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Discussione: Guerre Dimenticate

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    LAGER E TORTURE


    [B]Nel giugno 2002 Umar Khambiev ha scritto un rapporto intitolato: “Il sistema punitivo russo e la classificazione delle torture in uso nei campi di concentramento nei confronti dei prigionieri ceceni”.
    Contattato da PeaceReporter, Khambiev ha affermato che, nonostante siano passati quasi due anni da allora, nulla, purtroppo, è cambiato. Fatta eccezione per la “visibilità” e l’ “ufficialità” dei “campi di filtraggio” di cui qui si parla. “Questi campi di concentramento – ha spiegato Khambiev – allora erano grandi strutture di cui tutti conoscevano il nome e l’ubicazione. Oggi, a seguito delle pressioni internazionali per la loro chiusura, campi come quelli di Chernokozovo e Khankala non esistono più. Ma al posto loro i russi e i collaborazionisti ceceni hanno moltiplicato il numero dei minicampi ‘privati’ allestiti presso tutte le caserme e le prigioni della Cecenia e di alcune regioni del territorio russo. Qui la gente viene [Sze=3]ancora torturata, ammazzata e venduta[/Size]”. Ecco allora alcuni stralci del terribile scritto del dottor Khambiev.

    Per fare il quadro completo e capire le dimensioni della generale e sistematica atrocità manifestata dai russi in Cecenia, bisogna rendersi conto che non si tratta degli atti compiuti da singole formazioni militari non coordinate dal centro, ma di un modello statale governato, controllato e sollecitato dalle autorità supreme russe. L’obiettivo di tale politica è evidente: cancellare la sovranità del popolo ceceno e realizzare il suo genocidio. I leader russi ricorrono a termini più mascherati: “La soluzione definitiva della questione cecena”.
    Del sistema punitivo fanno parte i campi di concentramento, chiamati dai russi “Punti di filtraggio”. L’organizzazione dei primi campi risale al 12 dicembre 1994, quando il ministero russo degli Interni ha emanato il decreto n. 247 per “identificare e controllare se le persone arrestate nelle zone di combattimento sono coinvolte nel conflitto”. Il fatto che questo decreto contraddica la legislazione russa in vigore non mette le autorità russe in imbarazzo. In generale, durante la guerra precedente e durante la seconda guerra cecena, tutti i provvedimenti che riguardano i ceceni vengono realizzati senza rispettare la legislazione nazionale e internazionale. Il popolo ceceno è stato messo al di fuori di ogni legge. Gli istituti ufficiali internazionali per la tutela dei diritti umani e i Governi stessi dei Paesi democratici chiudono gli occhi e fanno finta di niente
    In questo contesto d’illegalità, sul territorio ceceno e in alcune regioni russe è stata creata una rete di campi di concentramento per effettuare la repressione dei ceceni. Inoltre, in tutte le prigioni russe sono stati organizzati reparti speciali per i ceceni dove si mandano i cittadini della repubblica cecena arrestati in violazione della legge. Cioè, anche nelle prigioni russe, dove la legge non è molto di casa, i ceceni meritano particolare ‘attenzione’; le torture e le esecuzioni senza verdetto sono diventate una cosa normale
    Anche sul territorio della repubblica cecena, in ogni unità militare del ministero degli Interni (Mvd), del Servizio Federale per la Sicurezza (Fsb, ex Kgb), del ministero della Difesa (Mo) e della Direzione Centrale Esplorazione (Gru, i servizi segreti militari), ci sono minicampi di concentramento ‘privati’, dove la gente viene torturata, venduta e ammazzata
    Una banda russa ‘pulisce’ il territorio, prende gli ostaggi e li mette in un minicampo ‘privato’, controllato da un gruppo di punizione che i russi chiamano ‘unità militare’. Se in tre o quattro giorni i parenti dell’ostaggio non pagano il riscatto, questo, che B]subisce torture e viene picchiato dal giorno dell’imprigionamento, può sparire senza lasciare tracce, può morire.
    Oppure, se l’ostaggio sopravvive, viene trasferito a Khankala e chiamato boevik, guerrigliero. A Khankala ci sono condizioni stabili e tecnicamente migliori per le torture. È chiaro che qui il detenuto ha più possibilità di sparire.
    Intanto i compaesani della sfortunata vittima vengono a sapere dai mass media russi che il loro vicino o il loro parente, che in vita sua non ha mai preso un’arma in mano, è un “potente comandante di campo”.
    Se a Khankala non si riesce a trasformare il prigioniero in un ‘famoso comandante di campo’, se è fortunato e riesce a sopravvivere, viene trasferito a Chernokozovo.
    Va notato, però, che recentemente questo iter è stato più volte modificato. Spesso l’ostaggio viene spedito direttamente da Khankala in un campo di concentramento nel territorio russo. In seguito, secondo le testimonianze dei sopravvissuti, l’ostaggio passa per quindici o sedici prigioni russe[, senza registrazione, senza accusa e senza processo. Dopo tre-sei mesi, la sfortunata vittima del sistema di repressione russo, già ridotta in pessime condizioni di salute, già invalida, viene riportata a Chernokozovo. Qui finisce il primo ciclo del ‘tour’ del detenuto per le prigioni e i campi di concentramento russi. Che cosa succede? Qui, a Chernokozovo, le spedizioni punitive passano tramite gli intermediari ‘di ruolo’ ceceni, che chiedono ai parenti, di nuovo, di pagare il riscatto.
    Se a una delle tappe sopra indicate il prigioniero muore a causa delle torture, se ne producono i documenti nei quali figura come “liberato”. A questo punto la persona sparisce senza lasciare tracce. L’associazione per la tutela dei diritti umani “Memorial” ha raccolto informazioni su numerosi fatti di questo tipo.
    Secondo le informazioni, che spesso trapelano dalle strutture punitive russe, ci sarebbe una direttiva segreta di Putin agli organi di punizione che prescrive di “eliminare l’ottanta per cento dei prigionieri e di rendere invalidi gli altri”, tanto per intimidire la gente. Lo confessano gli stessi ufficiali russi[. L’ultima volta simili confessioni sono state documentate nel corso delle operazioni punitive di Putin a Sernovodsk e ad Assinovckaja
    Secondo i ceceni, le prime a essere massacrate sono le persone istruite, sane e fisicamente attraenti Come ha dichiarato in televisione un abitante di campagna: “Lasciano vivi sono gli strabici, gli storpi e gli idioti”.
    Ricordiamo l'intervista di V. Stepashin al quotidiano “Kommersant”: alla domanda se fosse possibile risolvere la questione cecena con la forza, Stepashin ha risposto: “Sì. Solo se prima facciamo fuori tutta la popolazione maschile e poi tutta la popolazione femminile...”. Quando poi gli è stato chiesto se lo trovasse realistico, Stepashin ha risposto: “I generali dicono di sì...”.
    (…)
    Secondo i dati ufficiali in possesso del governo ceceno in esilio, dall’inizio di questa guerra nei campi russi sono state massacrate più di 40 mila persone tra la popolazione pacifica cecena(senza tener contro delle vittime dei bombardamenti e delle operazioni di ‘pulizia’). Più di 20 mila persone sono sparite nel nulla. Lo stesso numero di persone si trova nei campi di concentramento, sotto torture e massacri.
    Anch’io sono stato in un campo di concentramento, ho sperimentato le torture russe sulla mia pelle. Come medico spesso ho a che fare con le malattie di coloro che sono stati vittima del sistema punitivo russo. Sono convinto che molte torture, per la loro complessità e livello tecnico, sono nate nei laboratori dei servizi segreti russi. Siccome molte torture si ripetono nei diversi campi, ci dovrebbero essere degli istruttori che vengono da Mosca o delle istruzioni tipo che spiegano come mutilare e far soffrire le vittime[/I].
    In base alle mie indagini e all’analisi dei materiali, ho compilato un elenco delle torture ‘standard’ in uso nei campi di concentramento russi
    .

    La presunta fucilazione


    Quasi a ogni prigioniero tocca sperimentare questa tortura sulla propria pelle. So bene cosa sente l'uomo durante questa tortura. Nei singoli casi, in cui tutto dipende dalle condizioni psicologiche della persona, la reazione può essere più o meno manifesta. Ho sperimentato questa terribile tortura sulla mia pelle ed è stato uno stress immenso che non può essere paragonato, ad esempio, al bombardamento o a un campo minato, che hanno lo stesso pericolo per la vita. Durante questa tortura l’uomo si sente completamente indifeso e privo di speranza. (…) Per superare tale stress ci vogliono anni e tante fatiche. Hai sempre la sensazione che qualcosa nella tua anima sia morto. E parli della morte non come di una cosa terribile, ma, al contrario, come del salvagente nell'oceano del terrore sovrumano della politica russa di punizione.

    Gli stimoli sonori


    Nel campi di concentramento, soprattutto di notte, si sentono urla terrificanti delle vittime sotto tortura. Ha un forte effetto sugli altri prigionieri. La gente, picchiata, indebolita dalle torture, perde il sonno. Benché molti tra noi stessero a un passo dalla morte, tutti reagivano fortemente a questi urli. Erano stimoli sonori, senza il quadro visuale degli eventi, che creavano nell'immaginazione del prigioniero gli scenari delle tremende torture, le torture non ancora subite, ancora da subire. Questo mette paura e fa soffrire, toglie il sonno.

    Le torture umilianti per la dignità dell’uomo


    In tutti i campi di concentramento, senza alcuna eccezione, l’obiettivo principale dei boia è di umiliare la dignità umana del detenuto. Massacrare, avvelenare l'anima umana, rendere l’uomo animale è l’obiettivo principale dei boia russi. A Chernokozovo, per esempio, i detenuti devono strisciare per terra per il corridoio, avanti e indietro. Alla fine il detenuto, sdraiato per terra sulla pancia, deve riferire al boia: “Il detenuto tizio è arrivato secondo il Suo ordine”. Tanti orgogliosi ragazzi sono morti per aver rifiutato di eseguire quest’ordine. Numerosi sono i fatti di violenza sessuale sugli uomini. Pochi di loro sopravvivono. Spesso le vittime si suicidano, il che, notiamo, va contro la mentalità dei ceceni. I detenuti sopravvissuti dicono che solo il pensiero della vendetta ha permesso loro di sopravvivere. L'unico obiettivo, per il resto della loro vita, è la vendetta.


    Costringere a essere presente durante le torture


    I prigionieri dei campi di concentramento si emozionano quando raccontano delle loro esperienze come testimoni oculari, dei casi in cui li si è costretti a essere presenti alle torture altrui. Ciò si spiega facilmente. Nel febbraio del 2000 i russi ci hanno portato a Devkar-Evla (Tolstov-Jurt) e si sono messi a buttare fuori i feriti dagli autobus. La maggioranza dei feriti aveva gli arti amputati in seguito all'esplosione di una mina Ad alcuni di loro non abbiamo fatto in tempo a prestare il soccorso chirurgico. I boia russi li prendevano a calci sulle ferite, sulle braccia e sulle gambe amputate. Le urla dei feriti e i loro visi, contorti dalla sofferenza, fino a oggi rimangono impressi nella mia memoria.(…)

    La tortura con la corrente elettrica


    L'hanno sperimentata quasi tutti i detenuti. Gli elettrodi vengono attaccati alle parti più sensibili (i genitali, il naso, la nuca, le ascelle). Ci sono testimonianze di torture in cui viene colpito solo un organo (ad esempio, la prostata). All'inizio io, un medico, non ci volevo credere. In seguito ho visitato i pazienti che avevano subito queste torture. Secondo le testimonianze, un elettrodo viene introdotto nel retto, un altro attaccato ai genitali. La corrente elettrica provoca un forte dolore al basso ventre. Inoltre, queste torture causano un duraturo disturbo della minzione; i dolori permanenti al perineo e alla schiena. L'esame medico rivela la distruzione della prostata. Secondo me, solo un medico esperto poteva inventare questo metodo, il che vuol dire che questa tortura non può che “provenire” da un laboratorio. Ci sono testimonianze delle torture con la corrente elettrica che colpisce i genitali maschili e delle lesioni miranti a privare l'uomo della sua funzione riproduttiva.

    ‘La rondine’


    È tra le torture più in voga. Al prigioniero legano i piedi e le mani alla schiena. Dopo di che il prigioniero viene appeso con la testa in basso, per ore. Ciò causa un forte, insopportabile dolore agli arti. La vittima continua a provare il dolore per tanto tempo, come se fosse stato torturato il giorno prima.

    ‘La maschera antigas’

    Il prigioniero viene messo seduto su una sedia, attaccata al pavimento con i chiodi. Sotto la sedia gli legano le mani e i piedi con delle manette. Gli mettono la maschera antigas e ne chiudono il tubo respiratorio. Il prigioniero soffoca per mancanza d’ossigeno. Istintivamente cerca di liberarsi, spesso causandosi gravi lesioni. Non sente più il dolore. Sente una forte pressione sulla testa, come se gli occhi uscissero dalle orbite. A poco a poco le voci dei boia che gli consigliano di “respirare profondamente”, il loro riso, si allontanano. Sente di volare in un abisso buio. Segue un risveglio lento e pesante. Dei rumori incerti che diventano parole. Il primo pensiero: “Dove sono ferito, cosa è successo ai miei colleghi?A poco a poco comincia a rendersi conto che è appena morto, che è stato nel mondo dell'aldilà ed è resuscitato. Non gliene importa niente della sua vita. Non prova né paura né gioia per essere sopravvissuto. È quello che sente il prigioniero quando la tortura è appena finita. Passa un po' di tempo e la vittima comincia ad aver paura che la tortura si possa ripetere. Comincia a pensare: una volta ce l’ho fatta, ma un’altra, forse, no.

    ‘Le zanne del lupo’


    Il prigioniero viene legato a una sedia. In bocca gli mettono un pezzo di legno, a mo’ di freno, e gli segano i denti con un lima, spiegando alla vittima che stanno segando le sue ‘zanne da lupo’.

    ‘La tavola rotonda cecena’


    I prigionieri in manette sono messi seduti uno di fronte all'altro a un tavolo di legno. Ai prigionieri tirano fuori la lingua e la inchiodano al tavolo. Tutto il lager si riunisce per godere questo spettacolo chiamato ‘la tavola rotonda cecena’.

    L'alimentazione


    Per alcuni giorni le vittime rimangono senza acqua e cibo. Poi, indebolite dalle torture e dalla fame, i torturatori spaccano loro le lingue, fino a farle sanguinare. Picchiandole con i bastoni, i boia costringono le vittime a mangiare roba calda e salata. I prigionieri, che urlano di dolore, mangiano questa roba facendo godere i sadici che li osservano.


    La tortura psicologica di massa: l'operazione “di pulizia”


    Come disse una volta Elena Bonner, ora tutta la Cecenia è un grande campo di concentramento. Ogni suo abitante, dai neonati ai vecchi, ne è prigioniero e subisce le torture psicologiche, le cosiddette ‘operazioni di pulizia’. Lo stress psicotraumatico di ogni giorno porta via la vita a decine, anche a centinaia di persone, morte per infarto o per trauma cerebrale. La mancanza di qualsiasi assistenza medica moltiplica il numero delle vittime. I medici non hanno la minima possibilità di fornire gli anestetici alle vittime dei caotici bombardamenti.

    Conosciamo, inoltre, i casi in cui sui detenuti si sperimentanosostanze velenose. Dopo si fa l’autopsia dei cadaveri e gli organi interni vengono studiati in laboratorio. Ci sono motivi per credere che nel Caucaso del Nord si usano i laboratori degli Istituti di medicina del Dagestan e dell'Ossezia del Nord. Per me che sono un medico la cosa più terrificante è che in queste torture partecipano i medici militari russi. Numerose sono le testimonianze delle manipolazioni mediche nelle torture, nelle lesioni e nei massacri dei prigionieri. Circolano voci che alcuni organi dei detenuti vengono esportati e venduti. Come chirurgo che conosce bene la tecnologia del trapianto, stento a crederci. Non dubito, però, che gli attuali leader russi lo potrebbero fare, ma mi sembra tecnicamente difficile, almeno nel territorio ceceno.

    Le torture più terribili, nel corso delle quali - o dopo le quali - il detenuto viene ammazzato, vengono chiamate ‘mortali’ dagli stessi occupanti russi. Queste torture o, meglio, esecuzioni, sono destinate a chi, secondo il gruppo dei sadici, non deve vivere. Oltre alle testimonianze dei detenuti e della popolazione civile, abbiamo a disposizione delle informazioni e dei documenti che raccontano dei cadaveri con le tracce delle torture ‘mortali’: i boia buttano via i corpi alla periferia dei villaggi e nelle fosse comuni.

    Negli ultimi due anni in Cecenia non sono state importate medicine psicotrope che possono aiutare i pazienti con disturbi psicologici post-traumatici. I miei numerosi appelli all’Onu, all’Unione Europea e ai dirigenti delle associazioni umanitarie non hanno dato alcun risultato, visto il divieto della Russia di importare queste medicine in Cecenia. La logica delle autorità russe è fin troppo chiara: a cosa serve l'assistenza medica in caso di genocidio?

    Non c’è dubbio che con l’arrivo di Putin la Russia si stia trasformando in un regime neofascista. La storia della nascita del fascismo in Germania negli anni Trenta dimostra che l'Occidente stava a osservare tranquillamente questo processo, anzi, a volte lo aiutava economicamente “per avere una Germania stabile e amichevole. Si sa bene come è andata a finire quella volta. Purtroppo la storia si ripete. L'America e l'Europa plaudono il nuovo Führer, l’innovatore dei campi di concentramento

  2. #62
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    Cecenia, stuprate e martiri


    Le donne cecene vittime di violenze sessuali da parte dei soldati russi reagiscono spesso votandosi al martirio in nome della causa indipendentista


    Grozny (Cecenia, Fed. Russa) 4 dicembre 2003 – La famiglia Kugayev viveva alla periferia del villaggio di Tangi-Chu. Quella notte, come ogni altra, Visa e Rosa avevano messo a letto i loro cinque figli vestiti di tutto punto, pronti per fuggire rapidamente in caso di pericolo. E quella notte il pericolo si materializzò intorno all’una, quando il silenzio del villaggio che dormiva fu spezzato dal rombo dei motori di tre camion militari russi e dalle secche raffiche di fucili mitragliatori. Così i soldati russi annunciano solitamente il loro arrivo.

    I coniugi Kugayev si svegliarono di soprassalto. Visa corse a svegliare la figlia maggiore, Elsa, di diciotto anni, dicendole di svegliare i suoi fratelli e sorelle minori e di scappare. Ma non fecero a tempo. Quattro soldati della 160esima divisione corazzata dell’esercito russo sfondarono la porta e fecero irruzione in casa. Tutti si aspettavano il solito comportamento, la solita perquisizione in cerca di guerriglieri fuggiaschi o di armi, condita da urla, insulti, minacce, botte e distruzione delle povere suppellettili della casa. Invece no.

    Quella notte i militari entrarono in silenzio, puntarono dritti verso la camera dei figli e presero Khava, la sorella mezzana di tredici anni. Ma subito mollarono la presa accorgendosi della presenza di Elsa, la maggiore. La presero e la portarono via, mentre lei urlava chiedendo aiuto ai familiari, che non potevano fare nulla sotto la minaccia dei kalashnikov puntati addosso. [B]Usciti dalla casa i militari, Adlan, il fratello più piccolo, corse fuori dalla porta per inseguire la sorella, ma un soldato lo colpì alla testa col calcio del fucile facendolo svenire.

    Elsa venne portata in una caserma, violentata ripetutamente e infine strangolata. I Kugayev sono fuggiti in Inguscezia, da dove hanno lottato per chiedere giustizia. E dopo tre anni hanno vinto. Il colonnello Yuri Budanov, che quella notte del 26 marzo 2003 guidava l’operazione dal cassone di un camion, dopo essere stato assolto in primo grado, è stato condannato in appello a dieci anni di prigione per rapimento, omicidio e stupro. Purtroppo Budanov è uno dei pochi ufficiali russi ad aver pagato per le proprie azioni: la giustizia russa tende ad insabbiare ogni caso che riesca ad arrivare fino in tribunale.

    I casi di violenza sessuale su ragazze cecene da parte di militari russi sono all’ordine del giorno. E costituiscono, oltre che una tragedia e un’ingiustizia che pesano come macigni sull’immagine del Cremino, la principale causa di un fenomeno triste e inquietante. Gli stupri sono la causa principale di conversione delle donne alla lotta armata, o meglio al terrorismo suicida. Le vittime delle violenze, che nella società cecena subiscono il biasimo e l’emarginazione da parte della collettività, si chiudono in loro stesse e spesso si votano alla morte diventando shaheed, martiri.

    E’ stato, ad esempio, il caso delle sorelle Ganiyevys, due kamikaze del commando ceceno che il 23 ottobre 2002 parteciparono alla famosa azione al teatro Dubrovka di Mosca. Tutto si risolse con un blitz delle forze speciali russe che, facendo uso di gas letali, uccisero 118 persone tra ostaggi e sequestratori. Aminat e Khadizhat, nel 2001 erano state rapite dai soldati russi come Elsa, e come lei violentate dai militari. Vennero rilasciate. Tornate al loro villaggio non parlarono più con nessuno. In quel silenzio di vergogna e rancore maturarono la loro decisione di sacrificare le loro vite per la causa dell’indipendenza cecena.

    Purtroppo, la risposta di Mosca a questo fenomeno nuovo delle donne kamikaze è stata la peggiore possibile. Dopo la tragedia del teatro il Cremlino ha avviato un’operazione militare in Cecenia mirata a colpire le donne cecene sospettate di partecipare alla lotta armata separatista. L’operazione “Fatima”, questo il suo nome in codice, è stata ovviamente pretesto di nuove violenze contro le donne. E produrrà nuove martiri e nuovi martirii.

    Enrico Piovesana

  3. #63
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    RUSSIA, STRAGE SUL TRENO


    Nel sud della Russia, a ridosso del confine ceceno, un’esplosione a bordo di un treno locale ha provocato almeno 36 morti e 150 feriti. Secondo le autorità russe si tratterebbe di un attentato condotto dalla guerriglia separatista cecena. Il tutto a due giorni dalle elezioni parlamentari russe




    Essentuki (Russia), 5 dicembre 2003Almeno 36 morti e 150 feriti, di cui 12 in gravissime condizioni. E’ il bilancio dell’attentato suicida avvenuto stamattina, alle [B]7,42 ora di Mosca[B], a bordo di un treno locale pieno di lavoratori e studenti pendolari che viaggiava tra Mineralniye Vody e Kislovodsk, nel sud della Russia, a poca distanza dal confine ceceno. Lo scoppio ha completamente sventrato il secondo vagone del convoglio.

    Sembra che l'ordigno fosse legato alle gambe dell'attentatore, morto nell'esplosione. Secondo gli investigatori dei servizi segreti russi, l'Fsb, l'uomo sarebbe stato aiutato da tre donne, due delle quali sono saltate dal treno subito dopo lo scoppio. La loro sorte non è chiara. La dinamica dei fatti è ancora molto confusa.
    Su una cosa le autorità russe non hanno dubbi: si tratta di un attentato messo a segno dai separatisti ceceni.
    Secondo il ministro dell’Interno russo, Borin Gryzlov, i responsabili della strage "sono degli "animali e saranno catturati e puniti come meritano. Gli bruceremo la terra sotto i piedi. Non riusciranno mai a mettersi in salvo".

    Tra due giorni in Russia si terranno le elezioni parlamentari e, secondo il premier russo, Vladimir Putin, questo attentato ha il chiaro scopo di “destabilizzare” il Paese in vista delle elezioni legislative di domenica. Questo atto andrebbe letto come un messaggio “elettorale” del separatismo ceceno contro la guerra che il Cremlino sta conducendo nella provincia secessionista da ormai nove anni. Una guerra che dal 1994 ha causato, secondo stime non ufficiali, 200 mila morti, in maggioranza tra la popolazione civile, e mezzo milione di profughi. Di fronte al rifiuto di Mosca di instaurare qualsiasi trattativa con i “terroristi”, la guerriglia indipendentista guidata dall’ex presidente ceceno Aslan Maskhadov, ha più volte minacciato negli ultimi mesi di esportare la guerra fuori dal Paese, direttamente in territorio russo.

    Quello di oggi sarebbe il più grave atto di terrorismo contro un treno nella storia. Questa linea ferroviaria era già stata colpita da un attentato tre mesi fa. A settembre un’esplosione era avvenuta in prossimità di un convoglio ferroviario nei pressi di Pyatigorsk aveva causato sei morti e una trentina di feriti. Non sarebbe nemmeno la prima volta che la guerriglia cecena colpisce obiettivi in Russia ricorrendo alle donne. Erano donne molti dei membri del commando ceceno che, nell’ottobre 2002, ha occupato il teatro Dubrovka di Mosca, azione finita in strage dopo il blitz delle forze speciali russe. E donne erano anche le autrici dell’attentato che nel luglio 2003 fece strage di giovani russi durante un rock festival, sempre a Mosca.

    Il fenomeno delle donne-kamikaze è la drammatica reazione alle violenze dei militari russi nei confronti della popolazione civile cecena. Dopo essere state rapite e violentate dai soldati di Mosca, cosa che avviene molto frequentemente, molte donne reagiscono votandosi al martirio per la causa dell’indipendenza cecena (vedi “Cecenia, stuprate e martiri”). La stessa tragica scelta viene intrapresa dalle tante vedove che vogliono vendicare l’uccisione dei mariti: i russi le chiamano le “vedove nere”. Loro si definiscono shaheed, martiri.

  4. #64
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    VIOLENZE IN TUTTA LA REGIONE: DECINE DI VITTIME



    28 Giugno 2003



    I ribelli ceceni stanno progressivamente intensificando i loro attacchi contro i soldati russi di stanza nella regione, e si teme che la più volte annunciata "offensiva estiva" sia ormai alle porte.

    Oggi, sospetti guerriglieri hanno assassinato un leader religioso ed il capo di un'assemblea locale di un villaggio nei dintorni di Grozny. Altri tre poliziotti hanno perso la vita nel tentativo di intercettare gli assalitori.

    Giovedì invece, secondo l'amministrazione filorussa, almeno sei soldati federali sarebbero rimasti uccisi, ed altri cinque feriti, nel corso di 20 attacchi condotti dai miliziani contro le loro postazioni in diverse località della provincia. Le violenze non si fermano neppure nella capitale, dove due russi sono morti ed altri 3 sono stati feriti nell'esplosione di una mina radiocomandata, mentre un altro ha perso la vita in un agguato nel mercato principale della città.

    Presso il villaggio di Gilako, riportano ancora le stesse fonti, tre minatori sarebbero stati uccisi da un ordigno, mentre altri tre verserebbero in gravi condizioni.

    Due diversi scontri a fuoco avvenuti nei dintorni di Bamut e Tsa-Vedeno hanno invece provocato la morte di un federale ed un guerrigliero, e il ferimento di altri sei russi.

    In un luogo imprecisato, una mina scoppiata sotto un blindato ha ferito tre militari che vi si trovavano a bordo.

    Bombardieri e artiglieria avrebbero inoltre colpito a più riprese aree nei distretti di Itum-Kale, Achkhoi-Martan, Kurchaloi e Nozhai-Yurt.

    La stampa russa afferma che durante uno di questi raid sarebbe stata distrutta una presunta base dei separatisti nelle montagne meridionali: almeno sette sarebbero le vittime tra i miliziani, mentre altri sei avrebbero perso la vita in combattimenti separati.

    Inoltre, secondo l'agenzia russa ITAR-Tass, uno degli organizzatori dell'attentato suicida dello scorso maggio a Znamenskoye (60 morti, gran parte dei quali tra i civili) sarebbe morto in uno scontro a fuoco con la polizia.

    Gli ufficiali filogovernativi locali informano che, nei giorni precedenti, le imboscate della guerriglia avrebbero causato l'uccisione di 15 soldati di Mosca, un poliziotto ceceno e quattro ribelli.

    Uno di essi sarebbe stato dilaniato dallo scoppio di una mina che cercava di piantare, in un villaggio della regione di Vedeno. I bombardamenti a sud, intanto, non si sono fermati.

    Ancora nella capitale, tre persone sono state uccise dai federali ad un posto di blocco.

    Secondo il governo, tra le vittime figurerebbe una donna incinta, che avrebbe avuto addosso una cintura con un chilogrammo di esplosivo.

    Il Cremlino invia altri soldati


    A giudicare dalle ultime decisioni del Cremlino, il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia, tanto annunciato poco prima del referendum costituzionale del 23 marzo, è ancora molto lontano: dopo il recente invio di una divisione di paracadutisti, un battaglione di artiglieria giungerà nelle montagne meridionali per "far fronte alla complessa situazione del sud della repubblica".

    Nelle ultime settimane, infatti, in queste zone si sono registrati raid aerei di intensità tale da essere paragonati a quelli dell'inizio della seconda guerra del 1999.
    "I bombardamenti sono una strategia efficace che ci permette di mettere a minor rischio la vita dei nostri soldati", sostengono i generali, ma purtroppo così non accade per la popolazione, dato che molto spesso questi ordigni cadono per errore sui villaggi.

    A Londra nessun interesse reale per la Cecenia


    Il presidente russo Vladimir Putin ha effettuato una visita di tre giorni in Inghilterra, incontrando fra l'altro il primo Ministro Tony Blair, e discutendo di argomenti quali le divergenze sulla guerra in Iraq, sulla politica estera e sui rapporti commerciali e statali tra i due Paesi.

    Come prevedibile, purtroppo, fra i fasti delle celebrazioni non è stato rivolto un adeguato interesse alla situazione in Cecenia: stando a quanto dimostrano le solite conclusioni di facciata, infatti, ci si è limitati ad auspicare ad una pace senza tuttavia assumersi alcun impegno sincero per una soluzione negoziale o per un miglioramento dei diritti umani. Almeno sotto questo punto di vista è stato ripetuto, in sostanza, il fallimento del recente meeting di San Pietroburgo.

    Poco prima che Putin giungesse a Londra, i vertici di Human Rights Watch avevano lanciato un appello al premier inglese affinché denunciasse a Putin le atrocità che quotidianamente avvengono nella provincia caucasica. Secondo HRW, infatti, non solo non si registrano miglioramenti, ma ogni mese un numero pari a circa 60 civili scompare senza lasciare traccia. Inoltre, stime di Mosca parlano di almeno 3.000 persone sepolte in 49 fosse comuni sparse per la regione.

    Nonostante di recente il governo inglese si sia opposto (sia pur invano) alla bocciatura di una risoluzione ONU per la Cecenia (che in caso di approvazione avrebbe reso possibile un più incisivo intervento internazionale), l'organizzazione critica l'atteggiamento tendente all'"inconsistenza e all'ipocrisia" mostrato da Blair con la Russia. Il premier avrebbe infatti lanciato accuse contro Putin riguardo alla guerra cecena [Color=Red ]solamente nelle occasioni in cui quest'ultimo non era presente [/Color], elogiando invece la posizione del Cremlino durante gli incontri diretti.

    "Blair dovrebbe proporre alla controparte russa una soluzione simile a quella messa in atto nel conflitto nell'Irlanda del Nord, in cui la repressione dei gruppi ribelli è stata limitata".

    Ad ogni modo, Human Rights Watch afferma che continuerà ad opporsi agli attacchi terroristici effettuati dai ribelli contro la popolazione civile.

    Gravissime accuse contro l'amnistia


    Durante un congresso tenutosi a Grozny, l'agenzia Memorial, una delle maggiori organizzazioni russe per i diritti umani, non risparmia ancora una volta durissime critiche contro il programma di amnistia per i ribelli lanciato da Mosca.

    Un suo funzionario, Usam Baysayev, ribadisce nuovamente che questa campagna "non porterà ad alcun risultato a causa del ridotto numero di persone che può essere assolto": il testo governativo, infatti, afferma che "l'amnistia potrà estendersi solo ai miliziani che non hanno tentato di uccidere i soldati russi", ossia, secondo Baysayev, "solo una minima parte".

    Inoltre, la Memorial cita un episodio avvenuto lo scorso 21 marzo nella cittadina di Komsomosk, in seguito alla cerimonia ufficiale della resa di 30 ribelli comandati dal "signore della guerra" Abubakar Magomadov. Subito dopo avere ripreso le celebrazioni per le TV nazionali, "i soldati hanno ucciso tredici guerriglieri, ed in seguito hanno decapitato una delle vittime [...] gli altri 17 sono stati portati nel carcere di Alkhan-Kala, dove molti di essi sono stati condannati a pene variabili da 3 a 5 anni".

    Nell'ambito delle stesse discussioni, esponenti della società civile cecena hanno auspicato una estensione dell'amnistia al fine di smobilitare un numero maggiore di guerriglieri.
    E' poi stata riaffermata la necessità di concludere un accordo di pace con la Russia, previo isolamento delle fazioni più radicali degli indipendentisti.
    Il problema è però reso più complesso dal fatto che, "sul piano politico, separatismo e terrorismo si stanno progressivamente unificando".

    L'amministrazione filorussa riferisce intanto che "altri 14 ribelli hanno deposto le armi a Gudermes", la seconda città della Cecenia. Sarebbero così 99 i militanti arresisi dall'approvazione dell'amnistia.

    D.Bertulu

  5. #65
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    CENSURE E RESTRIZIONI SUL GOVERNO CECENO



    11 settembre 2003


    Mentre si avvicinano le elezioni presidenziali in Cecenia, previste per il prossimo 5 ottobre, si registra una vasta campagna di violazioni e minacce ai danni dell'opposizione, mirate a favorire la vittoria dell'attuale capo del governo Akhmad Kadyrov, di vedute vicine al Cremlino: forze governative russe e cecene hanno inoltre sottoposto ad una pesante censura numerosi dipartimenti amministrativi regionali.

    L'azione più clamorosa è stata senza dubbio il siluramento del Ministro della Stampa, Bislan Gantamirov, e la quasi contemporanea chiusura di una rete televisiva e radiofonica indipendente che trasmetteva da Grozny, creata sempre da Gantamirov nello scorso marzo; le forze di sicurezza hanno circondato e successivamente fatto irruzione nell'edificio, facendo uscire i dipendenti e sequestrando telecamere, videocassette ed altre apparecchiature.
    La stessa sorte è stata subita da altri otto quotidiani locali.

    Akhmad Kadyrov (Foto: AP)


    Secondo gli emissari governativi, Gantamirov avrebbe avuto un "atteggiamento parziale, sostenendo la candidatura di Malik Saidullayev", un rivale di Kadyrov. Il direttore dell'emittente chiusa, Islam Musayev, replica invece che "tutto quello che vogliamo è offrire un rapporto obiettivo sulle elezioni, ed in uguale misura su tutti i candidati".

    Nonostante la vittoria di Kadyrov sia ufficialmente ritenuta "sicura" dalle autorità di Mosca, sondaggi indipendenti hanno invece segnalato una maggiore popolarità riscossa (tra un totale di 10 aspiranti) da Saidullayev e da un altro politico, Aslanbek Aslakhanov.

    Purtroppo questa campagna elettorale, definita "una sorta di operazione militare" da Yulia Latynina, giornalista del The Moscow Times, ha fatto registrare altri episodi simili: numerosi candidati hanno denunciato di essere stati oggetto di minacce ed intimidazioni, principalmente da parte delle forze speciali cecene comandate dal figlio di Kadyrov, Razman; lo stesso Aslakhanov denuncia di essere stato "vittima di un'imboscata" da parte dei suddetti miliziani, e che uno dei suoi assistenti è stato "rapito e torturato per quattro giorni, prima di essere rilasciato [...] Sono pronto a ritirare la mia candidatura se le autorità non riusciranno ad instaurare le condizioni per elezioni democratiche".

    Secondo gli ufficiali governativi, invece, "non è il caso di scatenare polemiche: la riorganizzazione è sempre accompagnata da problemi".
    Anatoly Popov, portavoce di Kadyrov, dichiara che "tutti i candidati concorrono senza attriti alle votazioni, e non vi è alcun tipo di discriminazione tra di essi".

    In realtà uno dei maggiori problemi della Cecenia è proprio la mancanza di qualsiasi autorità: ancora Yulia Latynina sostiene che "nè Kadyrov nè il Cremlino riescono a controllare la regione: la Cecenia è governata da uomini con mitragliatrici, il cui controllo si estende ben poco oltre il raggio d'azione delle loro armi".

    Violenze tra esercito e ribelli


    Come prevedibile, la censura imposta alla stampa ha quasi del tutto messo a tacere i quotidiani resoconti sul conflitto ceceno (almeno quelli dotati di una certa imparzialità), che ultimamente avevano riportato un tragico aumento delle violenze ai danni soprattutto dell'esercito federale, con centinaia di vittime a partire dall'inizio dell'estate.

    Oltre ad un comunicato dell'Associated Press, secondo cui tre soldati sarebbero morti ed altri sei sarebbero rimasti feriti in un'esplosione avvenuta ieri a Grozny, non vi sono ulteriori comunicati indipendenti sull'attuale situazione bellica.
    Per contro, fonti militari russe annunciano che negli ultimi giorni almeno "11 guerriglieri, tra cui un comandante", sarebbero stati uccisi dalle forze speciali durante diverse operazioni condotte nei dintorni di Grozny.

    Violenze si registrerebbero anche nelle regioni circostanti la Cecenia: a Baku, in Azerbaijan, è stato rinvenuto il cadavere di un uomo "strettamente associato" col presidente indipendentista Aslan Maskhadov ed il comandante dei ribelli Shamil Basayev.
    L'agenzia russa RIA Novosti rende noto che nella repubblica autonoma del Daghestan sospetti militanti hanno assassinato un funzionario del dipartimento anticriminalità ed antiterrorismo locale, insieme alla moglie.

    Inoltre, i federali avrebbero "smantellato due basi di separatisti ceceni" nelle montagne della Kabardino-Balkaria (ad ovest della Cecenia): in particolare, nella città di Baksan, uno scontro a fuoco avrebbe provocato un morto e due feriti tra i ribelli, ed un altro ferito grave tra le truppe russe.
    Il sito internet degli indipendentisti, Kavkazcenter.org (peraltro di dubbia attendibilità), sostiene che lo stesso Shamil Basayev si trovava nell'area, e sarebbe stato ferito alla gamba da una scheggia; il comunicato annuncia che "nove commandos sono stati uccisi, ed altri sette feriti nell'assalto".

    A Krasnodar, nel Caucaso russo, è purtroppo deceduta un'altra vittima - la quarta - degli attentati terroristici attribuiti ai guerriglieri, che hanno avuto luogo alla fine dello scorso agosto in tre villaggi della regione.

    La regione più minata del pianeta


    La Cecenia è la regione del pianeta con la più elevata concentrazione di mine antiuomo: è quanto pubblicato dall'ultimo rapporto dell'International Campaign to Ban Landmines (ICBL), organizzazione premio Nobel per la Pace nel 1997.

    Durante lo scorso anno le vittime di questi ordigni sono state 5.695, oltre quattro volte di quelle avutesi in Afghanistan (1.286), da sempre considerato come 'testa' di questa tragica graduatoria; il bilancio è in netto aumento, se si considera che nel 2001 i ceceni uccisi dalle mine furono 2.140.

    L'utilizzo delle mine da parte dell'esercito di Mosca è stato massiccio durante la prima guerra cecena (1994-1996) e nella prima fase della seconda, in particolare quando "gli elicotteri hanno scaricato migliaia, o decine di migliaia di ordigni attorno ai perimetri delle varie postazioni federali"; negli ultimi anni, sembra che i militari abbiano notevolmente ridotto le deposizioni di mine, che però sta riprendendo in forze ad opera dei ribelli, in misura per giunta elevatissima. "Oltre ai civili, i russi hanno sofferto gravi perdite negli ultimi mesi per questo motivo".

    Le operazioni di sminamento procedono ad un ritmo estremamente ridotto, soprattutto a causa dei continui attacchi della guerriglia, e per il fatto che parecchi di questi dispositivi sono radiocomandati.
    Pertanto gli sminatori si trovano costretti ad intervenire quasi esclusivamente nell'ambito dei margini stradali, per evitare esplosioni ai danni dei veicoli, mentre cortili, campi coltivabili e gran parte delle aree urbane e rurali restano ancora impraticabili.

    Inoltre, non si registrano interventi di questo tipo effettuati da Organizzazioni Non Governative, come invece sta accadendo ora - ad esempio - in diverse aree dell'Afghanistan.

    Il governo ceceno ha contestato i dati dell'ICBL, definiti "estremamente esagerati [...] non abbiamo statistiche direttamente correlate alle mine, ma sulla base di comunicati ufficiali possiamo affermare che il numero di vittime nel 2002 è notevolmente inferiore di quello pubblicato dal rapporto".

    D.Bertulu

  6. #66
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    GARAGE OLIMPO, VERSIONE CECENA


    L’odissea di Arbi, giovane benzinaio ceceno sequestrato dalla famigerata polizia speciale del regime filo-russo di Kadyrov. [Picchiato e torturato per giorni, e rilasciato solo dopo il pagamento di un riscatto. Tra i suoi aguzzini, nei sotterranei della tristemente nota prigione di Hosi Yurt, lo stesso figlio del presidente ceceno, capo delle milizie private che da ottobre fanno il ‘lavoro sporco’ che prima facevano i russi


    14 gennaio 2004 – Arbi, 27 anni, gestisce una pompa di benzina alla periferia di Grozny. Un pomeriggio di circa due mesi fa gli agenti della polizia speciale del regime filo-russo di Kadyrov hanno fatto irruzione nel suo ufficio-baracca. Gli hanno preso il passaporto e poi lo hanno portato via e caricato su un’auto che aspettava fuori. “Appena salito in macchina uno di loro mi ha detto che secondo le informazioni in loro possesso io ero un ribelle, che combattevo contro il presidente Kadyrov”.
    Dopo un breve viaggio, l’auto si è fermata davanti a una casa abbandonata, nel villaggio di Gil Gen. “Mi hanno portato dentro e hanno iniziato a picchiarmi con una spranga, ordinandomi di parlare, di confessare le mie colpe. Io ho detto che avevo combattuto la prima guerra d’indipendenza (quella del 1994-1996, n.d.r.), ma che adesso me ne stavo a casa. Allora i sei poliziotti hanno preso i loro Kalashnikov, hanno smontato i caricatori e, usando i fucili come mazze, mi hanno colpito ai reni, con forza, senza sosta, per almeno un quarto d’ora, ordinandomi di confessare e di fare i nomi di altri ribelli se non volevo rimanere storpio. Alla fine, mezzo morto, mi hanno ricaricato in macchina e portato all’ospedale, dove i medici mi hanno detto che i miei reni avevano subito gravi danni”.


    Arbi è rimasto in ospedale per vari giorni. Ogni tanto i poliziotti tornavano per interrogarlo. Ma lui non aveva niente da dire. Così, un giorno, gli agenti sono arrivati e, senza proferire parola, lo hanno portato via di nuovo. “Ero terrorizzato: avevo paura che mi volessero consegnare ai russi. Ma loro mi hanno detto che mi stavano portando nel villaggio di Hosi Yurt, il che non mi ha tranquillizzato affatto”.
    Per Arbi, come per tutti i ceceni, questo nome fa rabbrividire. Hosi Yurt, a pochi chilometri da Tsentaroi, la roccaforte del presidente Kadyrov, è un covo di suoi fedelissimi, sede di un centro di detenzione dove chiunque sia sospettato di sostenere gli indipendentisti viene interrogato e torturato per giorni. Se sopravvive, viene rilasciato dietro riscatto. “Conoscevo storie tremende su quel posto: persone picchiate con le spranghe per quaranta giorni di fila, costrette a tenere le mani su un tavolo mentre gli aguzzini gli schiacciavano le dita con un martello”.


    Nei giorni successivi Arbi ha avuto modo di verificare la fondatezza di queste voci e di conoscere di persona il terrore di tutti i ceceni: il capitano Ramzan, figlio del presidente Kadyrov nonché capo della polizia speciale, la famigerata milizia privata di 4 mila ceceni ‘collaborazionisti (o “traditori” come li chiamano i ceceni) creata lo scorso ottobre dopo l’elezione-farsa organizzata da Mosca che ha portato al potere Akhmad Kadyrov. Il loro compito è fare quel “lavoro sporco” che il presidente russo Vladimir Putin non vuole più far fare ai militari russi: rastrellamenti, torture, esecuzioni extragiudiziali, insomma tutto quello che il Cremlino chiama “operazioni di pulizia” o “operazioni antiterrorismo” volte a “stabilizzare” la Cecenia. La chiamano “cecenizzazione del conflitto”, nel senso che non ci sono più russi contro ceceni, ma ceceni filo-russi contro ceceni indipendentisti.
    Arbi è stato portato nei sotterranei di un edificio di cemento. “Mi hanno chiuso in una cella assieme ad altri tre uomini. Ci hanno ordinato di metterci in fila lungo il muro, sull’attenti. Dopo un po’ è entrato lui, Ramzan. Ci ha chiesto se sapevamo chi fosse lui. Gli altri sono rimasti in silenzio, terrorizzati. Io, con il massimo rispetto, ho risposto che sì, lo sapevo. A quel punto lui mi ha colpito alla testa per poi sferrarmi un violento calcio all’inguine. Sono caduto a terra. Le guardie che lo accompagnavano si sono avventate su di me e hanno iniziato a picchiarmi e a prendermi a calci. Mi hanno rotto il naso”. Per tre giorni Arbi è stato malmenato e torturato. Ramzan non si è più fatto vedere. Il suo inferno è finito quando i suoi familiari sono riusciti a pagare il riscatto chiesto per la sua liberazione: tre fucili Kalashnikov, recuperati tramite conoscenze in polizia.


    Arbi, che oggi, seppur malconcio, è tornato a gestire la sua pompa di benzina a Grozny, è stato tra le prime vittime dell’ondata di violenza repressiva scatenata da Kadyrov. Una violenza che colpisce indiscriminatamente i civili ceceni di orientamento indipendentista (praticamente tutti), anche se non hanno nulla a che fare con la lotta armata dei “terroristi” della guerriglia islamica separatista guidata dall’ex presidente Aslan Mashkadov e dal comandante Shamil Basayev. Per il regime filo-russo di Kadyrov tutti i ceceni sono potenziali ‘ribelli’. “Non è sempre stato così – dice Arbi –. La guerra non è una novità ma la violenza indiscriminata contro la popolazione non ha mai raggiunto i livelli di oggi. Questo è il periodo più brutto degli ultimi anni. Le cose sono peggiorate dopo l’elezione di Kadyrov. Il suo brutale regime è solo l’ultima versione dell’occupazione russa, alla quale i ceceni non smetteranno mai di resistere. Penso che un giorno il nostro Paese sarà libero: fino ad allora nessuno si rassegnerà”.

    Enrico Piovesana

  7. #67
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    LE ELEZIONI SI AVVICINANO IN UN CLIMA DI VIOLENZA




    28 settembre 2003



    Mentre si avvicinano le elezioni presidenziali, previste per il prossimo 5 ottobre, la provincia russa è invariabilmente scossa da nuove brutalità: ieri quattro civili, tutti membri della stessa famiglia, sono stati assassinati da un gruppo di uomini armati e mascherati che ha fatto irruzione nel loro appartamento; l'agguato è avvenuto nel villaggio di Chechen-Aul, a poca distanza dalla capitale Grozny.

    Fonti dell'amministrazione filorussa, che ha aperto un'inchiesta sulla nuova strage (la terza nella cittadina in poco meno di un mese), non hanno fornito particolari su eventuali motivazioni; in genere i maggiori implicati di questi crimini sono soldati federali, guerriglia o poliziotti locali.

    Questo episodio di violenza, purtroppo, è solo l'ultimo di una scia di sangue che ha attraversato la regione nella seconda metà di settembre; stanotte, secondo l'agenzia russa Interfax, due presunti ribelli sono rimasti uccisi nell'esplosione di una bomba che tentavano di piazzare presso un impianto elettrico di un quartiere di Grozny.

    Continuano anche i quotidiani attacchi dei separatisti contro l'esercito di Mosca, e di cui le notizie trapelano nonostante una parziale censura imposta dalla Russia ad autorità locali ed agenzie indipendenti, probabilmente in vista delle prossime elezioni presidenziali: secondo il Caucasus Times, un camion con a bordo una squadra di soldati sarebbe stato attaccato presso un villaggio del distretto di Vedeno; i militari uccisi sarebbero "almeno 10, o forse 12".
    Presso Shali, nelle montagne a sud, un poliziotto ceceno è stato ucciso in un agguato da presunti guerriglieri, mentre a Komsomolskoye (Gudermes) il sindaco locale è scampato ad un attentato.

    Durante lo scorso fine settimana, secondo l'amministrazione filorussa, 19 tra soldati e agenti di polizia avrebbero perso la vita, ed altri 34 sarebbero rimasti feriti negli assalti sferrati dagli indipendentisti in tutta la Cecenia.
    Nei giorni precedenti le vittime tra russi e poliziotti ceceni sarebbero state 25, sempre secondo le stesse fonti.
    Inoltre, in un rastrellamento nel villaggio di Noviye Atagi le forze speciali avrebbero ucciso un comandante dei separatisti, che era a capo della fazione denominata 'Jaamat'; un altro miliziano sarebbe morto in una località imprecisata.

    Non c'è stata tregua neppure nelle violenze sui civili: un abitante della capitale è stato assassinato in un'imboscata da parte di un gruppo di uomini armati; la vittima era figlio di un importante sostenitore di un candidato alle prossime elezioni, rivale del favorito Akhmad Kadyrov, i cui uomini sono stati accusati dell'omicidio.
    Nel villaggio di Dargo (Vedeno), un insegnante è stato ucciso da presunti ribelli che hanno fatto irruzione nella sua casa, mentre a Goyskoye, presso Urus-Martan, il capo dell'amministrazione locale è stato trovato morto nella sua automobile.
    Ad Ackhoi-Martan due donne di 35 e 47 anni sono state ferite dalle esplosioni di granate lanciate contro le loro abitazioni, mentre nella confinante repubblica autonoma del Daghestan, un funzionario regionale è stato gravemente ferito insieme alle sue due guardie del corpo; in entrambi i casi, non si conosce l'identità degli assalitori.

    E' intanto salito a sei il numero delle vittime dell'attentato suicida avvenuto lo scorso 15 settembre davanti ad un quartier generale russo a magas, in Inguscezia; il bilancio dell'esplosione del camion-bomba (guidato a quanto sembra da due separatisti ceceni, un uomo e una donna) avrebbe comunque potuto essere più pesante, se si considera che all'interno dell'edificio si trovavano oltre 100 persone.

    Tre bambini uccisi da una mina


    Lungo la strada tra Alkhan-Yurt e Grozny sono stati rinvenuti i corpi di tre bambini di età compresa tra 11 e 13 anni, uccisi dallo scoppio di una mina; secondo le autorità russe, le vittime stavano tentando di posizionare l'ordigno in vista di un agguato ai danni dell'esercito.

    ( NDY:Qui le autorità russe hanno raggiunto il massimo della vergogna come si fa a dire che dei bambini sanno posizionare delle mine e che sono stati loro a metterle


    "Ormai i militanti ceceni - afferma un ufficiale del distretto di Grozny – hanno a disposizione pochi uomini, e pertanto coinvolgono i più giovani nelle loro attività: siamo del tutto certi che i ragazzi stavano piantando la bomba prima del passaggio di una colonna di veicoli militari".

    E' peraltro noto l'elevato numero (anche se non a livelli pari a quelli di altri conflitti in corso) di bambini-soldato arruolati tra la guerriglia; tuttavia, nel suddetto episodio gli abitanti locali ritengono che le vittime siano state uccise accidentalmente, dopo avere calpestato la mina.

    Il Primo Ministro ceceno in gravi condizioni


    Anatoly Popov, Primo Ministro del governo ceceno, è stato ricoverato in ospedale in gravi condizioni, col sospetto di avvelenamento da cibo; poche ore prima aveva partecipato ad un pranzo nella città di Gudermes, durante la cerimonia di inaugurazione di un gasdotto.

    Secondo fonti sanitarie Popov, 43 anni, sarebbe in pericolo di vita; un suo portavoce sostiene che il Ministro, sostenitore del Cremlino, sia stato vittima di un avvelenamento premeditato.

    Annullata la candidatura di un rivale di Kadyrov


    L'ex capo del governo ceceno Akhmad Kadyorv sembra avere la strada spianata per la vittoria alle elezioni presidenziali del 5 ottobre: Malik Saidullayev, considerato come suo ultimo ed influente rivale, è stato infatti escluso dalla corsa in seguito ad una ordinanza della Corte Suprema Cecena.

    I giudici hanno infatti stabilito che "l'89,9% delle 2.000 firme finora esaminate" (su un totale di 13.600) presentate in supporto di Saidullayev non sono valide, in quanto mancanti di indirizzo, età e di altri dati personali dei sostenitori.
    Attualmente, oltre a Kadyrov, i candidati sono cinque, alcuni quasi sconosciuti alla popolazione, altri semplici "fantocci" connessi in qualche modo con l'ex Primo Ministro.
    E non è un caso che proprio uno di questi ultimi, Nikolai Paizullayev, abbia spinto la Corte Suprema a cancellare la candidatura di Saidullayev.

    Finora la campagna elettorale (inizialmente gli aspiranti presidenti erano 10) si è svolta per mezzo di un massiccio uso di intimidazioni, scorrettezze, violenze e spesso omicidi, che sembrano riconoscere in Kadyrov (e nel governo russo che lo sostiene) il principale mandatario; a ciò si aggiungono le parallele minacce dei ribelli, che promettono attacchi contro le postazioni elettorali.

    Kadyrov sostiene che la Cecenia sia "ormai pacificata, a parte la presenza di sacche di resistenza di guerriglieri [...] a cui stiamo dando la caccia in ogni luogo possibile"; durante un suo recente incontro con membri delle Nazioni Unite a New York, alla domanda relativa alle quotidiane perdite umane subite dalle truppe federali, il politico ceceno ha replicato che "il numero delle vittime non è superiore a quello di qualsiasi altra regione russa: Grozny non è più pericolosa di Washington, quando lo scorso anno si verificarono gli attacchi del cecchino".

    D.Bertulu

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    SANGUE DOPO L'ELEZIONE DI KADYROV



    16 ottobre 2003



    In Cecenia le violenze proseguono con immutata intensità anche dopo le elezioni dello scorso 5 ottobre, in cui si è registrata la prevedibile vittoria di Akhmad Kadyrov; contrariamente a quanto affermato dal neopresidente (che parlava di "ritorno alla normalità" per la regione in seguito alle votazioni), nella prima metà del mese le vittime tra soldati russi, ribelli e civili sono state decine.

    Solo ieri, due bambine di 10 e 13 anni sono rimaste uccise sotto un bombardamento che ha colpito un imprecisato villaggio del distretto di Shali, nelle montagne a sud; secondo l'agenzia russa Radio Liberty, non è chiaro se il raid sia stato compiuto dall'esercito o dalla guerriglia; "errori" di questo genere sono particolarmente frequenti in Cecenia, e i civili pagano invariabilmente il prezzo più alto.

    Le stesse fonti riportano che, presso Urus-Martan, due poliziotti sono rimasti feriti quando il camion su cui viaggiavano ha fatto detonare una mina; a Grozny gli attacchi notturni dei separatisti avrebbero ferito cinque militari di Mosca, mentre continui raid aerei sarebbero in corso da diversi giorni nei distretti meridionali.

    Ancora nella capitale, lunedì, un alto ufficiale della polizia russa ha perso la vita in un agguato, mentre sospetti ribelli avrebbero ferito due sindaci di altrettanti villaggi dei distretti di Sunzha e Grozny.
    Tre persone sono morte nella cittadina di Kirov, a quanto pare uccise dalle squadre speciali dell'esercito, secondo le denunce degli abitanti locali; per contro, il Cremlino sostiene che la polizia abbia "eliminato" un militante, dopo che questi aveva a sua volta assassinato due civili.

    L'agenzia Associated Press, che cita funzionari dell'amministrazione cecena, parla inoltre di 12 morti tra russi e guerriglieri durante gli scontri esplosi nel fine settimana in varie località della provincia; le forze di sicurezza avrebbero arrestato almeno 190 civili in diversi rastrellamenti, con l'accusa di associazione alle milizie separatiste.

    Anche nei giorni precedenti le violenze non hanno conosciuto tregua, ad eccetto della data delle elezioni in cui, secondo numerosi testimoni, "non si è udito un colpo d'arma da fuoco in tutta la Cecenia".

    Prima e dopo il 5 ottobre, però, il sangue ha continuato a scorrere, coinvolgendo (sia pure in misura minore) anche le repubbliche confinanti, in particolare l'Inguscezia ed il Daghestan.
    Fonti russe e cecene parlano di 31 morti tra i federali, 9 tra la guerriglia e 3 tra i civili
    ; fra questi ultimi figurano il governatore del distretto di Shali, un ex funzionario del Ministero della Stampa locale, recentemente silurato dai sostenitori di Kadyrov, ed un capo del Consigio degli Anziani di Itum-Kale.

    Prevedibile vittoria di Kadyrov


    Nonostante le minacce dei ribelli riguardo ad una nuova offensiva, le votazioni si sono svolte senza incidenti; anche durante la precedente installazione dei seggi, gli episodi di violenza diretti contro le strutture elettorali sono stati piuttosto limitati, se si eccettuano i lanci di razzi e le deposizione di mine avvenuti a Serzhen-Yurt ed a Grozny, in cui fortunatamente nessuno è rimasto ferito.

    L'ex Primo Ministro Akhmad Kadyrov, ampiamente sostenuto dal Cremlino, [ha conseguito una vittoria schiacciante sugli altri candidati: Khusein Biybulatov, Abdula Bugayev, Shamil Burayev, Ovukhat Khanchukayev, Nikolai Paizulayev e Kudis Saduyev.
    Fonti ufficiali parlano di un'affluenza alle urne dell'83,46%, da cui una percentuale di voti pari all'81,1% a favore di Kadyrov
    .

    Purtroppo, come è avvenuto col referendum costituzionale del 24 marzo scorso, anche queste elezioni hanno avuto il carattere di una farsa: numerose agenzie non governative accusano infatti Mosca di avere completamente pilotato le votazioni a suo favore durante la campagna elettorale, per mantenere un saldo controllo sulla Cecenia. Tale periodo ha infatti registrato un tasso elevatissimo di scorrettezze, violenze, minacce e persino omicidi ai danni degli altri candidati o dei loro sostenitori, alcuni dei quali hanno deciso di abbandonare la corsa alla presidenza.

    "Le città erano letteralmente tappezzate di manifesti inneggianti a Kadyrov: non c'era spazio per gli altri candidati, in pratica non conoscevamo neppure i loro nomi", testimoniano alcuni civili.

    Una volta che politici abbastanza noti tra la popolazione (quali ad esempio Malik Saidullayev) avevano scelto di non presentarsi, gli altri aspiranti rimasti in corsa erano praticamente sconosciuti, ed indicati da molti come "fantocci al soldo di Kadyrov".

    Data anche la completa assenza di osservatori internazionali (rifiutatisi di monitorare le operazioni, viste le premesse molto poco incoraggianti), sarebbero stati effettuati parecchi brogli ad opera delle commissioni locali: ad esempio, emergono denunce di "numerose schede" consegnate ad un solo elettore, "aggiunta di nomi e generalità di votanti inventati" ed altri episodi simili.

    Programma post-elettorale


    Dopo oltre nove anni di conflitto quasi consecutivo la Cecenia è ormai un enorme cumulo di macerie, per giunta lontanissimo dalla pace; in un discorso successivo alla sua vittoria, Kadyrov ha affermato di "volere impegnarsi a fondo per la rinascita sociale e politica della regione"; a tale proposito anche il presidente russo Vladimir Putin ha auspicato un "lavoro congiunto tra l'amministrazione federale e quella cecena".

    Previsti, inoltre, un "miglioramento dell'economia, basato soprattutto sulle risorse locali", e successive elezioni parlamentari, da attuarsi "in misura imprescindibile".

    Dal punto di vista del conflitto, il neopresidente promette di "spazzare via i ribelli" e di ripristinare la legalità nelle montagne meridionali, controllate (oltre che dalla guerriglia) dai numerosissimi clan locali, spesso in rivalità tra loro.
    "La situazione è in nostro pugno: i miliziani verranno sbaragliati entro due o tre settimane, al massimo un mese".

    Kadyrov sostiene inoltre che non verranno indetti negoziati con il presidente indipendentista Aslan Maskhadov (leader "politico" dei separatisti).
    Si preannuncia anche una maggiore permanenza delle truppe russe nella provincia, "che avranno il compito di supportare la polizia filogovernativa locale".

    Chi è Akhmad Kadyrov?


    Akhmad Kadyrov è nato nel 1954 in Kazakhistan, e di qui si è trasferito in Cecenia assumendo il ruolo di rettore dell'Istituto Islamico di Grozny; ha combattuto contro l'esercito russo nella prima guerra del 1994-1996, in seguito alla quale prese le distanze dalle tendenze integraliste di Maskhadov e del "Signore della guerra" Shamil Basayev.

    Allo scoppio del secondo conflitto, nel settembre del 1999, prende posizioni vicine al Cremlino, fino alla sua nomina come Primo Ministro nel giugno del 2001.




    Nonostante le sue frequenti condanne contro le azioni dei ribelli, anche Kadyrov non ha esitato ad impiegare largamente la violenza per difendere i propri interessi, come dimostra quanto avvenuto durante le ultime manovre elettorali.

    Quest'ultimo anno ha poi visto l'intensificarsi delle attività della "polizia privata" di Kadyrov (al cui comando vi è un suo figlio), che conta tra le sue fila più di 10.000 locali; tali squadre, accusate di violazioni ed atrocità paragonabili a quelle compiute da federali e guerriglieri, starebbero letteralmente "terrorizzando la popolazione".

    Un recente dossier pubblicato dall'Institute for War and Peace Reporting (a quanto pare fedele alla realtà dei fatti) sostiene che queste milizie abbiano effettuato requisizioni massive, rapine ed estorsioni ai danni di svariate attività economiche e sociali cecene, allo scopo di "raccolgiere fondi" per l'elezione di Kadyrov, già molti mesi prima della campagna elettorale.
    "E nel distretto di Vedeno, tre uomini che si erano rifiutati di pagare sono stati assassinati da uomini mascherati".


    Un quadro, insomma, ben poco rassicurante sull'uomo e, più in generale, sulla classe politica che teoricamente dovrebbe normalizzare la Cecenia.
    La popolazione civile, profondamente sfiduciata e spesso in preda alla disperazione, è in questo modo stretta tra un potere oppressivo, incompetente e violento, e tra una guerriglia con legami sempre più stretti con l'integralismo religioso, facente spesso ricorso al terrorismo.

    Reazioni dei ribelli e degli USA


    I ribelli fedeli ad Aslan Maskhadov hanno lanciato duri attacchi contro le ultime elezioni, definite uno "show" in cui "non vi è stata alcuna partecipazione da parte dei civili", e dove "migliaia di elementi del governo e dell'esercito degli occupanti russi hanno avuto il ruolo preponderante".

    "La nazione cecena ha rifiutato di prendere parte a questa farsa, in dissenso con le minacce e le violenze provenienti dai servizi speciali russi e le bande criminali di Kadyrov [...] il popolo ceceno ha respinto le mani del genocidio russo ed ha dimostrato che la Cecenia non può essere soggiogata".

    Sul fronte estero, mentre alcune Nazioni sperano che l'elezione di Kadyrov si possa tradurre in una pace, altri Stati ed agenzie umanitarie si dicono invece scettici su questa campagna.

    Il Dipartimento di Stato americano, con un messaggio per alcuni versi inaspettato, ha definito le votazioni come "un'occasione persa per l'instaurazione di un clima democratico [...] le elezioni non hanno rispettato gli standard internazionali di libertà e trasparenza, e siamo molto rattristati per questo [...] non esiste una soluzione militare per il conflitto in Cecenia".

    Nulla di fatto, invece, nei recenti colloqui tra il Segretario di Stato USA Colin Powell ed il Ministro degli Esteri russo Igor Ivanov, in cui si è discusso esclusivamente della situazione in Iraq ed in Medio Oriente, apparentemente senza accenni sulla guerra nel Caucaso.

    D.Bertulu

  9. #69
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    NELLA CITTÀ DEI FANTASMI


    La storia e la vita quotidiana di un’anziana coppia di ceceni tra le rovine di Grozny. Il tentativo di tornare alla normalità cercando libri tra le macerie


    16 gennaio 2004 – Il vecchio dottor Sultan Magomadov ha 74 anni, gli occhi azzurri come il cielo e i capelli bianchi come la neve. Il suo passatempo preferito è andare in giro per Grozny a cercare libri tra le macerie delle case distrutte dalle bombe. Con le sue dita sottili, questo medico settantaquattrenne rovista tra calcinacci, tubature contorte e suppellettili di ogni genere facendo attenzione a non sporcare la sua camicia appena stirata e a non incappare nelle mine antiuomo che infestano la città. Se gli va bene dissotterrerà un vecchio libro di medicina, o una raccolta di novelle di Tolstoj. Nuovi pezzi per la sua libreria di casa. Per colpa della guerra, Sultan ha perso quasi tutto quello che possedeva e ora sta ricostruendo la sua vita, iniziando dalla propria libreria.



    Mescolate alla terra di Grozny ci sono le ceneri e la polvere del suo passato. Camminando per le strade non asfaltate, piene di buche e di sporcizia, Sultan calpesta quelli che erano tappeti e quadri, album di famiglia, bibbie e corani distrutti. Le vie attraversano campi coperti da erbacce e macerie che una volta erano biblioteche, musei, istituti di cultura. Oggi Grozny è una città spettrale, un immenso cumulo di macerie, una distesa di edifici diroccati e scalcinati, ridotti a tetri scheletri di cemento. Nella città non c’è acqua corrente e l’energia elettrica arriva solo in pochi quartieri. Andando in giro non si incontra quasi nessuno. L’unica presenza evidente è quella minacciosa dei soldati russi in mimetica armati fino ai denti. I loro posti di blocco sono ovunque e la gente ne ha paura. Nessuno lo direbbe, ma nei condomini diroccati di Grozny vivono, o meglio, sopravvivono, 200mila persone. Addentrandosi tra le rovine di cemento si scoprono tracce di vita del tutto inaspettate, insediamenti di persone che cercano di ricreare una parvenza di vita normale.


    Sultan e sua moglie Zainap sono tra questi. Da fuori il loro palazzo sembra deserto, abbandonato. Ma quattro dei dodici appartamenti di cui è composto sono di nuovo abitati dai vecchi inquilini scappati dopo l’invasione russa del ‘99. Quando, nel marzo 2000, sono tornati a casa da un campo profughi in Inguscezia, i coniugi Magomadov l’hanno trovata in uno stato pietoso. Due stanze erano distrutte da una missile che aveva centrato il loro piano: le hanno murate. Le altre pareti erano un colabrodo a causa dei fori dei proiettili d’artiglieria: le hanno ricoperte con una carta da parati a righe bianche e argento, l’unica che hanno trovato; ma almeno i buchi non si vedono più. I vetri alle finestre erano in frantumi: li hanno rimpiazzati con teli di plastica trasparente. Nella sala da pranzo campeggiano gli unici tre mobili sfuggiti agli sciacalli che imperversano nelle abitazioni abbandonate: un vecchio frigorifero, una sedia a dondolo di vimini e la libreria di legno, piena dei libri di Sultan. La finestra è ornata da una tovaglia usata come tenda e da un piccolo vaso di violette, fuori, sul davanzale. Sultan ha riparato le condutture del gas e dell’elettricità usando pezzi di tubi trovati in giro per la città. Ma l’acqua manca. Zainap, nonostante i suoi 66 anni, due volte al giorno va in un campo dietro casa, che una volta era un giardino e oggi è un fangoso acquitrino. Lì è rimasta intatta una fontanella pubblica. Zainap vi riempie un secchio d’acqua e lo porta su per le quattro rampe di scale che conducono al loro appartamento.


    Sultan è fortunato perché, nonostante la sua età, ha ancora un lavoro: un miraggio per il 70 per cento dei suoi concittadini. Lavora nel reparto di radiologia del Policlinico numero 7, dove funziona l’unica macchina a raggi X della città. Un vecchio pezzo da museo che solo lui sa usare. Nel magazzino dell’ospedale ce n’è una nuova di zecca ancora smontata dentro la cassa d’imballaggio, dono della cooperazione internazionale, che però nessun tecnico straniero ha mai avuto il coraggio di venire a montare. A fare le lastre da Sultan vengono soprattutto bambini feriti dall’esplosione delle mine (circa mille solo a Grozny nel 2003), da proiettili vaganti (le sparatorie per strada sono all’ordine del giorno) o da schegge di esplosivi (quotidiani anche gli attentati dinamitardi dei ribelli separatisti contro le pattuglie militari russe), o ancora quelli che si sono rotti un braccio o una gamba cadendo mentre giocano nei palazzi diroccati, luogo prediletto per i giochi di strada dei bambini di Grozny.
    Sultan e Zainap si sono conosciuti in Kazakistan, dove i loro genitori, assieme ad altri 600mila ceceni erano stati deportati nel 1937 da Stalin. Anzi, 400mila, perché 200mila morirono durante il viaggio, mentre erano stipati nei carri bestiame. Dopo essersi laureati, in medicina lui e in odontoiatria lei, e soprattutto dopo la morte di Stalin, alla fine degli anni Cinquanta sono tornati a Grozny, al tempo la più grande, moderna e cosmopolita città del Caucaso settentrionale. Sultan se la ricordava a mala pena: aveva solo sette anni quando l’aveva lasciata. Per Zainap era la prima volta: nel ’37 lei non era ancora nata. Dopo essersi sposati, lui ha trovato lavoro all’ospedale, lei in una clinica dentistica. Hanno avuto dei figli e vissuto una vita felice. Fino a quando, dopo il crollo dell’Urss e la proclamazione dell’indipendenza cecena, la città si è trasformata in un covo di malavita, crocevia di traffici illeciti di ogni genere. Poi, nel 1994, arrivò la guerra. Il 26 dicembre del 1994 l’aviazione russa iniziò a bombardare la città. Sultan e Zainap si rifugiarono con i figli nei sotterranei di un vicino palazzo assieme ad altre tredici persone. Vi rimasero fino all’ultimo dell’anno, primo giorno in cui non si sentivano più i boati delle bombe. Usciti trovarono la città distrutta, avvolta dal fumo nero e acre degli incendi, presidiata dai carri armati e dai militari russi. La loro casa era stata colpita da una bomba, ma era ancora abitabile.


    Venti mesi dopo, nell’estate del ’96, la guerra finì, ma la pace durò poco. Nel settembre del 1999 l’esercito russo occupò di nuovo Grozny, questa volta con uno scopo ben preciso: raderla al suolo, isolato per isolato, al fine di fare terra bruciata per i guerriglieri indipendentisti che si nascondevano nella città. E così è stato. Sultan e Zainap questa volta sono stati costretti a scappare. Si sono rifugiati in Inguscezia, dove hanno vissuto nelle tende di un campo profughi fino al marzo dell’anno dopo, quando hanno deciso di fare ritorno nella loro città. L’hanno trovata ridotta a un cumulo di macerie. L’ospedale di Sultan era danneggiato, ma per fortuna ancora aperto, cosicché lui ha subito ripreso a lavorare, anche se con una paga miserrima. La clinica odontoiatrica di Zainap, invece, era distrutta. Lei, assieme ai suoi colleghi e gli abitanti del quartiere, l’hanno ricostruita mattone per mattone e l’hanno riaperta. Ora lei guadagna ancor meno del marito, dato che per scelta non fanno pagare le cure prestate ai profughi rimpatriati, vale a dire la quasi totalità della clientela.


    Sultan ha iniziato a raccogliere libri, perché secondo lui “la cultura è la miglior cura, forse l’unica, per le sofferenze della Cecenia. Il mio Paese – dice Sultan – non è stato distrutto dalle armi, ma dall’ignoranza. Anche gli dèi – Sultan cita il poeta tedesco Friedrich Shiller – sono disarmati contro la stupidità

    Enrico Piovesana

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    UN ALTRO MESE DI SANGUE: QUASI 70 MORTI


    E' di undici morti il bilancio degli scontri esplosi solo ieri in diverse località della Cecenia; secondo fonti del governo filorusso di Grozny, sette soldati di Mosca sarebbero stati uccisi negli attacchi dei guerriglieri, mentre un poliziotto locale e tre ribelli avrebbero perso la vita in altri due distinti combattimenti nella capitale.

    Questa giornata di guerra è l'ennesima trascorsa dall'inizio dell'anno nella regione: finora infatti, sempre a detta dell'amministrazione locale, vi sarebbero state altre "49 vittime tra l'esercito russo, e 6 tra le milizie indipendentiste".

    La mattina del 12 gennaio, inoltre, diversi razzi sono stati esplosi contro il complesso degli edifici governativi di Grozny (più volte teatro di sanguinosi attacchi negli ultimi mesi), ferendo in modo serio due funzionari del Ministero delle Situazioni di Emergenza.

    Violenze e arresti tra i civili


    Poco si sa, ancora una volta, sulla sorte dei civili ceceni; agenzie indipendenti parlano di un contadino ucciso da una mina antiuomo nelle montagne meridionali, e del ritrovamento di due cadaveri nei pressi della capitale.

    Probabilmente, però, il numero delle vittime potrebbe essere ancora maggiore, in quanto si sono registrate incursioni quasi quotidiane delle forze speciali russe in numerosi villaggi, oltre che nei maggiori centri urbani della provincia; a seguito di questi raid decine di persone, soprattutto giovani, sarebbero scomparse senza lasciare traccia.

    "Stanno sterminando la gioventù cecena", avevano gridato diversi mesi fa alcuni operatori umanitari locali, che avevano accusato le truppe federali di assassinare una media di 80 civili al mese, per lo più di età inferiore a 30 anni.

    Questi raid (le famigerate "zachistkas" ) comportano spessissimo violazioni dei più elementari diritti umani e si risolvono in omicidi, pestaggi, torture ed arresti indiscriminati, compiuti anche con larga insufficienza di prove.

    Una non trascurabile percentuale di atrocità sulla popolazione pesa anche sui ribelli, come dimostra ad esempio la recente escalation di attacchi terroristici (probabilmente organizzati dalle frange più integraliste dei ribelli), che solo nel 2003 ha causato più di 300 morti nella Russia meridionale (Cecenia esclusa).

    Estremamente frequenti sono gli omicidi e gli agguati ai danni dei "traditori nazionali", vale a dire funzionari e collaboratori dell'amministrazione filorussa, come è accaduto lo scorso giovedì nel villaggio di Alleroy, dove il sindaco locale è stato ferito da presunti guerriglieri, secondo l'agenzia russa RIA Novisti.

    Il ruolo dei paramilitari di Kadyrov


    Se le truppe russe e gli indipendentisti offrono un pessimo esempio di rispetto dei diritti umani, non si può certamente dire altrettanto delle "milizie personali" (OMON) del presidente ceceno Akhmad Kadyrov.

    Tali gruppi paramilitari, composti da circa 4.000 locali, sono diretti da uno dei figli di Kadyrov, Ramzan, e farebbero parte di una strategia intrapresa dal Cremlino al fine di instaurare una "cecenizzazione" del conflitto, e favorire in tal modo il disimpegno delle truppe russe.

    Una tattica che, secondo Nick Paton Walsh, del quotidiano inglese Guardian, sta in realtà conducendo ad una ulteriore guerra civile, in cui "si prefigura uno scenario di famiglie e singoli abitanti dei villaggi opposti l'uno con l'altro".

    Pare infatti che la conduzione delle "zachistkas" stia lentamente passando di mano dalle truppe russe a queste milizie, come fra l'altro testimonia un'intervista effettuata da Walsh ad un guardiano di una installazione petrolifera, arrestato qualche settimana fa dalla polizia governativa con l'accusa di appartenere alla guerriglia.

    "Sono stato selvaggiamente picchiato da Razman Kadyrov in persona: (lui ed i suoi uomini) mi hanno colpito più volte sulla testa e mi hanno rotto il naso"; stessa sorte per altri tre prigionieri, il cui destino non è noto.

    "Si tratta di un errore- replicano le autorità – in tutta la Cecenia ci sono molti individui che somigliano fisicamente a Razman".

    "In seguito, mi hanno detto che mi avrebbero rilasciato solo dopo la consegna, da parte della mia famiglia, di tre fucili Kalashnikov come riscatto". Così è stato, ma "prima della liberazione ho subito violenze terribili in due diversi centri di detenzione: in particolare, sei uomini mi hanno colpito la schiena per 10-15 minuti con i calci dei loro mitra [...] una volta tornato a casa, i medici mi hanno detto che ho riportato gravi danni ai reni".

    Una situazione che, a quanto pare, è stata vissuta da centinaia di altre persone in numerose "prigioni-lager" di cui è disseminata la Cecenia; Walsh cita come esempio la scuola di Hosi-Yurt, dove "circolano voci secondo cui alcuni uomini sono stati colpiti con delle barre di metallo per 40 giorni".

    ”Giallo”su Maskhadov e Gelayev


    Intorno ai primi di gennaio, il presidente indipendentista ceceno Aslan Maskhadov sarebbe rimasto lievemente ferito in uno scontro con truppe speciali russe presso il villaggio di Shuani, nella regione meridionale di Nozhay-Yurt, dove sarebbe rifugiato.

    A diffondere la notizia, su cui non vi sono state conferme russe o indipendenti, sono state due agenzie della guerriglia (Kavkazcenter e Chechenpress), peraltro non nuove a "falsi" sfruttati a fine di propaganda.

    Secondo i ribelli, il campo sarebbe stato attaccato da un gruppo di "100 commandos russi e 50 traditori nazionali [...] dopo un'ora e mezza di intensi combattimenti, 30 nemici e 2 membri delle Forze Armate Cecene sono stati uccisi [...] Maskhadov è stato leggermente ferito, ed ha ucciso personalmente cinque soldati".

    Negli stessi giorni, fonti russe avevano riportato la morte di due militari federali ed il ferimento di altri otto, ma non è stato possibile verificare se si sia trattato dello stesso episodio.

    Altrettanto oscura è la sorte di uno dei principali "signori della guerra" ceceni, Ruslan Gelayev, che il Cremlino aveva dato per morto nell'incursione ribelle dello scorso dicembre nel Daghestan, "in seguito ad una valanga scatenata da un bombardamento aereo".


    Ruslan Gelayev (Foto: Kavkazcenter)


    Dopo iniziali conferme e smentite da parte dei russi e dei guerriglieri, il Ministero degli Interni ha precisato che Gelayev è stato "gravemente ferito", e che le operazioni alla ricerca dei corpi di altri ribelli uccisi nei raid stanno proseguendo.

    D.Bertulu

 

 
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