondo.

    La CPI è competente per giudicare i crimini contro l'umanità come il genocidio ed i crimini di guerra, con l'obbiettivo di garantire il rispetto della Convenzione di Ginevra e l'osservanza del diritto internazionale umanitario.

    Amnesty International ha applaudito alla richiesta di intervento legale internazionale avanzata da Museveni ma, in un comunicato stampa rilasciato lunedì, aggiunge: "Qualunque corte investigativa sui crimini di guerra ed i crimini contro l'umanità commessi in Uganda deve far parte di un piano generale volto a far terminare l'impunità per tutti i crimini, a prescindere da quale parte li abbia commessi ed il grado dei responsabili".

    Insomma, per dirimere le colpe e responsabilità di una guerra civile che dura da 18 anni e che ha prodotto decine di migliaia di morti e punirne i colpevoli non basta indagare su Kony ed i suoi Olum, ma la CPI deve occuparsi anche di quelli commessi dall'esercito e delle responsabilità del Governo del Presidentissimo, in carica ininterrottamente da 18 anni.



    Un bambino ferito alla testa da colpi di machete scampato ad un'incursione degli Olum (Foto AP Photo/HO/New Vision/ICC)




    Nella lotta alla LRA il Governo ugandese ha inanellato un insuccesso dietro l'altro: oltre ai morti, in quasi 20 anni sono stati rapiti dagli Olum più di 20.000 bambini, i maschi addestrati come soldati e le femmine come schiave sessuali dei ribelli, portando l'Uganda al primo posto nel mondo per l'utilizzo dei bambini-soldato. Una vera e propria catastrofe sociale che aggrava se è possibile ancor di più quella della guerra.

    Non è questo, comunque, il primo richiamo al rispetto dei diritti umani che l'Uganda ed il suo Presidente ricevono: recentemente una richiesta di maggior trasparenza e democrazia era stata avanzata dall'Ambasciatore olandese a Kampala, anche a nome della UE; dichiarazione cui aveva fatto seguito poco tempo dopo un analogo appello degli USA, autori, quest'estate, di un grosso finanziamento al Governo ugandese per la lotta al terrorismo, ma che non hanno aderito al Trattato di Roma, rifiutano di riconoscere la Corte penale internazionale (insieme, tra gli altri, a Corea del nord, Iran, Cina e Russia) ed anzi, hanno escluso dall'assistenza militare tutti i Paesi firmatari (secondo l'American service member protection act, ASPA, emanato dal Congresso USA).


    Fulvio Poglio

  5. #105
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    MASSACRO IN CAMPO PROFUGHI, ALMENO 40 MORTI




    5 Febbraio 2004


    Almeno 40 morti. E' questo l'ennesimo tragico computo della guerra che prosegue implacabile nei distretti settentrionali dell'Uganda. E a farne le spese sono come al solito i più indifesi profughi dei numerosi campi che ospitano il milione e passa di sfollati dalle proprie case.
    Secondo testimoni oculari almeno un centinaio di uomini della LRA (Armata di resistenza del signore) hanno assaltato il campo di Abia, ad una trentina di chilometri dalla città di Lira distruggendo ed incendiando le baracche e massacrando i profughi a colpi di machete e mazze. Sembra che vi sia stato, quindi, uno scambio di colpi a fuoco con l'esercito di Kampala. Sul terreno, secondo l'inviato della BBC a Kampala, 47 morti di cui due militari dell'esercito. I feriti sono decine, ricoverati nell'ospedale di Lira.

    L'esercito ugandese, che in questi giorni deve rispondere di pesanti accuse di violazioni dei diritti umani proprio nei confronti dei profughi che dovrebbe proteggere, ha dimostrato così ancora una volta la propria inefficienza.

    Nel tentativo di dare una spallata ad un conflitto che dura ormai da 18 anni (stessa età della durata in carica del Presidente dell'Uganda Museveni), Kampala ha dichiarato che la prossima settimana invierà nuovamente l'esercito nel sud del Sudan, ove gli uomini della LRA, guidata dal fanatico leader Joseph Kony, ha le proprie basi.


    Carro armato ugandese in azione contro la LRA (Foto BBC)




    L'ingerenza militare in quel Paese è possibile grazie ad un accordo stipulato tra Uganda e Sudan nel gennaio del 2002 e rinnovato per l'ottava volta quest'autunno, che ha messo, almeno formalmente, fine ad una guerra per procura che i due Paesi si sono fatti per lungo tempo: l'Uganda finanziando i ribelli dello SPLA (Sudan People's Liberation Army) che per 20 anni ha lottato nel sud del Sudan contro il Governo musulmano di Khartoum, ed il Sudan ospitando e foraggiando i ribelli di Kony.

    Analoghe incursioni nei mesi scorsi, compresa la grande campagna Iron fist, condotta con 15.000 uomini e gli elicotteri l'anno scorso, hanno dato risultati piuttosto scarsi se non nulli, alimentando sfiducia e disperazione.

    Fulvio Poglio

  6. #106
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    LE CICATRICI DI ABIA



    10 Febbraio 2004


    E' passata quasi una settimana ormai dal tremendo attacco che i ribelli del LRA (Lord's Redemption Army) hanno lanciato contro il campo profughi di Abia, nel distretto di Lira. Ma il ricordo di questa tragedia, in cui almeno 51 persone hanno trovato la morte, rimarrà per sempre impresso nella mente di chi ha vissuto quell'esperienza.

    L'ospedale di Lira, non attrezzato per simili emergenze, ha dovuto accogliere una settantina di feriti scampati all'eccidio. Tra di loro molte donne e bambini (alcuni hanno meno di tre anni) con vistose bruciature e tagli da machete, senza contare le "consuete" ferite da arma da fuoco.

    I racconti dei sopravvissuti, che parlano di gente uccisa a colpi di accetta e di intere famiglie bruciate vive, sono raccapriccianti.

    Ma morti e feriti non sono l'unica conseguenza del raid ribelle: un numero ancora imprecisato di persone, almeno una ventina, sarebbero disperse; potrebbero essere morte, o potrebbero aver trovato rifugio nei boschi circostanti.

    Oppure potrebbero essere stati fatti prigionieri dei ribelli, che li impiegheranno come soldati o come schiavi.


    Soldati dell'esercito ugandese mostrano le armi sequestrate ai ribelli della LRA ai confini con il Sudan (Foto AFP/File/Peter Busomoke)


    Per l'ennesima volta l'esercito ugandese si è fatto trovare impreparato all'attacco dei ribelli: dai racconti dei sopravvissuti, sembra addirittura che gli uomini del LRA si siano presentati alle guardie del campo come soldati provenienti da un'altra unità, e che abbiano anche guardato assieme alla popolazione locale una partita di calcio prima di cominciare il massacro.

    Un massacro che i soldati non hanno saputo evitare, anche perché sembra che in quel momento la guarnigione di stanza al campo fosse ridotta, perché molti uomini erano andati in una città vicina per ricevere lo stipendio.

    Le guardie del campo hanno respinto un primo attacco del LRA, uccidendo anche sei ribelli, ma hanno dovuto ripiegare dopo essere stati attaccati in forze.

    Nei giorni scorsi, un portavoce dell'esercito ha dichiarato che cinque dei ribelli responsabili dell'attacco sarebbero caduti in un'imboscata; tra di essi anche il comandante Aboro, che avrebbe diretto le operazioni ad Abia.

    Un risultato tardivo e parziale, che certo non farà risollevare il credito sempre più basso di cui godono le Forze Armate nei distretti settentrionali.

    Nuovi attacchi


    I ribelli di Joseph Kony continuano a seminare morte e distruzione nel distretto di Lira: domenica scorsa un nuovo attacco, lanciato contro il villaggio di Ojul, ha causato la morte di almeno 19 persone e il ferimento di un numero imprecisato di civili.

    L'attacco è stato confermato dall'esercito ugandese, colto di sorpresa anche in questa occasione. Le accuse di corruzione contro gli alti ufficiali delle Forze Armate non potevano giungere in un momento migliore.

    Matteo Fagotto

  7. #107
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    AIDS: DOVE SI NASCE GIÀ MALATI


    Si chiama “Trasmissione Materno-Fetale dell’HIV (MTCT)”. Ogni anno colpisce 800mila bambini nel mondo, il 90 per cento dei quali nella sola Africa.
    In Uganda, uno dei Paesi più colpiti, sono quasi 40mila i neonati affetti dal virus dell’Immunodeficienza che, nonostante i recenti progressi, continua a mietere decine di migliaia di vittime, mettendo in pericolo la sopravvivenza di intere generazioni
    .


    Da quattro anni, Gaetano Azzimonti, medico dell’Associazione Volontari per il Servizio Internazionale (AVSI), lavora nel nord dell’Uganda per portare avanti un programma di prevenzione che riduca le possibilità di trasmissione del virus dalla madre al bambino. A molte donne sieropositive dei distretti di Hoima, Kitgum e Pader viene infatti somministrata la Nevirapina, un farmaco antiretrovirale. E grazie ad una costante assistenza socio-sanitaria e a controlli periodici, in molti casi la terapia salva la vita dei piccoli.

    Questi farmaci riducono del 50 per cento la possibilità di contagio”, spiega a PeaceReporter il dottor Azzimonti. “Senza trattamento, su quattro bambini nati dalla stessa madre sieropositiva, c'è il rischio che uno nasca già infettato . Con l’assunzione del farmaco, la percentuale scende a uno su otto. A questi ritmi, in un paese e un continente martoriati dall’ Aids, si possono ottenere, nel giro di qualche anno, ottimi risultati”.

    Ma la lotta all’MTCT non è che parte del programma a cui lavorano Azzimonti e i suoi collaboratori. Alla cura viene infatti affiancata una rigorosa campagna di prevenzione e controllo attraverso incontri informativi nei villaggi.
    Il nostro programma segue fasi e passaggi molto precisi”, continua il medico. “Cominciamo con un colloquio personale che crei fiducia reciproca tra le donne in gravidanza e il nostro staff. Se dalle analisi risulta che sono affette dal virus dell’HIV, forniamo loro il supporto psicologico necessario a superare lo shock iniziale. Nel frattempo cominciamo il trattamento a base della Nevirapina, monitorando lo stato di salute di madre e bambino sia prima che dopo la gravidanza”.


    Oltre alla cura e alla prevenzione, il progetto MTCT mira a sostenere le madri sieropositive con aiuti nutrizionali finanziati dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità. Ad essi si accompagnano attività di autofinanziamento a beneficio delle famiglie e comunità che spesso non sono in grado di mantenere i propri malati.

    Dal settembre 2001 a oggi, sono già 20mila le donne che hanno accettato di partecipare al progetto nei tre distretti in cui opera l’AVSI. A quasi 1200 di loro è stato diagnosticato il virus dell’HIV e molte si sono sottoposte ai trattamenti. “Il governo ugandese si è fatto carico delle spese dei farmaci, che oggi sono sostenute anche dall’AVSI”, conclude Azzimonti. “Ma c’è ancora molto lavoro da fare. L’HIV non è solo un virus che debilita fisicamente e psicologicamente una madre e il suo bambino. E’ uno stigma che toglie dignità, che isola socialmente, che umilia.
    E’ per questo motivo che siamo qui. Per far sì che i malati e i loro figli non siano più costretti a nascondersi
    ”.

    Pablo Trincia

  8. #108
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    LA SORTE DI KONY DIVIDE IL PAESE



    20 febbraio 2004


    Incriminare Joseph Kony, il sanguinario leader del LRA (Lord's Redemption Army) che da 17 anni insanguina i distretti settentrionali dell'Uganda, è una buona idea? Sorprendentemente, la risposta a questo quesito non è così univoca, soprattutto per la popolazione del nord del paese.

    Nonostante infatti il lavoro di inchiesta della Corte Penale Internazionale stia proseguendo, facendo pensare che Kony potrebbe essere incriminato formalmente già fra pochi mesi, i leader della popolazione Acholi, principale vittima dei massacri dei ribelli del LRA, sono favorevoli all'amnistia verso i capi del gruppo piuttosto che al pugno di ferro che intende usare il presidente ugandese Yoweri Museveni.

    Joseph Kony


    Il LRA è ancora forte nel nord del paese, come dimostrano i recenti massacri condotti contro i civili nel campo profughi di Abia. Incriminare adesso Kony e condannarlo in contumacia porterebbe solamente al peggioramento delle condizini di vita della popolazione. In questo modo infatti il LRA non sarebbe stimolato a firmare la pace con le autorità di Kampala, facendo svanire anche le attuali speranze (piuttosto remote per la verità) di una pace che possa porre fine a 17 anni di guerra civile.

    [B]Anche i leader religiosi Acholi non sono favorevoli ad incriminare Kony adesso: gli anni di esperienza sul campo hanno insegnato loro che chi farebbe le spese più pesanti di una scelta del genere sarebbe la popolazione civile ed in particolare i bambini, rapiti e costretti a diventare soldati o schiavi sessuali dei capi ribelli. A condannare l'azione della CPI e del governo ugandese è anche l'organizzazione "Save the Children", che anche in questo caso pone l'accento sulle maggiori sofferenze a cui sarebbero sottoposti i bambini in una simile eventualità.

    Di parere contrario invece il governo ugandese, che proseguirà nella sua azione legale contro i leader ribelli. Anche il quotidiano "New Vision" si schiera dalla parte di Museveni, ricordando come l'impunità che in questo modo verrebbe garantita ai capi ribelli potrebbe essere controproducente per le sorti della popolazione locale, visto che farebbe mancare qualsiasi deterrente alle sanguinose azioni dei guerriglieri.


    Offensiva dell'esercito



    Secondo il tenente Chris Magezi giovedì un'offensiva delle UPDF, le Forze Armate ugandesi, avrebbe portato alla morte di 37 ribelli LRA, che sarebbero stati circondati dai soldati e successivamente attaccati via terra e via aria. L'episodio sarebbe avvenuto nel distretto di Pader, a circa 300 km dalla capitale Kampala. La notizia non è stata confermata da alcuna fonte indipendente.

    L'esercito ugandese in azione


    Tutti contro Museveni


    In vista delle prossime elezioni presidenziali, previste per il 2006, un cartello di partiti dell'opposizione denominato "G7" ha deciso di presentare un candidato unico che possa essere in grado di contrastare il presidente uscente Museveni, che dovrebbe riuscire a presentarsi nuovamente alle elezioni grazie ad una modifica costituzionale.

    In Uganda l'esistenza di partiti politici non è vietata, ma di fatto essi non possono prendere parte alle elezioni, dal 1986 sempre stravinte da Museveni e dal suo partito. Il "G7" ha deciso di appellarsi contro questa legge, definita incostituzionale, mentre nel contempo sta intrattenendo colloqui con il presidente per garantirsi una partecipazione legale alle prossime elezioni.

    Museveni, salito al potere nel 1986, ha sempre mantenuto un fermo controllo sulla vita politica e sulla stampa. Favorito anche dalla guerra civile che dura ormai da 17 anni, Museveni non ha mai visto la restaurazione della democrazia come una priorità della propria azione governativa.

    Matteo Fagotto

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    UGANDA, 172 MORTI PER MANO DEI RIBELLI



    22 febbraio 2004


    I ribelli del LRA (Lord's Redemption Army) sono tornati a colpire nel distretto di Lira: ieri sera, intorno alle 18.00, i ribelli hanno attaccato il campo profughi di Barlonyo, a una ventina di km dal capoluogo Lira. Gli uomini della Local Defence Unit, incaricati di sorvegliare e proteggere il campo, sono stati presto sopraffatti dalle preponderanti forze dei ribelli.

    Secondo la testimonianza del padre comboniano Sebhat Ayele gli abitanti del campo, in tutto circa 5.000, avrebbero tentato di rifugiarsi nelle loro abitazioni per sfuggire alla morte, facilitando ancora di più il lavoro degli uomini di Joseph Kony .

    I ribelli infatti, buona parte dei quali adolescenti, hanno appiccato il fuoco alle case bruciando vive più di 100 persone, mentre un'altra settantina sarebbe stata uccisa a colpi di arma da fuoco.

    Il bilancio, ancora provvisorio, parla di 172 morti e di circa 70 feriti, condotti nei più vicini ospedali per le prime cure.

    L'attacco è stato confermato anche dal portavoce dell'esercito ugandese Shaban Bantariza, che non ha però fornito dettagli sul numero delle vittime.

    La scorsa settimana un altro attacco delle forze del LRA contro un altro campo profughi della regione aveva fatto 40 vittime.

    Matteo Fagotto

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    CHI ARMA IL LRA?




    07 marzo 2004

    I massacri compiuti nelle ultime settimane dai ribelli ugandesi del LRA (Lord's Redemption Army), impressionanti per la facilità con cui sono stati condotti e per il numero di civili uccisi, hanno fatto nascere dubbi ed interrogativi sui canali di approvvigionamento dei ribelli. I recenti avvenimenti hanno dimostrato che l'organizzazione del LRA è innegabilmente superiore a quella dell'esercito ugandese, in parte anche grazie alla tattica del "mordi-e-fuggi" che gli uomini di Joseph Kony stanno adottando, una tattica che rende estremamente difficile prevenire gli attacchi dei ribelli.

    Le testimonianze dei sopravvissuti ai massacri di Abia e di Barlonyo parlano di ribelli presentatisi ai campi profughi con le divise degli uomini delle LDU (Local Defence Unit), i corpi speciali voluti dal presidente Museveni proprio per proteggere la popolazione civile dagli attacchi del LRA. Che i ribelli godano di appoggi addirittura all'interno dell'esercito ugandese?

    Sono da chiarire anche i rapporti tra il LRA ed il Sudan, che ha appoggiato la guerriglia ugandese per tutti i 17 anni del conflitto. Le autorità ugandesi continuano ad accusare Khartoum di sostenere i ribelli, nonostante i due stati abbiano firmato nel 2002 un accordo che permette all'esercito ugandese di sconfinare in territorio sudanese per dare la caccia ai ribelli.

    Neanche le recenti mosse del presidente sudanese al-Bashir, che ha definito il leader dei ribelli Joseph Kony un terrorista, hanno fatto cambiare idea a Museveni. Di certo le accuse di Kampala sono in parte strumentali, atte a distogliere l'attenzione dalle colpe dell'esercito scaricandole sul vicino Sudan. Ma ci sono fondati sospetti che almeno una parte dell'esercito sudanese sostenga ancora i ribelli, che negli ultimi attacchi erano equipaggiati con missili anti-carro e altre armi fino a poco tempo fa non in dotazione al LRA.

    Le armi di cui dispongono i ribelli mettono in difficoltà sia l'esercito sia le LDU, che spesso non hanno i mezzi per riuscire a contrastare la potenza di fuoco degli assalitori. Anche per questo le autorità ugandesi chiedono ai paesi donatori di investire di più nella difesa, anche se l'aumento del budget destinato all'esercito approvato l'anno scorso non ha prodotto risultati apprezzabili sul campo.

    La situazione militare


    Nonostante le difficoltà in cui si dibatte l'esercito ugandese, i recenti avvenimenti potrebbero segnare una svolta nella guerra: da due settimane infatti il SPLA (Sudan People Liberation Army) ha lanciato un'offensiva contro le posizioni del LRA nel Sudan meridionale, da dove i ribelli partono per sferrare gli attacchi contro i distretti settentrionali ugandese.

    Proprio ieri un portavoce del SPLA ha reso noto che il gruppo ha stretto un'alleanza con le EDF, Equatoria Defence Forces, una delle tante milizie sudanesi pro-governative presenti nel paese. L'alleanza è specificamente diretta contro il LRA, che ora rischia di perdere le proprie posizioni in Sudan anche alla luce del mutato atteggimaneto di Khartoum nei propri confronti.

    Fonti del SPLA hanno fatto sapere che negli ultimi 4 giorni ben 86 uomini del LRA sarebbero stati uccisi, numeri che nessuna fonte indipendente può al momento confermare. Ma forse l'alleanza di Kampala con i gruppi armati sudanesi potrebbe essere davvero la chiave di volta dell'infinito conflitto ugandese.

    Matteo Fagotto

 

 
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