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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #111
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    UPDF ALLA RISCOSSA: UCCISI ALMENO 50 OLUM





    22 marzo 2004

    L'esercito ugandese alla riscossa. Il maggiore Shaban Bantariza, portavoce dell'esercito, riferisce all'Associated Press di uno scontro con gli Olum del LRA (Lord Resistance Army), avvenuto all'estremo nord dell'Uganda, ai confine con il Sudan, nel quale i militari di Kampala avrebbero ucciso almeno 50 ribelli.

    I ribelli del LRA, formazione che da quasi 18 anni lotta nel nord dell'Uganda contro il governo di Kampala, hanno le loro basi nel sud del Sudan da dove partono per le loro scorrerie; ma questa volta hanno trovato ad attenderli al confine gli uomini dell'UPDF (Uganda People's Defence Forces) pesantemente armati. Negli scontri sono stati impiegati anche gli elicotteri da guerra.

    "Abbiamo contato almeno 52 corpi" - riferisce il maggiore Bantariza - "Li abbiamo uccisi in due scontri svoltisi nello stesso momento, al crepuscolo. Non abbiamo avuto perdite".

    L'esercito ugandese è in cerca di vittorie che ne possano riscattare l'immagine offuscata dalle accuse riguardanti la pessima condotta; i militari sono accusati di inefficenza nel combattere contro la guerriglia, ma anche di corruzione, violenze e razzie, approfittando della confusa ed instabile situazione che regna nei distretti settentrionali.

    Un soldato dell'UPDF in pattuglia in un villaggio nelk distretto di Lira, nell'Uganda del nord (Foto AFP/Peter Busomoke)

    Il mese scorso gli Olum ("erba" in dialetto Acholi, così sono chiamati gli uomini del LRA dagli abitanti dei distretti del nord) avevano compiuto uno spaventoso massacro nel campo profughi di Barlonyo, uccidendo più di 300 persone nonostante la presenza dell'esercito che avrebbe dovuto proteggere i rifugiati, tanto che lo stesso presidente ugandese Museveni, accusato a sua volta di inettitudine e scarsa volontà politica, era stato costretto ad unire la sua voce al coro indignato di accuse ed a sostituire i vertici militari della regione.

    Il LRA viene di solito descritto come un'armata Brancaleone composta in buona parte di bambini soldato mandati allo sbaraglio, fanaticamente devoti al fondatore Joseph Kony, che le cronache descrivono come folle profeta che vorrebbe instaurare in Uganda un regime basato sulla stretta osservanza dei 10 biblici comandamenti. Ma evidentemente tanto male in arnese non è se dal 1986 riesce a tenere in scacco l'esercito ugandese in una regione, l'Acholi, grande una volta e mezza il nord-Italia. Inoltre deve godere, o aver goduto, di finanziamenti ed appoggi all'estero e, quantomeno, di connivenze in Uganda.

    L'Uganda ha accusato per anni il Sudan di aver protetto e foraggiato il LRA, accuse ricambiate dal governo di Karthoum per quanto riguarda i ribelli dello SPLA (Sudan People Liberation Army), che hanno lottato per 20 anni in Sudan per l'indipendenza delle regioni del sud del paese: il governo ugandese avrebbe finanziato questo gruppo ribelle in funzione anti-sudanese in una sorta di guerra per procura.

    La distensione dei rapporti tra è iniziata nel 2002 quando Karthoum ha dichiarato di aver smesso di finanziare il LRA. Una successiva serie di accordi avevano portato all'operazione "Iron Fist", una campagna di azioni per colpire il LRA direttamente nelle proprie basi nel Sudan meridionale, ma i risultati non erano stati affatto brillanti.

    Attualmente Governo sudanese e SPLA stanno conducendo una serie di trattative di pace. L'iniziativa è salutata con favore anche per l'influenza positiva che potrebbe avere nella lotta contro gli Olum; a questo proposito lo SPLA ha dichiarato di aver sostenuto dei combattimenti contro il LRA il mese scorso, accusato di commettere scorrerie ed atrocità anche nel sud del Sudan. A questo punto gli Olum sembrerebbero stretti tra incudine e martello.

    Nel conflitto in Acholi in questi 18 anni sono morte 200.000 persone, più di un milione sono state costrette a sfollare dai propri villaggi e più di 20.000 minori sono stati rapiti per farne soldati o schiavi sessuali, facendo guadagnare all'Uganda il triste primato di paese con il maggior numero di bambini soldato nel mondo.

    E' una tragedia con un risvolto grottesco: il sud del Paese è meta turistica rinomata e frequentata per i suoi parchi naturali ed i suoi lussuosi resort, mentre il nord si consuma lentamente nello stillicidio di una guerra che sembra interminabile.

    Fulvio Poglio

  2. #112
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    HRW DENUNCIA: TORTURE DI STATO IN UGANDA


    29 marzo 2004


    Tempi duri per il presidente ugandese Yoweri Museveni: ltre a dover subire le critiche per gli scarsi risultati ottenuti nella guerra contro i ribelli del LRA (Lord's Redemption Army), Museveni si vede ora accusato di aver deviato i servizi di sicurezza per perseguitare i propri oppositori politici.

    A denunciare il fatto è Human Rights Watch che in un rapporto uscito oggi rende pubblici gli abusi delle forze di polizia che, dietro la copertura di operazioni anti-terrorismo, arrestano e detengono illegalmente centinaia di oppositori politici torturandoli.

    Secondo HRW questo sistema di torture di stato farebbe perno sulle "safe houses", edifici isolati creati nel 2001 per detenere e interrogare i ribelli di Joseph Kony ma presto diventati delle specie di case degli orrori, in cui la tortura verrebbe praticata sistematicamente.

    Tra le vessazioni che gli arrestati subirebbero vi sono la mutilazione dei genitali, la perforazione di seni e unghie con aghi ipodermici, pestaggi con bastoni uncinati, gabbie piene di serpenti velenosi usate per terrorizzare gli interrogati. Tra le vittime di questo sistema vi sarebbe anche una manager di Kezza Besigye, il candidato presidenziale alle elezioni del 2001 sconfitto dal presidente Museveni.

    HRW imputa questi gravi abusi delle forze di sicurezza al clima di tensione e sospetto che le autorità ugandesi hanno creato in questi ultimi anni, e che farebbe vedere qualsiasi contestatore del presidente come un possibile collaborazionista dei ribelli. Il governo ugandese ha liquidato le accuse come "spazzatura dovuta a una fervida immaginazione".

    Le ferite di Barlonyo


    E' passato più di un mese dal massacro di Barlonyo, dove il 19 febbraio scorso un gruppo di armati del LRA assalì il locale campo profughi provocando la morte di 257 persone. Lo scorso weekend il presidente Museveni ha partecipato ad una solenne funzione funebre presso la fossa comune che ospita i resti di 121 vittime.

    Il presidente ha nuovamente promesso che i ribelli verranno stroncati in breve tempo, sciorinando poi la solita serie di numeri che testimonierebbero dei successi ottenuti recentemente dalle UPDF (le forze armate ugandese). La scorsa settimana sarebbero stati uccisi 92 ribelli in soli tre giorni, tra cui alcuni uomini che hanno partecipato ad un attacco contro un campo profughi a Lira lo scorso venerdì.

    Come ulteriore segno di buona volontà il governo ugandese ha deciso di sospendere i comandanti dell'esercito le cui forze si sono fatte sorprendere negli ultimi giorni dagli attacchi dei ribelli. Parole e numeri che non convincono più la popolazione locale, stanca di false promesse e della propaganda governativa.

    Il LRA torna in Uganda


    Ieri un'imboscata dei ribelli nei pressi di Okol, a una trentina di km dalla città di Kitgum, avrebbe provocato la morte di due persone. Lo riferiscono fonti della MISNA, che agguingono come l'attacco abbia causato il ferimento di altre sei persone.

    Sembra intanto che buona parte degli effettivi del LRA abbiano fatto ritorno in Uganda in séguito al dispiegamento di un nutrito contingente delle UPDF nel Sudan meridionale.

    Uganda e Sudan hanno firmato un accordo lo scorso anno, più volte rinnovato, in cui all'esercito ugandese viene dato il permesso di sconfinare nel territorio sudanese per dare la caccia ai ribelli. Il dispiegamento di forze nel Sudan meridionale potrebbe preludere ad un'offensiva delle UPDF, che in questo modo sperano di riuscire a chiudere i ribelli in una morsa.

    Matteo Fagotto

  3. #113
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    BAMBINI ALLA GUERRA


    08 aprile 2004


    Ci sono paesi in cui i bambini vanno a scuola, mangiano torte, guardano i cartoni alla TV e giocano con i soldatini. E ci sono paesi in cui i bambini fanno i soldatini. E come tali muoiono davvero.

    È il caso dell’Uganda, dove, secondo quanto riferisce la BBC, l’esercito ugandese (UPDF – Uganda People Defence Force) ha riportato in questi giorni una schiacciante vittoria contro i ribelli dell’LRA (Armata di resistenza del signore) guidati da Vincent Otti, braccio destro del leader Joseph Kony e numero due del gruppo.

    Secondo fonti ufficiali dell’esercito, Otti è stato ferito e costretto a ripiegare dalle forze ugandesi ancora impegnate nell’offensiva. Sul campo sono rimasti 55 miliziani.

    Miliziani. Un termine che evoca l’immagine di guerriglieri addestrati, crudeli, sanguinari, armati di tutto punto e pronti a tutto.

    E se poi si tratta di miliziani al servizio di Joseph Kony, il santone guerriero che comanda l’LRA e - a suo dire - lotta dal 1986 per instaurare un governo fondato sull’interpretazione letterale dei dieci comandamenti, i miliziani, se è possibile, li si immagina ancora più cattivi.

    Ma i ribelli morti che si è trovato davanti Callum Macrae, reporter BBC giunto sul luogo degli scontri, non avevano nulla a che fare con questo genere di terrorista. Erano bambini.

    Il più piccolo aveva forse quattro anni e giaceva riverso fra dozzine di corpi. Accanto a lui, secondo la testimonianza di Macrae, una bambina di dieci anni nuda fino alla cintura.

    Contro un albero giaceva un altro gruppo di corpi: qualche bambino, due donne, un adolescente di forse quattordici anni. Una delle due donne era appoggiata contro l’albero, come per cercare protezione, con il capo chino. Vista così poteva sembrare ancora viva. Ma bastava girare intorno all’albero per accorgersi che un missile sparato da un elicottero ugandese le aveva distrutto due terzi della testa.

    Accanto a lei un’altra donna morta, una delle mogli di Otti, secondo quanto riferisce Macraem.

    Tra tutti quei corpi era sdraiato un ragazzo di circa 14 anni, semicosciente ed in gravi condizioni, ma ancora vivo. “Torneremo a prenderlo” hanno detto i soldati. Pochi minuti dopo è morto.

    Secondo le stime effettuate da MSF, il 7% circa dei decessi di bambini di meno di cinque anni è direttamente imputabile alla violenza. Una percentuale che sale al 76% per le persone al di sopra dei cinque anni.

    Ma in Uganda i bambini non soffrono solo quando sono rapiti dai soldati, costretti a diventare a loro volta guerrieri, schiavi o donne di guerrieri.

    I bambini, in Uganda, non sanno neppure dove passare la notte. Sempre secondo quanto riporta MSF, ogni sera arrivano a Gulu decine di migliaia di bambini che, alla ricerca di un luogo sicuro dove passare la notte, percorrono chilometri e chilometri a piedi. Per ripartire il giorno dopo.

    Se fossero nati in Europa dormirebbero al caldo, mangerebbero torte, guarderebbero i cartoni animati e giocherebbero coi soldatini senza averne mai visto uno vero.

    A costo di essere banali, qualche riflessione dobbiamo pur farla.

    Benedetta Cocchini

  4. #114
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    IL VERBO DEL SIGNORE


    16 aprile 2004


    Finalmente. Dopo 18 anni di ribellione armata il leader dei ribelli ugandesi Joseph Kony ha deciso di concedere un'intervista e di rendere così pubbliche le sue idee sulla guerra che insanguina l'Uganda, sul presidente Museveni e sulle prospettive future per il suo gruppo ribelle, il LRA (Lord's Resistance Army).

    L'intervista è apparsa su The Referendum, un settimanale stampato in Kenya da fuoriusciti del Sudan meridionale. Sembra che Kony abbia accettato di parlare davanti ai taccuini del giornale perché ad intervistarlo sarebbe stato un suo ex-commilitone uscito dai ranghi del LRA. A patto che l'intevistatore lo chiamasse "Signore, non comandante: tutti i liberatori illuminati dallo spirito divino sono Signori."

    Sfortunatamente, ampi stralci dell'intervista offrono poche speranze per le prospettive di pace nella regione: Kony parla del presidente Museveni come di un "assassino, che ha provato in tutti i modi ad uccidermi. Per questo ho dato istruzioni ai miei uomini di ammazzarlo."

    Kony non si fida neanche di comunicare con Museveni via telefono, per paura di essere rintracciato (al momento dell'intervista, il 6 marzo scorso, Kony si sarebbe trovato nella città di Juba, nel Sudan meridionale): "Non ho bisogno di telefoni per parlare con il presidente ugandese, comunicherò con lui attraverso lo Spirito Santo."

    E per quanto riguarda i massacri di civili nei distretti settentrionali? "Sono stati compiuti tutti dai soldati delle UPDF (le Forze Armate ugandesi). Noi lottiamo per la libertà delle popolazioni Acholi del nord". Peccato che gli Acholi siano tra le prime vittime dei periodici massacri compiuti dai miliziani del LRA.

    "La liberazione della popolazione Acholi mi è stata ordinata dallo Spirito Santo" - prosegue Kony - "Dopo l'apparizione dello Spirito, ho pregato in raccoglimento per 60 giorni e 60 notti perché Dio mi desse la forza per liberare la gente dell'Uganda dal peccato e dalla corruzione."

    Le prospettive future


    Se le dichiarazioni di Kony non hanno concesso molto alle speranze di pace, se non altro hanno permesso di fare un po' di luce su alcuni punti oscuri della guerra ugandese, in particolare sul sostegno dato dal Sudan al LRA, più volte denunciato dal governo di Kampala.

    Kony ha infatti dichiarato al giornale di aver dovuto superare le pressioni delle autorità di Khartoum per poter concedere l'intervista, visto che le autorità sudanesi non vedono di buon occhio le apparizioni pubbliche di Kony. Oltre a ciò, il leader ribelle ha ammesso di aver visitato un club di ufficiali dell'esercito a Khartoum nel 2002, cosa che proverebbe i contatti tra il LRA e le Forze Armate sudanesi.

    Consapevole della difficile situazione in cui versa il proprio gruppo, attaccato ora nelle sue roccaforti anche dai ribelli sudanesi del SPLA (Sudan People's Liberation Army), Kony ha comunque dichiarato che proseguirà la lotta armata, se necessario spostandosi in Etiopia, da dove avrebbe ricevuto offerte di ospitalità da persone al momento sconosciute.

    No comment invece sul possibile sostegno dato ai ribelli dall'Egitto, nel più vasto disegno di controllo del Nilo, le cui acque sono contese appunto tra Uganda, Sudan ed Egitto. La domanda sembra aver infastidito molto Kony, che l'avrebbe usata come pretesto per interrompere prematuramente l'intervista.

    Le offerte di Museveni


    Nonostante le accuse e l'affossamento delle prospettive di pace fatto da Kony, il presidente Yoweri Museveni ha fatto ieri un altro tentativo per portare i ribelli al tavolo delle trattative: in una lettera aperta al quotidiano The Monitor Museveni ha lasciato uno spiraglio aperto alla pace, offrendo di organizzare alcuni campi di raccolta per i ribelli presso il confine con il Sudan, controllati da "personale neutrale", prima di cominciare delle vere e proprie trattative di pace.

    Ma oltre alla carota, Museveni ha usato anche il bastone: "Se la mia offerta venisse rifiutata, le operazioni militari nel nord continueranno giorno e notte, finché anche l'ultimo dei ribelli non verrà spazzato via."

    Intanto, stando al giornale filo-governativo New Vision, il governo ugandese avrebbe preparato un decreto che annullerebbe l'amnistia concessa a Joseph Kony in caso di resa: il nuovo decreto infatti permetterebbe l'amnistia per i ribelli costretti a combattere nelle file del LRA (come i bambini-soldato), ma non si applicherebbe ai leader di gruppi armati e di organizzazioni terroristiche, oltre che ai loro finanziatori.

    Matteo Fagotto

  5. #115
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    PERSEGUITATI



    ganda, un dossier di Human Rights Watch denuncia i soprusi contro i dissidenti politici. Il primo a essere accusato è il governo di Kampala, assieme a bande di paramilitari e agenti dei servizi segreti che da anni soffocano nel sangue l’opposizione.


    “[B]L’8 gennaio 2003, intorno alle 3 di notte, un gruppo di trenta uomini armati hanno fatto irruzione in casa di Dan Mugara. Nessuno di loro aveva un mandato di perquisizione. Mugara è stato arrestato, imbavagliato, ammanettato e gettato sul sedile posteriore di una macchina, dove due uomini si sono seduti su di lui finchè non è svenuto. Mugara ha ripreso conoscenza nella stanza di un ospedale, da dove sarebbe stato trasferito in un luogo a lui sconosciuto. E’ stato lì che lo hanno interrogato su una sua vecchia conoscenza, il colonnello Mande, con cui Mugara era stato assegnato a una missione diplomatica in Tanzania anni addietro. Dopo l’interrogatorio, gli uomini gli hanno mostrato una cella dentro alla quale strisciavano tre serpenti enormi. Lo hanno minacciato di buttarcelo dentro, se non avesse firmato alcune carte”.

    Durante le elezioni presidenziali del 2001, James, dottorando presso l’Università Makerere di Kampala, era un sostenitore di Kizza Besigye, principale candidato alle presidenziali contro il presidente Yoweri Museveni. Una sera di ottobre, mentre si stava recando a casa, tre uomini in uniforme e quattro in borghese lo hanno fatto salire su un pick-up.
    E’ stato incaprettato e colpito ripetutamente con pezzi di legno zeppi di chiodi. Poi gli hanno gettato del peperoncino negli occhi e minacciato di seppellirlo assieme a tutti gli altri traditori come lui. Oggi, pur essendo giovane, ha difficoltà a muoversi, oltre ad essere affetto da una serie di danni psicologici irreparabili
    ”.

    Il 20 luglio 2002, Patrick Mamenero è stato arrestato e interrogato sui suoi presunti legami di parentela con il Colonnello Mande. Tre giorni dopo è morto in seguito alle ferite riportate al cranio, colpito ripetutamente da un oggetto contundente. I responsabili dell’omicidio si sono assunti la responsabilità della sua morte e hanno risarcito la famiglia di Mamenero con 503 dollari”.


    Arresti sommari, minacce, intimidazioni, torture e violenze contro membri dell’opposizione: un lungo dossier si scaglia in questi giorni contro i palazzi governativi di Kampala e sul sistema giudiziario ugandese. Settantasei pagine, ricche di riferimenti, accuse, rapporti, dichiarazioni e testimonianze, pubblicate dall’organizzazione per i diritti umani Human Rights Warch, denunciano il lato oscuro della Repubblica dell’Uganda, del suo presidente Yoweri Museveni e degli agenti della pubblica sicurezza responsabili di centinaia di sparizioni.

    Il dossier, intitolato State of Pain: Torture in Uganda, comincia con un resoconto delle elezioni del 2001.
    Yoweri Museveni, in carica dal 1986 grazie a un colpo di stato che aveva rovesciato il regime del Generale Tito Okello, si ripresentava alle presidenziali per essere riconfermato alla guida del Paese. In quindici anni era riuscito a far sì che il sistema politico dell’Uganda si basasse su un partito unico, il suo, attraverso una centralizzazione del potere che scalzava qualsiasi altro gruppo.
    Il suo principale oppositore, Kizza Besigye, aveva creato un partito, Reform Agenda, che chiedeva riforme democratiche.
    Subito dopo le elezioni, vinte da Museveni con il 69,3 per cento dei voti, seppure molti osservatori le avessero definite “fasulle”, Besigye è stato arrestato dalle autorità e, nel settembre del 2001, allontanato dal Paese, dove non è più tornato.


    Dopo quell’episodio - rivela il dossier – molti sostenitori di Besigye sono stati perseguitati da diversi organi di sicurezza legati al governo ugandese. Tra questi figurano alcuni soldati dell’Updf (l’esercito regolare ugandese); i membri del famigerato Cmi (Chieftaincy military intelligence), il servizio segreto ugandese; esponenti dell’Iso (Internal Security Organization), un corpo addetto alla sicurezza interna; alcuni componenti della cosiddetta Jatf (Joint anti-terrorist force), un organo misto ideato per stanare cellule terroristiche in Uganda; alcuni militanti del Kap (Kalangala action plan), ente informale creato durante le elezioni del 2001, presieduto dal Maggiore Ronald Kakoza. Sarebbero stati proprio questi ultimi assieme ad altri gruppi paramilitari minori, i responsabili secondo lo Human Rights Watch della maggior parte di crimini ed efferatezze.

    Le pratiche di tortura usate contro gli oppositori sarebbero le più disparate. Da quelle psicologiche, sotto forma di intimidazioni e minacce di morte, a quelle fisiche, che includono un’ampia varietà di metodi.
    Molte persone avrebbero raccontato di essere state rinchiuse per giorni, settimane, addirittura mesi in alcune baracche in lamiera, chiamate in gergo “safe houses” (“case sicure”).
    Lì sarebbero state picchiate a selvaggiamente, incaprettate secondo un metodo chiamato kandoya, e torturate con ogni mezzo possibile.
    Le testimonianze dei sopravvissuti parlano di mutilazioni, amputazioni, stupri e sevizie di ogni tipo
    .

    Li portano nelle safe houses e li trattano come bestie per settimane e in molti casi il governo stesso si assume la paternità delle torture”, conferma da Kampala Andrew Mwenda, direttore di una delle principali radio locali. “Ci sono Paesi africani in cui la libertà di espressione è vietata. Il governo dell’Uganda è invece molto ambiguo. Da una parte colpisce gli oppositori con metodi medievali, dall’altra non vieta di denunciare pubblicamente le sue malefatte. Io stesso sono stato interrogato decine di volte per aver raccontato certi episodi, ma nessuno mi ha mai toccato. Sono un pesce troppo grosso per loro. Ma ci sono centinaia di persone che non hanno voce e anche se gridassero nessuno darebbe loro retta. Sono le persone comuni. Sono loro, le vittime designate di chi è al potere”.

    Nel frattempo, secondo quanto riportano il dossier e diversi attivisti ugandesi per i diritti umani, le strade di Kampala, Entebbe, Gulu e Lira sono percorse da jeep di uomini dal passato violento, disposti a tutto pur di intimidire, frustrare e assoggettare un’opposizione politica sempre meno protetta e tutelata.

    pa.tri

  6. #116
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    PROSEGUE LA CONTA DEI MORTI


    24 aprile 2004


    Non si fermano gli attacchi dei ribelli del LRA (Lord's Resistance Army) contro i civili nel nord dell'Uganda: nell'ultima settimana almeno quindici persone sarebbero state uccise per mano dei ribelli di Joseph Kony in tre separati attacchi. Nel primo, avvenuto la settimana scorsa nei pressi del villaggio di Madidi, cinque donne sarebbero state bastonate a morte dai ribelli mentre erano in cerca di cibo nella foresta. Lo riferiscono fonti della MISNA.

    Il secondo attacco è stato lanciato contro un convoglio scortato dai militari, tra le città di Gulu e Adjumani. I ribelli avrebbero attaccato il convoglio a colpi di granate, [Size04]facendo un morto tra i soldati e nove tra i civili[/Size]. Sempre la scorsa settimana infine l'esercito avrebbe sventato un attacco contro il campo profughi di Pabbo, presso la città di Gulu, che ospita circa 60.000 persone.

    Fonti dell'esercito ugandese hanno riferito che nello sventato attacco avrebbero perso la vita due comandanti del LRA, Charles Abola e Denis Olweny. Il portavoce delle UPDF (le Forze Armate ugandesi) Paddy Ankunda ha attribuito il successo dell'operazione alla migliorata sicurezza nel nord del'Uganda, data dall'arrivo di nuovi contingenti dell'esercito.

    Un ottimismo non condiviso però né dalle autorità locali né dall'arcivescovo di Gulu John Baptist Odama, che alla IRIN ha riferito come la situazione nei distretti settentrionali non sia migliorata affatto.

    La situazione in Sudan


    Si stringe intanto il cerchio intorno a Joseph Kony, il leader dei ribelli ormai attestatosi nel Sudan meridionale. Lo scorso weekend le EDF (Equatoriea Defence Forces), un gruppo armato vicino al governo di Khartoum, ha dichiarato ufficialmente guerra al LRA, alleandosi con i vecchi nemici del SPLA (Sudan People's Liberation Army) che combattono da 20 anni contro il regime sudanese.

    Le EDF avrebbero deciso di abbandonare i vecchi alleati del LRA per gli attacchi contro i civili condotti nelle scorse settimane dai ribelli ugandesi, attacchi miranti soprattutto a rifornirsi di cibo. I rapporti tra i due gruppi si erano già deteriorati da tempo, come conferma una recente intervista rilasciata da Joseph Kony, in cui il leader dei ribelli ugandesi minaccia nuove ritorsioni contro i civili nel caso di attacchi contro i propri uomini.

    Quest'alleanza anti-LRA è stata accompagnata dalla richiesta, fatta alle UPDF, di sostegno militare e finanziario per spazzare via le roccaforti dei ribelli ugandesi in Sudan. Pochi giorni fa è arrivata la risposta dell'esercito ugandese, che al quotidiano New Vision ha dichiarato di non poter offrire sostegno alle EDF perché ciò sarebbe in contrasto con l'accordo firmato tra Uganda e Sudan.

    Il trattato, che permette alle truppe di Kampala di sconfinare in territorio sudanese per dare la caccia ai ribelli, vieta però all'esercito ugandese di dare appoggio al SPLA. Vista la recente allenza tra SPLA e EDF, queste ultime non possono più sperare in un supporto diretto da parte dell'esercito ugandese.

    Non ci sono novità sul piano militare: sembra che i ribelli del LRA si siano spostati nella "Kit II Valley", abbandonando le montagne Imatong, ma al momento non si hanno notizie di scontri nel Sudan meridionale.

    Matteo Fagotto

  7. #117
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    UGANDA: NUOVO MASSACRO DEL LRA


    01 maggio 2004


    I ribelli guidati da Joseph Kony hanno attaccato di nuovo un campo profughi nel distretto di Gulu. Il bilancio, secondo fonti missionarie della Misna, è di 34 persone uccise e 10 bambini scomparsi.

    L’incursione dei miliziani dell’esercito di resistenza del signore (LRA) è avvenuta nel pomeriggio del 29 aprile a Odek, a 50 Km da Gulu, la principale città dell’Uganda del Nord.

    L’esercito governativo preposto alla protezione del campo profughi, che ospita più di 15000 profughi, è stato messo in fuga dai ribelli, che hanno potuto compiere indisturbati L’ennesimo massacro.

    Oggetto dell’attacco è stata nuovamente la popolazione civile. Secondo il lancio della Misna, almeno 10 bambini sono annegati mentre, nella fuga, cercavano di attraversare un fiume in piena.

    Come già avvenuto a febbraio, quando i militanti dell’Lra hanno attaccato il campo profughi di Barlonyo causando 250 morti, l’esercito governativo non è stato in grado di far fronte agli attacchi dei ribelli, che da ormai 18 anni agiscono indisturbati nella parte Nord del Paese.

    G.O.

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    ANCORA SANGUE SUL NORD DELL’UGANDA


    20 maggio 2004


    Nell'ultima settimana una serie di offensive dei ribelli cristiani del LRA (Lord's Resistance Army) e di contrattacchi dell'esercito ugandese hanno lasciato sul campo più di 100 morti Un bilancio impressionante, che ancora una volta fa pagare alla popolazione civile il prezzo più alto per un'assurda guerra entrata ormai nel suo diciottesimo anno.

    I primi attacchi del LRA si sono avuti domenica scorsa nel campo profughi di Pagak, a una ventina di km dalla città di Gulu: qui un gruppo di ribelli sarebbe penetrato nel campo, come al solito trovando una resistenza pressoché nulla delle forze di sicurezza, e avrebbe cominciato a saccheggiare e bruciare le abitazioni (si parla di 500 case distrutte) e a uccidere gli abitanti. I ribelli avrebbero rapito alcune donne coi loro bambini prima di ucciderle a pochi km di distanza dal campo.

    Oltre alle vittime civili, negli scontri ci sarebbero state vittime anche tra le forze ugandesi e tra i ribelli. Il numero totale delle vittime è imprecisato: mentre l'esercito riferisce di 22 morti, personale delle Nazioni Unite e fonti della MISNA parlano di almeno 39 vittime più una decina di feriti. L'attacco di Pagak è uno dei più sanguinosi dall'inizio dell'anno, il secondo dopo il massacro di febbraio al campo di Barlonyo, in cui morirono più di 250 persone.

    Fonti della MISNA riferiscono che all'origine dell'attacco possa esserci la vendetta verso l'ex-comandante ribelle Abola, originario della zona, che nelle scorse settimane si sarebbe arreso assieme ad altri 29 miliziani. Lunedì scorso altri 77 ribelli si sarebbero arresi, tra cui un altro comandante del gruppo ribelle, il maggiore Okot Odyambo.

    Ma le brutte notizie per il LRA non sono finite qui: ieri il portavoce dell'esercito, il maggiore Shaban Bantariza, ha reso noto che 54 ribelli sarebbero stati uccisi da un elicottero militare mentre tentavano si superare il confine con il Sudan. I ribelli, tra cui si trovava anche il comandante Onen Kamdulu caduto nell'attacco, stavano tentando di raggiungere il grosso delle forze ribelli che da ormai due anni staziona stabilmente nella parte meridionale del Sudan.

    Matteo Fagotto

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    LRA, DALLE PROMESSE AI FATTI


    22 maggio 2004


    Non si fermeranno fino a quando non raggiungeranno quota 100 morti: è questa la sinistra promessa dei ribelli del LRA (Lord's Resistance Army) riportata dalla MISNA e a cui negli ultimi giorni gli uomini di Joseph Kony stanno tenendo fede. Giovedì scorso un nuovo attacco contro un campo profughi situato nei pressi della città di Gulu hanno infatti provocato la morte di almeno 42 persone, secondo fonti locali riportate dalle Nazioni Unite.

    L'attacco è avvenuto nel campo di Lokome, a una decina di km da Gulu, dove un gruppo di ribelli avrebbe fatto almeno 25 morti tra i civili (in buona parte bambini) e bruciato 200 case. Una tattica ormai tristemente collaudata quella dei ribelli, che penetrano nei campi profughi scarsamente protetti da esercito e milizie territoriali e massacrano la gente a colpi di machete o la bruciano viva all'interno delle case. Gli assalitori avrebbero poi rapito una ventina di persone, molte delle quali sarebbero state ritrovate morte nelle vicinanze.

    Il Maggiore Shaban Bantariza, portavoce delle UPDF (le Forze Armate ugandesi) ha dichiarato che secondo le prime ricostruzioni, i ribelli si sarebbero prima scontrati con l'esercito nei pressi di Gulu. Nello scontro cinque uomini del LRA sarebbero morti, mentre i superstiti si sarebbero divisi in piccoli gruppi e avrebbero assaltato il campo. Bantariza ha proseguito dicendo che l'esercito sta dando ancora la caccia agli assalitori, altri due sarebbero morti mentre meno di una decina sarebbero stati fatti prigionieri.

    Domenica scorsa un altro attacco contro un campo profughi, questa volta a Pagak, aveva provocato la morte di una quarantina di persone, e nello stesso giorno secondo fonti della MISNA un altro attacco al campo di Amuro (a 20 km da Pagak) aveva fatto 8 vittime.

    Nonostante le numerose defezioni che sta registrando il LRA nelle ultime settimane (almeno un centinaio di guerriglieri avrebbe deposto le armi), gli attacchi contro i civili non accennano a diminuire. Anzi, sembra che proprio nei momenti di maggiore difficoltà il LRA lanci i suoi più sanguinosi attacchi, per mostrare alla popolazione civile e all'esercito che la sua forza è rimasta intatta.

    Matteo Fagotto

  10. #120
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    Predefinito Conclusioni Uganda

    Bene (si fà per dire), con questo articolo il dossier Uganda è "chiuso" (si fà per dire), perche là ci sono ancora bambini soldato e guerriglieri assassini di massa, ma la cosa più grave di tutto sono i bambini che sono USATI per fare una guerra di adulti pazzi ed esaltati, perchè solo dei pazzi esaltati possono dire che agiscono in nome di Dio, ma quello che più stupisce di tutta questa cosa è ancora una volta il fatto che tutto il mondo sta ignorando quello che succede da quelle parti, guardando solo alle guerre "mediatiche" quelle che fanno audience, senza invece, guardare a quelle che NON ne fanno, ma che sono ANCORA PIU' SANGUINOSE e ancora una volta dico che le televisioni per quanto embedded dovrebbero alle volte puntare le loro telecamere da quelle parti invece di SEGUIRE IL MATRIMONIO DEI REALI DI SPAGNA documentando come è loro dovere quello che sta succedendo a questi popoli dimenticati che piano piano (per fame o per guerra) stanno morendo.

    Io penso che tutti (politici, cittadini, televisioni) dovrebbero riflettere, su quello che volutamente o NON volutamente fanno cadere nel dimenticatoio.
    Penso anche che TUTTI ci dovremmo un pò vergognare......

 

 
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