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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #71
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    TERRORISTI


    La storia di Aslan, ceceno di 14 anni. Ha perso una mano e un occhio nello scoppio di un accendino esplosivo, creazione artigianale della follia della guerra. Vittima innocente di una guerra entrata nel suo quinto anno. Un bilancio tracciato da due suoi giovani protagonisti, un comandante della guerriglia separatista e un caporale dell’esercito russo. La provocatoria tesi di un analista ceceno


    22 gennaio 2004 – Aslan ha 14 anni. Vive nel villaggio di Kalinovskaya, nel distretto di Naur. Lo scorso 30 dicembre stava giocando per la strada con i suoi amici. Per terra ha visto un oggetto luccicante: un accendino Zippo. Ovviamente non ha resistito e lo ha raccolto. Lo ha aperto e gli è esploso in mano. Tutto il villaggio ha sentito l’esplosione correndo in strada. Aslan era a terra, steso in un lago di sangue. Sembrava morto. Sua madre non riusciva a fare altro che piangere. Suo padre non ha perso tempo: ha caricato Aslan sulla macchina di un amico ed è corso all’ospedale di Naur. Lì lo hanno operato d’urgenza, ma un’ora dopo il piccolo era steso sul lettino, senza una mano e senza un occhio.

    Poco dopo è arrivato in ospedale un ufficiale dell’esercito russo. E’ venuto dritto da Aslan, per spiegare a suo padre come erano andate le cose. “I]Suo figlio fa parte di una fazione armata ribelle ed è rimasto ferito mentre stava piazzando una mina. Quindi è in stato di arresto e ora lo portiamo via[/I]”. I genitori e i parenti di Aslan, arrivati nel frattempo, insorgono contro il militare, costringendolo a lasciare Aslan in ospedale. Il russo alla fine accetta, ma specificando che il ragazzino è comunque in stato d’arresto e che quindi rimarrà in ospedale piantonato dai militari.


    L’ufficiale se ne va, per ripresentarsi pochi giorni dopo, quando in ospedale arriva una bambina di sei anni, senza mani. Anche lei aveva raccolto un accendino. Questa volta il russo non ha avuto il coraggio di accusarla: era troppo piccola. Forse per vergogna, ha ordinato ai suoi uomini che stavano di guardia ad Aslan di venire via.

    Accendini, giocattoli, penne, palline da tennis. La fantasia assassina delle forze russe d’occupazione non ha limiti. Come la fatale curiosità dei bambini sulla quale fa affidamento. Nessun ordine dall’alto, nessun disegno lucidamente premeditato. Gli ufficiali chiudono un occhio e coprono i loro uomini. Ma sono questi ultimi che, dopo mesi e mesi di servizio sul fronte afgano, si trasformano in efferati assassini di uomini, donne e bambini.


    Sono questi atti, così come gli stupri delle donne, le torture e le esecuzioni e sommarie di civili che danno modo agli indipendentisti ceceni di accusare i russi di “genocidio” del loro popolo. E, quel che è peggio, sono queste cose che danno ai comandanti della guerriglia separatista il pretesto per giustificare il terrorismo contro i civili russi come legittimo strumento di resistenza. Occhio per occhio, dente per dente. Tra questi c’è, purtroppo, il comandante supremo della resistenza cecena, Shamil Basayev, principale sostenitore di questa strategia, come dimostrano gli ultimi attentati condotti anche in territorio russo. A questa linea si oppone il capo politico della guerriglia indipendentista, l’ex presidente ceceno Aslan Mashkadov, evidentemente con poco successo.

    Nonostante la propaganda russa sulla “pacificazione” e la “normalizzazione” della situazione cecena, e nonostante l’embargo totale imposto dal Cremlino alla stampa mondiale (le grandi agenzie internazionali non battono una riga sui combattimenti quotidiani ), la guerra in Cecenia entrata nel suo quinto anno (se non si calcola la guerra del ’94-’96) con la stessa intensità di sempre e con un bilancio di circa centomila morti, in maggioranza ceceni.


    Usman, 37 anni, comandante di una piccola cellula di guerriglieri nel distretto di montagna di Achkhoi-Martan, dà la sua visione della situazione. “L’esercito russo le ha provate tutte negli anni scorsi, ma ha fallito. Ormai c’è una postazione russa in ogni villaggio del paese, ma questo non ha cambiato niente. L’occupazione completa di un territorio non significa la vittoria sul nemico. La storia dimostra che mai nessun esercito è riuscito a sconfiggere un movimento partigiano. La nostra guerra di resistenza continua senza sosta nelle regioni montuose del sud e nelle principali città del nord, Grozny in testa. Il nostro bollettino della 227esima settimana di guerra parla di 56 invasori uccisi, di cui 11 traditori ceceni, cinque blindati, due camion e quattro veicoli russi distrutti. Con i miei uomini conduciamo ogni giorno operazioni contro i russi: imboscate, agguati con mine-anticarro, atti di sabotaggio”.


    Vitaly, 31 anni, caporale dell’esercito russo, conferma le parole di Usman, smentendo la propaganda del presidente Vladimir Putin. “La guerra non è finita. Non passa giorno senza un agguato o un attacco, senza che qualcuno di noi rimanga ucciso dai ribelli. Non ci sono più battaglie campali come prima del 2000 ma questo non significa che le cose vadano meglio. Anzi. Questa è diventata una vera e propria guerra partigiana condotta da piccoli gruppi, più pericolosi di un esercito regolare perché più imprevedibili e difficili da localizzare e neutralizzare. Questa situazione può andare avanti per anni, come è successo in Afghanistan”.


    Usman, il ceceno, sembra pensarla allo stesso modo. “La guerra durerà finché i russi non se ne andranno. Noi non abbiamo fretta”.
    Lui no, ma gran parte della popolazione cecena, stremata dalla guerra, non ne può più. Secondo Murad Mashkhoev, analista politico ceceno indipendente, “molti non capiscono più quello che succede e non pochi iniziano a pensare che tra comandi russi e comandanti ceceni vi sia una collusione, o almeno una convergenza d’interessi nel proseguimento della guerra, come spesso accade in tutte le guerre che durano da anni”.

    Enrico Piovesana

  2. #72
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    SCUOLA DI GUERRA


    I bambini della scuola numero 48 di Grozny hanno imparato a convivere con la quotidianità della guerra, ma presentano tutti i segni di un’infanzia vissuta nella violenza e nella paura. Segni che potranno sparire dai muri delle loro aule, ma non dalle loro menti


    1 aprile 2004 – Con la stessa normalità con cui al suono della campanella si alzano ed escono dalla classe, gli alunni della scuola materna, elementare e media numero 48 di Grozny, quando fuori dalla finestra iniziano a sparare, si nascondono diligentemente sotto il banco. Nessuna scena di panico: ci sono abituati. Da anni, che per un bambino significa da sempre. Così come per loro è normale rimanere chiusi in classe per un’intera giornata o non poter raggiungere la scuola quando nel quartiere l’esercito russo compie uno zachistki, un rastrellamento a caccia di guerriglieri indipendentisti.


    [B]I bambini della 48 non si scompongono. Ne hanno vissute ben di peggio. Soprattutto durante i bombardamenti e l’invasione russa della città, nel settembre del ’99, quando le bombe e le cannonate facevano tremare i muri e loro, i piccoli rannicchiati sotto i banchi, erano terrorizzati al pensiero che la prossima poteva colpire la scuola. Ma quella volta la 48 rimase miracolosamente illesa, contrariamente ad altre scuole del centro cancellate assieme ai loro alunni. Ciononostante, chiuse i battenti: insegnanti, alunni e familiari fuggirono in Inguscezia, assieme ad altri trecento mila ceceni.

    Nei mesi successivi, durante l’inverno di assedio a Grozny, gli indipendentisti ceceni fecero della scuola una loro base. Per questo l’edificio venne più volte preso di mira dalle forze russe.
    Quando, nel gennaio del 2000, le truppe russe riuscirono a conquistare la città, occupandola, alcuni insegnanti tornarono alla 48. Trovarono il tetto sfondato da una bomba e il secondo piano sventrato da un missile. Nelle aule, con le finestre distrutte, vetri, calcinacci e migliaia di bossoli coprivano i pavimenti. I muri esterni ridotti a un colabrodo dai buchi di proiettile. Ci vollero due mesi per risistemarla un po’. A marzo la scuola 48 riaprì, con soli dieci alunni. Oggi sono diventati novecento, perché nelle classi si affollano tutti gli studenti che prima andavano nelle scuole vicine, che oggi non esistono più.


    Questi bambini – dice Zaina Mumayeva, insegnante – non hanno idea di cosa sia una vita normale. Sono cresciuti con la guerra. E ne portano i segni. Hanno tutti grossi problemi emotivi. Quando ricordano i bombardamenti, molti di loro iniziano a tremare, e quando un aereo sorvola la scuola alcuni scoppiano a piangere”. “Un terzo di loro ha perso almeno un genitore a causa della guerra – spiega un’altra insegnante, Malina Elimkhanova –. Aver vissuto, e vivere ancora nella paura e nella violenza li ha fatti diventare molto aggressivi, sia tra di loro che verso noi insegnanti. Al minimo rimprovero, saltano in piedi come matti, mostrando un’ostilità che fa paura”.


    Molti hanno vissuto la guerra sulla loro pelle. Come Timur, 15 anni, che in classe racconta di quando un giorno stava giocando fuori dalla scuola con i compagni e un elicottero militare russo è spuntato dal nulla, cominciando a sparargli addosso. “Ci siamo buttati in un fosso, rimanendo nascosti finché l’elicottero non se ne è andato”. O di quando invece stava camminando per la strada con sua madre e un colpo d’arma l’ha ferito alla spalla.


    Ma la principale causa di morte di questi bambini è raccontata dai loro stessi disegni attaccati lungo il corridoio della scuola, rintonacato di fresco. Disegni in cui descrivono con immagini cruente i pericoli di raccogliere da terra e maneggiare per gioco oggetti che possono rivelarsi ordigni inesplosi o mine antiuomo, magari quelle camuffate da giocattoli colorati e invitanti.
    I lavori di ricostruzione della scuola numero 48, seppur a rilento, procedono. Quello che sarà difficile, forse impossibile, ricostruire è la psiche di questi bambini. I segni della guerra potranno sparire dai muri della loro scuola, ma non dalle loro menti.

    Enrico Piovesana

  3. #73
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    RUSSIA NERA (PRIMA PARTE)


    Si moltiplicano le aggressioni degli skinhead contro gli immigrati caucasici e centrasiatici. In Russia avanzano i movimenti neo-nazisti e i partiti della destra nazionalista e xenofoba. Un fenomeno fomentato dal governo e sfruttato dal presidente Putin, nuovo zar di un paese che secondo molti sta lentamente scivolando verso il fascismo


    13 febbraio 2004 – I russi li chiamano spregiativamente ciornie, ‘neri’. Sono i non-slavi, gli immigrati provenienti dalle repubbliche ex sovietiche del Caucaso e dell’Asia centrale, e gli zingari rom. Sono le vittime predestinate della violenza razzista degli skinhead russi, giovani balordi che girano in gruppo per le città russe compiendo impunemente aggressioni ai danni di chiunque abbia capelli, carnagione e occhi neri. L’ultimo episodio è di pochi giorni fa, quando una bambina tagica di nove anni, Khursheda Sultanova, è stata aggredita e accoltellata a morte nel centro di San Pietroburgo
    , la stessa città in cui nell’ottobre scorso una piccola rom di sei anni era stata picchiata a morte fuori da una stazione ferroviaria. Nella sola ex Stalingrado si calcola ci siano oltre 20 mila skinhead!


    Ma a Mosca le cose non vanno meglio. Nei mercati cittadini, dove le bancarelle sono gestite in gran parte da immigrati caucasici e centrasiatici, i raid degli skinhead armati di spranghe e bastoni sono la norma. La polizia non interviene mai, e quando lo fa è solo per difenderli in caso di reazione da parte degli aggrediti. Anche perché, quando non sono gli skinhead, è la stessa polizia a compiere retate e rastrellamenti. Le chiamano “operazioni di pulizia”. Anche queste avvengono nei mercati, ma soprattutto nei dormitori di periferia. Gli agenti mascherati o in tenuta antisommossa prelevano tutti gli immigrati e li portano nelle centrali: là li immobilizzano faccia a terra, e poi calci, pugni e manganellate.

    Questo fenomeno ha assunto dimensioni preoccupanti soprattutto in relazione alla guerra in Cecenia, o meglio agli attentati attribuiti ai separatisti ceceni (ma dietro ai quali molti intravedono lo zampino dei servizi segreti russi) che negli ultimi anni hanno causato centinaia di morti provocando un’ondata di xenofobia senza precedenti. Sentimenti nati sulla scia del terrore e dell’orrore, e rafforzati dai razzistici e vendicativi proclami delle autorità di governo che puntualmente fanno seguito a queste stragi. Dopo l’attentato alla metropolitana di Mosca del 6 febbraio la polizia ha tappezzato le città russe di identikit di improbabili sospetti dai tratti marcatamente caucasici, accompagnati dall’invito alla popolazione affinché venga segnalato alle autorità ogni caucasico dall’atteggiamento sospetto. Ma non è solo la polizia a spalleggiare gli skinhead, i quali sono organizzati e irrigimentati in vari movimenti paramilitari estremisti della destra neo-nazista ultranazionalista e xenofoba.


    Il principale partito neo-nazista russo è l’Unità Nazionale Russa (Rne) di Alexander Barkashov, che ha per simbolo una svastica rossa sovrapposta alla croce diagonale di Sant’Andrea, simbolo che spicca sulle fasce rosse che i suoi militanti portano al braccio in occasione delle manifestazioni pubbliche. E’ un movimento semiclandestino molto forte, con sedi in tutta la Russia e con un largo seguito tra i giovani disoccupati e poveri delle grandi metropoli russe. Il secondo movimento neo-nazista russo, in termini di seguito e strutture, è il Partito Nazional-Socialista Russo di Konstantin Kasimovsky, che si richiama apertamente all’ideologia hitleriana. Come simbolo ha una croce nera che richiama il labarum, l’anagramma cristico (PX), con la croce diagonale di Sant’Andrea sullo sfondo, nera su campo rosso. Sul fronte dell’ultradestra religiosa c’è poi il Fronte Nazional-Patriottico Pamyat di Dimitry Vasiliev, che si richiama alle radici cristiano-ortodosse della ‘Grande Madre Russia’ mischiando fondamentalismo religioso e nostalgie zariste. Il suo simbolo è infatti l’aquila bicefala dello Zar con al centro un’icona di Cristo circondata dai bracci di una svastica. Questa formazione predica l’antisemitismo e l’odio verso tutti i non-slavi. Sono le stesse accuse mosse ai nazional-comunisti dell’ambiguo Partito Nazional-Bolscevico di Eduard Limanov, anche se loro si professano anti-razzisti. Il loro simbolo è come la bandiera nazista, ma con falce e martello neri al posto della svastica.



    Tutti questi gruppi, per quanto diffusi sul territorio, non hanno un peso diretto nel gioco politico russo, non partecipano alle elezioni. [Color=Red]Ma hanno dei referenti nelle alte sfere della politica nazionale. A parte i nazional-bolscevichi, legati al Partito Comunista della Federazione Russa di Gennadij Zuganov, i movimenti neo-nazisti simpatizzano per il Partito Liberal-Democratico Russo (Ldpr) dell’ultra-nazionalista xenofobo Vladimir Zirinoskij, che alle elezioni della Duma dello scorso 7 dicembre ha preso quasi il 12 per cento dei voti, il doppio rispetto al 1999. Un’avanzata interpretata da molti come un evidente segnale della svolta a destra della società russa. Secondo alcuni, è molto preoccupante anche l’affermazione del nuovo partito social-nazioanlista Rodina (Patria) di Dimitrij Rogozin e Sergeij Glazyev, che dal nulla ha incassato il 9%. I parlamentari liberali russi hanno descritto Rodina come la nuova minaccia fascista che incombe sul paese. E forse hanno ragione, se si considera che dopo l’attentato alla metropolitana di Mosca, in una sessione della Duma Rogozin e Glazyev hanno auspicato la formazione di milizie volontarie per combattere la “delinquenza etnica” nelle città russe: un’esplicita legittimazione delle bande di skinhead che già imperversano liberamente.


    Enrico Piovesana

  4. #74
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    RUSSIA NERA (Seconda Parte)


    Si moltiplicano le aggressioni degli skinhead contro gli immigrati caucasici e centrasiatici. In Russia avanzano i movimenti neo-nazisti e i partiti della destra nazionalista e xenofoba. Un fenomeno fomentato dal governo e sfruttato dal presidente Putin, nuovo zar di un paese che secondo molti sta lentamente scivolando verso il fascismo


    16 febbraio 2004 - Per gli esperti di questioni russe, il vero riflesso di questo fenomeno, la vera cartina al tornasole che testimonia la rinascita di sentimenti ultranazionalisti e xenofobi tra i russi è l’inarrestabile consolidamento del potere del presidente Vladimir Putin. Il nuovo Zar è arrivato al Cremlino proprio sull’onda di un sentimento di revanchismo patriottico ispirato a una nuova politica di potenza sul piano internazionale e al principio di legge e ordine sul piano interno, il tutto condito da una retorica nazionalista, militarista e razzista nei confronti dei ceceni[/B]. Alle ultime elezioni il suo partito, Russia Unita ha sbancato con il 37 per cento delle preferenze, contro il 23 per cento del ’99. E alle elezioni presidenziali del prossimo 14 marzo, Putin è dato per vincitore con una maggioranza bulgara. I candidati concorrenti fanno da comparse in un copione elettorale già scritto.


    Prodotto e alfiere della cultura politica autoritaria e repressiva dei servizi segreti (l’Fsb, erede del Kgb), Putin, pur spacciandosi per liberale e democratico, negli ultimi anni ha trasformato la Russia in un’autocrazia che riesuma i metodi sovietici, sostituendo il collante ideologico del comunismo con quello del nazionalismo. L’opposizione politica (rappresentata principalmente dagli oligarchi e mafiosi legati alla famiglia dell’ex presidente Eltsin) è stata spazzata via: chi in prigione (come Kodorkosvkij) chi in esilio (come Berezovsky). La stampa indipendente è praticamente sparita: tutte le maggiori emittenti televisive e testate giornalistiche sono controllate direttamente o indirettamente dal governo e le nuove leggi sulla stampa (introdotte dopo il sequestro del teatro Dubrovka dell’ottobre 2002) hanno imposto una censura ferrea che rende reato ogni critica al governo. I poteri della polizia e dei servizi segreti sono aumentati a dismisura grazie alle leggi anti-terrorismo introdotte da Putin dopo le stragi del settembre 1999 (vissuto dai russi come l’11 settembre americano). E nei giorni scorsi, sull’onda dell’ultimo attentato alla metropolitana, i vertici dei servizi segreti hanno chiesto alla Duma di votare leggi che concedono ai servizi segreti “poteri senza precedenti” per combattere il terrorismo. Richiesta accolta con applausi scroscianti. Un clima politico del genere, a sua volta, fornisce l’humus culturale e psicosociale ideale alla crescita di movimenti ultranazionalisti e xenofobi.



    L’attrazione esercitata dal nazionalismo xenofobo è aumentata anche in ragione del peggioramento delle condizioni di vita dei russi. Povertà e disoccupazione dilagano assieme all’alcolismo, alla tossicodipendenza e a un'incredibile incidenza dei suicidi (la seconda più alta al mondo). Il 20 per cento della popolazione guadagna meno di 70 dollari al mese. L’aspettativa di vita è crollata a 72 anni per le donne e 59 per gli uomini, la più bassa dei paesi industrializzati. Tutto questo ha provocato un forte sentimento di delusione delle aspettative suscitate dalla fine del comunismo, che non ha portato alcun aumento del benessere, anzi. Né tanto meno la libertà e la democrazia. Da qui il ripiego, il rifugio in ideologie nostalgiche e giustificative che individuano la causa di tutti i mali negli immigrati (dalla disoccupazione alla delinquenza al terrorismo) e nell’abbandono di una politica di potenza (con conseguente asservimento ad interessi stranieri), proponendo una ricetta a base di nazionalismo e razzismo, che si traduce in una politica estera più aggressiva (un nuovo imperialismo eurasiatico a guida russo-slava) e nella creazione di un regime politico guidato da un uomo forte che usi il pugno di ferro verso la criminalità, gli immigrati, la corruzione, garantendo un migliore stile di vita ai russi veri, quelli di origine slava.
    Queste sono le idee degli skinhead e dei neo-nazisti russi, pericolosamente somiglianti alle linee di fondo del governo Putin. Una convergenza che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme nelle democrazie occidentali, i cui leader invece continuano a dichiararsi grandi amici e ammiratori dell’ex agente del Kgb.


    Enrico Piovesana

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    Io mi chiedo come i governi sia italiano che americano
    possano dichiarsi amici di un criminale nazista come putin, e invece di intervenire gli lasciano fare i suoi porci comodi, uccidendo e torturando civili inermi (sopratutto bambini) senza che nessuno muova un dito.
    Putin andrebbe processato per crimini contro l'umanità.
    Ma quello che più mi stupisce della disgustosa e vomitevole assassina russia e che quì in Italia qualcuno ha il coraggio di dire che è meglio quello che sta succedendo adesso in russia.
    Tutto questo fonte di una mentalità becera e razzista


    VERGOGNA !

  5. #75
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    UCCISO IL PRESIDENTE DELLA CECENIA



    09 maggio 2004

    Eletto presidente della Cecenia il 6 ottobre 2003. Morto il 9 maggio 2004, sette mesi dopo, mentre celebrava la sconfitta del nazismo. E' la parabola di Akhmad Kadyrov, riconfermato presidente dall'83% dei 462.000 votanti nelle elezioni più dubbie della storia della Cecenia. L'esplosione di un ordigno lo ha ucciso insieme a più di 30 persone. Con lui scompaiono anche il presidente del consiglio di stato Valery Baranov, capo delle truppe russe nel Caucaso del Nord e un corrispondente della Reuters, Aslan Khasanov.

    Akhmad Kadyrov era a capo dell'amministrazione filo-russa sin dall'occupazione militare del 1999, e oggi festeggiava insieme al suo popolo, nello stadio di Grozny, la sconfitta del nazismo durante la seconda guerra mondiale.

    Per l'agenzia di stampa Interfax, la tribuna centrale dell'impianto sportivo era stata minata con due ordigni dei quali solo uno sarebbe effettivamente esploso. Sconcertanti le immagini trasmesse dalla televisione russa. Il presidente senza sensi, coperto da un velo di sangue. La folla nel panico, in fuga tra le fiamme, il fumo e le macerie.

    Non sono ancora note rivendicazioni del gesto, ma tutti i sospetti si rivolgono alla guerriglia indipendentista cecena. Lo stesso Vladimir Putin, da Mosca, dando per scontata questa ipotesi, ha fatto subito sapere che proseguirà sulla strada della fermezza contro i terroristi, e ha ricordato il presidente ceceno con toni degni di un vero eroe.

    Già fissato per il 9 settembre prossimo l'appuntamento alle urne per eleggere il nuovo presidente della Cecenia. Nel frattempo, svolgerà le funzioni del defunto Kadyrov il premier in carica Serghiei Abramov.

    Akhmad Kadyrov


    Dario Morelli
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    Cordoglio per i morti che non centrano niente.
    Ma finalmente quel nazi-fascista di Akhmad Kadyrov e morto, ha finito di terrorizzare la popolazione civile cecena, manca solo suo figlio, così quei disgustosi aguzzino sono tutti morti, io mi auguro che stiano soffrendo come i cani all'inferno !

    Sia pur nel dramma questa è una bella notizia

  6. #76
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    VITTIME IGNORATE


    Uccisi quasi per gioco da soldati ubriachi e violenti che si divertono a fare tiro a segno sui civili, o dalle granate e dalle mine disseminate nelle campagne dove i bambini portano le pecore al pascolo. Queste morti non figurano nei bollettini di guerra forniti dai comandi militari russi e nemmeno in quelli diffusi in Internet dalla guerriglia separatista cecena


    25 marzo 2004 – Primo marzo. Khaskhanova, diciannove anni, chiede un passaggio in auto a un suo parente per andare in città, a Urus-Martan, dal suo villaggio Guekhi. E’ uno dei pochi ad avere la macchina. I due partono. Lungo la strada s’imbattono in un posto di blocco dell’esercito russo, che in questa regione sta conducendo un’operazione antiguerriglia. Rallentano, ma i soldati non li fermano e loro tirano dritto. Ma appena passati, senza alcun motivo, uno dei militari apre il fuoco contro l’auto. Khaskhanova viene colpita e si accascia senza vita sul sedile. Anche il suo parente, alla guida, viene ferito.


    Quattro marzo. Una Uaz dell’esercito russo arriva nella piazzetta del piccolo villaggio di Itum-Kala. A bordo ci sono tre giovani soldati, ubriachi fradici, come spesso sono i militari russi che servono in Cecenia. Scendono dall’auto. Due di loro entrano in un negozietto a comprare ancora da bere, un altro va a fare una telefonata da una cabina pubblica. Presto le sue urla in russo attirano l’attenzione della gente: il giovane soldato stava litigando al telefono. Le persone attorno osservano la scena con un misto di curiosità e timore: tutti temono i russi, soprattutto quando sono pieni di alcool. La conversazione del soldato col suo sconosciuto interlocutore si fa sempre più concitata, finché il giovane militare aggancia la cornetta. Esce infuriato dalla cabina, impugna il suo kalashnikov, lo carica e apre il fuoco contro la prima persona che si trova a tiro, uccidendola. Poi si accorge di un’auto della locale polizia parcheggiata, con due agenti ceceni a bordo. Parte subito un’altra raffica, che crivella di colpi la carrozzeria dell’auto e uccide i due occupanti.


    Sedici marzo. Rosa e altre donne del villaggio di Shaami-Yurt raccolgono prezzemolo selvatico sul bordo della strada, tra gli alberi che segnano l’inizio della foresta. A un tratto passa un camion militare russo, di quelli che trasportano i soldati. Appena superato il gruppo di donne, uno dei militari seduti nel cassone tendato del camion prende il fucile e spara tre colpi contro di loro. Rosa e le altre si buttano nel fosso rimanendo illese.


    Diciotto marzo. Ilyas e sua cugina, due ragazzi di Grozny, stanno camminando tra le rovine del centro della città. Incontrano un gruppo di miliziani delle forze di sicurezza del presidente ceceno filo-russo Kadyrov, considerati dalla gente traditori collaborazionisti al servizio delle forze d’occupazione russe. Qualche futile motivo, forse un’occhiata di troppo da parte di un militare verso la cugina di Ilyas, scatena un litigio tra i due, che vengono subito alle mani. La ragazza, temendo che il soldato usi il kalashnikov che ha a tracolla, si getta subito in mezzo a loro per dividerli. Ci riesce. Il miliziano si allontana, fa pochi passi, si volta, imbraccia il fucile mitragliatore e spara ad Ilyas, colpendolo alle spalle e uccidendolo.


    Ventuno marzo. Nelle campagne attorno ad Urus-Martan c’è la guerra. I russi sparano cannonate e seminano sul terreno centinaia di mine. Il loro obiettivo sono i ribelli separatisti. Ma a morire sono anche adolescenti senza alcuna colpa, se non quella di essere nati in Cecenia. Tre nel giro di pochi giorni. Due ragazzini, di quindici e diciassette anni, sono morti allo stesso modo: saltando su una mina mentre portavano al pascolo le pecore. Un loro quasi coetaneo, di sedici anni, stava invece tornando a casa da scuola quando l’artiglieria russa ha iniziato a bombardare la zona: una granata russa lo ha colpito e ucciso.


    Lo stillicidio continuo di queste vittime civili non figura nei bollettini di guerra forniti dai comandi militari russi e nemmeno in quelli diffusi in Internet dalla guerriglia separatista cecena. I loro conteggi, ripresi dalle agenzia di stampa internazionali, tengono conto, rispettivamente, solo dei “ribelli” e degli “invasori” uccisi in combattimenti, bombardamenti, agguati e altre azioni militari: oltre cento in tutto, solo nelle ultime due settimane. Solo alcuni organismi indipendenti, organizzazioni non governative e associazioni di difesa di diritti umani basate in Russia o in Europa, danno conto delle vittime civili di questo conflitto senza fine, vittime ignorate di una guerra già di per sé ignorata.

    Enrico Piovesana

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    CAMPI DI CONCENTRAMENTO IN CECENIA


    Ufficialmente sono stati chiusi. Ma di campi di filtraggio segreti russi ce ne sono ancora ottocento. Qui i civili ceceni vengono rinchiusi e torturati per giorni e rilasciati solo dietro riscatto. La drammatica storia di un padre e del suo bambino picchiato a morte


    30 gennaio 2004 – Khalid Daudov e i suoi tre figli sono stati portati via dal loro villaggio nel corso di uno dei tanti rastrellamenti delle forze armate russe. Li hanno condotti al campo di filtraggio Pap-1, un'ex fabbrica automobilistica della Lada alla periferia di Grozny. Dopo una lunga e angosciante attesa è iniziato l’interrogatorio. “Sei un combattente?” gli ha chiesto un ufficiale russo. “No, io non combatto” ha risposto Khalid. Altre domande, altri no. A ogni risposta negativa, un calcio, un pugno, uno schiaffo. Ma Khalid continuava a dire che lui non c’entrava niente con i guerriglieri. Il russo però voleva una confessione, a tutti i costi. E allora è cominciato l’inimmaginabile


    I militari russi hanno iniziato a picchiare i figli di Khalid. “Guarda paparino, ti piace?”, gli chiedeva cinicamente l’ufficiale mentre i tre bambini piangevano e urlavano per le botte. Il figlio maggiore Usman, di dieci anni, accasciato sul pavimento per il dolore, guardava suo padre senza parlare. “I suoi occhi terrorizzati – ricorda Khalid – sembravano chiedermi disperatamente ‘Perché?!’. Non scorderò quel suo sguardo. Mi sono sentito morire. In quel momento ho chiesto ad Allah perché mi aveva dato la vita per poi caricare sulle mie spalle una così insopportabile sofferenza[/I]”.


    Dopo alcuni giorni di questo inferno Khalid e i suoi figli sono stati rilasciati dietro pagamento di un riscatto da parte dei parenti. Erano tutti malconci, ma Usman era in condizioni davvero critiche. I calci dei soldati russi gli avevano gravemente danneggiato il fegato e il rene destro. Dopo un mese, Khalid ha seppellito Usman nel cimitero del villaggio. “Io non ho mai combattuto perché mia moglie è morta molti anni fa e io mi sono dovuto prendere cura dei figli – racconta Khalid. Ma sono orgoglioso dei miei fratelli ceceni che con coraggio muoiono in nome della nostra terra, per la salvezza della nostra nazione”.



    Tutto questo accadeva nel 2000. A quell’epoca Pap-1 doveva essere stato chiuso assieme alle altre centinaia di campi di filtraggio creati dai russi in tutta la Cecenia per passare al settaccio la popolazione cecena allo scopo di filtrare i buoni dai cattivi. In realtà si tratta di veri e propri campi di concentramento e di tortura. In seguito alle dure proteste di Amnesty International e Human Right Watch, Mosca aveva annunciato la loro chiusura nel giugno del 1997. Ma non è stato così. Secondo Umar Khanbiyev, ex ministro della Sanità del governo indipendentista, oggi rappresentante del governo ceceno in esilio, attualmente in Cecenia sono ancora attivi ottocento “campi di filtraggio”.


    I russi e il loro governo fantoccio – spiega Khanbiyev – non hanno chiuso questi campi, li hanno solo trasferiti dalle città a posti più nascosti e inaccessibili. I civili prelevati durante le cosiddette operazioni di pulizia continuano a essere portati in questi posti e torturati senza pietà. In realtà queste operazioni sono dei veri e propri sequestri di massa a scopo di estorsione. Non ha importanza che i prigionieri confessino o meno la loro appartenenza alla resistenza indipendentista. Lo scopo dei militari russi è sterminare il popolo ceceno e arricchirsi. Infatti, se dopo quattro giorni di detenzione non arrivano i parenti del prigioniero con il riscatto (soldi o armi) il prigioniero sparisce per sempre. Si calcola che attualmente siano ventimila i civili ceceni di cui si è persa ogni traccia dopo che sono stati catturati dai russi e dalla polizia del regime filo-russo di Kadyrov. E quasi altrettanti sono ancora rinchiusi nei campi di filtraggio segreti sparsi per il paese”.


    Anche Khanbiyev, sempre nel 2000, era stato rinchiuso in “campo di filtraggio”, a Chernokozovo, uno dei più tristemente noti.Oggi quello di Chernokozovo, solo quello, è stato trasformato in un carcere modello che le autorità filo-russe cecene presentano al mondo come prova della loro umanità. Ma quando ci finii io era un inferno. Mi trovavo nell’ospedale del villaggio di Alkhan-Kala a curare i feriti dei bombardamenti russi, che in quel periodo erano violentissimi. I soldati hanno fatto irruzione nella clinica e hanno portato via tutti quelli che c’erano, 19 medici e 75 pazienti. Ci hanno portati a Chernokozovo, dove ci hanno picchiati e torturati per giorni, senza pietà per nessuno, nemmeno per i pazienti feriti. Ho protestato contro questa crudeltà, ma un ufficiale russo mi ha risposto: 'Puoi essere un dottore, puoi essere anche Dio, tanto non cambia niente: siete ceceni e noi vi uccideremo!”.
    Queste cose succedono regolarmente ancora oggi. Nessuno ne parla solo perché chi prova a raccogliere testimonianze e prove di queste atrocità viene punito con la morte. E’ il caso di Aslan Davletukaev, attivista locale dell’organizzazione di difesa dei diritti umani Società di Amicizia Russo-Cecena, rapito lo scorso 10 gennaio e ritrovato morto il 26. Il suo cadavere mutilato, con segni di violenze e torture di ogni genere, è la macabra conferma del terrore che regna in questo angolo del Caucaso, nel silenzio e nel disinteresse del mondo intero, che ricorda gli orrori di ieri, ma ignora quelli di oggi.


    Enrico Piovesana

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    Predefinito Guerre Dimenticate 6 - Uganda

    UGANDA




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    SCHEDA DEL CONFLITTO



    Il Presidente Roweri Museveni festeggia in questo periodo il diciottesimo compleanno del suo Governo. Il Presidentissimo, ha definito il Governo dell'Uganda "una forma alternativa di democrazia" nella quale fino al 2000 non potevano esistere altri partiti politici oltre il suo NRM (Movimento di resistenza nazionale), braccio politico della NRA (Armata di resistenza nazionale) con la quale Museveni si impadronì del potere nel 1988.

    Ma nonostante il lunghissimo periodo al potere ed i successi millantati, Museveni continua a dover affrontare i gravi problemi di una guerra civile logorante che dura da quasi 20 anni e che ha provocato una grave crisi economica.

    L'LRA (Armata di resistenza del signore) è la forza ribelle che terrorizza le province del nord dell'Uganda fin dal 1987, abitate dagli Acholi, ai confini con il Sudan. Ed è proprio in Sudan che gli Olum ("erba" così vengono chiamati in lingua Acholi) hanno le loro basi e da lì partono molti dei loro attacchi

    Si calcola che fin'ora razzie e scontri abbiano causato 100.000 vittime ed 1.200.000 sfollati, senza contare il dramma dei bambini rapiti: i maschi vengono addestrati come piccoli soldati mentre le femmine divengono schiave sessuali dei ribelli.

    La LRA è stata fondata dall'oggi quarantenne Joseph Kony di etnia Acholi, regione nel nord dell'Uganda ai confini con il Sudan, alla fine degli anni '80. Egli dichiara di essere il successore spirituale di una sua zia, Alice Lakwena pretessa vudù di grande carisma ("lakwena" significa messaggero in Acholi) che aveva condotto gli Acholi in guerra contro la giunta militare del Presidente Museveni durante le rivolte tribali avvenute tra il 1987 ed il 1988.

    L'"Armata del santo Spirito" così era chiamato l'esercito composto da guerrieri Acholi che arrivarono fino a Kampala, la capitale, armati di lance e pietre. Morirono a migliaia sotto il fuoco dell'artiglieria dei militari.
    Joseph Kony radunò i resti della Armata e con essi fondò l'Armata di resistenza del Signore con l'obbiettivo di vendicare i torti e le atrocità subite dagli Acholi da parte dell'esercito. L'armata iniziò le proprie operazioni di guerriglia nel 1989.

    Ma ben presto da oppressi gli Olum si trasformarono in oppressori iniziando ad uccidere e depredare la popolazione ed a rapirne i bambini per addestrarli come piccoli soldati. Consuetudine già praticata dall'Armata del santo spirito di zia Lakwena. L'UNICEF calcola che siano più di ventimila i bambini rapiti dalla fine degli anni '80 ad oggi.

    Gli obbiettivi dichiarati della LRA sono quelli di instaurare in Uganda un regime basato sull'applicazione letterale dei dieci comandamenti biblici. Kony stesso afferma di essere un profeta e di essere posseduto da uno spirito-guida divino. I bambini rapiti vengono indottrinati alle visioni di Kony: egli crede nell'avvento di un giorno in cui tutte le armi da fuoco del mondo smetterano di funzionare (il giorno del "mondo silenzioso" ) e solo coloro in grado di usare le armi bianche potranno sconfiggere i nemici e prendere il potere.

    La religione di Kony, un misto di concetti cristiani, animismo e magia africani, ha recentemente aggiunto un undicesimo comandamento ai dieci della Bibbia: "non dovrai mai guidare una bicicletta"; i soldati della LRA puniscono i contadini trovati a bordo di un biciclo mutilando loro le natiche con il machete. In un crescendo di follia, recentemente è stata lanciata una campagna contro i proprietari di polli bianchi e i maiali che vengono uccisi in tutto l'Acholi, quando scoperti. I motivi? Questi sono i comandamenti che Kony riceve dal suo spirito e dagli angeli, che consigliano anche i metodi di addestramento e guidano i ribelli in battaglia.

    I metodi di addestramento sono brutali: i bambini, spesso drogati, sono costretti a mutilare ed uccidere con il machete, per non incorrere i punizioni gravissime o addirittura essere uccisi a loro volta. In battaglia portano una pietra in tasca che dovrebbe, in caso di pericolo, innalzare una montagna di fronte a loro come protezione dal nemico ed una bottiglia d'acqua con un bastoncino che, versata, dovrebbe creare un fiume che disperda le pallottole degli avversari. Mai ritirarsi di fronte alla battaglia dice la dottrina di Kony che, comunque, rimane ben al riparo nelle retrovie a compiere le sue divinazioni.

    Le principali basi della LRA sono nel sud del Sudan che per anni ha fornito ai ribelli armi e supporto logistico, nonostante il differente credo religioso: il Sudan è governato da un regime musulmani. Le motivazioni risiedono nei contrasti tra Sudan e Uganda, che a sua volta ha sempre finanziato i ribelli dello SPLA (Sudan People's Liberation Army) che da vent'anni lotta per il potere nel sud del Sudan.

    Nel gennaio 2002 la guerra per procura sembrava essere finita, dopo la stipula di un accordo tra i due paesi e l'impegno reciproco a non finanziare più i gruppi ribelli, ma gli scambi di accuse tra i due Paesi sono proseguite; nuova speranza potrebbe derivare dalle trattative in corso tra Khartoum e ribelli dello SPLA che potrebbero portare la pace nel sud del Sudan e di conseguenza disinnescare l'intervento ed il sostegno dell'Uganda a questa forza ribelle.

    Dall'indipendenza ad oggi una terribile storia di dittature


    L'Uganda conquista la sua indipendenza dagli Inglesi nel 1962 e Primo Ministro viene eletto Milton Obote che poco dopo abolisce Costituzione e diritti e governerà con un duro regime dittatoriale per una decina d'anni, sostenuto inizialmente dagli Acholi e dai Langi dei distretti del nord.

    Ad inizio 1971 il potere viene conquistato, con un colpo di stato, da un suo ex-fedele generale: Idi Amin. Obote che è costretto a fuggire all'estero.

    Il regime di Amin è caratterizzato da spaventosi massacri di oppositori politici e della popolazione Acholi e Langi, accusata di aver appoggiato il regime precedente: in otto anni si calcola che Amin abbia mandato a morte almeno 300.000 persone. La politica estera di Amin, inoltre, precipita il Paese in una spaventosa crisi economica.

    La sua dittatura termina nel 1979 quando, dopo aver ingaggiato una guerra con la Tanzania accusata di sostenere ed ospitare gli oppositori del suo regime, è costretto dai suoi oppositori interni e dall'esercito tanzaniano che invade Kampala a fuggire in aereo prima in Libia e quindi in Arabia Saudita dove morirà tra lussi ed agi nell'estate del 2003.

    Al regime del poco rimpianto Amin succedono altri 5 anni sanguinosi: fuggito il nemico, Milton Obote può nuovamente rientrare in Uganda ed impadronirsi del potere, dopo un breve periodo nel quale viene tentata una transizione democratica. Ma Obote trova subito una forte opposizione da parte della NRA (Armata di resistenza nazionale) guidata da Roweri Museveni; ne segue una sanguinosa guerra civile che durerà fino al 1985.

    Nel 1985 il generale Basilio Olara-Okello, a capo di un'armata composta principalmente di Acholi, sconfigge Obote che fugge in Zambia e si insedia al potere. Vengono aperti dei negoziati con la NRA di Museveni, nel tentativo di fermare i due decenni di spaventosi massacri e sistematiche violazioni dei diritti umani e dare un po' di pace al prostrato Paese, ma nelle campagne intorno a Kampala si continua a combattere e a morire.

    A dispetto dei negoziati in atto infine la NRA riesce a conquistare Kampala, Okello fugge in Sudan e Museveni si insedia come Presidente, sedia sulla quale è saldamente assiso ancora oggi.


    Fulvio Poglio

  10. #80
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    MUSEVENI, 18 ANNI DI POCHE LUCI E MOLTE OMBRE



    27 gennaio 2004


    Il presidente Yoweri Museveni ha celebrato ieri a Kampala i 18 anni di presidenza. Il discorso del presidente è stato l'occasione per fare il punto sulla situazione economica e politica dell'Uganda, non certo rosea a causa della guerra ormai quasi ventennale con i ribelli cristiani del LRA (Lord's Redemption Army).

    Lungi dal sembrare sconfortato dal protrarsi del conflitto e dagli scarsi risultati ottenuti sul campo nonostante le risorse profuse, Museveni ha rilanciato l'invito ai ribelli perché accettino l'amnistia proposta dal governo ugandese.

    Museveni ha anche dettato le condizioni per eventuali trattative con i ribelli. Dopo aver dichiarato che, scaduta l'amnistia, la caccia all'uomo contro gli uomini di Joseph Kony riprenderà, Museveni ha posto come precondizione per i colloqui di pace il disarmo ed il raggruppamento dei ribelli nella zona di confine con il Sudan. Difficile che i ribelli decidano di intavolare trattative a queste condizioni.



    Il presidente ugandese ha avuto parole di fuoco anche per i paesi donatori e le nazioni occidentali, accusate di ingerenza negli affari interni ugandesi, in particolare riguardo alla possibile rielezione presidenziale di Museveni.

    Mentre infatti la costituzione ugandese vieta al capo di stato uscente di essere eletto per un terzo mandato, da qualche mese circolano voci per cui i parlamentari ugandesi sarebbero pronti a modificare il testo costituzionale per permettere a Museveni di ripresentarsi alle elezioni.

    Sulla questione il presidente non si è espresso, dichiarando solo che il problema riguarda gli affari interni del paese e che Kampala non ammetterà ingerenze esterne sulla questione.

    Museveni non si è invece espresso sul pressante problema della tortura, praticata largamente soprattutto della polizia e tornata alla ribalta dopo un appello lanciato pochi giorni fa dall'ambasciata olandese a Kampala, che invita le autorità ugandesi a prendere seri provvedimenti per arginare questa pratica.

    Nell'occhio del ciclone sembrano esserci la Military Intelligence e la Violent Crimes Crack Unit, istituita due anni fa: un trattamento "particolare" sarebbe riservato ai sospettati di terrorismo, detenuti nelle "safe houses", centri di detenzione illegali dove la tortura sembra essere molto diffusa.

    Nuovi scontri nel nord


    Secondo fonti militari ugandesi, la scorsa settimana le Forze Armate (UPDF) avrebbero ucciso 25 guerriglieri e liberato 47 bambini-soldato rapiti in precedenza dal LRA. I numeri, non confermati da alcuna fonte indipendente, si riferiscono a numerosi scontri avvenuti nei distretti settentrionali di Pader e Lira.

    Ieri mattina un comandante delle UPDF sarebbe rimasto vittima di un'imboscata nel nord del paese; nell'attacco sarebbero morti anche due soldati della scorta.


    Matteo Fagotto

 

 
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